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La Svizzera: così vicino, così lontano

InTerritorio&Società - Territory&Society su dicembre 20, 2010 a 9:41 pm

Sul treno di ritorno da Zurigo ripenso alla Svizzera. Un paese così vicino e così sconosciuto all’Italia. Un paese che però si interessa molto dell’Italia, ne accoglie la popolazione e ne parla la lingua. Grandi chiacchierate con i pianificatori ed architetti di Zurigo, che mi spiegano il loro sistema di governo del territorio con la tranquillità che caratterizza coloro che sanno che le cose vanno bene e miglioreranno con l’impegno. La Svizzera è spesso dipinta con un posto pulito, calmo, laborioso, lussuoso, straricco, isolato e neutrale. E di fatto lo è. L’ordine e la tranquillità che caratterizzano le strade della città sono evidenti, la sinergia di una rete di ben 15 tram, 66 autobus (urbani ed interurbani), e una decina di treni urbani per una città che ha 380.000 abitanti. Una città lineare, estesa sulle rive dello Zurichzee, il grande lago. La città ricca, troppo ricca, dei tassi di disoccupazione inferiori al 2% e dove il mercato della casa è saturo. La città che, purtroppo, non da spazio ai poveri, inesistenti, con un mercato immobiliare residenziale praticamente saturo (impossibile trovare una casa in vendita a Zurigo) e dai prezzi esorbitanti, circa 16.000 euro al metro quadro in centro o nel ‘Goldside’, la ricca sponda Sud del lago, dove batte sempre il sole. Dopotutto non tanto di più di milano……

Tale città è il risultato di un sistema di pianificazione del territorio che sulla carta risulta molto simile a quello italiano. Il piano regolatore è lo stesso, seppur di durata quindicennale. La gestione delle trasformazioni della città è la stessa, tramite i piani particolareggiati e la gestione di varianti al piano regolatore. Ma allora quali le differenze. Ce ne sono alcune molto importanti, tralasciando quelle più ‘culturali’ e di ‘etica amministrativa’ che troppo spesso e con leggerezza vengono citate per giustificare l’inefficienza italiana. Gli aspetti più interessanti sono: 1) un sistema estremamente federale, dove i cantoni sono il primo livello di governo delle questioni territoriali (e anche di molte altre, come per esempio la sanità). La Svizzera ha due camere, un parlamento e un ‘senato federale’ composto dai rappresentanti dei Cantoni proporzionalmente al numero di abitanti. Tuttavia, ogni decisione che deve essere presa dal senato viene approvata solo ed esclusivamente se c’è l’unanimità (!) di tutti i cantoni (non di tutti i rappresentanti) ma della maggioranza tra i vari gruppi cantonali. Questo ha permesso per esempio di bilanciare le risorse tra i cantoni, visto che se uno vuole, per esempio, aprire un tunnel sotto le alpi, deve comunque operarsi per convincere gli altri ad accettarlo, magari offrendo un altro tunnel nel loro territorio. Ogni cantone è dipendente dagli altri. 2) un governo unico nel suo genere. Non esiste una vera opposizione e una vera maggioranza in svizzera. Ogni partito (quelli principali, che sono 5) elegge un ministro. Il consiglio dei ministri di conseguenza ospita figure provenienti da partiti differenti che comunque operano in sinergia. Se i rapporti di potere politico cambiano, si rinegoziano i singoli ministeri. Come è possibile questa sinergia ?? 3) una democrazia diretta referendaria unica nel suo genere: ci sono due tipi di referendum. Quelli abrogativi che come in italia richiedono un certo numero di firme (non molte cmq) per essere indetti, e quelli di approvazione di una legge. Ci sono infatti tutta una serie di questioni per le quali è necessario passare per un referendum popolare in caso di proposta di legge (per esempio le moschee di recente). Gli svizzeri sono chiamati a votare direttamente circa tre-quattro volte all’anno su una decina di questioni ogni volta. Il governo, eterogeneo politicamente, deve appunto operarsi e trovare accordi con le varie fazioni politiche per garantire il superamento del referendum, che comunque prevede un certo quorum (e la partecipazione di tutti i cantoni).

