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Liguria State of Mind

InTerritorio&Società - Territory&Society su ottobre 26, 2011 a 9:35 pm

Quanto era bello, ma quanto bello era salire in macchina un sabato mattina qualunque, di giugno, con il primo vero caldo, per viaggiare verso il mare. Chi vive – o ha vissuto – a  Milano lo sa. La sola idea del mare, il solo unico pensiero rasserena la giornata.
Un vero milanese la Liguria la conosce bene, alla perfezione quasi. L’invasione estiva è nota nelle zone del levante ligure come Sestri, Chiavari, Rapallo o Moneglia. A centinaia, flotte di accaldati lumbard arrivano direttamente dall’ufficio alla spiaggia scaraventando, con un gesto deciso, la cravatta sul sedile posteriore della macchina, con l’intento di abbandonarla per almeno 48 ore.
”Eh no eh! Non ci sono questo fine settimana, sono al mare, torno domenica’ … ‘ Certo, in Liguria!’
Tipica frase da milanese al telefonino su una spiaggia ligure. Lo so, siamo fatti così.

Noi gruppo di amici si decideva all’ultimo, come nostro solito. Il dilemma era sempre lo stesso: Levante o Ponente? Anche se poi, alla fine, non ha mai avuto così tanta importanza. Quando si arriverà nei pressi di Genova qualcuno deciderà! Oh, la tenda c’è, il sacco a pelo pure, al limite ci si accampa in spiaggia. Quanto era bello, ma quanto bello era sentirselo dire. C’era tanta di quella vita dietro quelle parole.
Solito appuntamento alle 09.00 del sabato mattina, per l’appunto. Per noi il mare è sempre stato una dura conquista. Appena si abbandona l’autostrada Milano-Genova e si comincia ad intravedere quell’azzurrità, ti senti addosso una libertà inaspettata, un senso di gioia mista tranquillità che così potente non ricordo in nessun altro luogo. Il vento, la brezza e l’odore dell’aria, tutto così diverso e leggero: siamo vicini, siamo molto vicini. Cos’altro può esserci di più desiderabile?
Ricordo con affetto anche i tempi del treno. Quelle stazioni remote, a strapiombo sul mare, appena dopo Genova. Era bello guardare fuori dal finestrino, con Fabrizio De Andrè che cantava nelle orecchie di quei paesaggi.
Per me Liguria ha sempre significato questo. Un’assoluta felicità.

 Le immagini di oggi, che arrivano come un pugno, mi rattristano e mi preoccupano. E’ una terra difficile, fisicamente lunga e stretta. Una valanga di acqua e fango che la spazza via: un’intera zona d’Italia, una zona meravigliosa, Le Cinque Terre. Gente che non si merita ciò. Gente comune che, come al solito, si trova in prima fila ad assistere alla catastrofe.
 Altro da dire non ho, si è già detto e visto tutto. Ho voluto raccontare con poche righe quello che per me ha sempre significato. Una personalissima e pura emozione.
Posso solo aggiungere che, nel mio piccolissimo e per quello che potrò da qui, darò il mio contributo. Con lo stesso trasporto emotivo di quando si aiuta un amico.

Marta

MA VIB – WE WANT SEX EQUALITY

InCostume&Società - Customs&Society su luglio 1, 2011 a 9:06 am

Era il 1968 a Essex, in Inghilterra. Nella fabbrica della Ford di Daghenam a 187 donne addette alla cucitura dei sedili veniva tolta la qualifica professionale. Le loro ore lavorative valevano meno di quelle dei loro mariti, fidanzati..

Il lavoro di una donna vale meno di quello di un uomo.Tutti convinti.

Tanto che la protesta, prima contro l’azienda, si trasforma poi in una lotta tra sessi. Dove gli uomini prendono le parti dell’azienda pur di tornare a lavorare.

Il loro sciopero, la loro contestazione prolungata, convinta e tutta al femminile, porterà alla prima legge sulla parità retributiva.

2011 Ma Vib, Inzago. Nella fabbrica Milanese, a seguito della crisi vengono licenziate solo donne. Perchè il loro stipendio é sempre il secondo.

Il lavoro di una donna vale (ancora) meno di quello di un uomo. Tutti convinti.

Tanto che la protesta, é ancora una volta tutta al femminile.Operaie in sicopero. Uomini al lavoro.

