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RIFLESSIONI SULL’UNITÀ D’ITALIA DI UN GIOVANE EMIGRANTE DEL 2010 (Parte I)

InTerritorio&Società - Territory&Society su luglio 3, 2010 a 9:26 am

Di Massimiliano A.

Alla mia età Mameli era già morto. E probabilmente questa è stata la sua più gran fortuna. Tra le migliaia di giovani che morirono durante il Risorgimento almeno qualche decina avrà scritto qualcosa di più decente di Fratelli d’Italia. Ma l’Italia fin dalla sua più tenera età decise di dotarsi di un inno pre-fascista che, con quel suo ritmo da marcetta militare e quei versi pieni di ottimismo, vorrebbe  individuare nella grandezza del nostro passato l’ineluttabilità del nostro destino. In fondo non si può fare troppo torto al diciannovenne Mameli, che pure seppe mettere nello stesso testo il Balilla, tanto caro ai fascisti, e la battaglia di Legnano, ormai mito fondante della Lega. L’ideale per cui era vissuto e morto forse gli impedì di maturare del tutto come poeta. Ma non si può certo attribuire a lui se dopo 150 anni nella coscienza degli Italiani la riflessione sul significato dell’unità d’Italia – nel migliore dei casi – non si spinge al di là delle parole di quell’inno. Quel che è certo è che l’Italia è unita; sia che lo sia stato per volontà di Dio o degli Italiani, o per la congiuntura internazionale favorevole o per il desiderio di grandeur della casa sabauda, o per l’intelligenza politica di Cavour o per la temerarietà e la prontezza d’azione di alcuni patrioti. L’Italia è unita e ad oggi quasi nessuno piu’ si chiede come ci si sia arrivati.

La questione è sempre stata evitata in qualche modo. Durante i primi sessanta’anni, forse non si poteva neppure iniziare una vera e propria analisi dell’unità, per il semplice motivo che il processo era in fieri. Roma e il Veneto diventeranno italiane a dieci anni dall’Unità, il Trentino e Friuli addirittura solo dopo la Grande Guerra. L’Italia durante quel primo periodo si trovava per così dire ancora in trincea. Eravamo un popolo in armi e sotto le armi nessuna critica è ammessa. Chi come Gaetano Salvemini in quel periodo osava sollevare la questione meridionale e adombrava una sostanziale incompiutezza del processo unitario veniva marginalizzato politicamente, se non tacciato di scarso patriottismo. Tanto meno la questione della fallita unità poteva essere dibattuta durante il ventennio fascista seguito alla guerra. La dittatura di Mussolini voleva accreditarsi come la realizzazione compiuta dell’ideale risorgimentale. Doveva essere la vera Italia che “s’è cinta la testa”, non del “l’elmo di Scipio” (che, malgrado le critiche ricevute in vita da Catone, morì da vero repubblicano), ma dell’Impero. Semmai fosse sopravvissuta una certa “questione meridionale” ancora da risolvere il pugno duro del governo fascista nella persona del prefetto Mori avrebbe posto fine alla questione. Il fascismo si illudeva che la faccenda potesse essere chiusa, mandando al confino tutti i mafiosi che non erano riusciti ad emigrare o a darsi alla macchia, approntando qualche piano di investimenti pubblici e più direttamente inquadrando l’intero sud d’Italia nelle strutture del neonato regime. Ancora una volta si evitava la questione, si propagandava una presunta omogeneità del paese, che non aveva alcun corrispondente nella realtà.

