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Politica Europea dell’Energia e Dichiarazione Schumann

InTerritorio&Società - Territory&Society su maggio 31, 2010 a 11:20 am

Il 9 Maggio si celebrava (un po’in sordina) il cinquantesimo anniversario della dichiarazione con cui il ministro degli esteri francese di allora dava avvio alla costruzione dell’unità politica europea e della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. A distanza di cinquant’anni vediamo cosa succede in un settore chiave dell’industria europea di oggi, l’energia.

La politica energetica europea ha una molteplicità di attori. Ci sono gli stati nazionali, ovviamente, c’è la commissione, ci sono poi soprattutto le imprese, che posseggono ormai una dimensione multinazionale (si pensi all’Enel che opera in Spagna, Italia, Slovacchia, Belgio etc.) e sono in grado di progettare su scala europea.

Due preoccupazioni principali formano le linee guida della politica europea dell’energia: l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 ed aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili (per cui l’obiettivo fissato dalla commissione è che ogni paese produca il 20% dell’energia da fonti rinnovabili entro il 2020) e l’indipendenza energetica. I due obiettivi sono legati ma non necessariamente armonici. In generale, aumentare l’importanza delle rinnovabili diminuisce la dipendenza europea da petrolio e gas importati, ma l’energia nucleare, che diminuisce le emissioni di CO2 fa dipendere gli stati europei dalle fonti di uranio (Australia, Niger, Russia principalmente) e dalla filiera del suo arricchimento (Francia, Stati Uniti, Russia).

I principali progetti portati avanti su scala europea dalle aziende dell’energia hanno anch’essi una duplice finalità: ridurre le emissioni e razionalizzare la distribuzione a livello europeo. I progetti che più degli altri simbolizzano questi obiettivi sono la Supergrid del Mare del Nord e Desertech nell’area mediterranea. Entrambi uniscono energie rinnovabili e grandi reti di distribuzione.

Supergrid è il progetto più avanzato ed è opera di un consorzio di imprese provenienti da Gran Bretagna, Norvegia, Germania, Italia ed altri paesi. Prevede la costruzione di centrali eoliche off-shore nel Mare del Nord e il loro collegamento con tutti i paesi rivieraschi appunto attraverso una “supergriglia” di cavi sottomarini. Il collegamento di numerosi impianti con diversi paesi permetterebbe di razionalizzare l’impiego dell’energia prodotta dagli impianti. Le energie rinnovabili, infatti, difficilmente mantengono livelli costanti e programmabili di produzione. Al contrario delle tecnologie più tradizionali, le rinnovabili sono meno adattabili alle variazioni dei consumi. Collegando i paesi rivieraschi fra loro e con gli impianti dovrebbe essere possibile smistare l’energia in maniera più flessibile fra le varie richieste. Il progetto prevede anche che l’energia prodotta in eccesso nei periodi di picco dalle centrali eoliche sia impiagata per riempire le dighe norvegesi. Nei periodi in cui l’eolico non sopperisse al consumo, queste dighe dovrebbero restituire con l’energia idroelettrica quanto accumulato nei periodi di picco.

Il progetto Supergrid, benché sviluppato da aziende private, richiede investimenti così enormi che richiede il supporto dall’Unione Europea. In cambio, Supergrid, promette passi avanti verso il raggiungimento degli obiettivi sulle rinnovabili e verso l’indipendenza energetica europea.

Desertech è meno avanzato. Opera di un consorzio costituito soprattutto da aziende tedesche (ma recentemente aperto ad aziende francesi), è rivolto al Mediterraneo ed include la costruzione di centrali solari nel Sahara africano e il loro collegamento con le griglie europee. Il progetto si salda in questo a numerosi altri che tendono a trasformare il Mediterraneo in un’area interconnessa energeticamente.

Se queste, razionalizzazione della rete, rinnovabili e indipendenza energetica, sono le linee guida generali, le politiche dei vari governi sono però ambivalenti. L’energia è al centro di operazioni diplomatiche diverse ma generalmente incentrate sull’approvvigionamento di idrocarburi, principalmente gas e petrolio. E qui i governi europei dimostrano tutta la loro debolezza e le loro divisioni. La frattura principale condiziona tutta la strategia dell’Europa ed è quella fra prorussi e anti russi, più o meno coincidente colla famigerata divisione fra “vecchia” e “nuova” Europa.

