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Milano da Roma: I miei occhi sulla città. La Rivoluzione (?) e una birra fresca.

InCostume&Società - Customs&Society su maggio 31, 2011 a 8:20 am

Mi stappo una birra e comincio a pensare.

Stasera, 30 maggio 2011 per la mia città è una data storica: dopo vent’anni al Cavaliere senza cavallo, al Mr. B., al Silvio nazionale, viene portata via la sua Milano, gli viene strappata dalle mani, sfuggevole tra le sue dita, come sabbia di mare. Passaggio di consegne: e sembra che quel miracolo cominci ad avverarsi.

Io sono nata e cresciuta li, in quella città che per tutti è sinonimo di grigio, cemento e spigolosità e ammetto che molte volte è stato, è, e sarà così; ma stasera no, stasera sento quell’appartenenza civile e cittadina, quella volontà di essere partecipi al cambiamento, calciando lontano la solita, asettica quotidiana indifferenza. Solo che tutto questo lo percepisco da Roma, – città adottiva da tre mesi -  festeggiando a mio modo, seduta sui gradini della fontana di Piazza della Rotonda, meglio conosciuta come la ‘Piazza del Pantheon’.

Dal banchetto del PD, odori e musiche tipiche della più classica Festa dell’Unità; due ragazzi vendono spillette e bandiere; altri parlano di ‘vera rivoluzione’; migliaia di turisti ignari fotografano la maestosità che si ritrovano intorno; di un meraviglioso da bloccarti il respiro. E mi sento bene, nonostante non sia li adesso, nonostante sia lontana quei 700 km, nonostante sia viva altrove.

Roma è bella in modo assurdo; il suo centro storico è l’Arte. Mi piace paragonarla ad una bella donna, a cui non puoi chiedere di più che essere quello che appare. Sempre pronta a sfoggiare il suo profilo migliore, si distende su questa terra e dio solo sa da quanto tempo quelle mura, o chiese, o palazzi sono li. E quel modo tutto italiano di viversi la strada e la vita, mangiandoci e bevendoci sopra, rimandando meravigliosamente tutto a domani. E’ la vera antitesi di Milano, ma falsa nemica, perché gli opposti da sempre si attraggono; perché gli opposti, nella difficoltà del loro rapporto, molte volte si amano in silenzio, di nascosto, lontano da occhi indiscreti.

Sorseggio la mia birra gelata e alzo gli occhi; tutto quello che ho intorno è pura storia, pura magia. Se fossi rimasta a vivere a Milano, a quest’ora starei saltando con il mio mondo di gente intorno, con l’arancione negli occhi e l’euforia nelle intenzioni. Mi alzo dal gradino di quella fontana, mi avvicino alla musica e brindo con quei ragazzi alla mia città; anche da qui, se ci penso bene, questa serata non è poi tanto male.

 

Marta

Elezioni e precarietà & co, L’Italia va dall’analista.

InPolitica&Società - Politics&Society su maggio 26, 2011 a 9:18 pm

Cari Amici

vorrei esprimere brevemente una insoddisfazione. L’insoddisfazione verso l’universale presunzione di analisi che ha invaso la sfera del del dibattito pubblico nel nostro paese. Annozero, Ballarò, L’infedele etc… pullulano di analisti. Nel corso di queste trasmissione, ma anche nel testo dei giornali, e nelle parole della radio, si ode un coro di voci, spesso rumorose e disordinate, che esprimono, ognuno a modo suo, una interpretazione della realtà. Non entro nel merito del giusto o sbagliato, quella è una questione di ideologia, di partiti. Registro soltanto una incredibile tendenza a analizzare, interpretare, super-analizzare e rianalizzare fatti accaduti o fatti che potrebbero accadere. Non credo che ci sia una diretta correlazione tra la quantità di analisi prodotte e la qualità del pluralismo di una democrazia. Prendiamo le elezioni amministrative in corso. Ogni uomo, ogni partito, ogni gruppo propone la propria versione della realtà. Pisapia vince a milano? la Moratti è troppo estremista, un cambio generazionale, una bassa qualità degli altri candidati, una botta di culo etc… Tutte alternative ugualmente interessanti e plausibili (non sempre diciamo). E poi: ‘se tizio avesse fatto questo, allora sarebbe successo quest’altro’,'se la Moratti non avesse diffamato Pisapia, allora la Moratti avrebbe vinto’, ‘se Berlusconi non fosse sceso in capo come fa sempre, forse la Moratti non avrebbe subito la debolezza temporanea del suo premier e avrebbe ottenuto più voti’. Di questi analisti ce ne sono tanti: Casini è per esempio uno dei più attivi e pomposi secondo me. Non esita ad affermare la sua interpretazione ma non dichiara mai la sua agenda politica (forse perché non ce l’ha!!) (diciamo che non mi piace molto come politico). Ma di questi analisti ce ne sono tanti altri. Io credo che una analisi eccessiva dei fatti rischi di distaccare l’opinione pubblica dalla natura vera dei problemi. Di aprire il dibattito pubblico al regno del relativismo, dell’opinionismo, del costruttivismo, dove la realtà è quella che viene costruita e prodotta.