La risposta alla crisi non é certo la discriminazione sessuale nei licenziamenti.

Gli uomini non l’hanno (ancora) capito.

L.S.

Referendum a Milano: Non lo so se voglio più alberi…

InTerritorio&Società - Territory&Society su giugno 12, 2011 a 10:20 am

Questo post arriva in ritardo. Poco male, perché non vuole essere un consiglio di voto, ma un consiglio a riflettere, nel post voto, sulle aspettative e sui possibili risvolti pratici di questa consultazione. Parlo dei quesiti referendari milanesi, che nel capoluogo lombardo accompagneranno domani e lunedì i quattro referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Si tratta di cinque quesiti consultivi – in sostanza si dà un parere al sindaco – su temi ambientali, che sembrano mettere nero su bianco i disegni che fanno i bambini quando si chiede loro di immaginare una Milano ideale. Lo slogan dei referendum cittadini è: “Il 12-13 giugno la Milano che vorresti è a portata di voto”. Il tempismo dei referendum cittadini è, caso vuole, pessimo. Non riesco a fare a meno di chiedermi se a questo punto non si tratti di consultazioni ridondanti. Il programma del neo-eletto Giuliano Pisapia ne fa infatti menzione nella sezione ‘Sviluppo urbano, casa, ambiente, agricoltura di prossimità, mobilità’ del suo programma elettorale. Dato il numero di firme e il rilievo dei temi, Pisapia si è già impegnato a discutere le diverse proposte in giunta, a prescindere dal risultato del voto. Per uno che crede nella democrazia rappresentativa, questa dovrebbe essere di per sé una garanzia sufficiente. Un referendum consultivo non può comunque aspirare a ottenere molto di più di così.

Inutile però stare a cincischiare sulla congiuntura temporale, che, a questo punto, è quella che è. Passiamo allora alle perplessità che nutro sui quesiti. Spero che tutti i milanesi siano ben consci del fatto che i soldi a disposizione del comune non sono molti e che gli investimenti devono essere strategicamente ripartiti. Nessuno di noi potrà mai avere la Milano dei propri sogni. Quella che abbiamo davanti, eventualmente, è una Milano più vivibile. E allora si tratta di mettere in file le priorità.

Milano è inquinata. Puzza, è piena di automobili ovunque, si espande in campagna e si svuota al centro. Ma non solo. È anche iniqua, costosa, chiusa e poco stimolante. Se Pisapia dovesse davvero impegnarsi ad aumentare gli alberi, riqualificare le aree verdi, lavorare per giungere ad un sano piano energetico comunale e potenziare la mobilità pubblica, gran parte delle risorse del comune dovrebbero essere impiegate per quello, a discapito di altro.

Veniamo ai quesiti, in ordine sparso. Il secondo quesito propone la riduzione del consumo di suolo, la destinazione a verde per il 50% delle grandi aree di riqualificazione urbana, l’esclusione dell’assegnazione dei diritti edificatori, la conservazione, l’estensione e la riconnessione delle aree verdi esistenti entro il 2015. Un sogno. Un sogno che prevede di togliere al comune la sua principale fonte di reddito – l’assegnazione di diritti edificatori – per una spesa che al giorno d’oggi non è redditizia. Oggi il comune è impossibilitato a fare cassa sull’edificato esistente e di conseguenza investe in nuova edificazione. Siccome è evidentemente il sistema nel suo complesso che non funziona, mi chiedo: cosa risponderebbero i cittadini se gli si chiedesse di tornare a pagare l’ICI sulla prima casa, ovviamente a fronte di una revisione completa delle politiche di affitto? Pur nutrendo dei forti dubbi sulla fattibilità della seconda proposta, voterò comunque sì al secondo quesito, ma non avrò nulla da obiettare qualora la giunta stabilisse di affrontare il problema con più realismo e molto più coraggio. Voterò sì anche al quarto quesito, che riguarda il ripensamento del piano energetico comunale. Anche questa proposta presenta problemi di fattibilità, perché si basa fondamentalmente su incentivi pubblici, ma è indubbio che la questione energetica vada affrontata d’urgenza, e proprio a partire dalla dimensione locale.

