Since 2010

Posts contrassegnato dai tag ‘protesta’

MA VIB – WE WANT SEX EQUALITY

InCostume&Società - Customs&Society su luglio 1, 2011 a 9:06 am

Era il 1968 a Essex, in Inghilterra. Nella fabbrica della Ford di Daghenam a 187 donne addette alla cucitura dei sedili veniva tolta la qualifica professionale. Le loro ore lavorative valevano meno di quelle dei loro mariti, fidanzati..

Il lavoro di una donna vale meno di quello di un uomo.Tutti convinti.

Tanto che la protesta, prima contro l’azienda, si trasforma poi in una lotta tra sessi. Dove gli uomini prendono le parti dell’azienda pur di tornare a lavorare.

Il loro sciopero, la loro contestazione prolungata, convinta e tutta al femminile, porterà alla prima legge sulla parità retributiva.

2011 Ma Vib, Inzago. Nella fabbrica Milanese, a seguito della crisi vengono licenziate solo donne. Perchè il loro stipendio é sempre il secondo.

Il lavoro di una donna vale (ancora) meno di quello di un uomo. Tutti convinti.

Tanto che la protesta, é ancora una volta tutta al femminile.Operaie in sicopero. Uomini al lavoro.

La risposta alla crisi non é certo la discriminazione sessuale nei licenziamenti.

Gli uomini non l’hanno (ancora) capito.

L.S.

Ma siamo europei o caporali?

InPolitica&Società - Politics&Society su aprile 28, 2010 a 7:49 pm

Nel 1992 avevo dieci anni, ma il ricordo della crisi valutaria della lira rimane un’impressione fortissima. In quel TRENTAPERCENTO che la lira perse in una sola giornata, mi sentii sminuito personalmente, come se fossi stato proprio io a svalutarmi. A scuola disegnai un mare in tempesta popolato di navi coi nomi delle varie valute: il marco, il franco, la sterlina… e c’erano corazzate e transatlantici e la lira era una barchetta di carta presa in un vortice. Mi ricordo poi tutta la stagione dell’entrata nell’Euro col ministro tedesco Theo Weigel e l’olandese Gerrit Zalm (che adesso si trova allegramente fra gli implicati dei recenti disastri bancari dei Paesi Bassi) che predicavano il rigore un giorno sì e l’altro pure dai telegiornali italiani. In un patriottismo un po’ infantile, risentivo queste prediche come se le si rivolgesse a me, quasi un’umiliazione.

La crisi del debito greco è molto peggio. Non solo vi si accompagnano i soliti moralismi, ma  sta stimolando i peggiori istinti dell’opinione pubblica. Adesso tutti quelli che per una ragione o per l’altra se la sono più o meno cavata (ad esempio gli italiani, per adesso) se la prendono con i greci e danno lezioni. I greci hanno vissuto al di sopra dei loro mezzi: sarebbe interessante sapere in quanti in Grecia hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi; i greci hanno mentito: e i bilanci italiani, le cartolarizzazioni, le vendite di immobili demaniali annunciate continuamente? etc etc.

Ma soprattutto dilaga la smania punitiva, condita di stereotipi grotteschi. I lettori dei giornali tedeschi strillano scandalizzati sui giornali seri che il governo che aiuta la Grecia tradisce i suoi elettori, viola la giurisprudenza costituzionale, li assoggetta alla dittatura di Bruxelles e così via. I tabloid invece si sbizzariscono vergognosamente. La Bild presenta una pensionata greca e sotto il titolo “Perché paghiamo ai Greci le loro pensioni di lusso?” ci racconta che questa donna di 85 anni prende 3500 euro al mese dopo aver lavorato come postina. Sott’inteso che se una postina prende 3500 euro, quanto sarà la pensione di un dirigente? Esattamente il paragone che fa un giornale slovacco, il quale confronta la pensione della ex postina greca (ripresa dalla Bild) con quella di una ex dirigente d’azienda slovacca: 361 euro al mese. Dopodiché spiega cos’altro si poteva fare con i soldi che la Slovacchia dovrebbe versare (non a fondo perduto bensì coll’interesse del 5%, ma questo l’articolo non lo dice) alla Grecia: 15 km di autostrade o una Skoda Fabia ogni 130 abitanti. Proprio degli investimenti significativi.

La Bild comunque non si ferma al caso della ricca pensionata (evidentemente emblematico). Il corrispondente da Atene ci informa che l’ouzo scorre a fiumi negli affollati bar di Atene e che tutti giocano al Lotto (gioco da ricchi, come noto). La foto ritrae il “giornalista” tedesco circondato di banconote di grosso taglio in un casinò greco. In quanto poi alla “politica”, i greci intervistati aspettano tutti aiuto (dai tedeschi evidentemente) e ridendo (per farci capire quanto poco temano la crisi) invitano la Merkel in vacanza da loro… Il messaggio è quello dei greci irresponsabili e dei tedeschi che tirano la carretta. Fra l’altro, per molti tedeschi dell’Ovest sulla famosa carretta non ci sono solo i greci, e presto gli spagnoli e i portoghesi, ma anche i tedeschi dell’Est.

