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Che scuola vogliamo?

InCostume&Società - Customs&Society su giugno 12, 2010 a 8:51 am

In questi giorni, prima che fosse votata la legge sulle intercettazioni, i giornali parlavano anche della riforma della scuola, la cosiddetta ” Riforma Gelmini”.  In particolare si sottolineava come si ridurranno le ore di lezioni nei licei. Viene spontaneo chiedere quali siano, nella riforma, le misure prese per contrastare le carenze degli studenti italiani in matematica e italiano evidenziate dai test internazionali PISA. Probabilmente, la risposta era da ricercarsi nella retorica gelminiana della tolleranza zero per le insufficienze, retorica poi annacquata all’italiana col solito: non si boccia nessuno.

Però, al di là della “riforma” in atto, proviamo a pensare cosa si potrebbe cambiare nella scuola italiana e la riforma non tocca.

La cosa che viene in mente per prima è la durata della scuola italiana. Tutto il resto dell’Europa finisce a 17/18 anni. Solo noi italiani, abbiamo un anno di liceo in più. Un anno in cui, mentre tutti gli altri giovani europei cercano lavoro, imparano le lingue o si trovano un’università, i giovani italiani pensano: fin qui tutto bene, c’è tempo, al futuro penserò dopo. Un anno di inutile ritardo. Potremmo anche pensare di mantenere tutto com’è e semplicemente cominciare le elementari a cinque anni, un anno prima di quando comincino adesso.

Un altro aspetto su cui si potrebbe intervenire è la differenziazione delle scuole. In Italia, nonostante la semplificazione e la riduzione delle sperimentazione, la scuola è concepita come se Licei di vario indirizzo dovessero essere assolutamente separati e non comunicanti. Non solo i ragazzi hanno materie diverse, ma anche quando hanno le materie in comune esse sono trattate come assolutamente diverse. Il corso d’italiano di un liceo scientifico è per qualche ragione assolutamente diverso da quello di un istituto tecnico, di un classico o di un liceo-per-le-scienze-sociali.  D’altra parte, la separazione degli indirizzi è trattata come una separazione fisica, edilizia, fra scuole diverse: edifici diversi, palestre diverse, gente diversa per classe sociale, abitudini, idee.

Ci sono vari difetti in questa impostazione. Innanzi tutto,  problemi di mixità sociale. I bravi ragazzi del classico non avranno mai a che fare con quei rinnegati degli istituti tecnici. Poi problemi di costi, perché tutta questa rigidità si riverbera sulle difficoltà organizzative. E poi problemi di ragionevolezza: perché chi fa un istituto tecnico dovrebbe avere ore di italiano qualitativamente peggiori di chi fa uno scientifico? Perché l’ora di educazione fisica dev’essere differenziata fra i vari indirizzi?

Forse sarebbe il caso di ripensare un po’ questo sistema. Potremmo anche decidere, ad esempio, che i licei offriranno ai ragazzi un nucleo comune di discipline (matematica italiano inglese storia?) svolte da tutti nella stessa maniera e poi si differenzino specializzazioni diverse (evitando però il modello anglosassone, o anche olandese, della libertà di scelta individuale). Il risultato sarebbe che un ragazzo della specializzazione “classico” potrebbe fare italiano matematica e storia (e geografia magari e inglese) insieme con quelli della specializzazione “pedagogica” “tecnica” “scientifica” e poi farsi le sue brave ore di greco e di latino e magari un corso specifico di storia della letteratura italiana.

I vantaggi di questo sistema mi sembrano diversi: dare a tutti una formazione essenziale, rendere più razionale la distribuzione degli insegnanti, etc. C’è però un altro vantaggio, a mio parere non secondario. Si abolirebbe il valore quasi mistico della classe. E non parlo della classe sociale (ma è ovvio che un sistema così potrebbe favorire la conoscenza fra ragazzi di classi sociali diverse). Parlo proprio della classe di scuola, quel gruppo di ragazzi che per cinque anni ogni liceale italiano vede per 5 ore e 6 giorni alla settimana. Quel gruppo che assorbe quasi completamente la sua vita sociale, che fissa il suo modo di relazionarsi al mondo e una buona parte del suo ruolo sociale. In ogni classe della scuola italiana c’è il bravo, il bello, lo sfigato, il ribelle. E ciascuna di queste categorie è un marchio ripetuto ogni giorno, imposto da circostanze sempre uguali. Se ti trovi male nella categoria che compagni e insegnanti ti hanno appioppato, puoi solo cambiare classe. Nel sistema che propongo, invece, i ragazzi si spostano in gruppi diversi, fanno con certi compagni l’ora di storia e con certi altri quella di greco. Si spezza l’unità mistica del gruppo classe. Gli studenti sono liberi ad ogni materia di costruirsi un ruolo diverso: bravi in storia, ribelli in matematica, ambiziosi in latino, passivi in italiano.  Proprio liberi, certamente no, ma meno oppressi di adesso, credo proprio di sì.

Fatemi sapere cosa ne pensate

FD’O

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