Since 2010

Posts contrassegnato dai tag ‘Nucleare’

Il referendum: perchè non sottovalutare i quesiti sull’acqua.

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 9, 2011 a 7:36 pm

Cari Amici

se cercate in questo articolo un consiglio su cosa votare vi prego di cambiare sito. Vi scrivo per condividere con voi i miei dubbi. Vi chiederete, perché avere dubbi sull’acqua pubblica, sul nucleare e su berlusca? beh, mettiamo in chiaro che voterò si al legittimo impedimento. Mi sembra proprio scontato questo. Non ne parlo neanche. Per quanto riguarda il nucleare, la questione è semplice ma non così semplice. Voterò si, e quindi no al nucleare, non perchè ho paura dei terremoti. Se questa fosse una paura allora dovrei cambiare continente visto che i terremoti distruttivi in Francia renderebbero radioattiva anche la nostra aria. Razionalmente, credo che le centrali non sono rischiose più del traffico milanese, gli aerei che prendo spesso, un viaggio in autostrada a 130 all’ora. Non voglio al nucleare per colpa delle scorie. In termini energetici sarebbe ‘conveniente’, sicuro. Ma le scorie sono un problema. Sia economico, perché costa smaltirle, sia criminale, perché il mercato nero sarebbe ghiottissimo. Bisogna contestualizzare. L’Italia non è un paese per l’uranio. Non siamo in grado di gestirlo.

Cosa molto più complicata sono i due quesiti sull’acqua. Anzi, il primo sui servizi di interesse pubblico, tra cui rientrano i trasporti, e l’altro sulle tariffe. Badate bene che è stata utilizzata tanta retorica, populismo da parte di tutti in televisione e sui media, almeno su quelli di massa. 1) il primo quesito non prevede la privatizzazione obbligatoria, ma l’obbligo di gara solo, alla quale il pubblico può partecipare con società miste, nelle quali il privato è minoritario. 2) il tutto riguarda la gestione delle infrastrutture idriche e non dell’acqua. 3) i modelli privato-pubblico possibili sono quindi numerosi, non solo ‘tutto privato’. Questo rende la scelta di voto molto più difficile. Anche perché siamo tutti d’accordo su alcuni punti: 1) che le infrastrutture idriche italiane hanno bisogno di investimenti che il pubblico, poverissimo oggi, non può fornire 2) che l’acqua la paghiamo relativamente poco rispetto agli altri paesi europei (e dove il prezzo è aumentato in Italia bisogna vedere quanto si pagava prima 3) che ne sprechiamo tanta di acqua e che una tariffa modulata sui consumi (Come per l’elettricità) sarebbe opportuna (mi spiego: per quale cavolo di motivo i ricconi con la piscina sotto casa devono pagare l’acqua come la famiglia di operai????!!!).

Queste questioni mi rendono dubbioso. Credo voterò si, molto probabilmente, al quesito 2, sulle tariffe. Credo che l’investimento fatto non dovrebbe ricadere troppo sulla tariffa perché la tariffa colpisce le famiglie in modo indiscriminato (50 euro di acqua in una famiglia operaia costano di più che la stessa quantità in una famiglia di medici). Il sistema fiscale è più equo essendo proporzionale (in parte). non entro nei dettagli perché non sono un tecnico. Il quesito 1 è troppo problematico per aver deciso (e vi consiglio di pensarci un po’ anche a voi). Credo che la gara non sia una cosa brutta. Soprattutto in un paese dove la gestione pubblica è scarsa. Credo, altrettanto, che a volte la cultura imprenditoriale italiana non sia all’altezza di questo compito, e tenda all’opportunismo, se non alla truffa in alcuni casi. Credo che, attenzione, l’articolo soggetto al referendum abbia un impatto anche su altri servizi di interesse pubblico. Dire di NO potrebbe aprire la strada ad altre privatizzazioni, tipo la sanità.