Carlo Levi, mandato in confino in Lucania, ci racconterà nel suo capolavoro Cristo si è fermato a Eboli gli umori della società civile del sud (vorrei precisare che non uso questo termine a caso: si trattava di contadini per lo più analfabeti ma era composta per la maggior parte da questi individui la società civile italiana, almeno fino alla fine della seconda guerra mondiale). Nelle case dei contadini appesi al muro, racconta Levi, accanto alle immagini di Cristo o della Madonna ci sono il ritratto del presidente americano Roosevelt e banconote di dollari, inviate da qualche parente e appositamente incorniciate. Nel racconto di Levi si intravede quella che per anni (potremmo forse dire fino ad oggi) è stata la risposta della società civile alla irrisolta questione meridionale: l’emigrazione. Negli anni a seguire la nazione dovette prima trovare un modo per rinascere e risollevarsi e poi si impegnò per quarant’anni a cercare un habitus democratico nel nuovo clima internazionale, che nascondesse il fatto che l’opposizione era di fatto delegittimata a governare. All’epoca del centenario nessuno deve avere avuto tempo o voglia per tediose analisi sul reale successo dell’unità, sulla sua portata storica e sulle sue conseguenze pure allora evidenti. Ci si trovava al principio (o forse sarebbe meglio dire al picco) del boom economico italiano, la ruota del paese sembrava girare finalmente senza sosta. Della questione meridionale ci si ricordava vagamente guardando le città industriali del nord che si riempivano di operai meridionali. Qualcuno avrà anche visto la cosa con un sospiro di sollievo come un modo definitivo per chiudere la partita: il nord che prospera e chiama il sud a partecipare della nuova ricchezza. Quanto al sud che non era emigrato, per loro lo stato democristiano approntò quella macchina di sprechi clientelari e prebende politiche che fu la Cassa del Mezzogiorno, che a differenza del regime fascista non lasciò in eredità al meridione d’Italia neppure un acquedotto.

RIFLESSIONI SULL’UNITÀ D’ITALIA DI UN GIOVANE EMIGRANTE DEL 2010 (Parte II)

InTerritorio&Società - Territory&Society su luglio 3, 2010 a 9:24 am

Con questa prospettiva a volo d’uccello giungiamo al mio sussidiario delle elementari e ancora di più alla mia maestra di allora che in qualche modo mi convinse che i briganti fossero stati qualcosa a metà tra traditori reazionari, contadini ignoranti e compagni che sbagliano. E io ho archiviato per anni la faccenda, come se non si fosse trattato che di scaramucce tra il nuovo stato italiano e piccoli gruppi di nostalgici dell’antico regime con bande di contadini al soldo. Allora non potevo certo rendermi conto che l’unità d’Italia è stata ottenuta attraverso una lunga serie di guerre. E la guerra, come avrà a insegnarmi Clausewitz all’università, è sempre avvolta da una nebbia. Ecco io credo che sul caso della questione meridionale quella nebbia non si sia del tutto diradata.

Cominciamo dal nome. L’abbiamo chiamata Unità, fin da subito, nel timore di non farcela. Si è invece trattato di una vera e propria annessione militare, in cui uno stato sovrano scompare per essere incorporato nel nuovo Regno d’Italia. Nuovo? Be’ per modo dire. In realtà si estende al resto della penisola dall’oggi al domani e di sana pianta l’intera struttura statuale sabauda[1]. A sottolineare ai sovrani stranieri e ai parenti a casa la netta continuità tra il prima e il dopo Vittorio Emanuele continua a dirsi secondo, pur essendo primo re d’Italia[2]. Alla spedizione dei mille seguirono cinque anni di occupazione militare in una situazione che ormai molti storici concordano nel definire da guerra civile. L’esercito piemontese sestuplicò tra il 1860 e il 1863 le forze impegnate nella lotta al brigantaggio, incrementando il contingente d’istanza nel meridione d’Italia fino a 120.000 uomini. Come in guerre molto più recenti, già allora il dopoguerra contava più vittime della guerra stessa. Per stroncare definitivamente le reni dei briganti nel 1863 viene messa a punto dal primo Parlamento italiano la Legge Pica, che in pratica dichiarava l’intero Sud del paese zona militare e pertanto disponeva l’applicazione dello stato d’assedio interno. Di fatto venivano ritirate le garanzie statutine estese al resto del paese meno di tre anni prima. La giustizia veniva amministrata da speciali tribunali militari fatti sorgere sul territorio. Al “contingente di pacificazione” (già allora gli eufemismi bellici erano apprezzatissimi) venivano affidati speciali compiti di polizia e i loro poteri in materia di arresto, ad esempio, rasentavano l’arbitrio. Diverse categorie di soggetti potevano difatti essere sottoposti legalmente a detenzione per un anno senza la necessità di formulare alcuna accusa. Si cercava di fornire un simulacro di legalità ad una guerra civile fatta di rappresaglie rastrellamenti, arresti e fucilazioni senza processo, distruzione di interi villaggi e massacri di popolazioni inermi. Non abbiamo fonti certe sul numero di morti, si sa però per certo che questa guerra ne ha fatti più di tutte le altre guerre risorgimentali messe insieme.

