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10 Settembre 2011: indignarsi non basta

InCostume&Società - Customs&Society su settembre 14, 2011 a 7:01 pm

Quanti eravamo?
Sinceramente non lo so; quello che invece so per certo è che il centro di Roma è stato letteralmente invaso dal MoVimento 5 Stelle! Piaccia o non piaccia Beppe Grillo, la verità è questa. Quello che mi ha spinto fuori di casa Sabato 10 Settembre 2011 è la mia personalissima voglia di esserci sempre. Perché così mi è stato insegnato; perché così posso lamentarmi poi – come tutti fanno -  senza vigliaccheria e – non per ultimo -  perché così ne posso scrivere.

Piazza Navona è bellissima. Il cielo azzurro la incornicia perfettamente in questo pomeriggio di inizio settembre, mostrandoci un quadro di autentico splendore. La folla si fa sempre più fitta, disponendosi in fila indiana con il simbolo, oramai noto della cozza, tra le mani. Non un poliziotto, non una recinzione, non un vigile a bloccare il traffico: non ce n’è bisogno, cara Roma, siamo tutte persone civili, siamo il movimento civile per eccellenza. Marciamo pacificamente verso Piazza di Monte Citorio e nessuno può dirci che non possiamo farlo. Camminiamo sui marciapiedi, ci fermiamo ai semafori, facciamo passare le macchine, come quando alle elementari ci portavano in gita scolastica. Siamo tantissimi ma non creiamo disordine pubblico, perché il senso profondo di questa ‘manifestazione’ è un altro: esistiamo, siamo stufi e oggi, oh politica italiana, ve lo facciamo vedere e sentire.
Uno ad uno depositiamo le nostre cozze, accuratamente custodite per tutto il tragitto, all’interno di varie ceste collocate davanti al Palazzo del Potere.
‘Sono pieni di cozze fino a qui’ ci dice Beppe Grillo, salutandoci uno per uno. Non so a cosa servirà, ma nel dubbio io questa marcia l’ho compiuta.

C’è gente che arriva dal Trentino Alto Adige, Sicilia e Piemonte. C’è gente con due ore di sonno alle spalle e dieci ore di pullman da smaltire. Ci sono tantissimi over 40 con la bandiera dell’Italia attorno al collo, con striscioni e magliette eloquenti; picchi di ironica intelligenza senza precedenti. Pochi, pochissimi giovani. Noi che siamo totalmente fottuti, ce ne fottiamo a nostra volta.
Ci sono i NO TAV. Gente meravigliosa, con un coraggio indescrivibile, accampata in Piazza Navona da una notte e che una notte ancora si fermerà. Parlo con Marco, consigliere di Piemonte5stelle, valsusino, impegnato in prima persona nella lotta contro la Torino-Lione. Mi racconta delle mille difficoltà, dell’informazione che manca o viene distorta, della polizia che li carica, lanciando lacrimogeni ad altezza d’uomo. Me le fa vedere, queste ‘bombe’ contemporanee, mi racconta che una settimana fa un ragazzo è stato colpito in pieno volto mentre stanziavano, come ogni giorno, vicino al cantiere; ha subito un intervento delicatissimo in ospedale e ora sta bene, ma ha tutto il setto nasale da ricostruire. Mi da anche dei numeri:
–        20 milioni di €: quello che costa, a progetto, la TAV; 1.200€ a cm.
Parliamo di soldi pubblici.
–        15: gli anni di lavoro che servono per terminare l’opera;
–        27: la percentuale di utilizzo della linea già esistente.
Per non parlare delle sostanze tossiche ed inquinanti che si riverseranno nell’ambiente, come l’uranio e l’amianto, più la perdita totale delle falde idriche della zona. Mentre mi parla, guardandomi dritto negli occhi, mi rendo conto che dietro di lui ci sono una decina di persone che dormono, sotto il loro gazebo, con tende ancora chiuse e sacchi a pelo. ‘ Sono degli eroi, sono i miei miti!’ penso: ‘vorrei restare con loro a vita’.
Mi allontano, conservando gelosamente lo sguardo di Marco che mi ringrazia per l’interessamento. Li vicino stanziano anche i NO PONTE; sono del MoVimento Sicilia5stelle. Dietro di loro tutti i nomi, con tanto di fotografia, dei politici siciliani mafiosi che ancora siedono in parlamento. Saranno una quarantina e un brivido malsano mi passa lungo la schiena.