Beh, molti dubbi quindi. La mia schedina? quesito 1) boh! 2) SI 3) SI  4) ASSOLUTAMENTE SI  (con aggiunta di disgusto). Non facciamo però gli egoisti, andiamo a votare!

ciao

fede

Politica Europea dell’Energia e Dichiarazione Schumann

InTerritorio&Società - Territory&Society su maggio 31, 2010 a 11:20 am

Il 9 Maggio si celebrava (un po’in sordina) il cinquantesimo anniversario della dichiarazione con cui il ministro degli esteri francese di allora dava avvio alla costruzione dell’unità politica europea e della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. A distanza di cinquant’anni vediamo cosa succede in un settore chiave dell’industria europea di oggi, l’energia.

La politica energetica europea ha una molteplicità di attori. Ci sono gli stati nazionali, ovviamente, c’è la commissione, ci sono poi soprattutto le imprese, che posseggono ormai una dimensione multinazionale (si pensi all’Enel che opera in Spagna, Italia, Slovacchia, Belgio etc.) e sono in grado di progettare su scala europea.

Due preoccupazioni principali formano le linee guida della politica europea dell’energia: l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 ed aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili (per cui l’obiettivo fissato dalla commissione è che ogni paese produca il 20% dell’energia da fonti rinnovabili entro il 2020) e l’indipendenza energetica. I due obiettivi sono legati ma non necessariamente armonici. In generale, aumentare l’importanza delle rinnovabili diminuisce la dipendenza europea da petrolio e gas importati, ma l’energia nucleare, che diminuisce le emissioni di CO2 fa dipendere gli stati europei dalle fonti di uranio (Australia, Niger, Russia principalmente) e dalla filiera del suo arricchimento (Francia, Stati Uniti, Russia).

I principali progetti portati avanti su scala europea dalle aziende dell’energia hanno anch’essi una duplice finalità: ridurre le emissioni e razionalizzare la distribuzione a livello europeo. I progetti che più degli altri simbolizzano questi obiettivi sono la Supergrid del Mare del Nord e Desertech nell’area mediterranea. Entrambi uniscono energie rinnovabili e grandi reti di distribuzione.

Supergrid è il progetto più avanzato ed è opera di un consorzio di imprese provenienti da Gran Bretagna, Norvegia, Germania, Italia ed altri paesi. Prevede la costruzione di centrali eoliche off-shore nel Mare del Nord e il loro collegamento con tutti i paesi rivieraschi appunto attraverso una “supergriglia” di cavi sottomarini. Il collegamento di numerosi impianti con diversi paesi permetterebbe di razionalizzare l’impiego dell’energia prodotta dagli impianti. Le energie rinnovabili, infatti, difficilmente mantengono livelli costanti e programmabili di produzione. Al contrario delle tecnologie più tradizionali, le rinnovabili sono meno adattabili alle variazioni dei consumi. Collegando i paesi rivieraschi fra loro e con gli impianti dovrebbe essere possibile smistare l’energia in maniera più flessibile fra le varie richieste. Il progetto prevede anche che l’energia prodotta in eccesso nei periodi di picco dalle centrali eoliche sia impiagata per riempire le dighe norvegesi. Nei periodi in cui l’eolico non sopperisse al consumo, queste dighe dovrebbero restituire con l’energia idroelettrica quanto accumulato nei periodi di picco.

Il progetto Supergrid, benché sviluppato da aziende private, richiede investimenti così enormi che richiede il supporto dall’Unione Europea. In cambio, Supergrid, promette passi avanti verso il raggiungimento degli obiettivi sulle rinnovabili e verso l’indipendenza energetica europea.

Desertech è meno avanzato. Opera di un consorzio costituito soprattutto da aziende tedesche (ma recentemente aperto ad aziende francesi), è rivolto al Mediterraneo ed include la costruzione di centrali solari nel Sahara africano e il loro collegamento con le griglie europee. Il progetto si salda in questo a numerosi altri che tendono a trasformare il Mediterraneo in un’area interconnessa energeticamente.