Non ho idea di come si possa risolvere il problema del debito greco, spagnolo, portoghese o italiano (o irlandese o della Gran Bretagna), non so se si debba “salvare” la Grecia, però forse sarebbe ora di smetterla con questi pregiudizi ridicoli: non credo che i greci se la spassino poi tanto (la televisione francese qualche anno fa, prima della crisi, mostrava famiglie denutrite nell’Epiro, altro che pensioni da 3500 euri) e penso che forse i greci che scioperano non sono solo scioperati che vogliono vivere alle spalle dei bravi ed economi bavaresi, ma pongono anche problemi di distribuzione equa dei tagli alla spesa pubblica. In ogni caso nel dibattito in corso dovremmo sempre considerare che qualunque decisione sul salvataggio avrà un impatto sul futuro dell’Unione Europea, sul suo destino nel complesso.

Eventi come questo della crisi greca, accompagnati da una mediatizzazione come quella che vediamo in questi giorni, lasciano il segno e creano tensioni che ci accompagneranno a lungo: i tedeschi (o gli olandesi) sempre più stolidamente ostili all’Europa e i greci egualmente rancorosi (una signora intervistata da TV5 Monde di fronte ad un Lidl ateniese accusava i tedeschi di voler rubare il Partenone!). I tentennamenti dei politici e l’uso di una retorica sbagliata e un po’ rozza da parte di personaggi come Schauble (che si è dovuto rimangiare in fretta e furia il suo rifiuto di finanziamenti tedeschi alla Grecia) rendono le cose più difficili. Invece di cavalcare nazionalismi fuor di luogo e maldipancia da birreria nella speranza di vincere le elezioni in NordRenoWestfalia o ad Alkmaar, che provino a spiegare che l’Euro da solo è un progetto incompiuto e che non potrà sopravvivere senza l’unione politica. Solo allora i cittadini avranno davanti a sé una scelta chiara: niente Euro senza il governo europeo.

FD’O

Dopo la rivoluzione dei tulipani, la rivoluzione di Rosa?

InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 9, 2010 a 10:00 am

Il Kirghisistan (o Kirghizstan) non è un grande paese, né vi sono rilevanti interessi economici italiani (salvo alcuni di dubbia natura). Per questo non è sorprendente che i media italiani abbiano pressoché ignorato quello che avviene in Kirghisistan in questi giorni. Il Kirghisistan era la più povera delle repubbliche dell’Unione Sovietica e nel 1991 è diventato indipendente, un piccolo stato di circa 4 000 000 di abitanti al margine orientale delle grandi steppe kazake. Il paese è prevalentemente montuoso, con picchi sopra i 7000 metri che lo separano dal deserto occidentale della Cina (dove l’anno scorso si sono ribellati gli uiguri).  La capitale, Bishkek, è stata costruita dai sovietici nella pianura ai confini col Kazakistan e ha bei viali alberati che si incrociano perpendicolarmente fra orribili condomini sovietici e palazzi amministrativi. Le altre zone di pianura son la valle di Ferghana, ai confini occidentali del paese (con l’Uzbekistan) dove i fondamentalisti islamici provenienti dal Tagikistan facevano le loro incursioni, e la valle di Talas.

Proprio dalla valle di Talas è partita una rivolta che si è poi estesa a tutto il paese ed ha portato alla fuga del presidente Kurmanbek Bakiev e alla costituzione di un governo provvisorio presieduto dalla leader dell’opposizione, Roza Otumbaeva. La situazione è ancora confusa. Bakiev non si è dimesso e lancia proclami infuocati da Jalal al Abad, la cittadina dove si è rifugiato. Il governo provvisorio non è riuscito a ripristinare l’ordine e la capitale è in preda ai saccheggi con decine e decine di morti.

Noi europei siamo abituati a vedere questi episodi con l’occhio un po’ divertito di chi assiste all’ennesima rivoluzione nella repubblica delle banane. Bakiev era arrivato al potere con la “rivoluzione dei tulipani” nel 2005. Aveva deposto il precedente presidente Akaev promettendo la fine della corruzione, ma in realtà si era rivelato peggiore del predecessore. Negli anni di Bakiev l’opposizione era stata repressa duramente con arresti e censura. come e peggio che sotto Akaev, ma sopratutto il nuovo presidente si era mostrato più corrotto ancora del predecessore, regalando  imprese di stato a parenti ed amici, rubando a mani basse dai conti dello stato etc. etc. (ma c’è anche un ruolo per l’Italia, in questo malaffare, visto che il consigliere economico di Bakiev era russo-americano Evgenij Gurevitch, coinvolto nell’affare Ebiscom-Telecom Italia Sparkle). Sarebbe facile pronosticare che la nuova dirigenza kirghisa, appena assicuratasi il potere, si comporterà come Bakiev.