Questa spinta democrazia  diretta raggiunge i suoi estremi a livello cittadino e cantonale. Possono essere indetti referendum a livello del cantone, municipale o anche di quartiere. E’ il caso delle trasformazioni urbane. Ogni variante al piano regolatore (ed il piano regolatore stesso) deve superare il test del referendum. Quando un quartiere deve subire operazioni (tipo la costruzione di un grattacielo), tutti i livelli istituzionali, ed anche gli operatori privati, si opereranno per promuovere la partecipazione dei cittadini al referendum, aprendo campagne d’informazione e incontri con il pubblico. Va detta un’ultima cosa non da poco: solo i cittadini che hanno il passaporto possono partecipare al referendum e questo esclude quasi il 40% della popolazione svizzera.

 

Elezioni, consenso e quant’altro: Argomenti senza fondamento e democrazia

InPolitica&Società - Politics&Society su novembre 15, 2010 a 1:42 pm

Sono oramai diversi giorni da quando il governo in carica sembra in bilico, appeso a un filo.  La maggioranza traballa giorno dopo giorno tra proclami e minacce, tutto questo da diverse parti interne e esterne alla parte politica che lo sostiene.

Ma una cosa mi ha colpito più di tutte. Il fatto che si pensi, questo leggendo diverse testate e guardando vari contenitori politici-televisivi, che chiunque vinca le elezioni sia nella posizione di assumere piena legittimità politica e, dunque, abbia il diritto di governare. Sarà la mia scarsa conoscenza della teoria della democrazia, ma secondo quale principio l’unico strumento attraverso il quale si costituisca la legittimità sono le elezioni? Provocatoriamente, mi sento di rispondere che se fosse così, allora si dovrebbe trovare una forma, diciamo vagamente una legge, che renda possibile ciò. Di conseguenza ci dobbiamo chiedere: esiste tale forma? Io credo di no. Questo pensiero è dovuto semplicemente al fatto che elezioni non sono un mezzo attraverso il quale si cede il potere alla parte che le vince. Se fosse cosi basterebbe condurre una buona campagna elettorale, ottenere il numero di voti necessari per ottenere la maggioranza parlamentare e formare un governo. Seguendo questa linea, ciò sarebbe sufficiente per governare per il periodo stabilito senza curarsi della responsabilità che si ha nei confronti di chi ha dato la propria preferenza di voto. Mi sembra piuttosto chiaro che questo non ha nulla a che fare con l’esercizio democratico del potere.

Un altro argomento che spesso, forse troppo, viene tirato fuori dal cappello, quasi come fosse il coniglio del prestigiatore, è la presenza del consenso. Ma cosa è il consenso oggi, in un momento in cui questo viene misurato attraverso le elezioni e, in particolare, l’uso dei sondaggi? Spesso mi chiedo se non siamo giunti alla democrazia del sondaggio. Uno strumento nato per fini conoscitivi utilizzato per fini politici. Se il consenso si misura anche, se non esclusivamente, attraverso il sondaggio, allora forse è inutile votare. Basterebbe, in un senso assurdo, dotare tutte le case dei cittadini di una sorta di auditel attraverso il quale rilevare lo stato dell’opinione pubblica e, quindi, proseguire o meno nelle scelte che si intendono prendere. Il problema è che non ci si pone mai il è che, forse, l’opinione pubblica, o il popolo come spesso si dice, non è una entità monolitica e che uno degli aspetti fondamentali della democrazia è il rispetto della minoranza. Altrimenti questo tipo di regime diventa, come è stato detto da ben più autorevoli pensatori di me, una dittatura della maggioranza. Può darsi, e questo mi preme sottolinearlo, che l’opinione pubblica cambi, come può anche cambiare l’idea dei rappresentanti che sono stati eletti nonostante si pensi, errore di notevole portata, che le elezioni producano una rappresentanza mediante la quale si “ceda” il potere. Purtroppo per colori i quali pensano questo, i rappresentanti eletti non ottengono per delega il potere. Ciò si può pensarlo se la propria candidatura è il frutto di una decisione poco democratica, ovvero il prodotto dell’attuale legge elettorale. Ciò non è soltanto dovuto a una forma. Ma alche il fatto che esiste una rispondenza, che di fatto, oggi, è inesistente.