Le perplessità che nutro circa il primo e il terzo quesito sono di natura diversa. Il primo quesito è un contenitore immenso di proposte. Sono d’accordo su alcune e profondamente contraria ad altre. Sono contraria al raddoppio dell’estensione delle aree pedonali. Per come siamo fatti noi e per come viviamo in città, la pedonalizzazione non può che trasformare i quartieri in centri commerciali all’aperto. Pedonalizzare significa di fatto avvantaggiare gli esercizi commerciali d’élite, e penalizzare gli altri. Difficile vendere casse di vino a qualcuno che non può portarsele via. Difficile vendere una sedia, un frigorifero, una lavatrice. Ancor più difficile acquistarla altrove e portarla a casa, per chi abita lì. Il centro di Milano è già disabitato o abitato da persone molto abbienti. Temo che una pedonalizzazione così pensata, più che garantire maggiore sicurezza ai bambini che giocano in strada, porti allo stravolgimento estetico e sociale dell’area in questione. Veniamo poi all’ecopass. L’attuale sistema di accesso veicolare a pagamento penalizza i poveracci e non infastidisce tutti coloro che hanno comprato un SUV Euro4 o Euro5. Anche qualora la restrizione si irrigidisse, consentendo solo il transito dei veicoli ad emissioni zero, il provvedimento non porterebbe, in linea di principio, alla riduzione del traffico veicolare, bensì all’evoluzione verso un traffico ‘ecologico’. Chi potrà permetterselo, continuerà a circolare. Si tratta di una misura estremamente iniqua. Mi dispiace che nel quesito siano mescolati anche il potenziamento dei mezzi pubblici e gli incentivi all’uso della bicicletta. Ah, la bicicletta. Permettetemi di perorare la causa, per una città piatta come Milano che è una pista ciclabile naturale. La bicicletta che mantiene in forma e rende tutti più belli (non sono forse estremamente sexy i managers in completo gessato e/o con i tacchi a spillo che pedalano?). Liberi tutti, per carità, di usare i mezzi preferiti per muoversi a Milano. Ma non chiedete a me di rinunciare all’automobile quelle quattro volte all’anno in cui devo andare a ritirare dieci scatole di riso o accompagnare il nonno a fare una visita medica. Al primo quesito, quindi, io voterò no.

Quanto al terzo quesito, credo che non ritirerò la scheda. La domanda è mal posta, e irritante. Perché dovrei pormi il problema di stabilire se conservare o meno un parco agroalimentare che è stato localizzato laggiù, a nord-ovest di Milano, perché proprio laggiù la speculazione edilizia sarebbe stata maggiore? Quando un progetto nasce come un’operazione immobiliare a scopo di lucro, nasce perdente (o vincente, a seconda dei punti di vista). Cosa significa conservare quel parco, quando tutta l’area circostante, che diverrà accessibile, e quindi appetibile, è lì che attende con ansia di essere ‘riqualificata’ attraverso l’assegnazione dei diritti edificatori? Siccome qui si tratta di fare una selezione tra operazioni fattibili, preferirei che quei soldi non venissero investiti per mantenere un grande giardino accerchiato da palazzine, ma che quei soldi si usassero per togliere la mafia dal parco agricolo Sud, per trasformarlo in un parco a tutti gli effetti e per incentivare le piccole aziende agricole in difficoltà.

(foto di Daniele)

 

Il quinto quesito è l’unico quesito la cui formulazione mi convince. “Volete voi che il Comune di Milano provveda alla risistemazione della Darsena quale porto della città ed area ecologica e proceda gradualmente alla riattivazione idraulica e paesaggistica del sistema dei Navigli milanesi sulla base di uno specifico percorso progettuale di fattibilità?”. È il mio sogno di bambina. Quel ‘gradualmente’, poi, tranquillizza. Significa che si farà se e quando lo si potrà fare.

In conclusione, non so se avere più alberi a Milano per me oggi è una priorità. Forse preferisco che il Comune investa innanzitutto in altro. Forse preferisco che Pisapia porti avanti la strategia che ha proposto in campagna elettorale, quell’equilibrio delicato di compromessi che comprende anche le politiche abitative, le politiche per la cultura, il potenziamento dell’economia locale e dei servizi al cittadino. Preferisco che gli alberi rimangano tanti quanti sono, ma che i parchi restino aperti la notte e che i sudamericani possano tornarci a fare le loro grigliate, pace all’anima loro. Mi piace esprimere pareri come fossero desideri, ma ora ho voglia di cose tangibili, respirabili, esperibili, che possano confrontarsi con la grigia realtà del budget, dei compromessi della nuova giunta, delle eredità dell’amministrazione uscente. Preferisco sapere che l’amministrazione pubblica milanese sta lavorando in trasparenza nella direzione di una Milano diversa e avere la possibilità non tanto di essere consultata, ma soprattutto di potermi liberamente opporre e contribuire.