Incontro anche Mattia, candidato sindaco delle scorse elezioni a Milano, del MoVimento Lombardia5stelle. ‘ Ti ho votato!’ gli urlo, andandogli incontro. Lui mi abbraccia e mi ringrazia; ha vent’anni, un milioni di riccioli in testa e un seggio al Comune di Milano. Mi dice che sono riusciti a reinserire la Commissione Antimafia per Milano Expo 2015, che la giunta Moratti aveva sapientemente abolito. Gli auguro un buon lavoro e lui mi sorride dicendomi ‘Ti aspetto nella nostra Milano’.
In mezzo a Piazza Navona c’è un enorme lenzuolo del MoVimento di Beppe Grillo. Siamo tutti li, tutti sdraiati a pancia in su, senza scarpe, in barba al sanpietrino bollente, a guardare gli elicotteri passare. E’ un punto di vista inusuale, sembra quasi di non essere a Roma, ma in un qualche prato di campagna insieme agli amici di sempre. C’è la consueta chitarra, c’è il consueto boccione di vino, c’è allegria e scambio di opinioni. Mille dialetti che si incontrano con un’unica, comune volontà: smettere di subire e farsi sentire.

Io c’ero. Tu?

Marta

Referendum a Milano: Non lo so se voglio più alberi…

InTerritorio&Società - Territory&Society su giugno 12, 2011 a 10:20 am

Questo post arriva in ritardo. Poco male, perché non vuole essere un consiglio di voto, ma un consiglio a riflettere, nel post voto, sulle aspettative e sui possibili risvolti pratici di questa consultazione. Parlo dei quesiti referendari milanesi, che nel capoluogo lombardo accompagneranno domani e lunedì i quattro referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Si tratta di cinque quesiti consultivi – in sostanza si dà un parere al sindaco – su temi ambientali, che sembrano mettere nero su bianco i disegni che fanno i bambini quando si chiede loro di immaginare una Milano ideale. Lo slogan dei referendum cittadini è: “Il 12-13 giugno la Milano che vorresti è a portata di voto”. Il tempismo dei referendum cittadini è, caso vuole, pessimo. Non riesco a fare a meno di chiedermi se a questo punto non si tratti di consultazioni ridondanti. Il programma del neo-eletto Giuliano Pisapia ne fa infatti menzione nella sezione ‘Sviluppo urbano, casa, ambiente, agricoltura di prossimità, mobilità’ del suo programma elettorale. Dato il numero di firme e il rilievo dei temi, Pisapia si è già impegnato a discutere le diverse proposte in giunta, a prescindere dal risultato del voto. Per uno che crede nella democrazia rappresentativa, questa dovrebbe essere di per sé una garanzia sufficiente. Un referendum consultivo non può comunque aspirare a ottenere molto di più di così.

Inutile però stare a cincischiare sulla congiuntura temporale, che, a questo punto, è quella che è. Passiamo allora alle perplessità che nutro sui quesiti. Spero che tutti i milanesi siano ben consci del fatto che i soldi a disposizione del comune non sono molti e che gli investimenti devono essere strategicamente ripartiti. Nessuno di noi potrà mai avere la Milano dei propri sogni. Quella che abbiamo davanti, eventualmente, è una Milano più vivibile. E allora si tratta di mettere in file le priorità.

Milano è inquinata. Puzza, è piena di automobili ovunque, si espande in campagna e si svuota al centro. Ma non solo. È anche iniqua, costosa, chiusa e poco stimolante. Se Pisapia dovesse davvero impegnarsi ad aumentare gli alberi, riqualificare le aree verdi, lavorare per giungere ad un sano piano energetico comunale e potenziare la mobilità pubblica, gran parte delle risorse del comune dovrebbero essere impiegate per quello, a discapito di altro.