Se è ormai pacifico che si sia trattato di guerra, rimane pur sempre ostico spiegare da chi e perché è stata combattuta. Ogni guerra, quando finisce, diventa tutta una faccenda da interpretare, perché vi è sempre una gran varietà di giocatori, sia esterni che interni alle parti in contesa; e più di tutto, perché è avvolta da quella celebre nebbia, che a pace ristabilita rivela quasi sempre un risultato diverso da quello, per cui il vincitore l’aveva intrapresa – ammesso che la guerra decreti un vincitore. Non si è trattato, come un certo neomeridionalismo paraleghista vorrebbe far credere, di una guerra del Nord per depredare il Sud. Anche se è vero che ai piemontesi dissanguati finanziariamente da trent’anni di guerre risorgimentali avrà certo fatto comodo appropriarsi delle casse del Regno Borbonico, non si può ragionevolmente credere che l’Unità d’Italia sia stata fatta per l’oro di Napoli. Neppure si può credere ad una versione che sa di pura retorica risorgimentale che vuole l’Italia fatta solo dagli italiani.

Nell’Ottocento i diplomatici e le spie esistevano proprio come ora e non è affatto incongruo ritenere che senza un assenso più o meno tacito dell’Inghilterra, come sempre interessata a contenere l’espansionismo francese, Cavour non si sarebbe spinto ad autorizzare la spedizione di Garibaldi. Per certo l’azione del Generale barbuto fu tanto rapida e di successo da non dover costringere né i Savoia, né tantomeno l’Inghilterra a smarcarsi dall’impresa. Di contro è altrettanto vero che provvidenziale è stata per il buon esito dello sbarco la protezione fornita da due vascelli di Sua Maestà britannica. Senza di essi sull’isola siciliana ne sarebbero approdati molto meno di mille.


[1] Val la pena ricordare che lo Statuto albertino costituzione ottriata ovvero concessa dal re (al Regno di Sardegna) e non scaturita dal voto di un’Assemblea costituente è rimasta in vigore fino al 1948. Gli italiani si sono seduti ad un tavolo per darsi una costituzione solo nel 1946 e ci si sono seduti nei fatti, se non nello spirito, sotto l’egida degli eserciti d’occupazione alleati.

[2] Forse il povero Vittorio Emanuele voleva solo evitare la fine di Ferdinando, Re Nasone, che regnò col titolo di Ferdinando IV di Napoli, Ferdinando III di Sicilia per poi diventare con l’unificazione dei due regni  Ferdinando I. I lazzari napoletani lo sfottevano pronosticando che sarebbe primo o poi diventato Ferdinando ‘o zer.

RIFLESSIONI SULL’UNITÀ D’ITALIA DI UN GIOVANE EMIGRANTE DEL 2010 (parte III)

InTerritorio&Società - Territory&Society su luglio 3, 2010 a 9:22 am

Quanto alla scorrazzata di Garibaldi lungo il Sud d’Italia, mi sento solo di dire che si è trattato di un’impresa per lo meno fortunata. Ma se la storia dell’Unità è anche storia di spie e di una partita giocata al tavolo delle potenze europee, non si può ritenere che sia stata solo il frutto di una cospirazione internazionale. Forse è troppo semplicistico, del resto non sto facendo nessuna Storia, ma volendo riassumere all’osso si può dire che l’Unità è stata fatta da una moltitudine di individui, anche molto diversi tra loro, la cui causa è stata autonomamente rimodellata e portata a compimento dai re piemontesi, all’apparenza protettori unici dei liberali italiani, purché “moderati”, e all’occorrenza favorevoli ad un “moderato” ritorno all’Antico Regime (vedi Proclama di Moncalieri). Questa casata venuta fuori da un uomo d’arme di chissà più quale monarca medievale serbava dentro di se il desiderio di lasciare un marchio indelebile nella storia del nostro paese: ci riuscì abbracciando e in parte anche strumentalizzando l’ideale dell’Unità.