 

Maddalena

Milano da Roma: I miei occhi sulla città. La Rivoluzione (?) e una birra fresca.

InCostume&Società - Customs&Society su maggio 31, 2011 a 8:20 am

Mi stappo una birra e comincio a pensare.

Stasera, 30 maggio 2011 per la mia città è una data storica: dopo vent’anni al Cavaliere senza cavallo, al Mr. B., al Silvio nazionale, viene portata via la sua Milano, gli viene strappata dalle mani, sfuggevole tra le sue dita, come sabbia di mare. Passaggio di consegne: e sembra che quel miracolo cominci ad avverarsi.

Io sono nata e cresciuta li, in quella città che per tutti è sinonimo di grigio, cemento e spigolosità e ammetto che molte volte è stato, è, e sarà così; ma stasera no, stasera sento quell’appartenenza civile e cittadina, quella volontà di essere partecipi al cambiamento, calciando lontano la solita, asettica quotidiana indifferenza. Solo che tutto questo lo percepisco da Roma, – città adottiva da tre mesi -  festeggiando a mio modo, seduta sui gradini della fontana di Piazza della Rotonda, meglio conosciuta come la ‘Piazza del Pantheon’.

Dal banchetto del PD, odori e musiche tipiche della più classica Festa dell’Unità; due ragazzi vendono spillette e bandiere; altri parlano di ‘vera rivoluzione’; migliaia di turisti ignari fotografano la maestosità che si ritrovano intorno; di un meraviglioso da bloccarti il respiro. E mi sento bene, nonostante non sia li adesso, nonostante sia lontana quei 700 km, nonostante sia viva altrove.

Roma è bella in modo assurdo; il suo centro storico è l’Arte. Mi piace paragonarla ad una bella donna, a cui non puoi chiedere di più che essere quello che appare. Sempre pronta a sfoggiare il suo profilo migliore, si distende su questa terra e dio solo sa da quanto tempo quelle mura, o chiese, o palazzi sono li. E quel modo tutto italiano di viversi la strada e la vita, mangiandoci e bevendoci sopra, rimandando meravigliosamente tutto a domani. E’ la vera antitesi di Milano, ma falsa nemica, perché gli opposti da sempre si attraggono; perché gli opposti, nella difficoltà del loro rapporto, molte volte si amano in silenzio, di nascosto, lontano da occhi indiscreti.

Sorseggio la mia birra gelata e alzo gli occhi; tutto quello che ho intorno è pura storia, pura magia. Se fossi rimasta a vivere a Milano, a quest’ora starei saltando con il mio mondo di gente intorno, con l’arancione negli occhi e l’euforia nelle intenzioni. Mi alzo dal gradino di quella fontana, mi avvicino alla musica e brindo con quei ragazzi alla mia città; anche da qui, se ci penso bene, questa serata non è poi tanto male.

 

Marta

Calcio: vincitori e vinti di una Serie A mediocre

InSport su maggio 28, 2011 a 1:07 pm

Fino all’inizio del nuovo secolo quello di Serie A era considerato il campionato più bello del mondo. I migliori giocatori stranieri venivano con entusiasmo non solo nei grandi club e gli italiani erano protagonisti tanto nelle loro squadre quanto in nazionale. Quest’anno invece, come ormai capita sempre più spesso, abbiamo assistito ad un campionato dal livello mediocre. Vediamo perché.

Dopo cinque stagioni di dominio dell’Inter lo Scudetto è tornato al Milan, a sette anni di distanza dall’ultimo. Un successo meritato e costruito grazie ad un mercato molto più oculato rispetto a quello degli anni passati: a settembre sono arrivati tra gli altri Mario Yepes, bravissimo quando ha dovuto rimpiazzare uno dei due fenomeni titolari (Nesta e Thiago Silva), Kevin Prince Boateng, devastante nel ruolo di trequartista e soprattutto Zlatan Ibrahimovic, un giocatore che in Champions League è più un peso che un leader, ma che in campionato ha trascinato i suoi come sempre ha fatto nella sua carriera. In panchina strepitoso il lavoro di Massimiliano Allegri, arrivato con qualche dubbio (la sua unica panchina di Serie A in precedenza era stata quella del Cagliari), ma che si è dimostrato abile stratega, tanto da poter affermare che è lui il protagonista numero uno dello Scudetto rossonero.

