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Saving Greece? Saving the Union

InPolitica&Società - Politics&Society su febbraio 17, 2012 a 11:25 am

I live in the Netherlands, one of the countries were the public opinion expresses the most resolute opinions against the financial bailout of Greece. In these days, the German, Dutch and Finnish governments even aired the opinion that Greece should exit the European Monetary Union. It is obvious how catastrophic this would be for Greece itself, but it seems to be less obvious how dramatic the consequences would be for the whole of the European Union. If Greece exits the EMU, it will be clear to all relevant actors that other member states could also be forced out: Portugal, Ireland, Italy… How likely is it the whole of the EMU would collapse?

Would the mutual trust between European countries survive this kind of risks? When would political retaliation start? The Single Market is already under pressure, especially in banking. The free circulation of capitals would immediately stop, the day Greece is out of the Euro. What about the free circulation of goods and people? Increasingly, people are leaving Greece, Italy, Spain, Portugal and moving northwards looking for jobs. When will Dutchmen or Finns start targeting European immigrants with restrictive policies? The PVV opened the way. They have already opened an internet website where citizens can post their complaints against “Central and Eastern Europeans”.

Countries like the Netherlands seem to have forgotten why the EU was founded in the first place. It took the Germans six days to conquer the Netherlands in 1940. Without the Eu, a country like this is condemned to utter international irrelevance. If the single markets collapses, to utter economic irrelevance as well. The economic development of the afterwar period is only due to the beginning of the single market. And the regression to national markets would be even worse for the Netherlands now because much of the generalist industrial base they had built for the national market has been lost to foreign companies, while the country specialized for competing Unionwide.

Finally, a last comment on something different. Massive movements of people within the European Union are difficult to assess. They are badly underestimated by statistics since people have an incentive not to move their official registration from their home country. I would say that Italian statistics capture not more than one half of the emigration directed to other EU country. Unionwide I think there are now millions of citizens who live in other member states. Their (our) life is already difficult enough in terms of bureaucracy and language, yet far easier than that of non-EU migrants. What would happen to all these people if the EU collapses?

Crosscountry companies, and internal migrants are the prove that the EU is much more than its nation states. The EU should probably think more in terms of citizens and less in terms of states.

F. Do.

Facebook: la forza dei legami deboli, il paradosso dell’amicizia, la borsa, il lavoro..

InCostume&Società - Customs&Society su febbraio 16, 2012 a 4:49 pm

ll “paradosso dell’amicizia”

L’aveva teorizzato Scott Feld nel 1991 e oggi trova riscontro anche sul Social Network più diffuso. E’ il paradosso dell’amicizia, ovvero il fenomeno per cui le persone cercano di stringere amicizia con chi ha già molti amici. Chi inoltra una richiesta d’amicizia su Facebook ha sempre meno amici di chi la riceve. Il mistero è racchiuso proprio nel paradosso dell’amicizia: i solitari tendono a rimanere soli e i popolari tendono a diventare ancora più popolari, suscitando curiosità e voglia di aggregazione. La popolarità poi è direttamente proporzionale al numero e all’interesse che suscitano i suoi aggiornamenti di stato. E in questo sono più brave le donne: l’utente donna aggiorna in media il suo stato 11 volte al mese, mentre l’uomo solo 6.

La forza dei legami deboli

Alcuni sostengono che i social networks servano per condividere le informazioni degli amici con cui abbiamo legami forti, soffocando la diffusione di informazioni diverse. Invece, anche se le persone sono più propense a consumare e condividere le informazioni che provengono dai contatti stretti, la stragrande maggioranza delle informazioni proviene dai contatti dai legami deboli. Questo dimostra che i social network possono agire come un potente mezzo per la condivisione di nuove idee. Come aveva teorizzato il sociologo ed economista Granovetter nel 1973, si ha più probabilità di trovare un posto di lavoro tramite le reti sociali fatte di legami deboli, piuttosto che con le reti sociali fatte da legami forti. Poiché i legami deboli facilitano un flusso di informazioni da gruppi diversi di persone. Gli individui che interagiscono meno spesso tendono ad essere diversi e possono consumare le informazioni più eterogenee, aprendosi a nuove prospettive. Una ragione è che i contatti forti hanno maggiori probabilità di essere simili e quindi trovare contenuti condivisi dai loro amici più stretti. Si consideri un esempio ipotetico. Una persona ha100 contatti che sono amici con legami deboli, e 10 che sono amici con legami forti. Supponiamo che la probabilità che si condivide qualcosa è molto alta per gli amici dal legame forte, diciamo il 50%, ma gli amici con legami deboli tendono a condividere le cose meno interessanti, quindi anche la probabilità di condivisione è solo il 15%. Pertanto la quantità di informazioni diffuse a causa di legami deboli e forti sarebbero 100 * 0,15 = 15,e 10 * 0,50 = 5, rispettivamente, quindi in totale, la diffusione delle notizie passerebbe per la condivisione degli amici con legami deboli. La maggior parte delle informazioni che “consumiamo” su Facebook proviene da persone con prospettive, idee, interessi diversi. Questo può essere di conforto a coloro che pensano che i social network sono una semplice cassa di risonanza della vita reale, o peggio un pericolo per i rapporti umani “web 2.0 free”

