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C’è crisi dappertutto. Si dice così.

InCostume&Società - Customs&Society su giugno 24, 2012 a 3:47 pm

Avete mai guardato intensamente intorno a voi? Vi siete mai fermati nel bel mezzo del vostro cammino – senza voler citare nessuno – per osservare chi vi passa di fianco, chi vi è seduto di fianco, chi attraversa la strada dall’altra parte del marciapiede? Chi svicola via veloce facendosi spazio, per una frazione di vita, tra voi e il mondo intero?
Non è sempre facile, lo so. La maggior parte delle volte si è davvero troppo in ritardo (per cosa?), troppo di corsa (per cosa?), troppo presi da altro (da cosa?). Non ci si riesce, lo so. C’è sempre un autobus che si perde, un semaforo che scatta, un ritardo da colmare. Eppure credo sia un ottimo esercizio, forse il più utile di tutti, il distogliere l’attenzione da se stessi e utilizzare quel po’ di tempo a favore degli altri, fosse anche per un semplice sguardo.  Diventa fondamentale, soprattutto per chi vive in città, non dimenticare mai che siamo dei conviventi . Tutte le volte che usciamo di casa e cominciamo a vivere gli spazi comuni intorno a noi, siamo compagni. Fondamentale non dimenticare mai che prima di ogni altra emergenza terrena arriva, con uguale importanza, la propria esistenza e quella di chi ti ruota intorno tutto il giorno.
Queste considerazioni, in parte tendenti all’ovvio, derivano da involontarie osservazioni condotte in situazioni al limite dell’assurdo dove l’essere umano, fortemente presente nella sua forma, risulta totalmente mancante nella sua sostanza più profonda, ovvero l’ umanità.

La metropolitana di Roma è paragonabile, per certi versi, ad una lavatrice: tutto dentro, ammassato e centrifugato. Quello che ne esce è qualcosa di stropicciato, con la differenza che, in questo caso, non c’è nemmeno la soddisfazione del pulito. Me ne stavo li, sotto terra, con il gomito del ragazzotto che mi stava accanto completamente piantato nel fianco. Intorno a me nemmeno una parvenza di spazio vitale, tanto che la mia valigia finisce in mano ad un tizio rumeno che, sfruttando l’altezza, la solleva sopra la sua testa. Il mio eroe. D’un tratto, grida confuse arrivano dal fondo del vagone, parole tipo “fermate la metro, la mia amica sta male, fermate la metro, fateci passare! Sta male, aiuto!”. Inutile commentare la reazione incredibile della gente intorno: immobile. Zitta. Totalmente bloccata. Un uomo sulla sessantina accenna un debole “scansatevi”, ma subito viene ammonito da una signora che, additandolo lo invita a scendere per primo, visto che è così bravo a parlare; lei da li non si muove assolutamente perché è mezz’ora che aspetta al caldo. La ragazza viene trascinata sulla banchina del treno, le porte sbuffano e si richiudono. Sento di non aver avuto né il tempo né la forza di comprendere a pieno quello che è appena successo e nel frattempo arrivo alla mia fermata. Esco, non senza fatica, dalla carrozza, e mi incammino verso l’uscita. Milioni di milioni di persone davanti, di fianco, sopra e sotto di me. Una donna tira una sedia a rotelle e d’improvviso si blocca davanti alla rampa delle scale mobili, chiaramente non funzionanti. Milioni e milioni di persone davanti, di fianco, sopra e sotto di loro. La signora comincia a chiedere aiuto, ha bisogno di qualcuno per tirare su il marito con tutta la carrozzina, su per le rampe di scale e poi ancora su, per la seconda rampa. Non sto qui a ricamare sull’indifferenza, sulla mancanza di rispetto e d’umanità che ho intravisto negli occhi della gente, massa anonima, grigia, informe che popola le nostre città. Riusciamo, dopo una serie di ridicoli eventi, a far sì che la donna e il suo sposo possano raggiungere i binari della stazione Termini. Ancora adesso, a distanza di giorni, ripenso a chi non ha avuto nemmeno la cortezza di rivolgere uno sguardo; ai tizi dell’ATAC che, una volta avvisati, ci hanno messo più di dieci minuti a scendere due rampe di scale e farsi utili.