Tuttavia dovremmo sfuggire l’idea di una rivoluzione ciclica e un po’ buffa che in fondo non ha importanza per noi europei. Non solo perché, come nel 2005, anche la rivolta di oggi è stata cruenta (almeno 76 i morti). ma anche perché nel paese sono all’opera tensioni importanti che non dovremmo sottovalutare. Esiste la tensione fra Stati Uniti e Russia, che hanno entrambi basi militari nel paese (e quella Stati Unitense è un’importante retrovia della guerra in Afghanistan). Esiste il gioco, che sfugge a noi europei, che giocano India, Cina e Pakistan. Esiste il problema degli integralisti islamici, foraggiati dall’esterno e che trovano facile alimento nelle contraddizioni interne del paese. È vero infatti che l’Arabia Saudita finanzia tristi moschee un po’ ovunque nel paese, ma è anche vero che l’establishment della capitale non dimostra molto interesse per le province (e non è un caso che la rivolta sia partita da Talas).

Le contraddizioni interne del paese non sono meno importanti. Ne ricordo solo alcune. Il bilancio dello stato è garantito pressoché esclusivamente dalla compagnia aurifera Kumtor, la quale da sola costituisce un elemento fondamentale della vita politica kirghisa. La capitale, relativamente ricca, dove circolano possenti fuoristrada di membri del governo e funzionari stranieri, non ha nulla a che vedere con le province, dove la gente si muove a cavallo e vive nelle tende di feltro. Infine una potenziale questione è data dalla componente etnica colle differenze fra russi e kirghisi.

Tutto questo fa sì che la situazione non sia ciclica, ma in evoluzione. Il problema è: fino a quando potremo ignorare, come europei, l’evoluzione di questa situazione (che poi è simile a quella dei paesi vicini), prima che l’intera area evolva in modo pericoloso magari in stile afgano, o prima che i cinesi s’impadroniscano del paese?

FD’O

Niente da perdere a Rosarno

InTerritorio&Società - Territory&Society su gennaio 8, 2010 a 8:51 pm

Cosa sta succedendo a Rosarno, Calabria? Cose terribili. Rivolta, vandalismo e disperazione da una parte; reazione, scontro, caccia e altrettanta violenza dall’altra. La vicenda può sembrare tanto terribile quando semplice. Un immigrato ferito. La vita sua e quella dei suoi amici talmente disperata e consumata dai soprusi che scatta la scintilla. Dopo tutto non hanno nulla da perdere. Sono poveri, irregolari (non tutti), soli e affamati. Peggio così non gli può andare. Allora si ribellano contro l’oppressore, come fecero i loro compaesani nei campi di cotone. Semplice…

La cosa però è più complicata, per altri fattori, italiani e contemporanei. Il lavoro nero, lo sfruttamento e la schiavitù della manodopera nei campi, le grandi proprietà fondiarie del sud Italia e l’immensa economia nascosta. Le baraccopoli del 21esimo secolo e la violenza dei clan, che usano la forza per competere nei mercati, quelli agricoli e non. Mentre vedevo queste immagini pensavo che quella che sembra una semplice rivolta dei servi della gleba in realtà mostra le dimensioni più sanguigne della differenza etnica tra popoli. Mi spiego, e per favore prendetela come una opinione personale, ben vengano le critiche…

Questo gruppo di africani mostra come l’equilibro economico-sociale costruito dal mercato illecito, lo sfruttamento e sulla criminalità organizzata si sgretola nel momento in cui la sua fondamenta culturale viene a mancare: l’omertà e la fuga. Gli africani non sanno cosa vuol dire vivere nei luoghi dei poteri dei clan, non sanno tacere di fronte ai soprusi, sia perché sono troppo poveri per preoccuparsi del loro futuro sia perché la paura non li ha ancora invasi fino al midollo. Se aggiungiamo una buona dose di mancanza di senso dell’autorità legittima delle forze dell’ordine (quelle si lecite), otteniamo la rivolta dal sopruso.

Quello che succede nelle strade calabresi è la rivolta di un gruppo di individui che si fanno collettività contro gli oppressori. Ovviamente una collettività non organizzata che farà i conti con la legge. Ma comunque una collettività, diversa dall’individualismo dell’ “io non ho visto nulla” tipico dell’omertà e della paura. Chi lo sa, il futuro, quello dell’integrazione positiva e costruttiva, ci potrebbe mostrare come la vera lotta alla mafia potrebbe essere combattuta da quei popoli immigrati in Italia che

non sono stati ancora risucchiati nel vortice della paura mafiosa.

Dovremmo tutti riflettere su queste cose bruttissime che stanno accadendo.

Un caro saluto

Federico

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.