Attenzione, non voglio dire che l’analisi non sia utile. Quello che vorrei sottolineare è l’eccessiva leggerezza con la quale abusiamo della facoltà di interpretare. Perché non lasciamo il campo agli esperti, ai tecnici, a coloro che per esempio scrivono e interpretano su La voce? perché l’interpretazione autorevole, quella scientifica di fatto mette un punto al processo. Fissa un gradino nella scala del dibattito pubblico che porta alla decisione. Ecco, il protrarsi dell’analisi non è altro che il sintomo dell’incapacità, tecnica e politica, della nostra classe dirigente di decidere, di prendere una decisione e di argomentarla come fondata. E poi il mercato dell’informazione ci campa. Tutti contenti. Vorrei una informazione più precisa su quello che accade. Una informazione che funga veramente da base per la formazione di una ‘opinione collettiva’. La tecnica al servizio della politica. Vi prego di non condannarmi di tecnocraticismo. Ma non sopporto più questi talk-show tribune politiche, sempre più spesso palloncini pieni di aria fritta.

Votare a Milano: è ora di un vero progetto di città

InTerritorio&Società - Territory&Society su maggio 14, 2011 a 12:38 pm

Io non voto a Milano. Ma ci vivo e ci lavoro. Mi sono fatto un’idea di come e perché si dovrebbe votare per queste elezioni amministrative. Ne presenterò qui le ragioni essenziali, per quanto riguarda le questioni a me più affini, quelle urbanistiche e di costruzione e gestione della città e dello spazio urbano. Milano è stata per 20 anni il luogo dell’innovazione liberale e liberista. Nulla in contrario. Anche in Inghilterra è così. La città non è il prodotto di un governo forte, proprietario fondiario e proattivo nella progettazione. Il mercato è il motore della trasformazione. In principio nulla in contrario. Non è detto che questo sistema, che vede un ruolo del comune come regolatore di iniziative private, sia sbagliato a priori. La realtà dei fatti dimostra però che un cambiamento è necessario. Milano è stata governata secondo questo principio da ormai 20 anni, senza soluzione di continuità.

Ed i risultati si vedono. Sono segni permanenti sul territorio (quello comunale e metropolitano) che rimarranno. Parlo del cemento e bitume che domina i colori delle città, dei parcheggi incompleti e già venduti, dei grandi grattacieli che schiacciano tessuti urbani storici (isola-garibaldi per esempio), tutti vuoti, di uffici dentro le città. Ma anche delle periferie, quelle solo parzialmente popolari dato che la percentuale di edilizia residenziale pubblica diminuisce esponenzialmente. Degli stabili vuoti, inutilizzati, anche pubblici, che rimangono come buchi, vuoti, della vita quotidiana. La città del verde frammentato e poco attrezzato, poco accessibile e corollario di metri quadrati di cemento, vetro e acciaio.

Questi 20 anni hanno prodotto questa città. Si sono fatte scelte precise. Lasciare spazio al mercato, quello immobiliare e dei latifondisti del cemento, nella speranza cieca che il mercato sia l’attore che meglio sa quello di cui una città ha bisogno. Sono 20 anni in cui i pochi progetti di cambiamento, come piste ciclabili, riconversione dei navigli e un EXPO pubblico non sono stati realizzati. L’inerzia di questa tendenza e di questo governo è la prima ragione per cui bisogna provare con qualcosa di nuovo. La sinistra, Pisapia in primo luogo, sembra avere un’agenda di politica urbana decentemente elaborata (non è che sia il massimo però!). Non nascondo i miei dubbi sulla sua realizzabilità nel corso di un mandato, ma non importa. Meglio iniziare un nuovo progetto di città. Il primo, vero cambiamento è quello del ruolo del governo locale nella definizione e realizzazione dello spazio di vita. Il mercato deve essere uno strumento del pubblico, non il suo timone. E’ il comune che decide dove, quando costruire. Soprattutto quando costruire. Ma lo deve fare con un’idea di città forte. Perché sono le idee, le visioni e i progetti a lungo termine che legittimano i decisori a dire NO a varianti selvagge e richieste di diritti edificatori. Senza ledere la libertà individuale, e santa, di investimento e impresa.

Federico

Elezioni, consenso e quant’altro: Argomenti senza fondamento e democrazia

InPolitica&Società - Politics&Society su novembre 15, 2010 a 1:42 pm

Sono oramai diversi giorni da quando il governo in carica sembra in bilico, appeso a un filo.  La maggioranza traballa giorno dopo giorno tra proclami e minacce, tutto questo da diverse parti interne e esterne alla parte politica che lo sostiene.