Gramsci, nel suo essere illuminato e illuminante, disse che “l’indifferenza è il peso morto della storia.”
Noi, che siamo ancora vivi, non dovremmo permettere mai alla nostra vita, qualunque forma abbia, di farci sprofondare in anticipo in quella palude che si chiama disinteresse verso ciò che non ci riguarda strettamente; non dovremmo concedere a niente e a nessuno il diritto di farci sentire - ed essere - il peso morto della nostra storia. Mai.

Marta

Olimpiadi Roma2020: tanta fatica per nulla…

InTerritorio&Società - Territory&Society su febbraio 19, 2012 a 12:21 pm

Cari Amici

Sono contento che il nostro governo abbia deciso di sospendere la candidatura ai giochi olimpici di Roma 2020. Che sarebbe stata una scelta avventata e velenosa per le condizioni economiche della città di Roma e di tutta l’Italia probabilmente era nell’aria. Tale incertezza non è esclusivamente legata al solito vecchio timore che ‘noi italiani’ tendiamo a mal gestire anche grandiose opportunità di profitto. Ma si tratta di un ragionamento molto concreto, che si basa sua una semplice analisi dei sistemi di finanziamento ai giochi olimpici e a come questi si intrecciano con il circolo vizioso del sostentamento alle amministrazioni locali di oggi. ­

Quando un comune, come Roma o Amsterdam, che sta redigendo in questi mesi la proposta di candidatura ai giochi olimpici 2028, riceve l’onore di ospitare il più grande evento sportivo mondiale, entra in un processo di trasformazione urbana, social ed economica che farebbe invidia a qualsiasi altra amministrazione imprenditrice del mondo. I giochi olimpici di fatto stimolano un percorso di riflessione sulla struttura della città ospitante e sulla sua relazione con i centri vicini, sulle possibilità di estensione delle reti infrastrutturali, sulla dotazione di servizi, principalmente ricettivi, turistici, e soprattutto sulle opportunità di lavoro che si vengono a creare sin dai 4 anni precendenti ai giochi. Inoltre, si avvia una macchina burocratica per la gestione, implementazione, organizzazione dei giochi che impatta direttamente sul funzionamento dell’amministrazione locale. Un grande impegno per pochi mesi di sport. Perché allora i comuni scelgono di candidarsi?