Volutamente non ho citato alcun nome ma mi permetto di fare un eccezione, aggiungendo che i Savoia sono riusciti in questa impresa solo grazie al genio politico di Cavour, capace di tener testa ai crani coronati di mezza Europa e, quel che più conta per noi Italiani, al proprio Re. Cavour ebbe una fretta tremenda a mettere insieme il paese, timoroso com’era che sulla posta in palio rilanciassero gli austriaci nemici (protettori dei Borbone) o addirittura gli stessi alleati francesi (incomprensibili, ultimi difensori del Papato, guidati dalla mediocrità di Napoleone il piccolo). Se si fosse trattato davvero di una partita di poker, il finale per Cavour sarebbe andato più o meno così: vinto il piatto più ricco il nostro giocatore è colto da un infarto mentre raccoglie le fiches sul tavolo. Non sapremo mai come il conte avrebbe gestito la cosiddetta “lotta al brigantaggio”. Non concordando sempre con Brecht (Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi – B. Brecht), mi piace pensare che avrebbe saputo evitare cinque anni di militarizzazione del meridione.

Ma chi c’era dall’altro lato del fronte? V’erano bande armate, composte da criminali comuni, ex soldati o ufficiali borbonici allo sbando e tanti tanti contadini. Alcune furono anche irreggimentate e sovvenzionate dai sovrani in esilio. Certe formazioni si limitavano ad attività criminali comuni, altre a vere e proprie azioni di guerriglia. Si trattò di un movimento, per lo più, spontaneo anche quando eterodiretto. Oltretutto l’Italia meridionale aveva già conosciuto, sessant’anni prima, con il movimento dei sanfedisti un precedente molto significativo di violenza controrivoluzionaria, sorta nelle campagne. Qualunque fosse la composizione o gli scopi di queste bande armate, esse godevano del supporto incondizionato della stragrande maggioranza della popolazione del Sud. Cosa vi fu alla basa di questo consenso? Si può immaginare, come faceva Gramsci, che questa resistenza al nuovo regime sia stata frutto di una mancata promessa di rinnovamento sociale.

Seppure vi furono episodi piuttosto raccapriccianti come quello di Bronte, superbamente narrato da Verga, la delusione delle campagne per il Risorgimento fallito non può spiegare interamente questo movimento resistenziale. A mio debole parere, è vero piuttosto che il popolo meridionale nutriva un’atavica disaffezione verso i cambiamenti rivoluzionari, ragionando un po’ come l’antica siracusana che pregava ogni giorno per il tiranno Dionigi, temendo ancora di più il suo possibile successore. In questo senso i contadini non ebbero del tutto torto quando a bocce ferme si poté constatare che il successo del processo unitario è stato generato da un’alleanza di fatto tra le elite piemontesi e i nobili latifondisti del Sud, vale a dire i loro vecchi e perduranti padroni. Il principe di Salina non accettò per sé il seggio senatoriale ma neppure lui avrebbe potuto immaginare che in meno di trent’anni un siciliano sarebbe diventato Primo Ministro. Di fatto la meridionalizzazione della classe dirigente è stata l’unica vera politica di integrazione del neonato Regno d’Italia, a fronte di una situazione economico-sociale nelle campagne spaventosa e totalmente ignorata, in grado solo di produrre il fenomeno mafioso da una parte e una poderosa emigrazione dall’altra.

Oggi mi sento di dire che malgrado tutto l’Italia è, nel bene e nel male, unita. Purtroppo, le mafie ormai imperversano lungo tutta la penisola, le aziende del nord dopo aver devastato il proprio territorio hanno da tempo cominciato a sversare anche al sud, grazie alla colpevole complicità della peggiore melma di cui la nostra società meridionale non si è mai saputa spurgare. A Palermo si usa l’espressione “sei un fango” quando si vuole davvero insultare qualcuno. Ecco la mafia è davvero il fango che, a differenza di 150 anni fa, intorbida oggi l’Italia intera. Per fortuna, l’Italia mi pare unita anche quando vedo Non ci resta che piangere di Benigni e Troisi, quando leggo Pasolini che scrive in romanesco Ragazzi di vita, quando ascolto De Andrè cantare in napoletano. E infine quando un casertano come me se sente nostalgia di casa ascolta un milanese come Gaber e il suo ritornello che nell’orecchio gli ripete: io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.

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