Da un lato, Germania, Italia e Francia hanno fatto dell’asse con Gazprom uno dei nodi centrali della loro politica estera. Ma questi tre paesi non sono i soli. Attraverso acquisizioni e accordi nei Balcani (Bulgaria, Romania, Serbia), Gazprom si è conquistata un ruolo imprescindibile nell’approvvigionamento europeo di gas, un ruolo destinato a rafforzarsi con le sanzioni all’Iran e forse coronato da un accordo recentemente proposto da Alexei Miller (il presidente di Gazprom) alla Naftogaz ucraina per una fusione delle due società (vedi annuncio su RIAN). In questo modo la dipendenza Europea dalla Russia di Putin e Medvedev è rafforzata dalle questioni energetiche.

D’altro canto, molti stati dell’Europa centrale e orientale temono i russi e ancor più l’ accordo fra russi e ed euroccidentali (famosa la copertina di una rivista polacca contro il gasdotto North Stream, in cui l’ex cancelliere Schroeder e Putin si stringevano mani a forma di tubi del gas al di sopra di della Polonia). Ma sono soprattutto i paesi Baltici ad essere inquieti. Il rifornimento energetico dei tre piccoli paesi dipende in massima parte dalle centrali elettriche russe (fra cui presto probabilmente una partecipata dall‘ENEL), mentre i rapporti politici fra Baltici e Russia non sono sempre semplici.

Queste fratture finiscono per minare la coesione interna dell’UE su una molteplicità di questioni. Inoltre la dipendenza dalla Russia, come si è visto nel corso dello scontro fra Russia e Ucraina, può rivelarsi pericolosa. E la forza degli interessi economici che si muovono all’interno della relazione fra paesi europei e Russia sembra talvolta avere aspetti oscuri (come nel caso di Schroeder, nominato a dirigere il progetto North Stream, non appena lasciata la carica di Cancelliere Federale tedesco) che gettano ombre sulle democrazie europee.

A parte le questioni strategiche della dipendenza dall’esterno, l’unità europea è minata anche da una sorta di ideale autarchico di autonomia energetica sul quale molti stati impostano la propria politica energetica. Così il governo italiano motiva il ritorno al nucleare sostenendo di voler porre fine all’importazione di elettricità dalla Francia, come se la Francia fosse un nostro partner commerciale occasionale. Ma questo tipo di nazionalismo energetico, in realtà, è tutt’altro che ragionevole oltre che risultare incoerente nel momento in cui si rafforzano i legami con la Russia per l’importazione di gas e ci si prepara a dipendere dalla Francia stessa per la gestione delle centrali e l’arricchimento del combustibile. La localizzazione delle centrali elettriche potrebbe essere molto più efficiente se concepita in sede europea.

In questo senso, il rafforzamento della prospettiva europea, nel riconoscimento della pluralità di attori pubblici e privati impegnati, potrebbe portare notevoli vantaggi. In primis in termini di razionalizzazione della rete distributiva e produttiva. In secondo luogo anche in una prospettiva strategica di difesa dell’autonomia dei paesi europei rispetto a minacce e ricatti esterni. Nel caso dei paesi baltici, ad esempio, è stata la Commissione Europea, e in specie l’ex commissario all’energia Andri Pielbags, a promuovere iniziative che favorissero l’interconnessione fra Lituania, Lettonia, Estonia e il resto dell’UE (si veda ad esempio qui), diminuendo la dipendenza di questi paesi dalla Russia.

Nel momento in cui celebriamo i 50 anni della dichiarazione Schumann non possiamo dimenticare che l’avvio del grande progetto politico dell’Unità Europea è stato dato da un esperimento inedito di cooperazione nella gestione razionale delle risorse, la CECA. Una cooperazione che aveva in sé molti elementi della pianificazione razionale. E’ in questo spirito che dovremmo affrontare anche il tema dell’energia.

