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Addio SuperSic! In memoria di Marco Simoncelli

InSport su ottobre 24, 2011 a 1:17 pm
Sabato sera vado a letto alle 3, ma domenica mattina alle 9.30 sono già in piedi. Ci sono in programma la prima gara di Coppa del Mondo di Sci Alpino maschile ed il Gran Premio della Malesia di Motogp, gara di per sé inutile perché Stoner ha già vinto il titolo, ma che a me interessa per motivi fantasportivi.
Il gigante di Solden parte alle 9.45, alle 10 le moto. Faccio un po’ di zapping passando da un evento all’altro: nello sci i migliori sono già scesi, ma manca ancora qualche atleta interessante. Passo alla motogp, che parte con grandi emozioni: dietro alle tre Honda ufficiali c’è una grande lotta fra Marco Simoncelli ed Alvaro Bautista per il quarto posto. Torno allo sci, ma l’intermedio di Raich è alto, allora torno alla motogp. Vedo Valentino Rossi per prati che scuote la testa e si mette le mani sul casco, l’inquadratura successiva riprende Colin Edwards a terra che si dispera ed un pilota della Honda Gresini disteso in mezzo alla pista; penso (e non mi vergogno di dire spero, visto che l’altro è Simoncelli) che sia Hiroshi Aoyama, che lottava con Rossi ed Edwards per il settimo posto, mentre Simoncelli era davanti. Nessun replay, nessuna immagine sul pilota ferito. Bandiera rossa, gara sospesa. Bruttissimo segno.
Mi si gela il sangue perché capisco subito quello che è successo pur non avendolo visto per pochi secondi in diretta: Aoyama è caduto e Edwards l’ha investito. E penso: che sfiga sti giapponesi, dopo Katoh nel 2003 e Tomizawa l’anno scorso stanno rischiando di perdere anche lui, che tra l’altro è al penultimo gran premio della carriera in motogp. Sì perché anche se la sicurezza ha fatto passi da gigante, se un pilota viene investito a 250 all’ora non ci sono santi che tengano.
Poi inquadrano la moto che viene spostata dai commissari di gara. Ha il numero 58, quello di Simoncelli. Resto basito: com’è possibile, era nettamente davanti a Rossi ed Edwards. Ho un impegno e devo uscire, ma lo faccio con il magone, perché quando accadono cose simili soffro come se fosse capitato ad un mio amico. Faccio in tempo a leggere un’altra notizia terribile: nell’impatto Simoncelli ha perso il casco. Le speranze si aggrappano al ricordo di Franco Uncini, che nel 1983 subì un incidente analogo dal quale si salvò passando “solamente” una giornata in coma.
Quando rientro a casa qualche ora dopo leggo la tragica quanto purtroppo immaginabile notizia. Marco Simoncelli è morto: dopo aver perso il controllo della sua moto ed essere scivolato via, per uno scherzo del destino invece di prendere la tangente la sua moto è tornata verso il centro della pista e sia Edwards che Valentino lo hanno colpito in pieno, facendogli addirittura perdere il casco.
Era uno forte Simoncelli. Non aveva ancora vinto in motogp, ma era stato campione del mondo 2008 in 250 e aveva conquistato soltanto sette giorni fa il miglior piazzamento in carriera nella classe regina, un secondo posto alle spalle del marziano Stoner nel Gran Premio d’Australia, al termine di uno splendido duello con Andrea Dovizioso. Aveva 24 anni e tutta una carriera ancora a disposizione per diventare quello che in molti pronosticavano, l’erede di Valentino Rossi.
Era simpatico Simoncelli. Sorriso stampato sulle labbra 24 ore su 24, disponibilità con tifosi e giornalisti, una parlata da cartone animato con quell’inconfondibile accento romagnolo ed un casco di capelli ricci che erano diventati un po’ il suo simbolo.
Era un duro Simoncelli. Quando vinse il titolo 250 lo fece dopo lotte senza esclusione di colpi che mandarono all’ospedale Hector Barbera, uno dei suoi rivali più accreditati. E anche quest’anno si era reso protagonista di episodi ai limiti della correttezza, mandando per terra Pedrosa e Lorenzo in un paio di occasioni.
Era amato Simoncelli. Dai familiari, ovviamente, dalla fidanzata in lacrime ai box, dai giornalisti, dai tifosi. Solo a qualche collega risultava antipatico, forse per paura che potesse diventare il più forte; Valentino Rossi invece era un suo grande amico, ed è ancora più terribile sapere che è stato proprio lui ad avergli dato il “colpo di grazia” durante la tragica carambola.
Ora Simoncelli sfiderà Jaarno Saarinen, Renzo Pasolini, Daijiro Katoh, Shoya Tomizawa e tutti gli altri campioni di motociclismo morti mentre facevano il loro lavoro e coltivavano la loro passione nei Gran Premi che si disputano in Cielo. Addio SuperSic!
“Marco, non hai paura di ammazzarti se fai un incidente?”
”No. Si vive di più andando 5 minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera”. Marco Simoncelli.
Jacopo