Ma una cosa mi ha colpito più di tutte. Il fatto che si pensi, questo leggendo diverse testate e guardando vari contenitori politici-televisivi, che chiunque vinca le elezioni sia nella posizione di assumere piena legittimità politica e, dunque, abbia il diritto di governare. Sarà la mia scarsa conoscenza della teoria della democrazia, ma secondo quale principio l’unico strumento attraverso il quale si costituisca la legittimità sono le elezioni? Provocatoriamente, mi sento di rispondere che se fosse così, allora si dovrebbe trovare una forma, diciamo vagamente una legge, che renda possibile ciò. Di conseguenza ci dobbiamo chiedere: esiste tale forma? Io credo di no. Questo pensiero è dovuto semplicemente al fatto che elezioni non sono un mezzo attraverso il quale si cede il potere alla parte che le vince. Se fosse cosi basterebbe condurre una buona campagna elettorale, ottenere il numero di voti necessari per ottenere la maggioranza parlamentare e formare un governo. Seguendo questa linea, ciò sarebbe sufficiente per governare per il periodo stabilito senza curarsi della responsabilità che si ha nei confronti di chi ha dato la propria preferenza di voto. Mi sembra piuttosto chiaro che questo non ha nulla a che fare con l’esercizio democratico del potere.

Un altro argomento che spesso, forse troppo, viene tirato fuori dal cappello, quasi come fosse il coniglio del prestigiatore, è la presenza del consenso. Ma cosa è il consenso oggi, in un momento in cui questo viene misurato attraverso le elezioni e, in particolare, l’uso dei sondaggi? Spesso mi chiedo se non siamo giunti alla democrazia del sondaggio. Uno strumento nato per fini conoscitivi utilizzato per fini politici. Se il consenso si misura anche, se non esclusivamente, attraverso il sondaggio, allora forse è inutile votare. Basterebbe, in un senso assurdo, dotare tutte le case dei cittadini di una sorta di auditel attraverso il quale rilevare lo stato dell’opinione pubblica e, quindi, proseguire o meno nelle scelte che si intendono prendere. Il problema è che non ci si pone mai il è che, forse, l’opinione pubblica, o il popolo come spesso si dice, non è una entità monolitica e che uno degli aspetti fondamentali della democrazia è il rispetto della minoranza. Altrimenti questo tipo di regime diventa, come è stato detto da ben più autorevoli pensatori di me, una dittatura della maggioranza. Può darsi, e questo mi preme sottolinearlo, che l’opinione pubblica cambi, come può anche cambiare l’idea dei rappresentanti che sono stati eletti nonostante si pensi, errore di notevole portata, che le elezioni producano una rappresentanza mediante la quale si “ceda” il potere. Purtroppo per colori i quali pensano questo, i rappresentanti eletti non ottengono per delega il potere. Ciò si può pensarlo se la propria candidatura è il frutto di una decisione poco democratica, ovvero il prodotto dell’attuale legge elettorale. Ciò non è soltanto dovuto a una forma. Ma alche il fatto che esiste una rispondenza, che di fatto, oggi, è inesistente.

Arrivo all’ultimo punto: le congiure di palazzo. Qualunque ipotesi, anche remota, del fatto che la maggioranza prodotta dalle elezioni possa cambiare in corso della legislatura diventa una congiura di palazzo e una forzatura della democrazia. A questo punto io mi chiedo: ma se una parte politica non è in grado di prendere delle decisioni, banalmente di governare, e di fare gli interessi della cittadinanza allora è democratico continuare aggrapparsi al potere ottenuto attraverso le elezioni? Io credo di no, sempre per quella cosa che, nuovamente, si chiama responsabilità. Se non si è il grado di governare, è giusto mettere in stallo un paese perché non si è in grado di avere una maggioranza parlamentare che si traduca in un governo? Sinceramente, credo di no. Il bene collettività è forse più importante del mantenimento del potere.

Per finire, ci troviamo di fronte a un momento particolarmente difficile da interpretare. Resto solo di stucco ascoltando argomenti con premesse errate. Perché queste, di conseguenza, producono conclusioni erronee. E, sinceramente, sono stanco di sentire argomentazioni insensate. Le argomentazioni sono vere, false o insensate. E, probabilmente, nell’ultimo periodo stiamo vivendo quest’ultimo caso.

Pot pourri di notizie diverse

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 10, 2010 a 8:05 pm

Il post di oggi è un po’ un poutpourri di roba diversa, con notizie che speriamo di approfondire più tardi.

I sondaggi

Cominciamo dai risultati delle elezioni olandesi, col partito di Geert Wilders che va molto meglio dei pronostici: la gente in fondo si vergogna ancora a dire che vota per gli xenofobi. O almeno lo speriamo.

