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Le sanzioni all’Iran: un errore di prospettiva

InTerritorio&Società - Territory&Society su marzo 20, 2010 a 1:44 pm

(cari amici, un ottimo articolo gentilmente scritto da un caro amico omonimo).

L’idea di inasprire le sanzioni economiche all’Iran incontra un sempre più largo consenso internazionale. Perfino l’Italia e la Russia, che sono per tradizione i principali partner commerciali dell’Iran, sembrano ormai d’accordo colle proposte americane. Il ministro degli esteri italiano ha conseguentemente dichiarato che lo Stato cesserà di garantire attraverso la SACE gli affari delle imprese italiane in Iran, fra cui gli enormi investimenti dell’ENI nella produzione di gas naturale. Le motivazioni per l’embargo sono diverse, ma essenzialmente di due tipi e riguardano la politica estera e la politica interna dell’Iran. Per quel che riguarda la politica estera, la preoccupazione degli Stati favorevoli alle sanzioni è che l’Iran acquisisca tecnologia per costruire la bomba atomica. Le sanzioni non solo renderebbero più difficile, forse fino ad imperla, la realizzazione dell’atomica iraniana, ma dovrebbero punire il governo iraniano per i suoi tentativi e dissuaderlo dal continuarli. D’altro canto, le stesse sanzioni dovrebbero rendere difficile la vita ad un governo teocratico, non democratico, irresponsabile etc (questioni di politica interna iraniana).

Per valutare la ragionevolezza del ricorso alle sanzioni in questo caso, dovremmo valutare storicamente l’effettiva efficacia dimostrata da questo strumento nel corso del tempo. Chiaramente le sanzioni economiche discendono dalla pratica dell’assedio: si circonda una fortezza o una città in attesa che gli assediati si arrendano per fame oppure il tempo li indebolisca a sufficienza per poter sferrare un facile attacco. L’assedio tuttavia funzionava solo se gli assedianti riuscivano effettivamente ad impedire il rifornimento della città assediata. Altrimenti, l’esercito assediante si indeboliva almeno tanto quanto le forze degli assediati. Per molti anni, ad esempio, il duca di Parma assediò Anversa senza prenderla perché le navi zelandesi rifornivano la città, mentre le truppe del Parma si sfaldavano e disertavano. Il primo chiaro esempio di embargo è il blocco continentale napoleonico: chiudere l’Europa alle merci britanniche avrebbe ridotto gli inglesi a più miti consigli. Di fatto però il blocco continentale riusciva efficace solo come protezione doganale dalle merci britanniche, mentre l’Inghilterra continuava i suoi traffici coll’America e le colonie (e in pochi anni anche colla Russia, la Prussia etc).

In tempi più vicini a noi, compaiono le prime vere sanzioni economiche comminate da un’organizzazione internazionale: le sanzioni all’Italia di Mussolini per l’invasione dell’Abissinia. Ci sono pochi esempi di una politica così controproducente. Le sanzioni non impedirono agli italiani di conquistare l’Abissinia, rinsaldarono l’asse Roma-Berlino e rafforzarono il regime di Mussolini che si presentò agli italiani legittimato dalle necessità dell’autarchia. Si consideri poi il caso di Cuba e delle sanzioni americane contro l’isola. Mentre i gerarchi cubani commerciano con l’Europa, il Venezuela e la Russia e il popolo si arrabatta come può, l’isola è politicamente congelata dall’embargo. Discorsi analoghi si possono fare per l’Iraq e la Serbia, paesi dove il cambio di regime e di politica estera è stato reso possibile solo dalla rivoluzione interna o dall’invasione, non certo dalle sanzioni. Le sanzioni, in compenso, hanno garantito affari loschi ai politici di entrambi i paesi e a quelli di alcuni paesi occidentali (persone ricollegabili a Formigoni, ad esempio, hanno fatto grandi affari col programma oil for food in Iraq).

Le sanzioni non sembrano quindi avere alle spalle una storia di particolari successi. Del resto, già gli economisti del Settecento erano ben consapevoli che gli embarghi e i blocchi del commercio funzionano politicamente solo se l’area chiusa non può sopravvivere da sola. Si può assediare la città stato di Ginevra, ma non il regno di Francia. È questo il caso dell’Iran? Non sembra proprio. L’Iran che non trova in Occidente sbocchi per il suo petrolio e il suo gas, lo venderà altrove. L’Iran che non può comprare macchinari in Italia li comprerà altrove. Forse il paese acquisterà meno, oppure acquisterà beni più scadenti a prezzi più alti, ma siamo sicuri che non saranno i programmi nucleari a soffrire di più della generale compressione dei consumi, e che ci saranno sempre abbastanza manganelli per i pasdaran. I dignitari del governo iraniano usciranno solo rafforzati dalle sanzioni, padroni dei superstiti legami economici coll’estero e più ostili che mai al cosiddetto “Occidente”. Nel frattempo tutto questo ci sarà costato il nostro commercio e i nostri investimenti in Iran, e non parliamo di bruscolini.

Gli Europei dovrebbero finalmente rendersi conto che abbiamo tanto bisogno del resto del mondo quanto esso ne ha di noi. Smettiamola di sostenere le sanzioni americane. Le sanzioni sono controproducenti, non solo perché rafforzano regimi autoritari ed ostili, ma soprattutto perché ci danneggiano nei nostri interessi. Si dirà: qual è l’alternativa? Non ci sono ricette semplice e univoche, ma la soluzione migliore ce la indicano le immagini della caduta del muro di Berlino. Il temibile blocco orientale non aspettava altro che di venire all’Ovest, non da invasore ma da consumatore, studente, lavoratore, turista. Apriamo agli iraniani le nostre frontiere, facciamo venire gli studenti (come quando venivano gli oppositori dello scià) e i lavoratori, facilitiamo il commercio, favoriamo l’integrazione del paese nelle compagini internazionali. Forse non otterremo un Iran democratico e completamente pacifico in questo modo, ma abbiamo sicuramente più probabilità così che attraverso le sanzioni. Senza contare che nel frattempo, almeno, conserviamo i nostri commerci.

Federico

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