Gli studi sui vantaggi e svantaggi economici, sociali e politici dei giochi olimpici non sono pochi. Io non sono un esperto in materia ma questi sono i motivi più evidenti. Primo, con i giochi olimpici il comune entra nella cerchia delle città ‘ di importanza strategica nazionale’. Lo Stato, la Regione nonché i privati iniziano a concentrare l’attenzione e molte risorse verso un solo nodo, a volte una sola area. Risorse organizzative, economiche e finanziarie vengono ulteriormente allocate al comune ospitante. Si creano contatti istituzionali diretti tra amministratori locali e nazionali, con trasferimenti pressoché automatici di autorità e denaro per la realizzazione tempistica dell’evento. Una condizione appetibile per le amministrazioni locali, che se ben organizzate, riescono a catalizzare risorse speciali per la gestione della città. I nostri comuni, poveri, isolati e senza soldi, ambiscono avidamente ad una tale posizione negli equilibri geopolitici nazionali, per poter racimolare pochi spiccioli aggiuntivi da investire in progetti urbanistici ed economici. Secondo, i giochi olimpici sono visti come una grande opportunità per potenziare le infrastrutture. Vero e falso allo stesso tempo. I fondi allocati dal governo centrale per i giochi devono essere suddivisi in tante piccole voci, e alla fine dei conti molti di questi vengono spesi per la realizzazione di funzioni utili ai giochi stessi (grandi impianti sportivi a volte inutili, come le cattedrali nel deserto). Il vantaggio sta nella nuova discrezionalità che lo status di ‘strategicità’  dona a quelle opere infrastrutturali. I soldi non aumentano esponenzialmente ed il comune deve comunque coprire i propri investimenti. Lo fa tuttavia in un quadro normativo e amministrativo molto più flessibile e rapido, che gli permette tramite formule conosciute (accordi di programma etc…) di modificare piani regolatori, traffico e quant’altro per accelerarne la realizzazione. Come ben sappiamo l’Italia ‘si muove’ per grandi eventi. Terzo, c’è una convinzione generale che i giochi olimpici portino prestigio politico ed economico al comune ospitante, e che di conseguenza attiri investitori internazionali. Questo si riflette sia sulla gestione dei giochi, che prevede una serie di partner internazionali per l’organizzazione dell’evento (ACER, Coca Cola, MacDonald Panasonic etc..) ma soprattutto gli investitori nelle società per azioni che vengono create per la gestione ed implementazione dei giochi. Queste società (tipo Expo2015 per capirci) sono particolari strutture finanziarie che includono importanti componenti di capitale pubblico. I giochi olimpici rendono possibile la ‘cartolarizzazione’ e la collocazione nel mercato di titoli di origine pubblica. Se parte del profitto viene reinvestito nella gestione dei giochi, il resto viene rigirato entro le casse comunali. Quarto, i giochi olimpici forniscono una bella storiella per la trasformazione radicali di grandi pezzi di città. La legacy del parco Olimpico Londinese (costo totale previsto dei giochi 24 miliardi!) dimostra come sia possibile avviare un difficilissimo percorso di riconversione di aree socialmente problematiche come l’East End di Londra. Certamente, il successo di questo tipo di operazione (appunto una vera legacy, diversamente dal rinomato expo di Siviglia, ormai un deserto post-nucleare di edifici avveniristici) dipende dalle capacità tecniche, politiche ed organizzative della città stessa.

Ospitare i giochi non attrae invece grant speciali da comitati olimpici nazionali, non prevede una copertura Europea o internazionale (a meno che si aggancino specifici progetti corollario dell’olimpiade a programmi EU) degli investimenti locali. Il comitato olimpionico internazione gestisce esclusivamente la diffusione, il marketing dell’evento, la gestione delle licenze (radiotelevisive ad es.), e i partenariati internazionali, e si finanzia attraverso la gestione dei biglietti e delle licenze appunto. Questi fondi vengono distribuiti ai vari Comitati Olimpionici Nazionali (gestione degli atleti e delle società sportive) e ai Comitati di Organizzazione dei Giochi Olimpici (per la gestione dei servizi). Questi soldi rimangono entro il limite dei giochi, e difficilmente generano ricadute positive su altri aspetti.

Tanti costi, tanto impegno, per far muovere una macchina complessa e pesante. Meglio lavorare sulla semplificazione ordinaria (e non straordinaria legata ad eventi) delle procedure e finanziamento, sull’autonomia finanziaria dei comuni, sull’immagine del paese Italia tutto, a prescindere da eventi di vetrina.

A presto

Federico

Benvenuti a Roma, patrimonio dell’umanità

InPolitica&Società - Politics&Society su febbraio 5, 2012 a 11:27 pm

Ebbene si, c’è neve e neve. E lo imparo adesso.
C’è la neve di Torino, quella che scende tutti gli anni – da anni. Ma Torino lo sa.
C’è la neve della mia Milano, quella che ghiaccia i fili dei tram e si confonde con il costante grigio del cielo. Ma Milano lo sa.
C’è quella della Bassa Padana, Bologna, dove qualunque perturbazione dura giorni e giorni senza interruzione. Ma la Bassa lo sa.
Poi c’è la neve della capitale, quella che cade a fiocchi giganti e la città si ferma incredula. Ma Roma non lo sa.
Tutte le volte che un qualche agente atmosferico – che non sia sole – si abbatte su Roma, sia questo  imprevedibile o annunciato da settimane, la città diventa una trappola per chiunque. Tre ore di pioggia e scoppiano tombini, si allagano strade, metropolitane e case; che poi lo devi per forza chiamare alluvione, visti i danni subiti. Identica la storia con tre ore di neve: la città diventa impraticabile, con strade sporche e ghiacciate, senza un minimo di organizzazione basica. Caos è la parola d’ordine.
Mi stupisco ancora di come si possa amministrare così la Capitale di una nazione che, seppur disastrata, una qualche rilevanza continua ad averla. Mi stupisco, certo, ma subito ritorno in me: i problemi sono molteplici in una città come questa, dove è difficile tutto, perfino creare una rete di trasporti urbani degna di una capitale d’Europa. Ma a rendere le cose ancora più complicate è l’incapacità e la corruttibilità di chi la governa e questa mala gestione ha un nome ed un cognome: Gianni Alemanno.

