Since 2010

Posts contrassegnato dai tag ‘Rivoluzione’

Woodstock 5 Stelle: cosa ne sarà dei Grillini?

InPolitica&Società - Politics&Society su settembre 26, 2010 a 1:03 pm

Cari Amici

‘BASTA PARTITI…’; con questa frame Beppe Grillo parla ai Grillini, giovani, rockettari di Cesena alle ore 14.33 di oggi.

Noi siamo vivi, loro sono morti. Noi parliamo di contenuti, di cose concrete, loro parlano di fumo. Loro lavorano soldi, noi esistenze vere, della vera gente….il messaggio è chiaro, e pure la retorica. Rottura con quello che esiste. Rottura con il passato, il presente e, molto probabilmente il futuro della politica italiana. Grillo lo sa bene. Le grandi rivoluzioni politico-culturali si sono fatte con il capovolgimento del sistema culturale radicato nelle istituzioni. Come i francesi illuministi fecero prima di tutti, il cambiamento vero si fonda su una serie di elementi costitutive che ricorrono in tutte le rotture con il passato (illuministi, totalitarismi fascisti, socialisti etc.). 1) una nuova retorica politica; 2) una classe sociale proponente e propulsiva, insoddisfatta, e non radicata nei circoli del potere consolidati; 3) nuovi mezzi di comunicazione, spazi mediatici inutilizzati e piattaforme di trasmissione politica non collaudate; 4) mobilitazione dal basso, della massa, non elitaria.

Ed i Grillini? stanno operando su questo corredo di fattori politico sociali? Direi che ci stanno provando. Ed è per questo che mi piace cari amici. Ma è anche per questo che il movimento non può essere pensato, e quindi discusso, tramite le categorie tradizionali della politica. Ed è per questo che potrebbe non arrivare da nessuna parte. Perché forse non ha raggiunto, o non raggiungerà mai, la sua completezza socio-politica, su tutte è quattro quelle dimensioni che ho enunciato.

Partiamo dalla ultima e dalla seconda assieme: mobilitazione dal basso. La sussidiarietà delle responsabilità e della definizione delle agende politiche perpetuate da movimenti auto-costituiti nel territorio. La Lega lo ha fatto ed ha avuto successo. La cosa potrebbe funzionare. I giovani, quelli senza potere, che non sono rappresentati nelle arene politiche chiuse contemporanee, sono la base ‘militante’ del movimento. La sua anima. Ma quanti sono? Questo è un dato che non abbiamo per il momento. Non sappiamo chi sono i Grillini. Giovani e precari non è abbastanza. Ci vuole una distinzione non solo sociale, ma anche economica….La politica si fa anche su gruppi di interesse. Questo uno dei punti deboli secondo me….La classe sociale non rappresentata di fatto esiste in Italia. Il punto importante è: riuscirà Grillo a captarne le necessità concrete? come fecero gli illuministi con l’emergente borghesia, come fecero i Socialisti con l’emergente intellighenzia, come fece la Lega con i ricchi piccoli e medi imprenditori, come fece Obama con le minoranze e maggioranze etniche etc.

Nuovi mezzi di comunicazione. Questo, a mio avviso, il punto più forte di Grillo, che prende spunto da Obama. L’America ha sempre fatto da modello nella medicalizzazione della politica in effetti. Internet, la rete, senza confini, senza profumi, odori che condizionano le opinioni. Ottimo direi. Questa la giusta direzione in un paese dove l’amministrazione del potere è tecnologicamente analfabetizzata.

La nuova retorica politica è forse il punto forte dei Grillini. La rottura con il gergo esistente e con i connessi sistemi di significato. La parola soldi prima di tutto! non capitalismo, si intenda, ma l’idea più materialista del denaro….Questa una strada giusta secondo me. Quella di non avere la pretesa di rifiutare il Sistema capitalista, o di produzione (come hanno fatto con insuccesso movimenti neo-comunisti) ma solo di criticarlo quando diventa una logica elettorale e politica. La deliberazione invece che il mercato dovrebbe dominare la dialettica politica, questa frase risuona forte in un momento in cui si consumano i momenti più avvilenti della pantomima elettorale – partitica italiana.

Grillo avrà vita dura. Forse dovrà entrare nel sistema precostituito per ottenere il ‘potere’ di cambiarlo e riformarlo. La questione più spinosa sarà la leadership, una necessità per ogni movimento propulsivo. Finchè Grillo non risolverà questa questione (invece di rifiutarla) rimarrà fuori dall’arena politica, e quindi anche da quella decisionale.

A presto

Federico

Pot pourri di notizie diverse

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 10, 2010 a 8:05 pm

Il post di oggi è un po’ un poutpourri di roba diversa, con notizie che speriamo di approfondire più tardi.

I sondaggi

Cominciamo dai risultati delle elezioni olandesi, col partito di Geert Wilders che va molto meglio dei pronostici: la gente in fondo si vergogna ancora a dire che vota per gli xenofobi. O almeno lo speriamo.

Piccolo ma bello

In Italia,  solito tiraemolla sull’abolizione delle province con meno di duecentomila abitanti.  aggiungiamo che l’idea di accorpare i comuni più piccoli ormai sembra farsi strada a livello di chiacchera politica, ma non pare sortire effetti concreti.

Chi troppo vuole…

Sull’Iran, nessuno segue le raccomandazioni del social mirror e i cinesi assistono beffardi al suicidio commerciale degli europei (e giustamente, avallano le sanzioni). Fra l’altro, il periodo è non casualmente turbolento in Afghanistan con moltissimi soldati NATO uccisi. Pensiamo di poter vincere in Afghanistan senza l’alleanza degli iraniani?