Veniamo ai quesiti, in ordine sparso. Il secondo quesito propone la riduzione del consumo di suolo, la destinazione a verde per il 50% delle grandi aree di riqualificazione urbana, l’esclusione dell’assegnazione dei diritti edificatori, la conservazione, l’estensione e la riconnessione delle aree verdi esistenti entro il 2015. Un sogno. Un sogno che prevede di togliere al comune la sua principale fonte di reddito – l’assegnazione di diritti edificatori – per una spesa che al giorno d’oggi non è redditizia. Oggi il comune è impossibilitato a fare cassa sull’edificato esistente e di conseguenza investe in nuova edificazione. Siccome è evidentemente il sistema nel suo complesso che non funziona, mi chiedo: cosa risponderebbero i cittadini se gli si chiedesse di tornare a pagare l’ICI sulla prima casa, ovviamente a fronte di una revisione completa delle politiche di affitto? Pur nutrendo dei forti dubbi sulla fattibilità della seconda proposta, voterò comunque sì al secondo quesito, ma non avrò nulla da obiettare qualora la giunta stabilisse di affrontare il problema con più realismo e molto più coraggio. Voterò sì anche al quarto quesito, che riguarda il ripensamento del piano energetico comunale. Anche questa proposta presenta problemi di fattibilità, perché si basa fondamentalmente su incentivi pubblici, ma è indubbio che la questione energetica vada affrontata d’urgenza, e proprio a partire dalla dimensione locale.

Le perplessità che nutro circa il primo e il terzo quesito sono di natura diversa. Il primo quesito è un contenitore immenso di proposte. Sono d’accordo su alcune e profondamente contraria ad altre. Sono contraria al raddoppio dell’estensione delle aree pedonali. Per come siamo fatti noi e per come viviamo in città, la pedonalizzazione non può che trasformare i quartieri in centri commerciali all’aperto. Pedonalizzare significa di fatto avvantaggiare gli esercizi commerciali d’élite, e penalizzare gli altri. Difficile vendere casse di vino a qualcuno che non può portarsele via. Difficile vendere una sedia, un frigorifero, una lavatrice. Ancor più difficile acquistarla altrove e portarla a casa, per chi abita lì. Il centro di Milano è già disabitato o abitato da persone molto abbienti. Temo che una pedonalizzazione così pensata, più che garantire maggiore sicurezza ai bambini che giocano in strada, porti allo stravolgimento estetico e sociale dell’area in questione. Veniamo poi all’ecopass. L’attuale sistema di accesso veicolare a pagamento penalizza i poveracci e non infastidisce tutti coloro che hanno comprato un SUV Euro4 o Euro5. Anche qualora la restrizione si irrigidisse, consentendo solo il transito dei veicoli ad emissioni zero, il provvedimento non porterebbe, in linea di principio, alla riduzione del traffico veicolare, bensì all’evoluzione verso un traffico ‘ecologico’. Chi potrà permetterselo, continuerà a circolare. Si tratta di una misura estremamente iniqua. Mi dispiace che nel quesito siano mescolati anche il potenziamento dei mezzi pubblici e gli incentivi all’uso della bicicletta. Ah, la bicicletta. Permettetemi di perorare la causa, per una città piatta come Milano che è una pista ciclabile naturale. La bicicletta che mantiene in forma e rende tutti più belli (non sono forse estremamente sexy i managers in completo gessato e/o con i tacchi a spillo che pedalano?). Liberi tutti, per carità, di usare i mezzi preferiti per muoversi a Milano. Ma non chiedete a me di rinunciare all’automobile quelle quattro volte all’anno in cui devo andare a ritirare dieci scatole di riso o accompagnare il nonno a fare una visita medica. Al primo quesito, quindi, io voterò no.

Quanto al terzo quesito, credo che non ritirerò la scheda. La domanda è mal posta, e irritante. Perché dovrei pormi il problema di stabilire se conservare o meno un parco agroalimentare che è stato localizzato laggiù, a nord-ovest di Milano, perché proprio laggiù la speculazione edilizia sarebbe stata maggiore? Quando un progetto nasce come un’operazione immobiliare a scopo di lucro, nasce perdente (o vincente, a seconda dei punti di vista). Cosa significa conservare quel parco, quando tutta l’area circostante, che diverrà accessibile, e quindi appetibile, è lì che attende con ansia di essere ‘riqualificata’ attraverso l’assegnazione dei diritti edificatori? Siccome qui si tratta di fare una selezione tra operazioni fattibili, preferirei che quei soldi non venissero investiti per mantenere un grande giardino accerchiato da palazzine, ma che quei soldi si usassero per togliere la mafia dal parco agricolo Sud, per trasformarlo in un parco a tutti gli effetti e per incentivare le piccole aziende agricole in difficoltà.