Chi è la BP?

InCostume&Società - Customs&Society su maggio 28, 2010 a 2:20 pm

La British Petroleum è una delle quattro maggiori società al livello mondiale nel settore dell’energia,  del petrolio e del gas naturale (assieme a Royal Dutch Shell,  ExxonMobil e Total). Nel 1908 venne fondata l’azienda con il nome di Anglo-Persian Oil Company,  successivamente nel 1954 divenne British Petroleum Company e dal 2000,  dopo la fusione con Amoco ed Arco semplicemente BP. L’azienda controlla la rete di stazioni di servizio con il marchio Bp,  la Air Bp aviation fuels,  la Castrol motor oil,  le stazioni di servizi Arco,  i supermercati ad essi connessi,  le stazioni di servizio Aral,  ed è attiva nella produzione di pannelli solari. Ha un organico di 92.000 dipendenti e un fatturato di 246, 1 miliardi di dollari l’anno (dati 2009). L’azienda,  con sede a Londra,  ha oltre 30 anni di esperienza e opera in 160 paesi con impianti produttivi negli Stati Uniti, Spagna, India ed Australia.

Storia
Dalla sua nascita,  la compagnia acquisì via via maggior spessore e rilevanza strategica,  tanto da diventare la principale fornitrice di carburante della Royal Navy durante la prima guerra mondiale. L’allora Anglo-Persian Oil company era per il 50% posseduta dal governo inglese e le sue attenzioni maggiori erano volte alla Persia,  dove dopo l’accordo anglo-persiano,  iniziò a commerciare proficuamente fino alla rivoluzione islamica,  quando poi dovette rinunciare ai suoi interessi in Iran. Dagli anni ’70 la compagnia si rivolse agli Stati Uniti d’America,  Prudhoe Bay,  Alaska e Mare del Nord,  riuscendo così a mantenersi stabile nonostante il rialzo del prezzo del petrolio introdotto dalla OPEC nel 1973. In Alaska la BP acquistò i terreni dell’attuale Valdez Oil Terminal dai nativi Chugach per 1 dollaro americano. Si discute ancora sul fatto che la trattativa fu illegale. Nel corso degli anni ’70 e ’80,  la società acquisì la Standard Oil of Ohio e la Britoil ,  e uscì di scena in Italia,  vendendo la sua rete alla ERG. Nel 2000,  aggiunse al suo impero la ARCO e la Castrolplc. Negli ultimi anni l’azienda,  è diventata leader nella produzione di pannelli solari a seguito dell’acquisizione della Lucas Energy Systems nel 1980 e della Solarex. Nel 2002 la compagnia fu rinominata in BP, il suo nuovo slogan,  ”Beyond Petroleum” fu accompagnato da un’attenta operazione di green washing cambiando il simbolo con quello dell’elio (dei raggi di sole verdi e gialli) per enfatizzare il focus aziendale sull’ambiente e sulle fonti di energia rinnovabili. Nella classifica 2005 di Fortune relativa alla lista delle 500 maggiori compagnie globali,  BP era seconda al mondo per fatturato con vendite per 285 miliardi di dollari,  meno di 200 milioni di dollari dalla prima in classifica,  Wal Mart,  facendo di BP la maggior compagnia petrolifera al mondo in termini di fatturato.

Persone

L’azionista di controllo della BP è Nathan Philip Rothschild,  fratello di Jacob Rothschild,  capostipite della nota famiglia di banchieri che detiene il controllo della  “Atticus Capital”,  “JNR Limited”,  “NM Rothschild”,  “Vanco”,  “Trigranit”,  “British Petroleum”,  “Rio Tinto”. Jacob è un uomo che è riuscito ad esercitare una grande influenza sulla EU,  NATO,  e sul Governo della Gran Bretagna,  muovendosi negli ambienti finanziari e politici con Soros (imprenditore ungherese naturalizzato statunitense, è uno dei finanziatori dei movimenti rivoluzionari in Ucraina,  Georgia e Bielorussia, nel 1988 venne accusato di insider trading) ,  Berezovski (uno dei primi miliardari del periodo post-sovietico,  fu accusato nel libro Il padrino del Cremlino dal giornalista Paul Klebnikov (assassinato a Mosca nel 2004) di essere un boss della mafia russa) e Djukanovic (Primo ministro del Montenegro,  noto per i suoi rapporti con associazioni criminali per il contrabbando di sigarette tra balcani e coste adriatiche). Nato nel 1936 in Inghilterra,  ha istituito nel 1988,  la società di investimenti ‘Rothschild Investment Trust’,  ora nota come ‘RIT Capital Partners’ la quale detiene il controllo degli interessi di investimenti  della compagnia petrolifera ‘Royal Dutch Shell Oil’.

