Di Massimiliano A.
Alla mia età Mameli era già morto. E probabilmente questa è stata la sua più gran fortuna. Tra le migliaia di giovani che morirono durante il Risorgimento almeno qualche decina avrà scritto qualcosa di più decente di Fratelli d’Italia. Ma l’Italia fin dalla sua più tenera età decise di dotarsi di un inno pre-fascista che, con quel suo ritmo da marcetta militare e quei versi pieni di ottimismo, vorrebbe individuare nella grandezza del nostro passato l’ineluttabilità del nostro destino. In fondo non si può fare troppo torto al diciannovenne Mameli, che pure seppe mettere nello stesso testo il Balilla, tanto caro ai fascisti, e la battaglia di Legnano, ormai mito fondante della Lega. L’ideale per cui era vissuto e morto forse gli impedì di maturare del tutto come poeta. Ma non si può certo attribuire a lui se dopo 150 anni nella coscienza degli Italiani la riflessione sul significato dell’unità d’Italia – nel migliore dei casi – non si spinge al di là delle parole di quell’inno. Quel che è certo è che l’Italia è unita; sia che lo sia stato per volontà di Dio o degli Italiani, o per la congiuntura internazionale favorevole o per il desiderio di grandeur della casa sabauda, o per l’intelligenza politica di Cavour o per la temerarietà e la prontezza d’azione di alcuni patrioti. L’Italia è unita e ad oggi quasi nessuno piu’ si chiede come ci si sia arrivati.
La questione è sempre stata evitata in qualche modo. Durante i primi sessanta’anni, forse non si poteva neppure iniziare una vera e propria analisi dell’unità, per il semplice motivo che il processo era in fieri. Roma e il Veneto diventeranno italiane a dieci anni dall’Unità, il Trentino e Friuli addirittura solo dopo la Grande Guerra. L’Italia durante quel primo periodo si trovava per così dire ancora in trincea. Eravamo un popolo in armi e sotto le armi nessuna critica è ammessa. Chi come Gaetano Salvemini in quel periodo osava sollevare la questione meridionale e adombrava una sostanziale incompiutezza del processo unitario veniva marginalizzato politicamente, se non tacciato di scarso patriottismo. Tanto meno la questione della fallita unità poteva essere dibattuta durante il ventennio fascista seguito alla guerra. La dittatura di Mussolini voleva accreditarsi come la realizzazione compiuta dell’ideale risorgimentale. Doveva essere la vera Italia che “s’è cinta la testa”, non del “l’elmo di Scipio” (che, malgrado le critiche ricevute in vita da Catone, morì da vero repubblicano), ma dell’Impero. Semmai fosse sopravvissuta una certa “questione meridionale” ancora da risolvere il pugno duro del governo fascista nella persona del prefetto Mori avrebbe posto fine alla questione. Il fascismo si illudeva che la faccenda potesse essere chiusa, mandando al confino tutti i mafiosi che non erano riusciti ad emigrare o a darsi alla macchia, approntando qualche piano di investimenti pubblici e più direttamente inquadrando l’intero sud d’Italia nelle strutture del neonato regime. Ancora una volta si evitava la questione, si propagandava una presunta omogeneità del paese, che non aveva alcun corrispondente nella realtà.
Carlo Levi, mandato in confino in Lucania, ci racconterà nel suo capolavoro Cristo si è fermato a Eboli gli umori della società civile del sud (vorrei precisare che non uso questo termine a caso: si trattava di contadini per lo più analfabeti ma era composta per la maggior parte da questi individui la società civile italiana, almeno fino alla fine della seconda guerra mondiale). Nelle case dei contadini appesi al muro, racconta Levi, accanto alle immagini di Cristo o della Madonna ci sono il ritratto del presidente americano Roosevelt e banconote di dollari, inviate da qualche parente e appositamente incorniciate. Nel racconto di Levi si intravede quella che per anni (potremmo forse dire fino ad oggi) è stata la risposta della società civile alla irrisolta questione meridionale: l’emigrazione. Negli anni a seguire la nazione dovette prima trovare un modo per rinascere e risollevarsi e poi si impegnò per quarant’anni a cercare un habitus democratico nel nuovo clima internazionale, che nascondesse il fatto che l’opposizione era di fatto delegittimata a governare. All’epoca del centenario nessuno deve avere avuto tempo o voglia per tediose analisi sul reale successo dell’unità, sulla sua portata storica e sulle sue conseguenze pure allora evidenti. Ci si trovava al principio (o forse sarebbe meglio dire al picco) del boom economico italiano, la ruota del paese sembrava girare finalmente senza sosta. Della questione meridionale ci si ricordava vagamente guardando le città industriali del nord che si riempivano di operai meridionali. Qualcuno avrà anche visto la cosa con un sospiro di sollievo come un modo definitivo per chiudere la partita: il nord che prospera e chiama il sud a partecipare della nuova ricchezza. Quanto al sud che non era emigrato, per loro lo stato democristiano approntò quella macchina di sprechi clientelari e prebende politiche che fu la Cassa del Mezzogiorno, che a differenza del regime fascista non lasciò in eredità al meridione d’Italia neppure un acquedotto.