Arrivo all’ultimo punto: le congiure di palazzo. Qualunque ipotesi, anche remota, del fatto che la maggioranza prodotta dalle elezioni possa cambiare in corso della legislatura diventa una congiura di palazzo e una forzatura della democrazia. A questo punto io mi chiedo: ma se una parte politica non è in grado di prendere delle decisioni, banalmente di governare, e di fare gli interessi della cittadinanza allora è democratico continuare aggrapparsi al potere ottenuto attraverso le elezioni? Io credo di no, sempre per quella cosa che, nuovamente, si chiama responsabilità. Se non si è il grado di governare, è giusto mettere in stallo un paese perché non si è in grado di avere una maggioranza parlamentare che si traduca in un governo? Sinceramente, credo di no. Il bene collettività è forse più importante del mantenimento del potere.

Per finire, ci troviamo di fronte a un momento particolarmente difficile da interpretare. Resto solo di stucco ascoltando argomenti con premesse errate. Perché queste, di conseguenza, producono conclusioni erronee. E, sinceramente, sono stanco di sentire argomentazioni insensate. Le argomentazioni sono vere, false o insensate. E, probabilmente, nell’ultimo periodo stiamo vivendo quest’ultimo caso.

Il vero potere di Berlusconi: la creazione della ‘realtà’.

InPolitica&Società - Politics&Society su maggio 23, 2010 a 12:14 pm

Articolo di riflessione su un tema che sembra vecchio ormai ma che detto così ci da spunti di riflessione più ampi.

Berlusconi ed il suo governo sono potenti. Hanno potere e lo esercitano. Niente di nuovo. Ma perché lo consideriamo ‘potente’? Quale l’essenza del suo potere? L’elettorato? il fatto di risiedere nelle istituzioni dello Stato? il fatto possedere soldi e tv? Beh, tutte queste risposte assieme….

Bent Flyvbjerg è un sociologo-antropologo che lavora e scrive su temi di pianificazione territoriale ed urbanistica. Ha scritto un libro molto interessante (rationality and power: democracy in practice), per quelli del settore, in cui esegue un’analisi etnografica dei processi decisionali dietro i piani urbanistici della città di Alborg in Danimarca. Cosa centra questo con Berlusconi? Beh, l’intento del danese è quello di scoprire, attraverso uno studio di caso, quale relazione c’è tra ‘razionalità’ e ‘potere’. Mi spiego. Razionalità è la conoscenza, la realtà così com’è oggettivamente. Il fatto che se aumenta il numero di auto aumenta anche l’emissione di CO2. Una certezza scientifico-pratica. Il potere invece è la cosa complicata. Nel suo libro, l’autore cerca di definire quale siano i meccanismi di funzionamento del potere (non solo politico) in relazione alla realtà dei fatti. Si assume, in poche parole, che potere è quella capacità di definire la realtà, oltre la sua oggettività. Se io possiedo ‘potere’ allora posso convincere una gran massa di persone, piuttosto che il mio consiglio comunale, che dopotutto non è vero che il CO2 aumenti. Entrando in dettaglio Flyvbjerg conclude con le seguenti considerazioni, che dimostrano come Berlusconi sia un potente:

1) il potere definisce la conoscenza: chi ha potere riesce a definire quale sia la realtà, cambiandone i ‘connotati’ (affermando cose totalmente o parzialmente false). Chi ha potere è colui che può fornire, ad esempio, dati sbagliati e comunque ottenere ragione. Esempio? la crisi, il nostro governo è riuscito, senza troppi problemi, a sottostimare la recente crisi economica che ci ha investito ed è riuscito a diffondere tale visione deviata della realtà.