L’amministratore delegato, John Browne fu costretto alle dimissioni nel 2007 per avere mentito in tribunale sui suoi rapporti con un giovane studente canadese. Al termine di una relazione omosessuale durata 4 anni,  lo studente aveva deciso di vendere la sua storia a un tabloid inglese. Contattato dal giornale,  Browne aveva annunciato le sue dimissioni,  anticipandole dal 2008 al luglio 2007,  e si era poi rivolto al tribunale per impedire la pubblicazione della storia. Nella sua testimonianza al giudice,  Browne aveva tra l’altro dichiarato sotto giuramento di avere incontrato il ragazzor mentre faceva jogging in un parco londinese,  invece di rivelare che lo aveva conosciuto tramite un’agenzia di escort gay.

Luoghi

TEXAS

Il 23 marzo 2005,  ci fu un’esplosione in una raffineria petrolifera di proprietà BP a Texas City,  vi furono oltre 180 feriti e 15 morti,  compresi alcuni lavoratori della Fluor Corporation. BP appurò in seguito che i propri dipendenti causarono l’incidente non controllando dell’ottano necessario alla lavorazione del petrolio. La pressione nelle unità raggiunse livelli troppo alti e portò quindi all’esplosione. Gli investigatori del caso hanno concluso che la compagnia ignorò i protocolli di sicurezza della torre,  che era piena di benzina,  e hanno appurato che il sistema d’allarme non era in funzione. L’azienda è stata ritenuta colpevole e costretta a una multa di 50milioni di dollari dalla US Environmental Protection Agency.

AZERBAIJAN,  GEORGIA,  TURCHIA

Nel 2006 numerose multinazionali come ENI,  BP,  Unlocal e Total-Fina-Elf parteciparono alla costruzione di un enorme oleodotto di 1760 km di lunghezza e di 4 milioni di dollari. L’impianto,  che parte da Baku sulle sponde del mar Caspio in Azerbaijan,  attraversa la Georgia,  per poi avere uno sbocco sulle coste Turche del Mediterraneo,  presso Ceyhan. Obiettivo di questo progetto fu portare il greggio in Europa attraverso la Georgia,  aggirando Russia e Iran. Le clausole,  a dir poco vessatorie del contratto,  tra il consorzio costruttore e lo stato turco prevedono,  infatti,  la creazione di una sorta di corridoio nel tratto interessato dal passaggio dell’oleodotto. In pratica su una striscia di territorio turco le multinazionali coinvolte nel progetto non saranno soggette a nessun tipo di normativa nazionale,  compresa quella ambientale e quella sui diritti umani. L’oleodotto in alcuni casi divide a metà  dei villaggi,  i cui abitanti non si potranno in nessun modo appellare alla legislazione turca. Banca Intesa,  il più grande gruppo bancario italiano,  e la San Paolo IMI fanno parte del consorzio di banche che fanno fornito più di un miliardo di dollari per il controverso progetto. Le società del consorzio,  tra cui l’olandese ABN Amro,  la statunitense Citigroup e la tedesca Westlandes Bank,  versarono una quota di 68 milioni di dollari ciascuna. Questi fondi si andarono ad aggiungere ai 280 erogati dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ed i 310 della Banca mondiale.
Allo stesso tempo i governi dell’Azerbaigian e della Georgia confermarono la loro disponibilità ad ospitare truppe militari americane per vigilare la sicurezza dell’oleodotto a rischio di attentati,  mentre in Turchia la gendarmeria,  molto criticata per la sistematiche violazioni dei diritti umani di cui si è resa responsabile in passato,  militarizzò il tracciato mettendo a rischio la sicurezza delle popolazioni locali. La BP ne detiene il 30% del pacchetto azionario.