Alemanno è l’icona del nostro tempo, un uomo entrato nel sistema dalle file della destra più radicale, che utilizza la politica come tornaconto personale. L’abuso di potere è il suo marchio di fabbrica, che unito all’inadeguatezza della carica che ricopre, fa di lui, e della sua giunta, una bomba pericolosissima.
Nella sua scellerata amministrazione comunale non sono mai esistite le parole prevenzione, manutenzione, pianificazione, miglioramento. Sono assolutamente certa che il caro Gianni non ha la minima idea di cosa sia realmente la vita nei quartieri come Tor Bella Monaca, periferia estrema di Roma, perché semplicemente non si è mai interessato e non ci ha mai messo piede.
Il caro Gianni non prende la metropolitana alle 07.30 del mattino, come un normale cittadino, non lo sa cosa significa far passare dieci corse di metro perché impossibilitati a salire, e una volta sopra non potersi nemmeno muovere per  l’infinità di corpi uno sopra l’altro. Gianni non lo sa, non lo sa davvero che cos’è il GRA – Grande Raccordo Anulare, impraticabile sempre, con o senza neve.
Il nostro Gianni però sa benissimo che, ad esempio, la Metropolitana C, cantiere assurdo che esiste da un decennio, è oramai un buco nero di ritardi burocratici e favori personali, che risucchia denaro pubblico per somme pari a sei miliardi di Euro. Ad ora, il progetto più costoso d’Italia e che forse non avrà mai una fine. Per la serie ‘poi non venirci a dire che non ci sono i soldi’. 

La verità è che Alemanno deve ritenersi un uomo fortunatissimo, perché sindaco di una città BELLISSIMA, che con la sua maestosità fa sopportare qualunque assurdo disagio. Fortunatissimo, perché sindaco di cittadini con un alto senso dell’umorismo, che amano incondizionatamente Roma, capaci addirittura di sorridere nella disgrazia. Vera comicità che salva, vera autenticità da preservare.

Marta

Tutto quello che ci manca e mancherà

InCostume&Società - Customs&Society su gennaio 6, 2012 a 3:25 pm

Ieri ho regalato quindici euro ad un signore che vive su una panchina del Lungotevere. Sono a Roma da quasi un anno e ogni giorno, verso le 18.00, lo intravedo che arriva, dalla parte opposta della strada, si ferma, poggia da un lato il suo sacco nero, tira fuori una specie di cuscino malandato e si sdraia a dormire. Lui va li per dormire. Non chiede soldi, non disturba, non beve alcool. Nulla di ciò. Sceglie sempre la stesso punto e ha uno sguardo buono. Ora che fa freddo indossa un buffo cappello di lana azzurro con un ponpon enorme sulla punta, tanto grande da essere l’unica cosa a spuntare fuori dalla coperta, certe sere che non passo al solito orario e lui è già addormentato.
Ieri non ho resistito. Erano mesi che volevo farlo e ieri l’ho fatto. Lui si stava sistemando per la notte e io gli ho appoggiato tutto quello che avevo nel portafogli, sul sacco nero che gli stava accanto.
“Ce l’ho fatta!” tra me e me.
A quel punto però, lui si volta incredulo, sventolando i soldi e dice:
“Ma perché!? Grazie!” e io riesco solo a rispondergli, camminando all’indietro: “ Se ti servono…”. Accelero il passo e vado via.
Oggi ripasso come sempre e lui era li, seduto ad aspettarmi. Appena mi vede si alza in piedi, mi sorride e mi saluta e io ricambio con infinito affetto.
Sono stata brava”, penso “ma soprattutto sono stata me stessa”.