Fig.1: L’impatto della condivisione tramite le amicizie con legami forti e deboli.

 

Facebook crea lavoro

In Italia Facebook genera un volume di affari di 2,5 miliardi di euro e col passare degli anni ha creato 35mila posti di lavoro. Deloitte, nel suo recente rapporto, dichiara che  sarebbero 232 mila i posti di lavoro fra aziende e indotto che Facebook avrebbe creato in Europa, con una ricchezza di 15 miliardi di euro. Il mondo Facebook è un microcosmo popolato da consumatori finali, partner commerciali, broker pubblicitari e consulenti. La socia­lità 2.0 ha por­tato con sé molti van­taggi sia per le per­sone sia per le aziende:

  • mag­giore visibilità
  • mag­giore con­di­vi­sione di informazioni
  • mag­giore velo­cità di condivisione

Fig.2: Facebook in Europa

Facebook in borsa

E’ prevista per maggio la quotazione in borsa di Facebook. Verrano messe in vendita azioni per un valore di 10 miliardi di dollari (Google che nel 2004 lanciò un’offerta pubblica iniziale di “soli” 1,9 miliardi di dollar). Nel giro di 8 anni, Facebook ha raggiunto una dimensione mondiale sorretta da numeri incredibili: quasi 845 milioni di utenti che ne fanno la terza “nazione” al mondo per numero di abitanti, 483 milioni di utenti attivi al giorno; una probabile capitalizzazione di mercato che si aggira tra i 90 e i 100 miliardi di dollari; 3,711 miliardi di entrate nel 2011 (1,974 miliardi di dollari nel 2010) con utile netto di 1 miliardo di dollari (606 milioni di dollari nel 2010).

Ma oltre ai dati finanziari ci sono anche altri numeri che fanno riflettere:  2,7 miliardi di “Mi piace” e di commenti giornalieri; 250 milioni di foto caricate ogni giorno; 100 miliardi di “amicizie” che intercorrono tra i suoi 845 milioni di utenti.

Questi numeri sono il vero capitale del social network . Il valore economico-finanziario di Facebook sono una conseguenza del suo successo sociale.

Quale sarà il mutamento che Facebook subirà per venire incontro alle esigenze degli investitori?

L.S.

Facevo scarpe da scale mobili per la gente che si era stufata di portare scarpe da ascensore

InCostume&Società - Customs&Society su settembre 26, 2011 a 9:32 am

Colloquio di lavoro numero ….n.

La responsabile che mi aveva telefonato per il colloquio non c’è.

Ad accogliermi una ragazza sulla trentina e un forte odore dei peggiori pout pourri cinesi.

L’ambiente mi ricorda un centro estetico di pessima qualità dove devo essere stata.

Iniziamo con un test di 189 domande dove devo rispondere con una x a domande del tipo:

“Ti trovi in disaccordo con gli altri?  SI NO INCERTO”

“Preferiresti essere: vescovo, professore, incerto”

Quando ti svegli la mattina ti senti avere la stessa memoria del girono prima? SI NO INCERTO”

Al termine di questo supplizio c’è un altro gioco ad aspettarmi.

Il quiz dei colori.

Devo pescare da un mazzo di carte colorate e disporle in ordine di preferenza.

Devo farlo due volte.

Dopodichè mi fanno scrivere una pagina e mezzo di contenuto a piacere per eseguire lo studio della personalità attraverso la grafia.

Brevi domande sul mio curriculum.

Un po’ di stupore.

Mi dice che anche lei ha frequentato l‘ Università di Urbino.

Ti chiameremo per un colloquio.

Sicura che non vuoi un caffè?

No grazie.

Arrivederci.

 

L.S.