COLOMBIA

La Colombia è stata tormentata da guerre che spesso si intrecciano con le ricerche di petrolio. Nel 1996,  BP ha pagato 60 milioni di dollari americani al ministero della Difesa colombiano,  in cambio l’esercito era d’accordo nel fornire soldati per monitorare la costruzione di un oleodotto che avrebbe accelerato il trasferimento del petrolio greggio (e degli enormi profitti) sulla costa.

La BP fornì l’addestramento per i soldati attraverso una società privata di “sicurezza” inglese chiamata Defense Systems Limited. Secondo un rapporto commissionato dal governo colombiano,  la BP ha collaborato anche con i soldati locali in rapimenti,  torture e omicidi. Agenti della società raccoglievano foto e video di popolazioni locali che protestavano contro le attività legate al petrolio,  da consegnare poi alle forze armate colombiane,  che quindi arrestavano o rapivano i dimostranti.

ALASKA

Nel 2006 la BP fu costretta a chiudere parte dei suoi campi di estrazione in Alaska,  nella baia di Prudhoe. I tubi dove scorre l’oro nero,  erano diventati inutilizzabili a causa della corrosione alcuni tecnici scoprirono che 4800 barili di petrolio si stavano diffondendo nelle nevi dell’Alaska a causa di un foro nell’oleodotto di Prudhoe Bay. British Petroleum fu costretta a pagare 12 milioni di dollari per violazione della legge federale: il Water Pollution Control Act.
Di questi giorni la notizia che a 100 miglia a sud di Fairbanks,  nel corso di un’operazione di routine,  diverse migliaia di barili di greggio sono fuoriusciti dal percorso di condutture della Trans-Alaska in un serbatoio che ha fatto traboccare una seconda area di contenimento,  facendo chiudere la linea. 40 operai sono stati evacuati e il Dipartimento di Stato per la Conservazione Ambientale dice che il danno sarà limitato dalla ghiaia di superficie che copre l’area di contenimento. Alle compagnie petrolifere che operano nella zona è stato ingiunto di abbassare la produzione al 16% del normale finché le condutture non saranno state riattivate. La Bp controlla il 47% della Trans-Alaska Pipeline,  che va dalla baia di Prudhoe al porto di Valdez per quasi 1.300 chilometri. Nell’oleodotto normalmente transitano 667 mila barili di greggio al giorno.

IRAQ

La BPAmoco è stata tra i principali fomentatori dell’aggressione ed occupazione all’Iraq. Nell’amministrazione Bush uno dei più importanti consiglieri del presidente fu Karl Rove,  principale stratega politico,  che fece grossi investimenti nella BpAmoco e nella Royal-Dutch-Shell; Nicholas Calio,  direttore della Casa bianca per gli affari legislativi,  già lobbista di compagnie petrolifere e automobilistiche; Gay Johnson,  direttore del personale presidenziale,  che possiede un grosso pacchetto azionario nella El Paso Energy.

Dall’invasione dell’Iraq da parte della coalizione petrolifera,  le azioni di Exxon,  BP-Amoco e Shell cominciarono a salire di nuovo,  in maniera spettacolare e senza altra spiegazione che la prospettiva dei grandi dividendi per i suoi azionisti,  dividendi che avevano perduto quando Saddam Hussein aveva nazionalizzato il petrolio nel 1972. Dai dati del 2008 si evince che è stato soprattutto l’alto prezzo del petrolio,  superiore ai 120 dollari per barile,  a trainare i profitti recenti della compagnia inglese.

GOLFO DEL MESSICO

Nel 2005 una grande piattaforma  nel Golfo del Messico fu oggetto di un problema di fuoriuscita di petrolio con conseguenze gravi. Aprile 2010: una falla alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon situata al largo della Louisiana,  ha causato la fuoriuscita di greggio,  riversando in oceano milioni di litri di Greggio ogni ora e causando un disastro ambientale senza precedenti. I danni ambientali sono incalcolabili e per cercare di porvi rimedio,  la BP ha adottato la cosiddetta “Cupola di contenimento”,  che consiste nell’ingabbiare le fuoriuscite dal pozzo ma senza successo dopo più di 30 giorni.