Semipresidenzialismo alla kirghiza (e Lega Sud)

In Kirghistan, sparito senza rimpianti dallo spettro (spettro è proprio la parola giusta) dell’informazione italiana, il governo provvisorio di Roza Otumbaeva fatica a imporre l’ordine. I problemi sono particolarmente gravi al Sud, dove i sostenitori dell’ex presidenti sono più forti e capitalizzano le tendenze autonomiste di città come Osh e Jalal Abad. La bozza di nuova costituzione che il governo provvisorio ha pubblicato di recente anche in traduzione uzbeka ha creato nuovi problemi. Giovani kirghizi del Sud, dove la minoranza uzbeka è più forte, temendo il riconscimento dell’uzbeko come lingua ufficiale (accanto al russo e al kirghizo), hanno attaccato la comunità uzbeka uccidendo alcuni commercianti. Fra l’altro, notizia interessante in tempi in cui in Italia si parla di riforma costituzionale, il governo provvisorio kirghizo ha virato verso una forma di repubblica parlamentare, dopo due esperimenti di semipresidenzialismo finiti piuttosto male…

FD’O

Dopo la rivoluzione dei tulipani, la rivoluzione di Rosa?

InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 9, 2010 a 10:00 am

Il Kirghisistan (o Kirghizstan) non è un grande paese, né vi sono rilevanti interessi economici italiani (salvo alcuni di dubbia natura). Per questo non è sorprendente che i media italiani abbiano pressoché ignorato quello che avviene in Kirghisistan in questi giorni. Il Kirghisistan era la più povera delle repubbliche dell’Unione Sovietica e nel 1991 è diventato indipendente, un piccolo stato di circa 4 000 000 di abitanti al margine orientale delle grandi steppe kazake. Il paese è prevalentemente montuoso, con picchi sopra i 7000 metri che lo separano dal deserto occidentale della Cina (dove l’anno scorso si sono ribellati gli uiguri).  La capitale, Bishkek, è stata costruita dai sovietici nella pianura ai confini col Kazakistan e ha bei viali alberati che si incrociano perpendicolarmente fra orribili condomini sovietici e palazzi amministrativi. Le altre zone di pianura son la valle di Ferghana, ai confini occidentali del paese (con l’Uzbekistan) dove i fondamentalisti islamici provenienti dal Tagikistan facevano le loro incursioni, e la valle di Talas.

Proprio dalla valle di Talas è partita una rivolta che si è poi estesa a tutto il paese ed ha portato alla fuga del presidente Kurmanbek Bakiev e alla costituzione di un governo provvisorio presieduto dalla leader dell’opposizione, Roza Otumbaeva. La situazione è ancora confusa. Bakiev non si è dimesso e lancia proclami infuocati da Jalal al Abad, la cittadina dove si è rifugiato. Il governo provvisorio non è riuscito a ripristinare l’ordine e la capitale è in preda ai saccheggi con decine e decine di morti.

Noi europei siamo abituati a vedere questi episodi con l’occhio un po’ divertito di chi assiste all’ennesima rivoluzione nella repubblica delle banane. Bakiev era arrivato al potere con la “rivoluzione dei tulipani” nel 2005. Aveva deposto il precedente presidente Akaev promettendo la fine della corruzione, ma in realtà si era rivelato peggiore del predecessore. Negli anni di Bakiev l’opposizione era stata repressa duramente con arresti e censura. come e peggio che sotto Akaev, ma sopratutto il nuovo presidente si era mostrato più corrotto ancora del predecessore, regalando  imprese di stato a parenti ed amici, rubando a mani basse dai conti dello stato etc. etc. (ma c’è anche un ruolo per l’Italia, in questo malaffare, visto che il consigliere economico di Bakiev era russo-americano Evgenij Gurevitch, coinvolto nell’affare Ebiscom-Telecom Italia Sparkle). Sarebbe facile pronosticare che la nuova dirigenza kirghisa, appena assicuratasi il potere, si comporterà come Bakiev.

Tuttavia dovremmo sfuggire l’idea di una rivoluzione ciclica e un po’ buffa che in fondo non ha importanza per noi europei. Non solo perché, come nel 2005, anche la rivolta di oggi è stata cruenta (almeno 76 i morti). ma anche perché nel paese sono all’opera tensioni importanti che non dovremmo sottovalutare. Esiste la tensione fra Stati Uniti e Russia, che hanno entrambi basi militari nel paese (e quella Stati Unitense è un’importante retrovia della guerra in Afghanistan). Esiste il gioco, che sfugge a noi europei, che giocano India, Cina e Pakistan. Esiste il problema degli integralisti islamici, foraggiati dall’esterno e che trovano facile alimento nelle contraddizioni interne del paese. È vero infatti che l’Arabia Saudita finanzia tristi moschee un po’ ovunque nel paese, ma è anche vero che l’establishment della capitale non dimostra molto interesse per le province (e non è un caso che la rivolta sia partita da Talas).

Le contraddizioni interne del paese non sono meno importanti. Ne ricordo solo alcune. Il bilancio dello stato è garantito pressoché esclusivamente dalla compagnia aurifera Kumtor, la quale da sola costituisce un elemento fondamentale della vita politica kirghisa. La capitale, relativamente ricca, dove circolano possenti fuoristrada di membri del governo e funzionari stranieri, non ha nulla a che vedere con le province, dove la gente si muove a cavallo e vive nelle tende di feltro. Infine una potenziale questione è data dalla componente etnica colle differenze fra russi e kirghisi.

Tutto questo fa sì che la situazione non sia ciclica, ma in evoluzione. Il problema è: fino a quando potremo ignorare, come europei, l’evoluzione di questa situazione (che poi è simile a quella dei paesi vicini), prima che l’intera area evolva in modo pericoloso magari in stile afgano, o prima che i cinesi s’impadroniscano del paese?

FD’O

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.