Sci alpino, quando la Coppa del Mondo la decidono gli sponsor

InSport su marzo 23, 2011 a 9:47 pm

Dopo cinque mesi di gare appassionanti si è chiusa la stagione della Coppa del Mondo di Sci Alpino. Tra gli uomini il successo è andato ad Ivica Kostelic, che ha dominato grazie ad un gennaio da urlo in cui ha conquistato 1000 dei 1300 punti totali portati a casa. Tra le donne invece il successo è andato a Maria Riesch, che ha preceduto di soli 3 punti la sua grande rivale Lindsey Vonn, che aveva vinto le ultime tre sfere di cristallo. Ma sulla vittoria (pur meritatissima della Riesch) c’è l’ombra di un finale di stagione da ricovero per la FIS, la federazione internazionale sci, che di fatto ha regalato il trofeo alla tedesca.

Cos’è successo? Siamo a Lenzerheide, Svizzera, per le finali. Una gara per ogni disciplina (discesa, superg, gigante e slalom) che chiudono una stagione composta da 35 gare. Il calendario prevede dal mercoledì al sabato le gare decisive, la domenica il cosiddetto team event, una gara a squadre che si disputa solo in questa sede e che oltre ad essere inutile viene programmata nel giorno teoricamente più importante, quello dove il pubblico può seguire con più passione gli eventi.

Per chi non lo sapesse Riesch e Vonn sono grandi interpreti di tutte e quattro le specialità: la tedesca è però nettamente più forte in slalom, l’americana è un po’ più forte in discesa e superg mentre in gigante le ultime gare ci hanno fatto capire che le due ragazze sono pari. La Riesch nelle ultime uscite a lei più favorevoli ha però dilapidato un vantaggio di oltre 100 punti, tradita forse dalla pressione di un pubblico, quello tedesco, che non vede una sua atleta vincere la Coppa del Mondo dal 1998, quando si impose Katja Seizinger.

La discesa conferma quanto visto: Maria sbaglia l’impossibile e non prende punti, Lindsey chiude quarta e la sorpassa in classifica. Giovedì ci sarebbe il superg, in cui l’americana potrebbe dare il colpo di grazia alla stagione. Ma la fitta nebbia impedisce il regolare svolgimento della gara. Si potrebbe recuperare la domenica, cancellando l’inutile team event? No, la gara a squadre è televisivamente spettacolare, gli sponsor pagano, non la si può toccare.

Lo slalom di venerdì ristabilisce le gerarchie, con la Riesch che con il quarto posto recupera trenta punti alla Vonn (tredicesima) e si riporta in testa di soli tre punti. Il gigante di sabato, in cui come detto le due ragazze partono alla pari, si prevede tesissimo e spettacolare. Ma non è così: la nebbia ancora una volta gioca un brutto scherzo alla Vonn, impedendole di poter lottare sul campo per un trofeo che da anni non era così combattuto ed incerto. Si potrebbe recuperare la domenica, cancellando l’inutile team event? No, la gara a squadre è televisivamente spettacolare, gli sponsor pagano, non la si può toccare.

E così Maria Riesch vince di tre punti (l’equivalente di un ventottesimo posto!) la sua prima Coppa del Mondo, successo meritato ma sul quale aleggia l’ombra della FIS, inamovibile nella decisione di non toccare la gara più inutile che sia stata partorita dalle menti dei dirigenti, impedendo ai veri appassionati di godersi una gara che avrebbe regalato emozioni incredibili e chissà, forse un epilogo diverso.

Per la cronaca domenica è stata la giornata meteorologicamente migliore a Lenzerheide, e la Germania si è aggiudicata il team event davanti all’Italia. È servito a qualcosa? Sì, a far perdere la Coppa del Mondo alla Vonn e a togliere lo spettacolo a chi di sci se ne intende. La gara a squadre sarà anche divertente grazie alla formula del gigante parallelo, ma la sua inutilità dal punto di vista sportivo è talmente grossa che sarebbe davvero l’ora che la FIS chieda scusa a tutti e rifletta su tutte le porcherie fatte negli ultimi anni di cui questa è solo la più palese.