I tecnici della Bp hanno ignorato tre segnali premonitori che avvertivano dell’imminenza di un pericolo nelle ore immediatamente precedenti l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon,  poi sprofondata nel Golfo del Messico. Lo rendono noto due deputati del Congresso Usa,  Henry Waxman e Bart Stupak,  in base al rapporto di inchiesta interno del gruppo petrolifero britannico sull’incidente del 20 aprile,  costato la vita a 11 persone,  e che ha provocato un disastro ambientale senza precedenti. Il primo segnale è arrivato “51 minuti prima dell’esplosione”: è scattato perché‚ “la quantità dei liquidi che usciva dai pozzi è diventata maggiore di quella pompata all’interno dei pozzi”.
Dieci minuti più tardi è scattato un altro segnale: il pozzo,  pur dopo essere stato chiuso per effettuare un test,  ”ha continuato a far uscire greggio e la pressione nella condotta è aumentata in modo inatteso”. L’ultimo avvertimento è arrivato 18 minuti prima dell’incidente: è stata registrata “una pressione anomala” che ha portato alla chiusura della pompa. Gli ingegneri della Bp,  dopo vari tentativi falliti,  hanno iniziato ad iniettare oltre 22 tonnellate di fango e liquidi densissimi dentro il pozzo che riversa in mare ogni giorno 800.000 litri di greggio.
La manovra,  detta “top kill”,  rappresenta il primo tentativo di fermare direttamente la fuoriuscita di petrolio,  che ha contaminato le acque del Golfo e ora minaccia le coste di Louisiana,  Alabama,  Mississippi e Florida.

Alcuni pescatori assunti dalla British Petroleum per ripulire le acque dalla marea nera hanno accusato una serie di malori in seguito all’esposizione al greggio e ai solventi chimici. I pescatori,  che secondo quanto dichiarato dal Los Angeles Times hanno riportato forti mal di testa,  vertigini,  nausea e difficoltà respiratorie,  si sono mobilitati affinché’ il governo federale disponga l’apertura di cliniche mobili nelle aree rurali per il trattamento dei danni da inalazione o contatto con petrolio.

Il Congresso e la Minerals and Management Service,  l’agenzia federale che regola le perforazioni sul Golfo,  stanno investigando separatamente sulle accuse secondo le quali la Bp non sarebbe riuscita a eseguire un arresto di emergenza della Atlantis,  un’altra enorme piattaforma sul Golfo. La Compagnia ha di recente tagliato 5mila posti di lavoro e con ciò risparmiati 4 miliardi di dollari.

ITALIA

Allianz ha acquisito,  tramite Allianz Specialized Investiments,  sei parchi solari da più di 1 megawatt picco ciascuno,  realizzati e sviluppati da Bp Solar Italia. Gli impianti sono localizzati nei comuni di Brindisi e Masagne,  in Puglia,  e utilizzano dei pannelli ‘mono’ e ‘poli’ cristallini,  montati su basi fisse. Altri due parchi (della medesima potenza) sono in fase di realizzazione e verranno acquistati sotto approvazione di Bp Solar Italia.
Con questo accordo Bp Solar conferma la sua posizione di compagnia di spicco nell’industria italiana del solare,  avendo un consistente numero di progetti in corso in questo mercato. Una collaborazione sancita nella prospettiva di un maggiore investimento sul mercato fotovoltaico italiano,  considerato strategico per tutte le Compagnie straniere non tanto per l’abbondanza di sole quanto per la generosa tariffa di incentivazione in “Conto Energia”. Dieci giorni prima,  del resto,  la Bp Solar aveva stipulato un altro accordo con la Fotowatio Renewable Ventures (Frv),  multinazionale spagnola specializzata in energie alternative,  per la realizzazione in Italia meridionale di impianti fotovoltaici per una potenza di 37.1 Mw,  pari ad un investimento di 125 milioni di euro. Questi investimenti massicci della Bp Petroleum mascherata da Solar chiudono definitivamente una stagione di indipendenza italiana.