Piccolo ma bello

In Italia,  solito tiraemolla sull’abolizione delle province con meno di duecentomila abitanti.  aggiungiamo che l’idea di accorpare i comuni più piccoli ormai sembra farsi strada a livello di chiacchera politica, ma non pare sortire effetti concreti.

Chi troppo vuole…

Sull’Iran, nessuno segue le raccomandazioni del social mirror e i cinesi assistono beffardi al suicidio commerciale degli europei (e giustamente, avallano le sanzioni). Fra l’altro, il periodo è non casualmente turbolento in Afghanistan con moltissimi soldati NATO uccisi. Pensiamo di poter vincere in Afghanistan senza l’alleanza degli iraniani?

Semipresidenzialismo alla kirghiza (e Lega Sud)

In Kirghistan, sparito senza rimpianti dallo spettro (spettro è proprio la parola giusta) dell’informazione italiana, il governo provvisorio di Roza Otumbaeva fatica a imporre l’ordine. I problemi sono particolarmente gravi al Sud, dove i sostenitori dell’ex presidenti sono più forti e capitalizzano le tendenze autonomiste di città come Osh e Jalal Abad. La bozza di nuova costituzione che il governo provvisorio ha pubblicato di recente anche in traduzione uzbeka ha creato nuovi problemi. Giovani kirghizi del Sud, dove la minoranza uzbeka è più forte, temendo il riconscimento dell’uzbeko come lingua ufficiale (accanto al russo e al kirghizo), hanno attaccato la comunità uzbeka uccidendo alcuni commercianti. Fra l’altro, notizia interessante in tempi in cui in Italia si parla di riforma costituzionale, il governo provvisorio kirghizo ha virato verso una forma di repubblica parlamentare, dopo due esperimenti di semipresidenzialismo finiti piuttosto male…

FD’O

Il Pvv di Wilders. Un non-partito alle elezioni olandesi 2010

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 6, 2010 a 4:57 pm

Cari Amici

Non ci sono molti motivi, di solito, per essere interessati e preoccupati della politica olandese. Dopotutto è un paese piccolo, dotato di un sistema democratico sano, funzionante ed efficiente. Una democrazia basata sul consenso e sul pragmatismo che raramente si lascia andare all’ideologia e al populismo. In questi ultimi due anni però sta succedendo proprio questo. E la cosa è degna di un post direi.

Geert Wilders, nato il 6 settembre del 1963 a Venlo è il leader di un nuovo movimento politico olandese il PVV. Dopo aver avuto un successo inaspettato alle elezioni amministrative dello scorso aprile, guadagnando voti preziosissimi in importanti centri urbani e politici come Almere e L’Aia, il Pvv si candida alle elezioni nazionali che si terranno mercoledì prossimo. Chi è il Pvv quindi? e perché esserne preoccupati?

Il Pvv è un movimento, non un partito, populista anti-islamico e xenofobo, che basa la sua forza su una serie di caratteristiche che andrò a enunciare. Il populismo alla olandese si struttura sui seguenti punti:

- La lotta conto l’establishment olandese ed europeo. Il Pvv si propone come alternativa alla politica delle elite socialdemocratiche al potere fino ad oggi, che non hanno mai saputo rispondere ai bisogni della popolazione ‘comune’, degli idraulici, degli imbianchini e autisti di tram, dei subordinati e dei piccoli e medi imprenditori. Il populismo tradizionale direi.

- L’islam sta invadendo l’occidente e sta distruggendo le radici culturali del popolo olandese. Gli islamici professano una religione basata sulla violenza, sull’odio del diverso e, infine, occupano gli spazi economici che dovrebbero essere destinati agli olandesi. Wilders sui presenta come colui che difenderà gli stipendi medio bassi delle classi medio basse.

- Il pvv non è un partito, tantomento democratico. Non ha gerarchia, tesserati, membri ma solo sostenitori sciolti. L’unico membro e decisore, contabile, tesoriere, amministratore etc.. è Wilders. Lui è il movimento. I comizi del Pvv sono chiusi agli estranei ed i partecipanti devono consegnare ID e codice fiscale agli organizzatori per accedere. Questo è anche il suo punto di forza. Un potere unitario all’interno del partito ne garantisce la stabilità.

- Il Pvv è pro-israele, della sua politica anti-islamica e della sua comunità in olanda. Di conseguenza, il Pvv non è un partito di estrema destra. Professa una nuova forma di nazionalismo, esclusiva, discriminante tra ‘tipi’ di etnicità.

- Il Pvv combina principi e programmi di estrema destra (intolleranza e anti-immigrazione) con logiche di centro sinistra, come tutela sociale, rafforzamento del welfare, delle politiche abitative (mai peri mussulmani si intenda), dei sussidi per l’educazione, la ricerca e di disoccupazione. Il Pvv non è liberista.

