Questo post arriva in ritardo. Poco male, perché non vuole essere un consiglio di voto, ma un consiglio a riflettere, nel post voto, sulle aspettative e sui possibili risvolti pratici di questa consultazione. Parlo dei quesiti referendari milanesi, che nel capoluogo lombardo accompagneranno domani e lunedì i quattro referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Si tratta di cinque quesiti consultivi – in sostanza si dà un parere al sindaco – su temi ambientali, che sembrano mettere nero su bianco i disegni che fanno i bambini quando si chiede loro di immaginare una Milano ideale. Lo slogan dei referendum cittadini è: “Il 12-13 giugno la Milano che vorresti è a portata di voto”. Il tempismo dei referendum cittadini è, caso vuole, pessimo. Non riesco a fare a meno di chiedermi se a questo punto non si tratti di consultazioni ridondanti. Il programma del neo-eletto Giuliano Pisapia ne fa infatti menzione nella sezione ‘Sviluppo urbano, casa, ambiente, agricoltura di prossimità, mobilità’ del suo programma elettorale. Dato il numero di firme e il rilievo dei temi, Pisapia si è già impegnato a discutere le diverse proposte in giunta, a prescindere dal risultato del voto. Per uno che crede nella democrazia rappresentativa, questa dovrebbe essere di per sé una garanzia sufficiente. Un referendum consultivo non può comunque aspirare a ottenere molto di più di così.
Inutile però stare a cincischiare sulla congiuntura temporale, che, a questo punto, è quella che è. Passiamo allora alle perplessità che nutro sui quesiti. Spero che tutti i milanesi siano ben consci del fatto che i soldi a disposizione del comune non sono molti e che gli investimenti devono essere strategicamente ripartiti. Nessuno di noi potrà mai avere la Milano dei propri sogni. Quella che abbiamo davanti, eventualmente, è una Milano più vivibile. E allora si tratta di mettere in file le priorità.
Milano è inquinata. Puzza, è piena di automobili ovunque, si espande in campagna e si svuota al centro. Ma non solo. È anche iniqua, costosa, chiusa e poco stimolante. Se Pisapia dovesse davvero impegnarsi ad aumentare gli alberi, riqualificare le aree verdi, lavorare per giungere ad un sano piano energetico comunale e potenziare la mobilità pubblica, gran parte delle risorse del comune dovrebbero essere impiegate per quello, a discapito di altro.
Veniamo ai quesiti, in ordine sparso. Il secondo quesito propone la riduzione del consumo di suolo, la destinazione a verde per il 50% delle grandi aree di riqualificazione urbana, l’esclusione dell’assegnazione dei diritti edificatori, la conservazione, l’estensione e la riconnessione delle aree verdi esistenti entro il 2015. Un sogno. Un sogno che prevede di togliere al comune la sua principale fonte di reddito – l’assegnazione di diritti edificatori – per una spesa che al giorno d’oggi non è redditizia. Oggi il comune è impossibilitato a fare cassa sull’edificato esistente e di conseguenza investe in nuova edificazione. Siccome è evidentemente il sistema nel suo complesso che non funziona, mi chiedo: cosa risponderebbero i cittadini se gli si chiedesse di tornare a pagare l’ICI sulla prima casa, ovviamente a fronte di una revisione completa delle politiche di affitto? Pur nutrendo dei forti dubbi sulla fattibilità della seconda proposta, voterò comunque sì al secondo quesito, ma non avrò nulla da obiettare qualora la giunta stabilisse di affrontare il problema con più realismo e molto più coraggio. Voterò sì anche al quarto quesito, che riguarda il ripensamento del piano energetico comunale. Anche questa proposta presenta problemi di fattibilità, perché si basa fondamentalmente su incentivi pubblici, ma è indubbio che la questione energetica vada affrontata d’urgenza, e proprio a partire dalla dimensione locale.