(foto di Daniele)

 

Il quinto quesito è l’unico quesito la cui formulazione mi convince. “Volete voi che il Comune di Milano provveda alla risistemazione della Darsena quale porto della città ed area ecologica e proceda gradualmente alla riattivazione idraulica e paesaggistica del sistema dei Navigli milanesi sulla base di uno specifico percorso progettuale di fattibilità?”. È il mio sogno di bambina. Quel ‘gradualmente’, poi, tranquillizza. Significa che si farà se e quando lo si potrà fare.

In conclusione, non so se avere più alberi a Milano per me oggi è una priorità. Forse preferisco che il Comune investa innanzitutto in altro. Forse preferisco che Pisapia porti avanti la strategia che ha proposto in campagna elettorale, quell’equilibrio delicato di compromessi che comprende anche le politiche abitative, le politiche per la cultura, il potenziamento dell’economia locale e dei servizi al cittadino. Preferisco che gli alberi rimangano tanti quanti sono, ma che i parchi restino aperti la notte e che i sudamericani possano tornarci a fare le loro grigliate, pace all’anima loro. Mi piace esprimere pareri come fossero desideri, ma ora ho voglia di cose tangibili, respirabili, esperibili, che possano confrontarsi con la grigia realtà del budget, dei compromessi della nuova giunta, delle eredità dell’amministrazione uscente. Preferisco sapere che l’amministrazione pubblica milanese sta lavorando in trasparenza nella direzione di una Milano diversa e avere la possibilità non tanto di essere consultata, ma soprattutto di potermi liberamente opporre e contribuire.

 

Maddalena

Referendum sull’acqua: ulteriori riflessioni sul ‘caro’ pubblico

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 10, 2011 a 7:53 pm

Cari amici

non nascondo che sto ancora cercando di informarmi per il referendum sulla gestione privata dell’acqua. Spero non mi prendiate per un secchione, ma credo che qui ‘si fa la storia di un paese’. Ho avuto un’idea: perchè non guardare al paese dove vivo e che mi da attualmente lavoro, l’Olanda? e in particolare ad Amsterdam, dove vivo? beh, viene spesso considerato come un modello, soprattutto in urbanistica. Scopro che la Waternet, compagnia alla quale pago l’acqua che uso, è interamente pubblica! però, che ha un’organizzazione e un business plan da privato. E’ un soggetto pubblico che agisce come attore privato, fa business su l’acqua. Ma essendo pubblico, ovviamente, non ha oobbligo di surplus. Unico obbiettivo: remunerazione capitale investito più plusvalore da reinvestire obbligatoriamente nella gestione dell’acqua. Interessante. Un punto a favore della gestione pubblica. Una buona pratica. Leggo inoltre che le dirigenze ed il business plan viene controllato, ed in caso revisionato, ogni anno. Waternet è inoltre molto competente in materia. Fa parte di network internazionali per l’innovazione della gestione idrica, anche in paesi in via di sviluppo!!

Allora mi chiedo: si, ma a quale costo?!?! e trovo questo interessante documento: http://www.eea.europa.eu/data-and-maps/figures/domestic-water-use-price-average-increases-in-selected-european-countries

 


Gli aspetti più interessanti sono quelli che trovate in queste immagini, che sono un pò datati ma spero diano un’idea (Dato che il trend dei costi è sempre in aumento da 10 anni). Si nota che L’olanda è tra i primi posti nel costo dell’acqua (e vi giuro che me ne accorgo anche sulla bolletta) e l’Italia tra i più bassi. Interessante vedere che Milano è la città che si discosta di più dal costo medio europeo, mentre l’Aia è tra quelle più care. Come sostenevo nel mio precedente post, noi in italia la paghiamo poco l’acqua!! E vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca. Cioè vogliamo acqua a basso prezzo e gestione efficiente, migliorie nella rete. Secondo me siamo un paese troppo fortunato, con tante riserve idriche, che ci rende a volte un pò pigri di fronte alla necessità di innovazione.