- Gli elettori del Pvv sono: principalmente uomini, dotati di una formazione medio – bassa, percepiscono uno stipendio ‘nella norma’ (che quindi viene visto come a rischio), sono interessati nell’ordine nelle città e nella sicurezza, vive in centri urbani medi (ne città ne campagna), sono fortemente individualisti e materialisti, consumisti.ù

- Il Pvv esiste in quanto prodotto di marketing mediatico. Tutte le maggiori testate olandesi ne parlano in senso negativo, ma ne parlano. La logica del movimento è quella di stimolare e calvalcare il dissenso politico esercitato nei suoi confronti.

Il Pvv potrebbe ottenere molti voti alle prossime elezioni. Tuttavia i suoi punti deboli risiedono nella mancanza di un programma preciso di riforma. Il partito è conservatore e, aldilà della pura questione islamica, non sembra perseguire un chiaro progetto per il paese, un progetto urbano, economico ne sociale. Probabilmente non ne ha le capacità strutturali, vista la mancanza di dialogo al suo interno. Vediamo cosa succederà.

A presto

Federico

o

Antana Mockus vs Juan Manuel Santos: il programma

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 2, 2010 a 9:05 pm

Antana Mockus vs Juan Manuel Santos: il programma

Leggo sul Courrier International Francese un dossier sulle elezioni politiche in Colombia. Antana Mockus, di cui ho scritto recentemente, si candida come presidente del paese, affiliato al partito dei verdi (PV). Dopo due mandati come sindaco della capitale del paese, Mockus tenda di portare nell’arena politica nazionale la sua filosofia politica basata sull’etica, sull’urbanistica e sulla mobilitazione dei giovani e delle classi medio basse. Qui vi propongo un estratto del programma di Mockus, molto generico ma esplicativo, con l’intento di stimolare la vostra attenzione su una delle questioni qui riportate, quelle urbana:

Mockus ha risposto ad una serie di questioni poste dalla rivista Semana, di Bogotà. Il Courrier International ne riporta un estratto:

La pace

Antanas Mockus propone la demolizione dei corpi armati di guerriglia (FARC) e di tutti gli altri gruppi armati del paese. In particolare, questo obbiettivo può essere raggiunto tramite il mantenimento della pressione militare nel paese, la fermezza dello Stato ma anche un’attitudine politica che stimoli i giovani che hanno deciso di prendere parte alla guerriglia di reinserirsi nella vita sociale del paese (almeno per quelli che non hanno commesso crimini contro l’umanità). In particolare, Mockus concentra l’attenzione nella creazione di un’attitudine sociale contro la guerriglia tramite azioni simboliche, che definisca in termini assoluti l’opposizione della società alla guerra armata.

Il progetto sociale

Il progetto sociale di Mockus si basa sul motto ‘costruire su quello che esiste già’, secondo il principio che lo Stato nazionale debba cooperare strettamente con i comuni nella lotta alla povertà. In particolare si menziona l’ambizione di aiutare i poveri a ‘superare’ i fattori strutturali che generano la povertà. Si concentra l’attenzione sui servizi di base come l’abitazione, l’acqua, la sanità e la sicurezza alimentare.

Lo sviluppo urbano

Propone un’azione coerente ed efficace sullo spazio urbano, guidata dal principio che gli spazi più belli siano dati ai più poveri. In particolare, il ruolo del governo è quello di garantire l’armonizzazione dei piani di sviluppo regionali e locali  secondo dei principi chiari e condivisi di urbanizzazione compatta, creazione di spazi pubblici per favorire una qualità della vita sociale a tutti, l’accesso alla casa come diritto universale e il potenziamento dell’infrastruttura educativa

Qui in poche parole il programma del candidato. La questione più interessante a mio avviso è la chiarezza e determinazione nel trattare la questione urbana nella sfera politica, specialmente quella nazionale. Non posso esimermi dal fare la (solita) comparazione con il nostro governo. E’ necessario un programma nazionale che fissi le linee fondamentali di ogni percorso di urbanizzazione, sulla base della compattezza e della sostenibilità. Desidererei che il governo prendesse decisioni chiare, economiche e normative, per coordinare tutti i piani regionali di governo del territorio secondo questi sacrosanti principi.

Leggo ora che Mockus ha perso il primo round elettorale, ottenendo il 21% delle preferenze contro il 46 del suo avversario. Vedremo le seconde. Certo è che me lo sono preso in simpatia questo politico….

A presto

federico

Le elezioni spiegate a mio padre

InPolitica&Società - Politics&Society su aprile 19, 2010 a 8:59 am

È passato un po’ di tempo da queste strane elezioni regonali che Federico ha cercato di spiegare a “suo figlio”. Forse adesso si può fare una riflessione generale, per quanto in realtà non si debba esagerare colle generalizzazioni. In fondo se per pochi voti il Piemonte avesse rieletto la Bresso adesso parleremmo di una sconfitta del Pdl e forse anche di una sconfitta della Lega con un tabellone fermo sull’otto a cinque. Però provare a trarre delle conclusioni un po’ più ampie dei singoli casi muncipali secondo me è legittimo e forse anche utile.