L.S.

La politica energetica spiegata a mio figlio.

InTerritorio&Società - Territory&Society su febbraio 8, 2010 a 8:31 pm

cari Amici

questo articolo cade proprio a pennello: http://notizie.tiscali.it/articoli/politica/10/febbraio/08/nucleare_scajola_mercoledi_siti.html?politica. Come leggete qui i punti più salienti (che avevo prontamente riassunto l’altro ieri :) ) sono i seguenti:

1) il governo fissa dei criteri, basandosi su valutazioni tecniche che probabilmente sono state commissionate alle aziende che costruiranno e gestiranno il nucleare.

2) le regioni invocano al Corte Costituzionale per violazione delle loro competenze su gestione energetica e del territorio. Il governo non sembra avere un piano per la concertazione con gli enti regionali. Sospetto una tipica stretegia del tiro alla fune fino a dopo le elezioni. Il governo sembra giocarsi tutto con il nucleare, ed in caso la sinistra perda alcune regioni ‘candidate’ per le centrali (come la Campania probabilmente) allora il passo sarà più facile. In caso contrario non se ne parlerà più probabilmente. Fatto sta che la questione sembra politica più che energetica.

3) sembra assurdo che solo dopo due anni il governo possa ottenere ‘l’accordo delle comunità, dei cittadini’. L’accordo dovrebbe esere creato proprio su quei criteri che sono stati fissati a tavolino. Temo un movimento tipo ‘no-tav’ su scala nazionale. E l’idea non mi dispiace dopotutto.

4) Il governo mostra la ‘semplicità’ della propria politica energetica. Si enfatizza la costruzione di centrali senza mai parlare di ricerca scientifica su sicurezza, fusione a freddo e reciclo scorie. L’italia sarà la centrale di qualcun altro se non abbiamo un apparato scientifico-tecnico in loco capace di gestire ed innovare al meglio la ‘nostra’ energie.

5) il governo sembra imopreciso nel dire giustificare che il nucleare potrà risolvere il problema dell’acquisto di energia. Il nucleare è una piccola percentuale nel fabbisogno totale. Avremo bisogno di comprare comunque anche perchè, ad essere ottimisti, di centrali ne vedremo poche nei prossimi 20 anni….

a presto

federico

L’Italia nucleare non mi convince

InTerritorio&Società - Territory&Society su febbraio 6, 2010 a 3:43 pm

Cari Amici

dopo una pausa di riflessione di pochi giorni è tornato il momento di scrivere. Oggi vi parlo del Nucleare. Tema scottante, energico energetico. Ne parla Vendola per la puglia, che rimarrà de nuclearizzata. Ne parla il governo assieme alla Francia, che raggiunge accordi su scambi più o meno trasparenti tra costi e benefici. Ne parla molto poco la sinistra, attenta alle dinamiche partitiche, perdendo il contatto con le questioni del territorio. Energia e nucleare sono per definizioni questioni territoriali, che stanno a cuore ai cittadini. Ne parlano anche gli ambientalisti, le associazioni di cittadini, inqulini, agricoltori, allevatori e le famiglie, tutti preoccupati che i benefici del nucleare sono nulla in confronto ai costi sociali e territoriali che comporta. Ma cerchiamo di riflettere su una questione così importante.