Jacopo

Ciclismo, doping e ingiustizie

InSport su febbraio 16, 2011 a 9:00 pm

Che il ciclismo sia uno sport sporco dal punto di vista del doping è risaputo. Che sia uno dei pochi sport che cerca di combatterlo anche. Ma in questi giorni abbiamo assistito a due casi molto diversi, nella forma e ahimè nelle sentenze che hanno riportato in voga questo argomento.

Partiamo da quello che ha avuto maggior risalto mediatico, almeno in Italia. Riccardo Riccò è un talento modenese giunto secondo al Giro d’Italia 2008 prima di risultare positivo al Cera (l’Epo di terza generazione) durante il Tour de France in cui stava dando spettacolo. Due giustissimi anni di squalifica prima di rientrare l’anno scorso con risultati non certo pari a quelli ottenuti prima dello stop forzato. Quest’anno poteva essere quello buono per il ritorno ad alti livelli, ma circa dieci giorni fa è stato ricoverato in fin di vita dopo un violento attacco renale. Spaventatissimo per ciò che gli sarebbe potuto accadere, Riccò ha confessato tutto: si è fatto un auto emotrasfusione, conservando per un mese il proprio sangue nel frigorifero tra le bistecche e il latte.

Ci sarebbe da ridere se non avesse davvero rischiato la vita. Fatto sta che adesso, che non sta benissimo ma che è fuori pericolo, è partita la campagna al massacro verso questo fragile ragazzo che aveva illuso i tifosi italiani di poter essere un degno erede di Marco Pantani. Il regolamento del ciclismo, come quello di molti altri sport, parla chiaro: alla seconda positività scatta la radiazione. Salvo miracoli Riccò, appena ventisettenne, dovrà dire addio al ciclismo per una pratica che fanno in molti, ma in maniera molto più professionale e “sicura” (come si fa a togliersi del sangue e conservarlo nel proprio frigorifero!?!?!).

La notizia di oggi invece è l’assoluzione di Alberto Contador per la positività al Tour de France dell’anno scorso. Contador è il principe del ciclismo mondiale, degno successore di Lance Armstrong sia come palmares sia per tutto il resto. Come l’americano ha avuto una spiacevolissima avventura qualche anno fa (un aneurisma che non lo ha ucciso per miracolo) prima di diventare il fenomeno che tutti conosciamo, capace di vincere tre Tour, un Giro e una Vuelta, insomma tutto quello che un ciclista specializzato nelle grandi corse a tappe può vincere, e lo ha fatto a soli ventotto anni.

Ma come le ha vinte queste corse Contador? Con pratiche dopanti. Inutile far finta di niente, è stato schivato dall’Operacion Puerto del 2006 (quella costata la squalifica a Ivan Basso, tanto per intenderci) in maniera assurda, davvero incredibile come non sia potuto essere indagato quando c’erano prove schiaccianti a suo sfavore. Ha corso e ha vinto (o meglio dominato: tutte le grandi corse a tappe alle quali ha partecipato le ha vinte) per anni, fino al Tour de France 2010. Un Tour vinto sul filo del rasoio dopo un avvincente testa a testa con Andy Schleck. Un Tour vinto grazie al doping: dopo qualche mese è venuta fuori la sua positività al clenbuterolo, sostanza non certo paragonabile all’Epo o ad un’emotrasfusione, ma comunque vietata.

La sua difesa ha sfiorato il ridicolo: “l’ho assunta per sbaglio mangiando un pollo proveniente dalla Spagna; proprio quel giorno ero l’unico della mia squadra ad aver mangiato quel pollo”. Una dichiarazione grottesca, sicuramente tra le dieci scuse più ridicole di tutti i tempi. Che però ai giudici è bastata: come detto infatti oggi Contador è stato assolto, il Tour che sarebbe dovuto andare a Schleck gli è stato riassegnato e già domani potrà esordire in questo 2011 in cui andrà alla caccia di nuovi prestigiosi successi.

Morale della favola? Riccò è un poveraccio che si dopa da solo, massacriamolo! Contador è il principe del ciclismo, ha una storia commovente alle spalle e perdere lui farebbe perdere audience, salviamolo! Certo, i casi sono diversi, ma l’obiettivo (vincere rubando) è lo stesso. È giusto così? O il ciclismo ha appena subito una nuova mazzata per perdere del tutto la (poca) credibilità che ha assunto negli ultimi anni?

Ci sarebbe un’unica soluzione: legalizzare il doping in ogni sua forma. I ragazzi si scannerebbero alla pari per poi ammalarsi e morire di malattie assurde. E così magari ai ragazzini passerebbe la voglia di doparsi. Forse.