In questo post vorrei ampliare un po’ il quadro di riferimento della nostra  generalizzazione. Non voglio spiegare queste elezioni in termini semplici al figlio di Federico che sarà un bambino poliglotto e internazionale, ma a mio padre che parla solo l’italiano, è esposto soltanto ai media italiani e concepisce ancora le elezioni in una chiave nazionale e in base a vecchie categorie come destra sinistra democristiani e socialisti etc. A mio padre voglio raccontare la situazione a partire dalla constatazione che l’Italia non è un paese isolato e immutabile sperso nella tempesta della globalizzazione.

Se partiamo dal dato di fatto più eclatante delle ultime elezioni, la vittoria della Lega, possiamo tentare un’analisi diversa. Che la Lega si sia rafforzata, mi pare innegabile. Ma perché? A livello generale, perché la Lega sembra offrire soluzioni semplici ai grandi problemi. Ma non è la semplicità a costituire la forza delle proposte della Lega, bensì la loro praticabilità apparente. Le proposte della Lega sono ‘a portata di mano’, mostrano la sbandierata vicinanza fra governanti e governati, sembra che una volta presa una decisione poi le cose si possano fare. La Lega risponde ad un’esigenza fondamentale per ogni governo: la corrispondenza fra le decisioni prese e l’ambito delle azioni possibili.

Quando Aristotele discute la deliberazione, precisa che si può deliberare solo sulle cose che si possono effettivamente influenzare. Non si può deliberare sul corso delle stelle o sul compartemento di un dio, perché queste sono cose al di fuori del nostro raggio di azione. Al contrario degli altri partiti, la Lega sembra preoccuparsi di riportare i problemi all’interno del nostro raggio di azione, nell’ambito di ciò su cui possiamo deliberare: immigrazione, globalizzazione, ogm, tutto è alla nostra portata, su tutto possiamo decidere.

Anche Berlusconi dava un po’ l’illusione di poter governare i macrofenomeni da Palazzo Chigi, ma in un modo diverso. Berlusconi sembrava poter muovere il corso delle stelle perché era un titano della televisione (e si sa che stelle e televisione hanno ormai un rapporto stretto). Dopo anni di governo, l’illusione si è un po’ spenta.  La Lega invece opera diversamente. Dove gli altri parlano di ‘immigrazione’, un fenomeno complesso che si governa su più livelli (e il livello più importante è sempre quello per cui non ci sono elezioni, l’unione europea, l’onu, la comunità internazionale…),  la Lega dice: i fenomeni si governano o si dovrebbero governare qui dove siamo noi, per alzata di mano come nei cantoni svizzeri.

Al fondo di quest’atteggiamento c’è un’oscura percezione dell’impotenza dello stato nazionale, del fatto che ormai gli stati nazionali (l’Italia come la Grecia) sono troppo piccoli per deliberare sui grandi fenomeni e troppo grandi per affrontare la quotidianità. Di fronte alle dimensioni del commercio globale e alle migrazioni che trasformano il mondo, l’Italia è piccola come Aristotele di fronte al corso delle stelle. Di fronte al problema dei commercianti cinesi che scaricano e caricano a tutte le ore, il governo italiano è troppo lontano per essere utile. Berlusconi ha affrontato il problema a modo suo chiedendo più poteri per il governo, cioè per se stesso; la Lega invece ha più fiducia nella democrazia e pretenderebbe affrontare macro e microfenomeni a livello locale, fra gente che si capisce perché parla lo stesso dialetto.

Ma tutto questo non è un fenomeno italiano. Le elezioni locali olandesi ripropongono gli stessi problemi. Il partito che ne esce acclamato vincitore, il PVV, in fondo ripropone su scala olandese ricette leghiste: il potere alla comunità locale (l’Olanda è poco più grande della Lombardia). Le campagne olandesi che hanno votato in massa per il PVV voglio riprendersi direttamente il potere deliberativo contro l’incapacità dei cristianodemocratici di incidere sulla realtà quotidiana dopo centocinquant’anni di governo pressoché ininterrotto. L’altro partito che è uscito rafforzato dalle elezioni, il D66, è il partito di coloro che stanno accettando la fine della sovranità nazionale e che cercano soluzioni in parte tecnocratiche (è il partito degli economisti socialliberali), in parte istituzionali, come il rafforzamento della democrazia europea, all’impossibilità di governare localmente i macrofenomeni.

In qualche modo, perfino le elezioni politiche che si svolgono adesso in Gran Bretagna mostrano un quadro simile, con i Conservatori (che certo non sono leghisti) che dicono di credere nella società e nell’azione diretta e i Liberaldemocratici che guadagnano punti (nei sondaggi) e credono nell’Europa (almeno a parole).