Se queste, razionalizzazione della rete, rinnovabili e indipendenza energetica, sono le linee guida generali, le politiche dei vari governi sono però ambivalenti. L’energia è al centro di operazioni diplomatiche diverse ma generalmente incentrate sull’approvvigionamento di idrocarburi, principalmente gas e petrolio. E qui i governi europei dimostrano tutta la loro debolezza e le loro divisioni. La frattura principale condiziona tutta la strategia dell’Europa ed è quella fra prorussi e anti russi, più o meno coincidente colla famigerata divisione fra “vecchia” e “nuova” Europa.

Da un lato, Germania, Italia e Francia hanno fatto dell’asse con Gazprom uno dei nodi centrali della loro politica estera. Ma questi tre paesi non sono i soli. Attraverso acquisizioni e accordi nei Balcani (Bulgaria, Romania, Serbia), Gazprom si è conquistata un ruolo imprescindibile nell’approvvigionamento europeo di gas, un ruolo destinato a rafforzarsi con le sanzioni all’Iran e forse coronato da un accordo recentemente proposto da Alexei Miller (il presidente di Gazprom) alla Naftogaz ucraina per una fusione delle due società (vedi annuncio su RIAN). In questo modo la dipendenza Europea dalla Russia di Putin e Medvedev è rafforzata dalle questioni energetiche.

D’altro canto, molti stati dell’Europa centrale e orientale temono i russi e ancor più l’ accordo fra russi e ed euroccidentali (famosa la copertina di una rivista polacca contro il gasdotto North Stream, in cui l’ex cancelliere Schroeder e Putin si stringevano mani a forma di tubi del gas al di sopra di della Polonia). Ma sono soprattutto i paesi Baltici ad essere inquieti. Il rifornimento energetico dei tre piccoli paesi dipende in massima parte dalle centrali elettriche russe (fra cui presto probabilmente una partecipata dall‘ENEL), mentre i rapporti politici fra Baltici e Russia non sono sempre semplici.

Queste fratture finiscono per minare la coesione interna dell’UE su una molteplicità di questioni. Inoltre la dipendenza dalla Russia, come si è visto nel corso dello scontro fra Russia e Ucraina, può rivelarsi pericolosa. E la forza degli interessi economici che si muovono all’interno della relazione fra paesi europei e Russia sembra talvolta avere aspetti oscuri (come nel caso di Schroeder, nominato a dirigere il progetto North Stream, non appena lasciata la carica di Cancelliere Federale tedesco) che gettano ombre sulle democrazie europee.

A parte le questioni strategiche della dipendenza dall’esterno, l’unità europea è minata anche da una sorta di ideale autarchico di autonomia energetica sul quale molti stati impostano la propria politica energetica. Così il governo italiano motiva il ritorno al nucleare sostenendo di voler porre fine all’importazione di elettricità dalla Francia, come se la Francia fosse un nostro partner commerciale occasionale. Ma questo tipo di nazionalismo energetico, in realtà, è tutt’altro che ragionevole oltre che risultare incoerente nel momento in cui si rafforzano i legami con la Russia per l’importazione di gas e ci si prepara a dipendere dalla Francia stessa per la gestione delle centrali e l’arricchimento del combustibile. La localizzazione delle centrali elettriche potrebbe essere molto più efficiente se concepita in sede europea.

In questo senso, il rafforzamento della prospettiva europea, nel riconoscimento della pluralità di attori pubblici e privati impegnati, potrebbe portare notevoli vantaggi. In primis in termini di razionalizzazione della rete distributiva e produttiva. In secondo luogo anche in una prospettiva strategica di difesa dell’autonomia dei paesi europei rispetto a minacce e ricatti esterni. Nel caso dei paesi baltici, ad esempio, è stata la Commissione Europea, e in specie l’ex commissario all’energia Andri Pielbags, a promuovere iniziative che favorissero l’interconnessione fra Lituania, Lettonia, Estonia e il resto dell’UE (si veda ad esempio qui), diminuendo la dipendenza di questi paesi dalla Russia.

