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Il Pvv di Wilders. Un non-partito alle elezioni olandesi 2010

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 6, 2010 a 4:57 pm

Cari Amici

Non ci sono molti motivi, di solito, per essere interessati e preoccupati della politica olandese. Dopotutto è un paese piccolo, dotato di un sistema democratico sano, funzionante ed efficiente. Una democrazia basata sul consenso e sul pragmatismo che raramente si lascia andare all’ideologia e al populismo. In questi ultimi due anni però sta succedendo proprio questo. E la cosa è degna di un post direi.

Geert Wilders, nato il 6 settembre del 1963 a Venlo è il leader di un nuovo movimento politico olandese il PVV. Dopo aver avuto un successo inaspettato alle elezioni amministrative dello scorso aprile, guadagnando voti preziosissimi in importanti centri urbani e politici come Almere e L’Aia, il Pvv si candida alle elezioni nazionali che si terranno mercoledì prossimo. Chi è il Pvv quindi? e perché esserne preoccupati?

Il Pvv è un movimento, non un partito, populista anti-islamico e xenofobo, che basa la sua forza su una serie di caratteristiche che andrò a enunciare. Il populismo alla olandese si struttura sui seguenti punti:

- La lotta conto l’establishment olandese ed europeo. Il Pvv si propone come alternativa alla politica delle elite socialdemocratiche al potere fino ad oggi, che non hanno mai saputo rispondere ai bisogni della popolazione ‘comune’, degli idraulici, degli imbianchini e autisti di tram, dei subordinati e dei piccoli e medi imprenditori. Il populismo tradizionale direi.

- L’islam sta invadendo l’occidente e sta distruggendo le radici culturali del popolo olandese. Gli islamici professano una religione basata sulla violenza, sull’odio del diverso e, infine, occupano gli spazi economici che dovrebbero essere destinati agli olandesi. Wilders sui presenta come colui che difenderà gli stipendi medio bassi delle classi medio basse.

- Il pvv non è un partito, tantomento democratico. Non ha gerarchia, tesserati, membri ma solo sostenitori sciolti. L’unico membro e decisore, contabile, tesoriere, amministratore etc.. è Wilders. Lui è il movimento. I comizi del Pvv sono chiusi agli estranei ed i partecipanti devono consegnare ID e codice fiscale agli organizzatori per accedere. Questo è anche il suo punto di forza. Un potere unitario all’interno del partito ne garantisce la stabilità.

- Il Pvv è pro-israele, della sua politica anti-islamica e della sua comunità in olanda. Di conseguenza, il Pvv non è un partito di estrema destra. Professa una nuova forma di nazionalismo, esclusiva, discriminante tra ‘tipi’ di etnicità.

- Il Pvv combina principi e programmi di estrema destra (intolleranza e anti-immigrazione) con logiche di centro sinistra, come tutela sociale, rafforzamento del welfare, delle politiche abitative (mai peri mussulmani si intenda), dei sussidi per l’educazione, la ricerca e di disoccupazione. Il Pvv non è liberista.

- Gli elettori del Pvv sono: principalmente uomini, dotati di una formazione medio – bassa, percepiscono uno stipendio ‘nella norma’ (che quindi viene visto come a rischio), sono interessati nell’ordine nelle città e nella sicurezza, vive in centri urbani medi (ne città ne campagna), sono fortemente individualisti e materialisti, consumisti.ù

- Il Pvv esiste in quanto prodotto di marketing mediatico. Tutte le maggiori testate olandesi ne parlano in senso negativo, ma ne parlano. La logica del movimento è quella di stimolare e calvalcare il dissenso politico esercitato nei suoi confronti.

Il Pvv potrebbe ottenere molti voti alle prossime elezioni. Tuttavia i suoi punti deboli risiedono nella mancanza di un programma preciso di riforma. Il partito è conservatore e, aldilà della pura questione islamica, non sembra perseguire un chiaro progetto per il paese, un progetto urbano, economico ne sociale. Probabilmente non ne ha le capacità strutturali, vista la mancanza di dialogo al suo interno. Vediamo cosa succederà.

A presto

Federico

o

Le elezioni spiegate a mio padre

InPolitica&Società - Politics&Society su aprile 19, 2010 a 8:59 am

È passato un po’ di tempo da queste strane elezioni regonali che Federico ha cercato di spiegare a “suo figlio”. Forse adesso si può fare una riflessione generale, per quanto in realtà non si debba esagerare colle generalizzazioni. In fondo se per pochi voti il Piemonte avesse rieletto la Bresso adesso parleremmo di una sconfitta del Pdl e forse anche di una sconfitta della Lega con un tabellone fermo sull’otto a cinque. Però provare a trarre delle conclusioni un po’ più ampie dei singoli casi muncipali secondo me è legittimo e forse anche utile.