Il problema è dunque europeo, un problema di definizione del livello a cui affrontare i fenomeni e un problema di democrazia e delle sue istituzioni. Allora forse anche le soluzioni, se esistono, dovrebbero essere europee.

FD’O

Elezioni Regionali 2010: i risultati spiegati ‘a mio figlio’.

InPolitica&Società - Politics&Society, Territorio&Società - Territory&Society su marzo 29, 2010 a 8:51 pm

Cari cari amici

voglio proporvi una riflessione tutta personale e ‘poco rifinita’ di queste elezioni regionali. Sono consapevole che un’analisi più approfondita può essere fatta solo domani, dopo aver riflettuto un pò sulla questione e dopo aver letto le opinioni degli esperti. Tuttavia, voglio cercare di essere uno dei primi a commentare a caldo la situazione, un po’ sulla linea del mio precedente articolo, un pò sulla base dei miei sentimenti (elettorali) in questo periodo.

Per chi non avesse voglia di leggere tanti siti, di approfondire un tema che dopotutto non è stato approfondito neanche prima delle votazioni, riassumo i risultati più interessanti. Badate bene, possiamo proiettare e parlare molto sulla questione ma i risultati interessanti questi sono:

1) la sinistra perde quattro regioni.

2) un elettore su tre non è andato a votare.

3) i voti si distribuiscono tra tre grandi partiti fondamentalmente: PdL, Pd, Lega con due partiti che rimangono ‘allacciati’ al carro, IdV e UDC

4) Vendola vince in Puglia (vi spiego perché importante).

Questi i risultati. Vi voglio dare la mia per ognuno di questi. La prima e l’ultima sono combinate: la sinistra perde tre regioni? perché purtroppo non esiste. Vendola vince? perché forse sembra di sinistra. Se tralasciamo il cosiddetto cuore rosso dell’Italia (Umbria, Toscana, MArche ed Emilia Romagna) allora rimangono poche regioni dove la sinistra deve presentarsi con forza, dove rischia di perdere la competizione. E purtroppo ha perso in tutte. L’unica eccezione è appunto quella della puglia, nella quale Vendola è riuscito a proporre una immagine coerente e ‘chiara’ di se, incarnando nella sua figura un programma (se non una ideologia). Guarda caso, quello che con mezzi leciti ed illeciti, politici ed imprenditoriali sta facendo il nostro premier. La lega invade il Piemonte? beh, perché appunto, è un partito del nord che assume una linea chiara (e ben comprensibile alle masse). La Campania?? beh, dopo lo scandalo dei rifiuti proprio mal gestito da Bassolino (e oserei dire da tutto il suo partito che ha discusso per mesi sulla sua stabilità) e opportunisticamente gestito dal Premier, il risultato non mi stupisce. Il Lazio è interessante, diciamo che ho i miei dubbi e che se non ci fosse stato lo scandalo liste la cosa si sarebbe risolta in modo peggiore per Bonino.

Un elettore su tre non va a votare? beh, il risultato di una campagna che secondo me ha fatto di tutto per dimostrare che le regole democratica, e ivi comprese quelle elettorali, sono una invenzione. Abbiamo assistito alla delegittimazione di un sistema intero, che va dai partiti (con il partrito-uomo in Berlusconi), alla magistratura (il cancro), alla televisione (i talk show faziosi). Il voto non è stato esente da questo. Chi ha votato ha votato per i partiti più grandi?? beh, certo, se le facce sono sempre le stesse, gli altri non li si conosce neanche. Abbiamo un risultato che dimostra come il votante non va altro che questo ragionamento in cabina “voto lega? se no (perché non razzista o particolarmente preoccupato di immigrazione): voto berlusca o voto qualcun altro? se voto berlusca voto PdL, se voto qualcun altro: voto centro? se no: voto IdV?  la cui risposta è: no sennò il mio voto è sprecato tanto Di Pietro non sa governare e questo non è neanche il suo ruolo. Allora voto PD? e si, rimane questo. Diciamo che ho generalizzato, ma che quei 4-5 milioni di indecisi fanno un ragionamento di questo tipo. Messa semplicemente, la scelta è a cascata e per esclusione. Questo porta automaticamente ad una concentrazione di voti sui ‘carri più grandi’.  condividete?

Cmq, spero riusciremo a scrivere almeno un altro articoletto, magari più ponderato, su questa questione così interessante ed importante.

Buona notte

Fede

Elezioni regionali: per cosa votiamo?

InPolitica&Società - Politics&Society su marzo 27, 2010 a 6:12 pm

Cari Amici

Domani e dopodomani votate. Io no purtroppo. Questa campagna elettorale, e tutto ciò che ne sta attorno, è stato uno spettacolo avvilente e sono convinto che nessuno toglierà il caro amico Spacca dalla sua ‘poltronetta’ alla regione Marche. Dopotutto governa una popolazione di circa un milione e mezzo di individui, tra cui me, che nell’ambito del contesto geopolitico del paese contano pochino. Voglio comunque partecipare con voi a questo momento ‘solenne’ della democrazia del nostro paese.