L’Inter dopo cinque Scudetti consecutivi si è dovuta accontentare del secondo posto, e domenica si giocherà l’unica chances di “titulo” del 2011 contro il Palermo nella finale di Coppa Italia. Insieme ai nerazzurri accede direttamente alla fase a gironi della Champions League il Napoli, tornato a far sognare i propri tifosi dopo più di vent’anni dai tempi di Maradona. Ai preliminari invece si è qualificata l’Udinese, partita in maniera pessima (un punto nelle prime cinque partita), ma risalita grazie ad un gioco spumeggiante messo in piedi da mister Guidolin e finalizzato da due funamboli quali sono Di Natale e Sanchez. Devono accontentarsi dell’Europa League le due romane: la Lazio, partita fortissimo, è un po’ calata, ma si è giocata il posto in Champions fino all’ultima giornata; la Roma invece ha disputato una stagione di transizione in attesa che la nuova dirigenza possa riportarla in lotta per lo Scudetto.

Altre squadre che festeggiano sono le cosiddette piccole che hanno ottenuto la salvezza: il Bologna nonostante tre punti di penalità si è salvato con estrema tranquillità; Cesena e Lecce, sulla carta le due squadre peggiori, hanno invece disputato un grande campionato, e la loro permanenza nella massima serie è la giusta ricompensa. Salve dopo una dura lotta anche Catania, Chievo e Parma. Campionato anonimo invece per Fiorentina, Palermo, Genoa e Cagliari.

Passiamo invece alle deluse: per prima la Juventus, che ha chiuso al settimo posto rimanendo fuori dall’Europa. Risultato giustissimo per quanto visto sul campo e per un mercato in cui il nuovo direttore generale Beppe Marotta, che aveva fatto le fortune della Sampdoria gli anni scorsi, ha sperperato fior di milioni per prendere giocatori non adatti agli obiettivi che i bianconeri si erano prefissati. Marotta sarà rimpianto in eterno invece dalla sua ex squadra: i blucerchiati, quarti e in Champions l’anno scorso, si sono autodistrutti svendendo i loro pezzi pregiati a campionato in corso, finendo terz’ultimi e retrocedendo in Serie B. Un fallimento imprevisto ma giusto dopo cinque mesi di figuracce fuori e dentro al campo. Insieme alla Sampdoria salutano la Serie A Brescia e Bari, due squadre che potevano fare di più, ma che di giornata in giornata hanno dimostrato di non valere molto.

Ma dicevamo della mediocrità del nostro campionato. I risultati nelle coppe europee sono eloquenti: il Milan campione è uscito agli ottavi di Champions battuto dal Tottenham, che ha chiuso al quinto posto il campionato inglese. L’Inter, seconda, è stata umiliata dallo Schalke04, quart’ultimo (!) nel campionato tedesco. Il Napoli, terzo, è stato l’unico a passare la fase a gironi di Europa League, ma venendo eliminato poi dal Villareal, quarto in Spagna. La Roma è uscita agli ottavi di Champions battuta dalla corazzata ucraina (!!!) dello Shakhtar. Non meritano approfondimenti le eliminazioni in Europa League di Sampdoria, Juventus e Palermo, battute da squadre retrocesse o quasi in campionati imbarazzanti quali quello ungherese, polacco o ceco. Chissà se e quando le nostre squadre torneranno protagoniste anche in Europa, intanto dal prossimo campionato i posti riservati alle italiane in Champions saranno solo tre, e questo è l’ultimo tangibile segnale del degrado che sta raggiungendo lo sport più amato dagli italiani. Ed intanto la Nazionale non sembra in grado di migliorarsi dopo l’ignobile figura rimediata ai mondiali del Sudafrica.