In questo post vorrei ampliare un po’ il quadro di riferimento della nostra  generalizzazione. Non voglio spiegare queste elezioni in termini semplici al figlio di Federico che sarà un bambino poliglotto e internazionale, ma a mio padre che parla solo l’italiano, è esposto soltanto ai media italiani e concepisce ancora le elezioni in una chiave nazionale e in base a vecchie categorie come destra sinistra democristiani e socialisti etc. A mio padre voglio raccontare la situazione a partire dalla constatazione che l’Italia non è un paese isolato e immutabile sperso nella tempesta della globalizzazione.

Se partiamo dal dato di fatto più eclatante delle ultime elezioni, la vittoria della Lega, possiamo tentare un’analisi diversa. Che la Lega si sia rafforzata, mi pare innegabile. Ma perché? A livello generale, perché la Lega sembra offrire soluzioni semplici ai grandi problemi. Ma non è la semplicità a costituire la forza delle proposte della Lega, bensì la loro praticabilità apparente. Le proposte della Lega sono ‘a portata di mano’, mostrano la sbandierata vicinanza fra governanti e governati, sembra che una volta presa una decisione poi le cose si possano fare. La Lega risponde ad un’esigenza fondamentale per ogni governo: la corrispondenza fra le decisioni prese e l’ambito delle azioni possibili.

Quando Aristotele discute la deliberazione, precisa che si può deliberare solo sulle cose che si possono effettivamente influenzare. Non si può deliberare sul corso delle stelle o sul compartemento di un dio, perché queste sono cose al di fuori del nostro raggio di azione. Al contrario degli altri partiti, la Lega sembra preoccuparsi di riportare i problemi all’interno del nostro raggio di azione, nell’ambito di ciò su cui possiamo deliberare: immigrazione, globalizzazione, ogm, tutto è alla nostra portata, su tutto possiamo decidere.

Anche Berlusconi dava un po’ l’illusione di poter governare i macrofenomeni da Palazzo Chigi, ma in un modo diverso. Berlusconi sembrava poter muovere il corso delle stelle perché era un titano della televisione (e si sa che stelle e televisione hanno ormai un rapporto stretto). Dopo anni di governo, l’illusione si è un po’ spenta.  La Lega invece opera diversamente. Dove gli altri parlano di ‘immigrazione’, un fenomeno complesso che si governa su più livelli (e il livello più importante è sempre quello per cui non ci sono elezioni, l’unione europea, l’onu, la comunità internazionale…),  la Lega dice: i fenomeni si governano o si dovrebbero governare qui dove siamo noi, per alzata di mano come nei cantoni svizzeri.

Al fondo di quest’atteggiamento c’è un’oscura percezione dell’impotenza dello stato nazionale, del fatto che ormai gli stati nazionali (l’Italia come la Grecia) sono troppo piccoli per deliberare sui grandi fenomeni e troppo grandi per affrontare la quotidianità. Di fronte alle dimensioni del commercio globale e alle migrazioni che trasformano il mondo, l’Italia è piccola come Aristotele di fronte al corso delle stelle. Di fronte al problema dei commercianti cinesi che scaricano e caricano a tutte le ore, il governo italiano è troppo lontano per essere utile. Berlusconi ha affrontato il problema a modo suo chiedendo più poteri per il governo, cioè per se stesso; la Lega invece ha più fiducia nella democrazia e pretenderebbe affrontare macro e microfenomeni a livello locale, fra gente che si capisce perché parla lo stesso dialetto.

Ma tutto questo non è un fenomeno italiano. Le elezioni locali olandesi ripropongono gli stessi problemi. Il partito che ne esce acclamato vincitore, il PVV, in fondo ripropone su scala olandese ricette leghiste: il potere alla comunità locale (l’Olanda è poco più grande della Lombardia). Le campagne olandesi che hanno votato in massa per il PVV voglio riprendersi direttamente il potere deliberativo contro l’incapacità dei cristianodemocratici di incidere sulla realtà quotidiana dopo centocinquant’anni di governo pressoché ininterrotto. L’altro partito che è uscito rafforzato dalle elezioni, il D66, è il partito di coloro che stanno accettando la fine della sovranità nazionale e che cercano soluzioni in parte tecnocratiche (è il partito degli economisti socialliberali), in parte istituzionali, come il rafforzamento della democrazia europea, all’impossibilità di governare localmente i macrofenomeni.

In qualche modo, perfino le elezioni politiche che si svolgono adesso in Gran Bretagna mostrano un quadro simile, con i Conservatori (che certo non sono leghisti) che dicono di credere nella società e nell’azione diretta e i Liberaldemocratici che guadagnano punti (nei sondaggi) e credono nell’Europa (almeno a parole).

Il problema è dunque europeo, un problema di definizione del livello a cui affrontare i fenomeni e un problema di democrazia e delle sue istituzioni. Allora forse anche le soluzioni, se esistono, dovrebbero essere europee.

FD’O

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