In Italia, le elezioni regionali (anche quelle amministrative, ma in modo diverso) sono molto importanti. Più importanti di quelle nazionali oserei dire. Ovviamente con le dovute precauzioni. Nonostante si parli di federalismo, e di come non lo si sta attuando, dagli anni ottanta l’Italia, è un paese ‘semi-federale’, in cui le materia di competenza regionale sono numerose, ben chiare e soprattutto definite nella costituzione. Il governo nazionale, di fatto, governa su tutto ciò che non è possibile governare a livello decentrato. Il principio della sussidiarietà stabilisce che l’erogazione di servizi a persone e imprese deve essere garantita dal livello di governo più ‘vicino’ all’utente finale. Se un marchigiano, per esempio, ha bisogno di assistenza sanitaria o di un parcheggio sotto casa, i livelli più consoni per l’erogazione di quei servizi sono quelli regionale e comunale. Il messaggio è semplice e chiaro: i nostri ministri conoscono poco nulla delle esigenze specifiche del territorio e forse non sono mai stati a Jesi o (raramente) nella mia Regione; poco possono sapere della viabilità locale o della composizione demografica della popolazione che pesa sul servizio sanitario. Di conseguenza, una gestione più efficace del servizio può essere garantita solo a livello decentrato. Lo stato, invece, ha il ruolo altrettanto importante di evitare che il principio di sussidiarietà si trasformi in un meccanismo di frammentazione territoriale. L’amministrazione nazionale deve in un certo senso garantire che, nonostante le aziende sanitarie e le strade sono gestite dalle regioni e dai comuni, tutti i comuni di Italia abbiano di fatto un accesso a servizi sanitari di ‘buona qualità’ (o che i comuni abbiano di fatto soldi sufficienti per rifare le strade). L’ho messa in modo semplice ma spero il messaggio sia stato colto.

Cosa stiamo per votare quindi? Certo, il nostro governo, egoista e vanitoso, non fa altro che dirigere i riflettori verso se stesso, nascondendo agli elettori i temi specifici per cui voteranno in questa tornata. Eccoli qui, direttamente dai siti ufficiali. AGRICOLTURA E FORESTE, ASSISTENZA SOCIALE, TURISMO, CACCIA E PESCA, COMMERCIO (ad eccezione del commercio estero), INDUSTRIA, ARTIGIANATO, FIERE E MERCATI, TRASPORTI E NAVIGAZIONE (escluse le grandi reti di trasporto e navigazione), OPERE PUBBLICHE, EDILIZIA (aggiungerei anche l’importanza della pianificazione strategica), LAVORO (escluso tutela e sicurezza del lavoro), ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE, MINIERE E CAVE, ACQUE MINERALI, POLIZIA AMMINISTRATIVA LOCALE, SANZIONI AMMINISTRATIVE, COOPERAZIONE SOCIALE. Non aggiungo quelle provinciali, tra le quali le opere relative alla produzione di energia elettrica da fonti energetiche rinnovabili.

Cari amici, dobbiamo renderci conto che i consigli regionali che andremo a comporre avranno effettivo potere decisionale su queste materie. Ovviamente, lo Stato ed il Parlamento legiferano su queste questioni, più o meno indirettamente, che di fatto sono definite piuttosto vagamente. La contrattazione collettiva sul lavoro è infatti condotta a livello nazionale, per esempio. Tuttavia, in molti casi, lo Stato centrale ha come unica facoltà quella di dare linee guida che garantiscano poi la redistribuzione della ricchezza e una distribuzione omogenea dei servizi sul territorio. In molte materie quindi, le Regioni sono di fatto gli organi che definiscono ed organizzano la gestione del servizio. La pianificazione territoriale (e tutto ciò ad essa collegata, come la tutela dell’ambiente o delle coste) è un esempio di come le regioni decidano sul governo del territorio, in cooperazione con i comuni (si spera) sulla base di direttive (normativa urbanistica) spesso stabilite a livello centrale. Il piano casa è stato un esempio concreto di una linea guida nazionale che doveva essere approvata dalle regioni.

Vi prego quindi di votare con saggezza, non pensando esclusivamente alle solite questioni universali (ed altrettanto importanti) come l’eutanasia, l’aborto, o la riforma della giustizia. Qui si tratta di decidere su materie legate ai nostri territori, come la collocazione di impianti nucleari, la gestione del patrimonio ambientale o i sussidi per l’energia pulita. No ci facciamo imbambolare dalla solita retorica nazionale e nazionalistica, spesso lontana dai nostri problemi quotidiani di cittadini. Sia ben chiaro che questo monito è trasversale tra destra e sinistra.

A presto

Fede

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