Nel momento in cui celebriamo i 50 anni della dichiarazione Schumann non possiamo dimenticare che l’avvio del grande progetto politico dell’Unità Europea è stato dato da un esperimento inedito di cooperazione nella gestione razionale delle risorse, la CECA. Una cooperazione che aveva in sé molti elementi della pianificazione razionale. E’ in questo spirito che dovremmo affrontare anche il tema dell’energia.

Putin all’università del pensiero liberale?

InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 27, 2010 a 9:48 am

Premetto che secondo me il governo italiano deve trattare con tutti, con l’Iran e con la Russia, con la Svezia come con il Pachistan. E per trattare con un paese bisogna esercitare una certa sospensione del giudizio sulle questioni della sua politica interna. È stupido a parer mio andare in Cina a trattare accordi commerciali e poi fare la solita pagliacciata di fronte ai giornalisti per ricordare il Dalai Lama.

Trattare con Putin sui gasdotti e con Gheddafi sulle zone di pesca  non dovrebbe però implicare un apprezzamento dei metodi di governo dei russi o dei libici.  Il nostro grande Leader Presidente Berlusconi, tuttavia, la pensa diversamente (notare che il presidienzialismo in Italia è stato realizzato un po’ come le scuole dottorali: sono tutti dottori e tutti presidenti…). La visita del primo ministro russo a Lesmo, dove Berlusconi sta per aprire una Università del Pensiero Liberale, ci ha regalato un altro paio di perle nere del Nostro che non poteva perdere un incontro internazionale senza la comica di rito (impagabile quella su Lukashenko molto amato dai bielorussi “come dimostrano i risultati elettorali”).

Il tema dell’incontro fra Berlusconi e Putin era l’energia , il gasdotto Southstream e il nucleare che l’Enel sperimenterà in Russia (non bisogna dimenticare che l’Enel dispone già di centrali nucleari, in Spagna e in Slovacchia, a tecnologia americana in un caso e russa nell’altro). Berlusconi però ne ha approfittato per annunciare che sarà Putin a inaugurare con una lectio magistralis l’Università del pensiero liberale. Putin che, come Berlusconi aveva ricordato in altra occasione, “non è mai stato comunista” e che adesso brillantemente guida la Russia verso un futuro di democrazia.

Farebbe e in effetti un po’ fa ridere se non dimostrasse tragicamente la concezione del liberalismo che possiede Berlusconi: mettere il bavaglio ai media, fare un po’quel che gli pare e trionfare all’elezioni con almeno il 70%.  Una (ennesima) riprova di queste tendenze, il Grande Leader ce la regala immeditamente, sulla questione del nucleare. Berlusconi lamenta la diffidenza degli italiani per il nucleare, ma ha già pronta la soluzione: una campagna Rai di “convincimento” sulle tante virtù dell’atomo…evviva la libertà di pensiero!

Ps: Berlusconi invoca l’esperienza francese. I francesi lungi dal combattere le centrali farebbero a gara per vedersele costruire in giardino, per i posti di lavoro che implicano. Le centrali poi sarebbero supersicure. In realtà la situazione è un po’ diversa: i francesi diffidano delle misure di radiottività ufficiali e i dati dei comitati civici si discostano sistematicamente da quelli del gestore delle centrali (trasparenza!). In quanto poi agli incidenti, microincidenti sistematicamente sottovalutati, si verificano continuamente nelle “sicurissime” centrali transalpine. In ogni caso, secondo l’Eurobarometro, solo il 12% degli Europei apprezzava l’uso dell’energia atomica nel 2006 (dal WSJ).

FD’O

La politica energetica spiegata a mio figlio.