Questa storia purtroppo non è vera. O meglio: in parte non lo è.
Quest’uomo esiste, è un clochard di Trastevere e nel quartiere lo conoscono tutti. Io non gli ho mai lasciato quindici euro sul suo sacco nero, vorrei moltissimo, ma non trovo davvero il coraggio per farlo. Ogni volta che passo davanti a lui, dorme o chiacchiera con una specie di amico immaginario al quale racconta di tutto, offre da bere e da mangiare e gli prepara il giaciglio accanto al suo. Trovo questo momento così intimo e personale da non riuscire ad interromperlo e, in secondo luogo, non conosco le reazioni che potrebbe avere. Perciò, una volta li, il passo si fa più incalzante, mi volto sempre a guardare ma non riesco mai a fermarmi.

Roma – ma non solo Roma -  è piena di persone senza un tetto sulla testa, accucciate negli angoli, riparate sotto qualche pensilina di chissà quale autobus o lussuoso palazzo del centro. Sono montagne di coperte di lana, file di bottiglie di birra vuote; sono i cani che hanno al loro fianco o gli zaini malandati che fanno loro da cuscino. Sono la diffidenza della gente – forse anche la mia – la lontananza dal sociale, i fuori lista, statisticamente non classificati.
Ci sono tante discorsi che vengono fatti, ma mai nessuno si basa partendo da loro.
Loro vivono di nulla e contemporaneamente, nella stessa città, a pochi metri di distanza, mille strapagati parlamentari litigano furiosamente indignati dalla sola idea di guadagnare meno.
Non voglio davvero arrivare a parlare di questo. Mi disgusta qualunque tipo di ragionamento su un simile argomento. Ma non posso fare finta che tutto questo paradosso non esista; è uno delle tante facce della pesante medaglia che ci hanno messo al collo e io comincio a sentirne fortemente il peso.

Marta

Il centro commerciale a Roma: metafora di un’urbanistica pressapochista.

InTerritorio&Società - Territory&Society su ottobre 27, 2011 a 7:51 pm

La notizia del sovraffollamento, con annessa demenza di massa, a roma, in zona Nord Ovest, tra corso di Francia e viale tor di Quinto potrebbe sembrare la solita vicenda italiana. http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_ottobre_27/traffico-tilt-apre-centro-commerciale-1901961469622.shtml

Demenziale ed in effetti non significativa rispetto ai problemi del paese di oggi. Beh, invece no. quello che succede per un TRony o un centro commerciale puó succedere per uno stadio, un museo, una multisala, un polisportivo, una fiera, un mercato, un’IKEA etc… E’ lo specchio di una politica urbana troppo pressapochista, presa alla leggera da parte di molte cittá italiane, soprattutto di quelle storiche, antiche, la cui morfologia e grammatica urbana non possono essere modificate con facilitá. tipo roma.

Io non so molto di quel centro commerciale, e sinceramente me ne frego. Tuttavia mi chiedo, chi lo ha deciso? Cosa prevedeva il piano? quando é stato modificato? chi ha fatto gli studi di fattiblitá e di impatto ambientale? Queste sono tutte domande da farsi ogni qualvolta che un governo locale o nazionale che sia tenta di modificare, completamente e parzialmente il territorio. L’imprevidibiliá del TRONY di roma, é inoltre una manifestazione lampante, chiara perché minuta, delle debolezze della pianificazione urbana Italiana. L’imprevedibilitá di questi progetti é proprio conseguenza dell’imprevedibilitá del territorio, e quindi dell’ASSENZA di pianificazione. LE  strade, parchi, parcheggi, marciapiedi che circondano quel benedetto centro commerciale non sono state concepite per un centro commerciale. In urbanistica non funziona come in sartoria. Se c’è un buco non si riempre con qualcosa, qualsiasi cosa, o semplicemente la più remunerativa. Ogni funzione va collocata in base ad un progetto, di medio e lungo periodo, che traduce il tessuto urbano in un sistema di funzioni connesse ma differenziate appositamente (e non intendo zonizzazione dura e pura). I centri commerciali forse è meglio metterli fuori città. 30 anni di storia mondiale lo insegna.