2) La conoscenza, dopotutto, non esiste in quanto tale: il potere è il contesto della conoscenza nel senso in cui la conoscenza non è altro che il risultato di un processo di ‘razionalizzazione’ (creazione della conoscenza) nelle mani dei potenti. Tale processo è gestito dal potere. Quando Berlusconi, tramite tutti i suoi media, riesce a concentrare ed orientare il dibattito pubblico su alcune tematiche, tralasciandone altre, è autore di tale processo di razionalizzazione. il TG1, per esempio, ne diventa strumento primario, celando la realtà della povertà, della scuola che decade e della corruzione che pervade.

3) Il potere è ‘stupido’ (riprendendo Nietzsche che dice ‘il potere rende stupidi’. Che è potente ha paura della realtà (della verità in questo caso). Per celarla deve spendere molte energie nel controllo della creazione di conoscenza (falsa a volte). Questo rende impossibile l’utilizzo e la ricerca di conoscenza ‘reale’ e ‘vera’. Della realtà oggettiva. Il potente non sa. Pretende di sapere. Direi che un ministro dell’economia che in realtà è un avvocato, la soubrette ministro delle pari opportunità sono i casi esemplari di tale meccanismo.

4) Il potere ha paura del confronto politico. I potenti giocano sulla realtà ‘costruita’. Il confronto aperto li terrorizza, rendendoli spesso vulnerabili  di fronte ad altre argomentazioni, soprattutto se provenienti dai detentori della conoscenza, gli intellettuali. Berlusconi evita i confronti anche in televisione. Controlla le sue apparizioni meticolosamente perché non potrebbe sostenere un dialogo con, per esempio, un giornalista autonomo o tanto meno un economista per capirci. Da qui ne deriva, punto 5, che il potere è dipendente da relazioni stabili. Il conflitto, interno ai partiti, per esempio, terrorizza il potere dal momento che il continuo processo di creazione di ‘una sola’ realtà (i programmi di partito per esempio) necessita di consenso. La coalizione al governo è terrorizzata delle sue fratture. E’ dipendente dalla propria coalizione.

Beh, ce ne altri di punti conclusivi, però queste sono per me le più significative.

Non vi consiglio di leggere il testo se non siete troppo interessati in lavori etnografici ed antropologici. Però, direi di soppesare sempre quello che la politica dice….

a presto

federico

Putin all’università del pensiero liberale?

InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 27, 2010 a 9:48 am

Premetto che secondo me il governo italiano deve trattare con tutti, con l’Iran e con la Russia, con la Svezia come con il Pachistan. E per trattare con un paese bisogna esercitare una certa sospensione del giudizio sulle questioni della sua politica interna. È stupido a parer mio andare in Cina a trattare accordi commerciali e poi fare la solita pagliacciata di fronte ai giornalisti per ricordare il Dalai Lama.

Trattare con Putin sui gasdotti e con Gheddafi sulle zone di pesca  non dovrebbe però implicare un apprezzamento dei metodi di governo dei russi o dei libici.  Il nostro grande Leader Presidente Berlusconi, tuttavia, la pensa diversamente (notare che il presidienzialismo in Italia è stato realizzato un po’ come le scuole dottorali: sono tutti dottori e tutti presidenti…). La visita del primo ministro russo a Lesmo, dove Berlusconi sta per aprire una Università del Pensiero Liberale, ci ha regalato un altro paio di perle nere del Nostro che non poteva perdere un incontro internazionale senza la comica di rito (impagabile quella su Lukashenko molto amato dai bielorussi “come dimostrano i risultati elettorali”).

