Quanto alla scorrazzata di Garibaldi lungo il Sud d’Italia, mi sento solo di dire che si è trattato di un’impresa per lo meno fortunata. Ma se la storia dell’Unità è anche storia di spie e di una partita giocata al tavolo delle potenze europee, non si può ritenere che sia stata solo il frutto di una cospirazione internazionale. Forse è troppo semplicistico, del resto non sto facendo nessuna Storia, ma volendo riassumere all’osso si può dire che l’Unità è stata fatta da una moltitudine di individui, anche molto diversi tra loro, la cui causa è stata autonomamente rimodellata e portata a compimento dai re piemontesi, all’apparenza protettori unici dei liberali italiani, purché “moderati”, e all’occorrenza favorevoli ad un “moderato” ritorno all’Antico Regime (vedi Proclama di Moncalieri). Questa casata venuta fuori da un uomo d’arme di chissà più quale monarca medievale serbava dentro di se il desiderio di lasciare un marchio indelebile nella storia del nostro paese: ci riuscì abbracciando e in parte anche strumentalizzando l’ideale dell’Unità.
Volutamente non ho citato alcun nome ma mi permetto di fare un eccezione, aggiungendo che i Savoia sono riusciti in questa impresa solo grazie al genio politico di Cavour, capace di tener testa ai crani coronati di mezza Europa e, quel che più conta per noi Italiani, al proprio Re. Cavour ebbe una fretta tremenda a mettere insieme il paese, timoroso com’era che sulla posta in palio rilanciassero gli austriaci nemici (protettori dei Borbone) o addirittura gli stessi alleati francesi (incomprensibili, ultimi difensori del Papato, guidati dalla mediocrità di Napoleone il piccolo). Se si fosse trattato davvero di una partita di poker, il finale per Cavour sarebbe andato più o meno così: vinto il piatto più ricco il nostro giocatore è colto da un infarto mentre raccoglie le fiches sul tavolo. Non sapremo mai come il conte avrebbe gestito la cosiddetta “lotta al brigantaggio”. Non concordando sempre con Brecht (Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi – B. Brecht), mi piace pensare che avrebbe saputo evitare cinque anni di militarizzazione del meridione.
Ma chi c’era dall’altro lato del fronte? V’erano bande armate, composte da criminali comuni, ex soldati o ufficiali borbonici allo sbando e tanti tanti contadini. Alcune furono anche irreggimentate e sovvenzionate dai sovrani in esilio. Certe formazioni si limitavano ad attività criminali comuni, altre a vere e proprie azioni di guerriglia. Si trattò di un movimento, per lo più, spontaneo anche quando eterodiretto. Oltretutto l’Italia meridionale aveva già conosciuto, sessant’anni prima, con il movimento dei sanfedisti un precedente molto significativo di violenza controrivoluzionaria, sorta nelle campagne. Qualunque fosse la composizione o gli scopi di queste bande armate, esse godevano del supporto incondizionato della stragrande maggioranza della popolazione del Sud. Cosa vi fu alla basa di questo consenso? Si può immaginare, come faceva Gramsci, che questa resistenza al nuovo regime sia stata frutto di una mancata promessa di rinnovamento sociale.
Seppure vi furono episodi piuttosto raccapriccianti come quello di Bronte, superbamente narrato da Verga, la delusione delle campagne per il Risorgimento fallito non può spiegare interamente questo movimento resistenziale. A mio debole parere, è vero piuttosto che il popolo meridionale nutriva un’atavica disaffezione verso i cambiamenti rivoluzionari, ragionando un po’ come l’antica siracusana che pregava ogni giorno per il tiranno Dionigi, temendo ancora di più il suo possibile successore. In questo senso i contadini non ebbero del tutto torto quando a bocce ferme si poté constatare che il successo del processo unitario è stato generato da un’alleanza di fatto tra le elite piemontesi e i nobili latifondisti del Sud, vale a dire i loro vecchi e perduranti padroni. Il principe di Salina non accettò per sé il seggio senatoriale ma neppure lui avrebbe potuto immaginare che in meno di trent’anni un siciliano sarebbe diventato Primo Ministro. Di fatto la meridionalizzazione della classe dirigente è stata l’unica vera politica di integrazione del neonato Regno d’Italia, a fronte di una situazione economico-sociale nelle campagne spaventosa e totalmente ignorata, in grado solo di produrre il fenomeno mafioso da una parte e una poderosa emigrazione dall’altra.
Oggi mi sento di dire che malgrado tutto l’Italia è, nel bene e nel male, unita. Purtroppo, le mafie ormai imperversano lungo tutta la penisola, le aziende del nord dopo aver devastato il proprio territorio hanno da tempo cominciato a sversare anche al sud, grazie alla colpevole complicità della peggiore melma di cui la nostra società meridionale non si è mai saputa spurgare. A Palermo si usa l’espressione “sei un fango” quando si vuole davvero insultare qualcuno. Ecco la mafia è davvero il fango che, a differenza di 150 anni fa, intorbida oggi l’Italia intera. Per fortuna, l’Italia mi pare unita anche quando vedo Non ci resta che piangere di Benigni e Troisi, quando leggo Pasolini che scrive in romanesco Ragazzi di vita, quando ascolto De Andrè cantare in napoletano. E infine quando un casertano come me se sente nostalgia di casa ascolta un milanese come Gaber e il suo ritornello che nell’orecchio gli ripete: io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.