Precarietà e lavoro: Giovani, Carini e Disoccupati…

InPolitica&Società - Politics&Society su agosto 30, 2011 a 3:39 pm

Roma, Domenica ore 12,00.

Apro la finestra e guardo giù in strada: tre ragazzi mangiano seduti su una panchina. Pane, prosciutto e una bottiglia d’acqua. Sono giovani, avranno più o meno la mia età, forse qualcosa più. Tutti i sabati e le domeniche sono li, perché la mensa dei poveri – dove di solito pranzano – è chiusa. Scrollo il tappeto e tiro la tenda su questo mondo.

Ci avevano promesso la realizzazione di tutti i nostri sogni, poi è arrivato il precariato lavorativo e ci siamo dovuti accontentare di quello che c’era. Ci avevano promesso la casa, la proprietà, poi è arrivata la crisi del mercato economico, la recessione, e avere un proprio tetto sopra la testa è diventato un lusso di pochi. Ci avevano promesso una politica giovanile forte, decisa, meritocratica, poi è arrivata questa classe dirigenziale che di noi si è dimenticata dopo pochi minuti. Ci avevano promesso diritti civili, possibilità di crescita, ma ci siamo bloccati davanti ad un muro di indifferenza.

Allora abbiamo cominciato ad alzare la voce, in piazza, sul web, ma siamo sempre stati pochi, troppo pochi e abbiamo fatto poco rumore. Continuano a considerarci buoni a nulla, bamboccioni, mammoni, la parte peggiore dell’Italia e probabilmente su tante cose abbiamo sbagliato e continuiamo a sbagliare. Forse sbagliamo quando pretendiamo dal nostro datore di lavoro lo stipendio tutti i mesi, la malattia retribuita, le ferie pagate, l’assistenza sanitaria. Sbagliamo perché adesso è già un lusso lavorare, guadagnare 1000€  al mese – se sei fortunato – con un ‘contratto’ a scadenza e nessun tipo di garanzia.

E’ un lusso trovare uno STAGE NON RETRIBUITO, appena terminata l’Università; con questa farsa dell’esperienza lavorativa hanno mangiato alle nostre spalle per anni e continuano ancora a farlo, indisturbati. Se mi soffermo sulla realtà, vedo sempre più giovani allo sbando totale, infilati in un qualche loculo seminterrato, con le cuffiette alle orecchie e una lista infinita di numeri da chiamare per vendere un qualche assurdo e inutile prodotto.

Sul curriculum vantare una laurea prestigiosa; nella vita vera non sapere a che santo votarsi. Mi indigno perché noi POTEVAMO TUTTO. Con i mezzi che abbiamo a nostra disposizione potevamo davvero essere migliori della generazione passata. E invece alla generazione passata dobbiamo ancora chiedere il favore di pagarci la bolletta della luce. Ci stanno togliendo la dignità dell’indipendenza, quella che dovrebbe servirci per diventare adulti responsabili. Quella che dovrebbe aiutarci a cambiare in meglio la società in cui viviamo.

Il vento sposta la tenda e riesco ad intravedere la strada; i tre ragazzi sono andati via: buongiorno / buona fortuna.

Marta

MA VIB – WE WANT SEX EQUALITY

InCostume&Società - Customs&Society su luglio 1, 2011 a 9:06 am

Era il 1968 a Essex, in Inghilterra. Nella fabbrica della Ford di Daghenam a 187 donne addette alla cucitura dei sedili veniva tolta la qualifica professionale. Le loro ore lavorative valevano meno di quelle dei loro mariti, fidanzati..

Il lavoro di una donna vale meno di quello di un uomo.Tutti convinti.

Tanto che la protesta, prima contro l’azienda, si trasforma poi in una lotta tra sessi. Dove gli uomini prendono le parti dell’azienda pur di tornare a lavorare.

Il loro sciopero, la loro contestazione prolungata, convinta e tutta al femminile, porterà alla prima legge sulla parità retributiva.

2011 Ma Vib, Inzago. Nella fabbrica Milanese, a seguito della crisi vengono licenziate solo donne. Perchè il loro stipendio é sempre il secondo.

Il lavoro di una donna vale (ancora) meno di quello di un uomo. Tutti convinti.

Tanto che la protesta, é ancora una volta tutta al femminile.Operaie in sicopero. Uomini al lavoro.

La risposta alla crisi non é certo la discriminazione sessuale nei licenziamenti.

Gli uomini non l’hanno (ancora) capito.

L.S.

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