Il tema dell’incontro fra Berlusconi e Putin era l’energia , il gasdotto Southstream e il nucleare che l’Enel sperimenterà in Russia (non bisogna dimenticare che l’Enel dispone già di centrali nucleari, in Spagna e in Slovacchia, a tecnologia americana in un caso e russa nell’altro). Berlusconi però ne ha approfittato per annunciare che sarà Putin a inaugurare con una lectio magistralis l’Università del pensiero liberale. Putin che, come Berlusconi aveva ricordato in altra occasione, “non è mai stato comunista” e che adesso brillantemente guida la Russia verso un futuro di democrazia.

Farebbe e in effetti un po’ fa ridere se non dimostrasse tragicamente la concezione del liberalismo che possiede Berlusconi: mettere il bavaglio ai media, fare un po’quel che gli pare e trionfare all’elezioni con almeno il 70%.  Una (ennesima) riprova di queste tendenze, il Grande Leader ce la regala immeditamente, sulla questione del nucleare. Berlusconi lamenta la diffidenza degli italiani per il nucleare, ma ha già pronta la soluzione: una campagna Rai di “convincimento” sulle tante virtù dell’atomo…evviva la libertà di pensiero!

Ps: Berlusconi invoca l’esperienza francese. I francesi lungi dal combattere le centrali farebbero a gara per vedersele costruire in giardino, per i posti di lavoro che implicano. Le centrali poi sarebbero supersicure. In realtà la situazione è un po’ diversa: i francesi diffidano delle misure di radiottività ufficiali e i dati dei comitati civici si discostano sistematicamente da quelli del gestore delle centrali (trasparenza!). In quanto poi agli incidenti, microincidenti sistematicamente sottovalutati, si verificano continuamente nelle “sicurissime” centrali transalpine. In ogni caso, secondo l’Eurobarometro, solo il 12% degli Europei apprezzava l’uso dell’energia atomica nel 2006 (dal WSJ).

FD’O

La fine della forma e della sostanza

InPolitica&Società - Politics&Society su marzo 6, 2010 a 3:09 pm

In questi giorni stiamo assistendo a degli avvenimenti che sembrano nuovi, ma che secondo me non lo sono del tutto. Fanno parte di una tendenza, lenta, ma annunciata. Mi riferisco alla spiacevole o ridicola situazione creatasi a seguito la presentazione delle liste elettorali in Lazio e Lombardia. Senza volere entrare nel merito della questione burocratico-formale, cioè se a Roma quel signore sia andato a magiare un panino o se stava cambiando i nomi delle liste, se in Lombardia mancassero firme e quant’altro, questa mi sembra un’occasione per riflettere, prima di tutto, sul concetto di procedura nella democrazia e, in secondo luogo, sullo stato della democrazia in Italia. Questo tema avrebbe bisogno di vari anni di riflessione ma con un piccolo sforzo lo si può affrontare in poche righe.

In democrazia, come tutti sanno, esistono delle regole che permettono agli attori politici e anche alla società civile di poter conoscere e prevedere il comportamento degli altri attori. Del resto, questa è una delle funzioni delle regole. Queste regole formano un insieme di procedure che andrebbero seguite e che definiscono uno spazio di azione per gli attori che vogliono partecipare al cosiddetto “gioco democratico”. Solitamente, le democrazie che sono soltanto “procedurali” non sono considerate troppo “democratiche”, visto che la loro caratteristica principale è l’enfasi sulle procedure che offusca gli altri elementi come la partecipazione dei cittadini, la garanzia di diritti politici, sociali e civili, il diritto di espressione, l’accesso a un’informazione libera e imparziale, etc. Penso da tempo di vivere in una democrazia elettorale/procedurale, i cui elementi necessari per renderla tale sono lo svolgimento delle elezioni e che queste sia corrette, ricorrenti e competitive. Credo questo in quanto l’atteggiamento di chi governa questo paese me lo dimostra ampiamente e ripetutamente. Si sente spesso dire che il cuore della democrazia sono le elezioni e perciò, attraverso il voto popolare e grazie al mandato che esso conferisce, la maggioranza parlamentare e il governo devono esercitare le loro funzioni senza troppe interferenze. Tutto il resto conta molto poco (che esista un’opposizione, che il governo debba rendere conto delle proprie azioni, che si rispettino le leggi, ad esempio).