Allora concludo. SI all’acqua pubblica, però tutti disposti ad avere una bolletta più alta. E tutti motivati a rendere il pubblico il vero portatore di Welfare (E non solo le famiglie) con sussidi per le famiglie bisognose, scaglioni di utilizzo e tariffe modulari. Acqua a basso costo per le famiglie povere, e acqua a PESO D’ORO per gli spreconi che vogliono la piscina riscaldata d’inverno.

buon voto

fede

 

 

 

 

 

 

Il referendum: perchè non sottovalutare i quesiti sull’acqua.

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 9, 2011 a 7:36 pm

Cari Amici

se cercate in questo articolo un consiglio su cosa votare vi prego di cambiare sito. Vi scrivo per condividere con voi i miei dubbi. Vi chiederete, perché avere dubbi sull’acqua pubblica, sul nucleare e su berlusca? beh, mettiamo in chiaro che voterò si al legittimo impedimento. Mi sembra proprio scontato questo. Non ne parlo neanche. Per quanto riguarda il nucleare, la questione è semplice ma non così semplice. Voterò si, e quindi no al nucleare, non perchè ho paura dei terremoti. Se questa fosse una paura allora dovrei cambiare continente visto che i terremoti distruttivi in Francia renderebbero radioattiva anche la nostra aria. Razionalmente, credo che le centrali non sono rischiose più del traffico milanese, gli aerei che prendo spesso, un viaggio in autostrada a 130 all’ora. Non voglio al nucleare per colpa delle scorie. In termini energetici sarebbe ‘conveniente’, sicuro. Ma le scorie sono un problema. Sia economico, perché costa smaltirle, sia criminale, perché il mercato nero sarebbe ghiottissimo. Bisogna contestualizzare. L’Italia non è un paese per l’uranio. Non siamo in grado di gestirlo.

Cosa molto più complicata sono i due quesiti sull’acqua. Anzi, il primo sui servizi di interesse pubblico, tra cui rientrano i trasporti, e l’altro sulle tariffe. Badate bene che è stata utilizzata tanta retorica, populismo da parte di tutti in televisione e sui media, almeno su quelli di massa. 1) il primo quesito non prevede la privatizzazione obbligatoria, ma l’obbligo di gara solo, alla quale il pubblico può partecipare con società miste, nelle quali il privato è minoritario. 2) il tutto riguarda la gestione delle infrastrutture idriche e non dell’acqua. 3) i modelli privato-pubblico possibili sono quindi numerosi, non solo ‘tutto privato’. Questo rende la scelta di voto molto più difficile. Anche perché siamo tutti d’accordo su alcuni punti: 1) che le infrastrutture idriche italiane hanno bisogno di investimenti che il pubblico, poverissimo oggi, non può fornire 2) che l’acqua la paghiamo relativamente poco rispetto agli altri paesi europei (e dove il prezzo è aumentato in Italia bisogna vedere quanto si pagava prima 3) che ne sprechiamo tanta di acqua e che una tariffa modulata sui consumi (Come per l’elettricità) sarebbe opportuna (mi spiego: per quale cavolo di motivo i ricconi con la piscina sotto casa devono pagare l’acqua come la famiglia di operai????!!!).

Queste questioni mi rendono dubbioso. Credo voterò si, molto probabilmente, al quesito 2, sulle tariffe. Credo che l’investimento fatto non dovrebbe ricadere troppo sulla tariffa perché la tariffa colpisce le famiglie in modo indiscriminato (50 euro di acqua in una famiglia operaia costano di più che la stessa quantità in una famiglia di medici). Il sistema fiscale è più equo essendo proporzionale (in parte). non entro nei dettagli perché non sono un tecnico. Il quesito 1 è troppo problematico per aver deciso (e vi consiglio di pensarci un po’ anche a voi). Credo che la gara non sia una cosa brutta. Soprattutto in un paese dove la gestione pubblica è scarsa. Credo, altrettanto, che a volte la cultura imprenditoriale italiana non sia all’altezza di questo compito, e tenda all’opportunismo, se non alla truffa in alcuni casi. Credo che, attenzione, l’articolo soggetto al referendum abbia un impatto anche su altri servizi di interesse pubblico. Dire di NO potrebbe aprire la strada ad altre privatizzazioni, tipo la sanità.

Beh, molti dubbi quindi. La mia schedina? quesito 1) boh! 2) SI 3) SI  4) ASSOLUTAMENTE SI  (con aggiunta di disgusto). Non facciamo però gli egoisti, andiamo a votare!

ciao

fede

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