Jacopo

Votare a Milano: è ora di un vero progetto di città

InTerritorio&Società - Territory&Society su maggio 14, 2011 a 12:38 pm

Io non voto a Milano. Ma ci vivo e ci lavoro. Mi sono fatto un’idea di come e perché si dovrebbe votare per queste elezioni amministrative. Ne presenterò qui le ragioni essenziali, per quanto riguarda le questioni a me più affini, quelle urbanistiche e di costruzione e gestione della città e dello spazio urbano. Milano è stata per 20 anni il luogo dell’innovazione liberale e liberista. Nulla in contrario. Anche in Inghilterra è così. La città non è il prodotto di un governo forte, proprietario fondiario e proattivo nella progettazione. Il mercato è il motore della trasformazione. In principio nulla in contrario. Non è detto che questo sistema, che vede un ruolo del comune come regolatore di iniziative private, sia sbagliato a priori. La realtà dei fatti dimostra però che un cambiamento è necessario. Milano è stata governata secondo questo principio da ormai 20 anni, senza soluzione di continuità.

Ed i risultati si vedono. Sono segni permanenti sul territorio (quello comunale e metropolitano) che rimarranno. Parlo del cemento e bitume che domina i colori delle città, dei parcheggi incompleti e già venduti, dei grandi grattacieli che schiacciano tessuti urbani storici (isola-garibaldi per esempio), tutti vuoti, di uffici dentro le città. Ma anche delle periferie, quelle solo parzialmente popolari dato che la percentuale di edilizia residenziale pubblica diminuisce esponenzialmente. Degli stabili vuoti, inutilizzati, anche pubblici, che rimangono come buchi, vuoti, della vita quotidiana. La città del verde frammentato e poco attrezzato, poco accessibile e corollario di metri quadrati di cemento, vetro e acciaio.

Questi 20 anni hanno prodotto questa città. Si sono fatte scelte precise. Lasciare spazio al mercato, quello immobiliare e dei latifondisti del cemento, nella speranza cieca che il mercato sia l’attore che meglio sa quello di cui una città ha bisogno. Sono 20 anni in cui i pochi progetti di cambiamento, come piste ciclabili, riconversione dei navigli e un EXPO pubblico non sono stati realizzati. L’inerzia di questa tendenza e di questo governo è la prima ragione per cui bisogna provare con qualcosa di nuovo. La sinistra, Pisapia in primo luogo, sembra avere un’agenda di politica urbana decentemente elaborata (non è che sia il massimo però!). Non nascondo i miei dubbi sulla sua realizzabilità nel corso di un mandato, ma non importa. Meglio iniziare un nuovo progetto di città. Il primo, vero cambiamento è quello del ruolo del governo locale nella definizione e realizzazione dello spazio di vita. Il mercato deve essere uno strumento del pubblico, non il suo timone. E’ il comune che decide dove, quando costruire. Soprattutto quando costruire. Ma lo deve fare con un’idea di città forte. Perché sono le idee, le visioni e i progetti a lungo termine che legittimano i decisori a dire NO a varianti selvagge e richieste di diritti edificatori. Senza ledere la libertà individuale, e santa, di investimento e impresa.

Federico

Piscine a Milano: ci vuole un genio.

InCostume&Società - Customs&Society su ottobre 12, 2010 a 9:26 pm

…al telefono non comunichiamo i nostri prodotti e le nostre tariffe signore….dovrebbe venire di persona dopo le 18 quando siamo aperti al pubblico e c’è qualcuno alla reception.

Così rispondono alla mia telefonata. Come hanno fatto anche un altro paio di posti in cui avevo chiamato. Mi vogliono vedere di presenza. Forse per meglio capire quale pacchetto si addica meglio al mio profilo di consumatore. Vado alle 18. Mi accolgono due ragazzi giovani alla reception, adagiati su due sgabelli bianchi tipo lounge bar nel centro città. Una pianta a foglie larghe troneggia sul bancone e due lampadoni, bianchi, penzolano dal soffitto. una bella moquette rossa attutisce il mio passo e giovani donne sedute in attesa addolciscono il mio sguardo…Noto due candele profumate appaiate su una sobria struttura in acciaio all’angolo della stanza. Due scritte giapponesi su di esse (non scherzo).

‘Come posso aiutarla?’, chiede il ragazzo. Abbigliato con camicia cotone misto lino e maniche rotolate, mentre l’altro, sempre in camicia bianca ma con una giacca di velluto verde fosforescente passa ad un’altra cliente. ‘Vorrei un prospetto tariffe gentilmente’. Tira fuori un quaderno ad anelli con scritto ‘tariffe’ in rosso scuro. Sobrio. Dentro ci sono almeno 40 fogli plastificati. Un plico enorme. Si prepara come per una maratona, il ragazzo. E io comincio a temere che il mio tempo sia sprecato.