Il dibattito sulla produzione di energia nucleare si struttura sotto questioni diverse, alle quali si possono dare risposte negative o positive. Primo. Quanto serve il nucleare? questo è un dato di fatto. Le riserve energetiche del nostro paese (ma di tutti quelli occidentali anche) si stanno prosciugando. Alternativa sono le cosiddette fonti di energia rinnovabili, cioè la produzione di energia elettrica tramite l’utilizzo di risorse che non scarseggiano nel nostro territorio. Il vento, il sole sono alcune, ma tendenzialmente anche il nucleare viene inserito nella lista delle risorse ‘rinnovabili’. Di fatto di uranio c’è ne di più che di carbon fossile. Altri argomentano che in futuro anche l’uranio diventerà una risorse scarsa e quindi costosa, rendendo di fatto la scelta del nucleare non sostenibile a lungo termine. Ma non i parla di futuro prossimo. LA risposta alla domanda è in questo senso ‘si’: il nucleare serve perché permetterebbe di ridurre il fabbisogno di carbon fossili. Se ci chiediamo però perché non concentrarci su altri tipi di energia (eolica) qualcuno potrebbe rispondere che purtroppo il vento ed il sole non bastano a coprire il fabbisogno energetico del nostro paese. Prendiamo la Germania (esempio spesso citato). La figura (da: http://www.eoearth.org/image/Germelec.gif) mostra come la produzione di energie ‘alternative’ sia di fatto minimale rispetto a quella apportata dal nucleare. Inoltre, il nucleare stesso è solo la punta di un iceberg fatto di carbon fossile.  Secondo questi dati si intuisce come di fatto il nucleare non sostituisce il carbon fossile in tutto e per tutto. E’ piuttosto una copertura energetica per i cosiddetti ‘picchi di bisogno’ (tipo di inverno o di estate) durante i quali paese richiede più energia. Con il nucleare fornisce una copertura per queste fasi. Vero. Una soluzione parzialmente positiva visto che è proprio quella consumata durante i picchi l’energia che ci costa di più.

Se parliamo di nucleare in termini ingegneristico-tecnici, allora cari amici, si rende più accettabile qualcosa che di fatto nasconde molti pericoli. Le centrali nucleari sono sicure oggi giorno, le tecnologie avanzano e la possibilità di un disastro nucleare è minima (seppur esistente!). Il secondo set di domande genera risposte molto più scettiche nei confronti di questa questione: chi lo produce? Dove lo produciamo? Chi lo gestisce e chi lo possiede? Chi decide sulle domande precedenti? Qui la questione della nuclearizzazione si trasforma in una questione socio-politica. Ed è proprio qui che l’italia sembra perdere su tutti fronti. Il territorio italiano non sembra assolutamente pronto ad essere nuclearizzato. C’è un altissimo pericolo di malatestiane delle centrali e soprattutto delle scorie. Le ecomafie sbaverebbero per la gestione delle scorie. Gli appalti sarebbero tra i più ricchi e più ambiti da aziende ‘irregolari’. La vendita del nucleare sarebbe comunque un business ricchissimo, con il rischio che in futuro si deciderà di crearne un ‘mercato’ (la recente privatizzazione dell’acqua mostra la plausibilità di questa ipotesi). Lo stato si frammeterà tra regioni denuclearizzate e nuclearizzate (sempre che lo facciano per scelta…). Se la competenza energetica in questo caso è regionale (come per esempio la gestione delle scorie o dei rifiuti) si creerebbe una situazione di inevitabile sovrapposizione di competenze ed interessi. Chi sceglie il nucleare mette in pericolo le regioni vicine ed il paese intero. Una centrale è una questione locale, ma scorie e rischi sono estesi (esternalità negative). Le esternalità positive invece (ovvero la produzione di energia elettrica) rimarrebbero nelle mani delle singole regioni, che venderebbero la propria energia. Lo stato potrebbe prendere in mano la gestione della produzione, ma, ancora, la localizzazione delle centrali rimarrebbe competenza regionale.

Una discussione molto difficile da risolvere. La scelta del nucleare necessita di tutta una serie di condizioni politiche, sociali ed economiche che l’Italia non sembra avere, o meglio non sembra poter coordinare. C’è un altro lato della moneta però….la ricerca sul nucleare. Quello che potremmo fare è portare in Italia i centri di ricerca sulla produzione di energia nucleare sicura ed efficace, come la fusione a freddo. Non parlare del nucleare rischia di perdere di vista il bisogno che abbiamo di innovazione. In altre parole, penso che di nucleare bisognerebbe parlarne e come. Bisogna accettarlo come una possibilità senza però affrettarsi a costruire centrali. Accettarlo come possibilità, dedicarvi risorse sarebbe il primo passo verso la ricerca di una energia ‘alternativa’ più sicura.

A presto

Federico

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