Il punto che voglio sottolineare è che una pianificazione più consapevole porta vantaggi anche ai privati. I gestori di quel supermercato non hanno che da guadagnarci se il loro esercizio è servito da buone infrastrutture e circondato da altri centri commerciali, altre attività di distribuzione. Qualsiasi consulente immobiliare di un’impresa come trony lo saprebbe. Gli unici che ci guadagnano da una costruzione non pianificata sono i soggetti che sviluppano il progetto, quelli che lo finanziano e ricavano dalla vendita. Sono loro che operano oltre il mattone, ma che guadagnano dalle transazioni finanziarie, indipendentemente da dove questi soldi si traducono in edifici. Per evitare tutto questo bisogna mettersi in testa una cosa: possedere un appezzamento di terreno, ovunque sia, non implica libertà assoluta di farne quello che uno vuole. Chi possedeva quel terreno (sicuro non il pubblico) ne voleva fare un centro commerciale. L’amministrazione dovrebbe convincersi di usare la propria autorità sui diritti di edificazione e sulla destinazione d’uso. Non svendere la propria funzione per chissà quale vantaggio. Questo centro commerciale ha probabilmente comportato un ritorno in pochi servizi, magari un pò di verde, forse un metro della metropolitana, certamente gli abitanti di roma non ne comprendono il vantaggio.

Federico

Una Storia Qualunque…

InTerritorio&Società - Territory&Society su luglio 5, 2011 a 8:27 pm

Quando cammino sul Lungotevere e guardo il cielo diventare rosso tramonto, rallento il mio passo da comunque milanese rimango e poggio il palmo della mia mano su quel ponte  anche lui ruvido della sua vecchiaia. Lo faccio strisciare per bene su quella superficie e mi piace da matti quel gesto, mi sembra quasi di percepire tutti gli anni che gli sono scivolati sopra, tutti i corpi che l’hanno sfiorato, tutta l’essenza di una qualunque vita che non conosco.

La stessa cosa posso dire di quando mi sono seduta sull’erba di quel parco alla periferia di Roma e una foglia è caduta proprio sul mio piede e chissà quell’albero quante foglie avrà fatto cadere – e su quanti piedi – . Ma a rendere unico quell’istante erano due occhi che mi guardavano e una bocca che mi parlava piano, raccontandomi sei anni in sei minuti e di quel male di vivere che certe zone delle nostre città hanno radicato nel profondo.

‘Qui, tutti quelli che vedi, si drogano’.

‘ Non ci credo, lo dici per giustificarti, ma con me non provarci proprio’.

La bruttura di certe periferie della capitale è inversamente proporzionale alla meraviglia assoluta del suo centro storico e dintorni. Questo è un dato di fatto e si sa, l’ambiente che all’inizio ti accoglie, in molti casi, fa la differenza. Mi hai parlato di un milione di cose per me inconcepibili fino ad allora, e ti meravigliavi della mia incredulità, come se aver vissuto in Spagna significasse aver visto e sentito tutto. Mi hai mostrato portici vuoti e maleodoranti dove poter giocare a pallone quando si era piccoli, dove potersi adesso nascondere per odiarsi tranquilli. Mi hai presentato parte della tua vita, nomi e facce che non si dimenticano; discorsi che fanno sempre le stesse capriole intorno allo stesso argomento.

‘..ti saluto per bene adesso, me ne vado in Australia tra un mesetto!’

‘ ‘ndo vai?!’