‘con 1200 euro le offriamo un abbonamento annuale, include ingresso alla vasca secondo questo prospetto di orari (ogni giorni diversi), la sauna, la palestra (al piano di sopra) e ‘gli altri servizi (il wireless cosa avete capito). con 800 euro glielo facciamo semestrale. Con 280 euro le proponiamo solo 10 ingressi, ma in tal caso ha accesso anche alla palestra. Se vuole solo sauna, vasca e mezza palestra allora sono 170 (circa). Solo per la sera andiamo su di prezzo, ma è molto affollato. C’è la tariffa pausa pranzo tra l’1 e le 15, ma le consigliamo di no visto il sovraffolamento delle vasche. Può combinare i vari abbonamenti con offerte studenti (io sono uno di quei dottorandi che si trovano nel purgatorio della gerarchia accademica, non studenti, non impiegati). A tutte le tariffe vanno aggiunti 50 euro di iscrizione. Le diamo la borsa ed inclusa nel prezzo c’è la visita medica. La visita per l’idoneità sportiva. Ma se porta un suo certificato le abboniamo 25 euro. Tuttavia le consigliamo di farlo qui da noi, il controllo medico, costa meno. Al privato sono 50 euro almeno (spalanco gli occhi mentre piccola goccia di sudore compare sulla mia tempia?!).

‘mi sa che ci penso, io volevo solo nuotare quando ho voglia e tempo, per mezz’oretta, e pagare ad ingresso’ rispondo io innocentemente. ‘le vorrei proporre, per cortesia e solo per uso riservato questo questionario’ risponde lui. Solite domande di marketing, in un foglio word racchiuso in copertina da hotel 4 stelle plastificata che non sono riuscito neanche a stracciare appena uscito dalla porta. Mi chiedono il numero di telefono. Io non glielo do, e per di più storpio il nome, scritto con quella calligrafia illeggibile da intellettuale che mostro quando mi girano.

Mi vuole convincere…’vuole vedere la vasca’? Si grazie rispondo. Entro. Vasca piscina ad S, di quelle che non si è mai viste. due corsie di 7 metri agli estremi (per bambini e apprendisti) ed una corsia di 25 metri. Di quelle strutture che ti spacchi la testa se non tieni aperti gli occhi quando nuoti, con angoli ovunque. Ballatoio di un metro quadro. Grigia senza finestre….che caz.

Saluto cordialmente. Non ero in banca, non ero in un bar lounge. Ero in una piscina di città studi (dove gli studenti stanno). Se interessato avrei dovuto spendere almeno un’ora a capire quale cavolo di tariffario. Una consulenza legale dovrò chiedere. E volevo solo fare una nuotata.

(tutto quello scritto è assolutamente accaduto. I prezzi sono stati arrotondati. Le tariffe presentavano almeno due cifre centesimali (chissà per quale tipo calcolo).

Milano, ottobre 2010.

fede

 

il Piano del Governo del Territorio PGT di Milano: quale governo?

InTerritorio&Società - Territory&Society su settembre 16, 2010 a 11:10 am

Cari Amici

Dopo una lunga pausa estiva è finalmente arrivato il momento di cominciare la nuova stagione 2010-2011 del Social Mirror. Vi preannuncio che sono già in forno articoletti sull’urbanizzazione in Cina, su Milano e sulla politica confusa e confusionaria degli ultimi tre mesi in Italia. Quest’anno io sarò ‘corrispondente’ dalla bellissima, amatissima ed odiosissima Milano. La Milano dell’urbanizzazione feroce, delle buone e cattive pratiche di governo del territorio.