Le perplessità che nutro circa il primo e il terzo quesito sono di natura diversa. Il primo quesito è un contenitore immenso di proposte. Sono d’accordo su alcune e profondamente contraria ad altre. Sono contraria al raddoppio dell’estensione delle aree pedonali. Per come siamo fatti noi e per come viviamo in città, la pedonalizzazione non può che trasformare i quartieri in centri commerciali all’aperto. Pedonalizzare significa di fatto avvantaggiare gli esercizi commerciali d’élite, e penalizzare gli altri. Difficile vendere casse di vino a qualcuno che non può portarsele via. Difficile vendere una sedia, un frigorifero, una lavatrice. Ancor più difficile acquistarla altrove e portarla a casa, per chi abita lì. Il centro di Milano è già disabitato o abitato da persone molto abbienti. Temo che una pedonalizzazione così pensata, più che garantire maggiore sicurezza ai bambini che giocano in strada, porti allo stravolgimento estetico e sociale dell’area in questione. Veniamo poi all’ecopass. L’attuale sistema di accesso veicolare a pagamento penalizza i poveracci e non infastidisce tutti coloro che hanno comprato un SUV Euro4 o Euro5. Anche qualora la restrizione si irrigidisse, consentendo solo il transito dei veicoli ad emissioni zero, il provvedimento non porterebbe, in linea di principio, alla riduzione del traffico veicolare, bensì all’evoluzione verso un traffico ‘ecologico’. Chi potrà permetterselo, continuerà a circolare. Si tratta di una misura estremamente iniqua. Mi dispiace che nel quesito siano mescolati anche il potenziamento dei mezzi pubblici e gli incentivi all’uso della bicicletta. Ah, la bicicletta. Permettetemi di perorare la causa, per una città piatta come Milano che è una pista ciclabile naturale. La bicicletta che mantiene in forma e rende tutti più belli (non sono forse estremamente sexy i managers in completo gessato e/o con i tacchi a spillo che pedalano?). Liberi tutti, per carità, di usare i mezzi preferiti per muoversi a Milano. Ma non chiedete a me di rinunciare all’automobile quelle quattro volte all’anno in cui devo andare a ritirare dieci scatole di riso o accompagnare il nonno a fare una visita medica. Al primo quesito, quindi, io voterò no.
Quanto al terzo quesito, credo che non ritirerò la scheda. La domanda è mal posta, e irritante. Perché dovrei pormi il problema di stabilire se conservare o meno un parco agroalimentare che è stato localizzato laggiù, a nord-ovest di Milano, perché proprio laggiù la speculazione edilizia sarebbe stata maggiore? Quando un progetto nasce come un’operazione immobiliare a scopo di lucro, nasce perdente (o vincente, a seconda dei punti di vista). Cosa significa conservare quel parco, quando tutta l’area circostante, che diverrà accessibile, e quindi appetibile, è lì che attende con ansia di essere ‘riqualificata’ attraverso l’assegnazione dei diritti edificatori? Siccome qui si tratta di fare una selezione tra operazioni fattibili, preferirei che quei soldi non venissero investiti per mantenere un grande giardino accerchiato da palazzine, ma che quei soldi si usassero per togliere la mafia dal parco agricolo Sud, per trasformarlo in un parco a tutti gli effetti e per incentivare le piccole aziende agricole in difficoltà.

(foto di Daniele)
Il quinto quesito è l’unico quesito la cui formulazione mi convince. “Volete voi che il Comune di Milano provveda alla risistemazione della Darsena quale porto della città ed area ecologica e proceda gradualmente alla riattivazione idraulica e paesaggistica del sistema dei Navigli milanesi sulla base di uno specifico percorso progettuale di fattibilità?”. È il mio sogno di bambina. Quel ‘gradualmente’, poi, tranquillizza. Significa che si farà se e quando lo si potrà fare.
In conclusione, non so se avere più alberi a Milano per me oggi è una priorità. Forse preferisco che il Comune investa innanzitutto in altro. Forse preferisco che Pisapia porti avanti la strategia che ha proposto in campagna elettorale, quell’equilibrio delicato di compromessi che comprende anche le politiche abitative, le politiche per la cultura, il potenziamento dell’economia locale e dei servizi al cittadino. Preferisco che gli alberi rimangano tanti quanti sono, ma che i parchi restino aperti la notte e che i sudamericani possano tornarci a fare le loro grigliate, pace all’anima loro. Mi piace esprimere pareri come fossero desideri, ma ora ho voglia di cose tangibili, respirabili, esperibili, che possano confrontarsi con la grigia realtà del budget, dei compromessi della nuova giunta, delle eredità dell’amministrazione uscente. Preferisco sapere che l’amministrazione pubblica milanese sta lavorando in trasparenza nella direzione di una Milano diversa e avere la possibilità non tanto di essere consultata, ma soprattutto di potermi liberamente opporre e contribuire.
Maddalena