InTerritorio&Società - Territory&Society su febbraio 8, 2010 a 8:31 pm

cari Amici

questo articolo cade proprio a pennello: http://notizie.tiscali.it/articoli/politica/10/febbraio/08/nucleare_scajola_mercoledi_siti.html?politica. Come leggete qui i punti più salienti (che avevo prontamente riassunto l’altro ieri :) ) sono i seguenti:

1) il governo fissa dei criteri, basandosi su valutazioni tecniche che probabilmente sono state commissionate alle aziende che costruiranno e gestiranno il nucleare.

2) le regioni invocano al Corte Costituzionale per violazione delle loro competenze su gestione energetica e del territorio. Il governo non sembra avere un piano per la concertazione con gli enti regionali. Sospetto una tipica stretegia del tiro alla fune fino a dopo le elezioni. Il governo sembra giocarsi tutto con il nucleare, ed in caso la sinistra perda alcune regioni ‘candidate’ per le centrali (come la Campania probabilmente) allora il passo sarà più facile. In caso contrario non se ne parlerà più probabilmente. Fatto sta che la questione sembra politica più che energetica.

3) sembra assurdo che solo dopo due anni il governo possa ottenere ‘l’accordo delle comunità, dei cittadini’. L’accordo dovrebbe esere creato proprio su quei criteri che sono stati fissati a tavolino. Temo un movimento tipo ‘no-tav’ su scala nazionale. E l’idea non mi dispiace dopotutto.

4) Il governo mostra la ‘semplicità’ della propria politica energetica. Si enfatizza la costruzione di centrali senza mai parlare di ricerca scientifica su sicurezza, fusione a freddo e reciclo scorie. L’italia sarà la centrale di qualcun altro se non abbiamo un apparato scientifico-tecnico in loco capace di gestire ed innovare al meglio la ‘nostra’ energie.

5) il governo sembra imopreciso nel dire giustificare che il nucleare potrà risolvere il problema dell’acquisto di energia. Il nucleare è una piccola percentuale nel fabbisogno totale. Avremo bisogno di comprare comunque anche perchè, ad essere ottimisti, di centrali ne vedremo poche nei prossimi 20 anni….

a presto

federico

L’Italia nucleare non mi convince

InTerritorio&Società - Territory&Society su febbraio 6, 2010 a 3:43 pm

Cari Amici

dopo una pausa di riflessione di pochi giorni è tornato il momento di scrivere. Oggi vi parlo del Nucleare. Tema scottante, energico energetico. Ne parla Vendola per la puglia, che rimarrà de nuclearizzata. Ne parla il governo assieme alla Francia, che raggiunge accordi su scambi più o meno trasparenti tra costi e benefici. Ne parla molto poco la sinistra, attenta alle dinamiche partitiche, perdendo il contatto con le questioni del territorio. Energia e nucleare sono per definizioni questioni territoriali, che stanno a cuore ai cittadini. Ne parlano anche gli ambientalisti, le associazioni di cittadini, inqulini, agricoltori, allevatori e le famiglie, tutti preoccupati che i benefici del nucleare sono nulla in confronto ai costi sociali e territoriali che comporta. Ma cerchiamo di riflettere su una questione così importante.