‘In  Australia bello, bisognerà pur uscirne fuori da sta merda in qualche modo, no? Vado via, lontano, ve mollo a tutti’

Ma tu l’hai guardato poco convinto. E davanti mi son passati i tuoi occhi che un’ora prima, sotto quell’albero, mi romanzavano una favoletta, quella del ‘ne esco quando voglio io e adesso, in ogni caso, non voglio’. Mi hai parlato come parla un chimico intervistato dalla televisione nel suo laboratorio; di endorfine non prodotte dal corpo umano, di assuefazione e aumento delle dosi, di mescolanza di sostanze. Ma in realtà mi stavi parlando di te, adolescente troppo sensibile, buttato su una panchina alla periferia est di Roma, senza nessuno scopo. Mi parlavi di te, mentre pronunciavi la parola endorfine, ragazzo laureato che non ha mai girato il mondo, che non è mai uscito fuori a vedere dove si nasconde la vita vera, che è rimasto a fissare per troppo tempo quei palazzi dal cemento crepato, quei balconi costellati di parabole, quella campagna lurida e abbandonata.

‘ Ti riporto a casa, Marta’.

Avrei voluto regalarti il mio appartamento, giuro! Farti sentire l’odore del forno che fa la focaccia la mattina presto, o il violino del tizio che, verso sera, si siede sempre sotto la mia finestra, suona per quindici minuti e se ne va. Ti avrei donato la lingua straniera del turista, che ti catapulta mentalmente al centro del mondo in un istante, o molto semplicemente la tranquilla eternità di

alcuni punti di questa città.

Chiedo scusa a tutti quelli che sentono di non aver capito granché. So che non si fa.

Marta

Milano da Roma: I miei occhi sulla città. La Rivoluzione (?) e una birra fresca.

InCostume&Società - Customs&Society su maggio 31, 2011 a 8:20 am

Mi stappo una birra e comincio a pensare.

Stasera, 30 maggio 2011 per la mia città è una data storica: dopo vent’anni al Cavaliere senza cavallo, al Mr. B., al Silvio nazionale, viene portata via la sua Milano, gli viene strappata dalle mani, sfuggevole tra le sue dita, come sabbia di mare. Passaggio di consegne: e sembra che quel miracolo cominci ad avverarsi.

Io sono nata e cresciuta li, in quella città che per tutti è sinonimo di grigio, cemento e spigolosità e ammetto che molte volte è stato, è, e sarà così; ma stasera no, stasera sento quell’appartenenza civile e cittadina, quella volontà di essere partecipi al cambiamento, calciando lontano la solita, asettica quotidiana indifferenza. Solo che tutto questo lo percepisco da Roma, – città adottiva da tre mesi -  festeggiando a mio modo, seduta sui gradini della fontana di Piazza della Rotonda, meglio conosciuta come la ‘Piazza del Pantheon’.

Dal banchetto del PD, odori e musiche tipiche della più classica Festa dell’Unità; due ragazzi vendono spillette e bandiere; altri parlano di ‘vera rivoluzione’; migliaia di turisti ignari fotografano la maestosità che si ritrovano intorno; di un meraviglioso da bloccarti il respiro. E mi sento bene, nonostante non sia li adesso, nonostante sia lontana quei 700 km, nonostante sia viva altrove.

Roma è bella in modo assurdo; il suo centro storico è l’Arte. Mi piace paragonarla ad una bella donna, a cui non puoi chiedere di più che essere quello che appare. Sempre pronta a sfoggiare il suo profilo migliore, si distende su questa terra e dio solo sa da quanto tempo quelle mura, o chiese, o palazzi sono li. E quel modo tutto italiano di viversi la strada e la vita, mangiandoci e bevendoci sopra, rimandando meravigliosamente tutto a domani. E’ la vera antitesi di Milano, ma falsa nemica, perché gli opposti da sempre si attraggono; perché gli opposti, nella difficoltà del loro rapporto, molte volte si amano in silenzio, di nascosto, lontano da occhi indiscreti.

Sorseggio la mia birra gelata e alzo gli occhi; tutto quello che ho intorno è pura storia, pura magia. Se fossi rimasta a vivere a Milano, a quest’ora starei saltando con il mio mondo di gente intorno, con l’arancione negli occhi e l’euforia nelle intenzioni. Mi alzo dal gradino di quella fontana, mi avvicino alla musica e brindo con quei ragazzi alla mia città; anche da qui, se ci penso bene, questa serata non è poi tanto male.

 

Marta

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