 

Piscine a Milano: ci vuole un genio.

InCostume&Società - Customs&Society su ottobre 12, 2010 a 9:26 pm

…al telefono non comunichiamo i nostri prodotti e le nostre tariffe signore….dovrebbe venire di persona dopo le 18 quando siamo aperti al pubblico e c’è qualcuno alla reception.

Così rispondono alla mia telefonata. Come hanno fatto anche un altro paio di posti in cui avevo chiamato. Mi vogliono vedere di presenza. Forse per meglio capire quale pacchetto si addica meglio al mio profilo di consumatore. Vado alle 18. Mi accolgono due ragazzi giovani alla reception, adagiati su due sgabelli bianchi tipo lounge bar nel centro città. Una pianta a foglie larghe troneggia sul bancone e due lampadoni, bianchi, penzolano dal soffitto. una bella moquette rossa attutisce il mio passo e giovani donne sedute in attesa addolciscono il mio sguardo…Noto due candele profumate appaiate su una sobria struttura in acciaio all’angolo della stanza. Due scritte giapponesi su di esse (non scherzo).

‘Come posso aiutarla?’, chiede il ragazzo. Abbigliato con camicia cotone misto lino e maniche rotolate, mentre l’altro, sempre in camicia bianca ma con una giacca di velluto verde fosforescente passa ad un’altra cliente. ‘Vorrei un prospetto tariffe gentilmente’. Tira fuori un quaderno ad anelli con scritto ‘tariffe’ in rosso scuro. Sobrio. Dentro ci sono almeno 40 fogli plastificati. Un plico enorme. Si prepara come per una maratona, il ragazzo. E io comincio a temere che il mio tempo sia sprecato.

‘con 1200 euro le offriamo un abbonamento annuale, include ingresso alla vasca secondo questo prospetto di orari (ogni giorni diversi), la sauna, la palestra (al piano di sopra) e ‘gli altri servizi (il wireless cosa avete capito). con 800 euro glielo facciamo semestrale. Con 280 euro le proponiamo solo 10 ingressi, ma in tal caso ha accesso anche alla palestra. Se vuole solo sauna, vasca e mezza palestra allora sono 170 (circa). Solo per la sera andiamo su di prezzo, ma è molto affollato. C’è la tariffa pausa pranzo tra l’1 e le 15, ma le consigliamo di no visto il sovraffolamento delle vasche. Può combinare i vari abbonamenti con offerte studenti (io sono uno di quei dottorandi che si trovano nel purgatorio della gerarchia accademica, non studenti, non impiegati). A tutte le tariffe vanno aggiunti 50 euro di iscrizione. Le diamo la borsa ed inclusa nel prezzo c’è la visita medica. La visita per l’idoneità sportiva. Ma se porta un suo certificato le abboniamo 25 euro. Tuttavia le consigliamo di farlo qui da noi, il controllo medico, costa meno. Al privato sono 50 euro almeno (spalanco gli occhi mentre piccola goccia di sudore compare sulla mia tempia?!).

‘mi sa che ci penso, io volevo solo nuotare quando ho voglia e tempo, per mezz’oretta, e pagare ad ingresso’ rispondo io innocentemente. ‘le vorrei proporre, per cortesia e solo per uso riservato questo questionario’ risponde lui. Solite domande di marketing, in un foglio word racchiuso in copertina da hotel 4 stelle plastificata che non sono riuscito neanche a stracciare appena uscito dalla porta. Mi chiedono il numero di telefono. Io non glielo do, e per di più storpio il nome, scritto con quella calligrafia illeggibile da intellettuale che mostro quando mi girano.

Mi vuole convincere…’vuole vedere la vasca’? Si grazie rispondo. Entro. Vasca piscina ad S, di quelle che non si è mai viste. due corsie di 7 metri agli estremi (per bambini e apprendisti) ed una corsia di 25 metri. Di quelle strutture che ti spacchi la testa se non tieni aperti gli occhi quando nuoti, con angoli ovunque. Ballatoio di un metro quadro. Grigia senza finestre….che caz.

Saluto cordialmente. Non ero in banca, non ero in un bar lounge. Ero in una piscina di città studi (dove gli studenti stanno). Se interessato avrei dovuto spendere almeno un’ora a capire quale cavolo di tariffario. Una consulenza legale dovrò chiedere. E volevo solo fare una nuotata.

(tutto quello scritto è assolutamente accaduto. I prezzi sono stati arrotondati. Le tariffe presentavano almeno due cifre centesimali (chissà per quale tipo calcolo).

Milano, ottobre 2010.

fede

 

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