Il dibattito sulla produzione di energia nucleare si struttura sotto questioni diverse, alle quali si possono dare risposte negative o positive. Primo. Quanto serve il nucleare? questo è un dato di fatto. Le riserve energetiche del nostro paese (ma di tutti quelli occidentali anche) si stanno prosciugando. Alternativa sono le cosiddette fonti di energia rinnovabili, cioè la produzione di energia elettrica tramite l’utilizzo di risorse che non scarseggiano nel nostro territorio. Il vento, il sole sono alcune, ma tendenzialmente anche il nucleare viene inserito nella lista delle risorse ‘rinnovabili’. Di fatto di uranio c’è ne di più che di carbon fossile. Altri argomentano che in futuro anche l’uranio diventerà una risorse scarsa e quindi costosa, rendendo di fatto la scelta del nucleare non sostenibile a lungo termine. Ma non i parla di futuro prossimo. LA risposta alla domanda è in questo senso ‘si’: il nucleare serve perché permetterebbe di ridurre il fabbisogno di carbon fossili. Se ci chiediamo però perché non concentrarci su altri tipi di energia (eolica) qualcuno potrebbe rispondere che purtroppo il vento ed il sole non bastano a coprire il fabbisogno energetico del nostro paese. Prendiamo la Germania (esempio spesso citato). La figura (da: http://www.eoearth.org/image/Germelec.gif) mostra come la produzione di energie ‘alternative’ sia di fatto minimale rispetto a quella apportata dal nucleare. Inoltre, il nucleare stesso è solo la punta di un iceberg fatto di carbon fossile.  Secondo questi dati si intuisce come di fatto il nucleare non sostituisce il carbon fossile in tutto e per tutto. E’ piuttosto una copertura energetica per i cosiddetti ‘picchi di bisogno’ (tipo di inverno o di estate) durante i quali paese richiede più energia. Con il nucleare fornisce una copertura per queste fasi. Vero. Una soluzione parzialmente positiva visto che è proprio quella consumata durante i picchi l’energia che ci costa di più.

Se parliamo di nucleare in termini ingegneristico-tecnici, allora cari amici, si rende più accettabile qualcosa che di fatto nasconde molti pericoli. Le centrali nucleari sono sicure oggi giorno, le tecnologie avanzano e la possibilità di un disastro nucleare è minima (seppur esistente!). Il secondo set di domande genera risposte molto più scettiche nei confronti di questa questione: chi lo produce? Dove lo produciamo? Chi lo gestisce e chi lo possiede? Chi decide sulle domande precedenti? Qui la questione della nuclearizzazione si trasforma in una questione socio-politica. Ed è proprio qui che l’italia sembra perdere su tutti fronti. Il territorio italiano non sembra assolutamente pronto ad essere nuclearizzato. C’è un altissimo pericolo di malatestiane delle centrali e soprattutto delle scorie. Le ecomafie sbaverebbero per la gestione delle scorie. Gli appalti sarebbero tra i più ricchi e più ambiti da aziende ‘irregolari’. La vendita del nucleare sarebbe comunque un business ricchissimo, con il rischio che in futuro si deciderà di crearne un ‘mercato’ (la recente privatizzazione dell’acqua mostra la plausibilità di questa ipotesi). Lo stato si frammeterà tra regioni denuclearizzate e nuclearizzate (sempre che lo facciano per scelta…). Se la competenza energetica in questo caso è regionale (come per esempio la gestione delle scorie o dei rifiuti) si creerebbe una situazione di inevitabile sovrapposizione di competenze ed interessi. Chi sceglie il nucleare mette in pericolo le regioni vicine ed il paese intero. Una centrale è una questione locale, ma scorie e rischi sono estesi (esternalità negative). Le esternalità positive invece (ovvero la produzione di energia elettrica) rimarrebbero nelle mani delle singole regioni, che venderebbero la propria energia. Lo stato potrebbe prendere in mano la gestione della produzione, ma, ancora, la localizzazione delle centrali rimarrebbe competenza regionale.

Una discussione molto difficile da risolvere. La scelta del nucleare necessita di tutta una serie di condizioni politiche, sociali ed economiche che l’Italia non sembra avere, o meglio non sembra poter coordinare. C’è un altro lato della moneta però….la ricerca sul nucleare. Quello che potremmo fare è portare in Italia i centri di ricerca sulla produzione di energia nucleare sicura ed efficace, come la fusione a freddo. Non parlare del nucleare rischia di perdere di vista il bisogno che abbiamo di innovazione. In altre parole, penso che di nucleare bisognerebbe parlarne e come. Bisogna accettarlo come una possibilità senza però affrettarsi a costruire centrali. Accettarlo come possibilità, dedicarvi risorse sarebbe il primo passo verso la ricerca di una energia ‘alternativa’ più sicura.

A presto

Federico

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.