Non a caso iniziamo con quella che qui al Comune viene considerata come un punto di svolta nella politica urbana locale. La presentazione del Piano del Governo del Territorio (PGT), adottato dal Consiglio comunale lo scorso Luglio ed attualmente in fase di dibattito pubblico e di approvazione, prevista per il prossimo San Valentino. Scrivo di questo perché un PGT non è cosa da poco. La sua utilità è intrinseca nello stesso titolo. E’, e dovrebbe essere, prima di tutto un ‘piano’, che definisca un obiettivo, soluzioni a problemi ed una certa direzione di marca; in secondo luogo sviluppa una modalità di ‘governo’, nei termini un cui stabilisce responsabilità, procedure e regole per il raggiungimento di quel piano; ed infine impatta sul ‘territorio’, ovvero sullo spazio costruito, agricolo, urbano, pubblico e privato, sulle infrastrutture e sulla distribuzione dei servizi che noi tutti i giorni utilizziamo. Un’opera omnia in sostanza, che interessa lavoro, qualità della vita e società, ma che piuttosto (a differenza di altre politiche come quelle del lavoro) guarda alla dimensione spaziale/geografica di quelle tematiche. In secondo luogo, va precisato che il PGT non è un piano regolatore (PRG) in senso tradizionale. Non ha validità giuridica prima di tutto (stabilisce incentivi ma non pene in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi) ed esprime piuttosto una volontà politico-strategica che possa inquadrare le operazioni del prossimi 20 anni sul territorio.  Si costituisce in tal senso di tre sezioni: il documento di piano (la strategia in senso più stretto), il piano dei servizi (che definisce tipologie e mutazione dei servizi nel territorio) e il piano delle regole, che fornisce una descrizione più dettagliata (e meno comprensibile ai più) delle varie procedure e regolamentazioni.

L’aspetto più interessante del PGT Milanese è tuttavia la sua capacità di deregolamentazione e flessibilità. Qualità o difetti a seconda di come li si vede. Premetto che la presentazione al Teatro dell’Arte di Martedì scorso è stata piuttosto una performance teatrale della politica locale. Sia la Moratti che l’assessore Masseroli hanno semplicemente espresso i principi base del piano, senza fornire alcun dettaglio sul contenuto (ne tantomeno una visualizzazione: l’unica slide proiettata sul grande schermo era un affresco dal titolo ‘il buon governo’!). Prima la retorica: il piano ricerca e prevede: no consumo del suolo, un grande parco sud  di 40 mlm di metri quadri, abolizione rigidità normative per la gestione dei lotti e l’uso del suolo, la divisione in 88 quartieri intesi come ‘nuclei di identità locali’ (!?), una circle-line su rotaia che intercetti le radiali metropolitane, 30.000 unità di housing sociale, la triplicazione di trasporto urbano su ferro …. incredibile amici, tutti obbiettivi ai quali nessuno può essere contrario. Il consenso assoluto, con l’eccezione forse del concetto di ‘nuclei di identità locali’.

Poi i principi: la sussidiarietà, che sembra mal compresa dall’amministrazione, che la definisce come la logica di gestione di servizi per cui un servizio fornito da privato che abbia utilità pubblica è di fatto un servizio pubblico (magari ad un prezzo non accessibile a tutti). In secondo luogo, la vera innovazione retorica di questo PGT: l’antropologia positiva, che altrimenti detta consiste in un sistema di welfare e di pianificazione che si basi sulla fiducia dell’amministrazione del comportamento privato. Altrimenti coniugato come: la città che definisce se stessa, la città che costruisce se stessa, la libertà del cittadino (e dei proprietari fondiari ed immobiliari) di decidere come utilizzare il proprio suolo, edificio, spazio. Il piano inteso come semplificazione normativa per lasciare spazio alla libera ‘espressione’ del territorio. Tradotto: superamento dell’attribuzione di destinazioni d’uso (vecchi piano regolatore) e perequazione urbanistica, cioè la logica secondo chi possiede volumetrie (edifici o suoli con specifiche destinazioni d’uso) le può compravendere ad altri soggetti o eventualmente al comune, con il quale può stipulare convenzioni. In altre parole, se qualcuno vuole fare un impianto sportivo in un suolo (magari centrale) che non potrebbe essere utilizzato per quello scopo secondo il PRG, oggi può farlo comprando volumetrie e vendendone altre che magari possiede in un’altra area urbana.

I dettagli tecnici e giuridici sono troppi ma il messaggio è semplice. Ci si fida dei cittadini, immobiliari, costruttori e proprietari (antropologia positiva) e si apre un mercato delle volumetrie nel quale loro possono partecipare per perseguire i propri obiettivi edificatori. Siamo sicuri che ci si può fidare in questo senso? Siamo sicuri che la definizione di destinazioni d’uso sia da superare tout court (premesso che una innovazione era necessaria)? La storia urbana di Milano, ci dà buoni motivi per ‘fidarci’?

A presto

Federico

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