In questi giorni abbiamo fatto un salto di qualità (ma nel vuoto). Sono state aggirate anche le procedure più basilari. Qualcuno direbbe: ma si, roba da poco. No. Sono state ignorate quelle procedure che regolano la presentazione delle liste elettorali, che dovrebbero essere condivise, accettate e rispettate da tutti in quanto non hanno una politicizzazione. Esistono perché deve esistere una modalità attraverso la quale candidare dei cittadini alle elezioni. Quindi mi chiedo, molto ingenuamente: visto che fino a qualche giorno fa eravamo in una democrazia procedurale/elettorale e visto che oggi le regole possono essere cambiate o “interpretate” ad hoc in ogni momento, dato che c’è una certa difficoltà fisiologica a rispettarle, siamo ancora una democrazia (di qualunque tipo)?

Penso che ormai parlare di democrazia in Italia non serve. Dovremmo iniziare a riflettere su questo problema. Perché non siamo più una democrazia. Viviamo in uno stato in cui non esiste, già da tempo, il minimo rispetto per la sostanza della democrazia. E da qualche giorno neanche il rispetto della sua forma. Abbiamo perciò bisogno di una nuova etichetta. Qualcuno ha suggerito che siamo diventati un “sultanato”. Qualcosa di simile a questo è, secondo me, il feudalesimo medievale da X-XI secolo, in cui esisteva una gerarchia di potere, il Re elargiva concessioni attraverso un’investitura, esisteva una forte fedeltà nei confronti del regnante posto sul gradino superiore della scala garantita dall’investitura stessa e, da ultimo, i regnanti godevano dell’immunità all’interno della giurisdizione. E  gli altri sono i servi della gleba.

Mario

Si può essere Berlusconiani e Democratici?

InPolitica&Società - Politics&Society su gennaio 31, 2010 a 3:13 pm

Credo di immaginare due risposte a questa domanda. Lascio perdere il ‘forse’ perché non ci aiuta ad andare da nessuna parte. Prima di iniziare a parlare delle due alternative è meglio fare un chiarimento che reputo fondamentale. Entrambe le risposte dipendono da quale significato diamo alla parola ‘democrazia’. Non sto qui a fare una esamina della storia della democrazia e del pensiero democratico. Cerco invece di fare un discorso molto più banale per cercare di capire come si possono avere diverse risposte e nessuna verità. Anche se possiamo essere in grado di sostenere le nostre convinzioni argomentandole. Delle mie accennerò alla fine del post.

Si può pensare alla democrazia seguendo un ragionamento, molto diffuso e sostenuto con forza nel panorama politico italiano, del tipo: “Ci sono elezioni ogni cinque anni, quindi esiste una competizione elettorale, una campagna elettorale, i cittadini votano, ci sono dei risultati, vince chi ha la maggioranza, questa successivamente forma il governo, eccetera eccetera…, quindi è assurdo parlare di regime”. Seguendo questa argomentazione è evidente che si può essere berlusconiani e democratici. L’attuale presidente del consiglio ha seguito la procedura per assumere la sua attuale carica. Un’altra visione della democrazia sostiene che oltre alle procedure, che ovviamente devono essere rispettate in quanto senza di esse vengono a mancare le basi fondamentali, ci debba essere anche qualcosa in più. Questa parte, che per alcuni potrebbe essere un peso, consiste in una serie di principi che rendono la democrazia qualcosa di più complesso da gestire.  Senza entrare nei dettagli, la parte ‘superflua’ della democrazia consisterebbe nel miglioramento dell’informazione pubblica, nel sostegno della partecipazione della cittadinanza, nel continuo rispetto per la separazione dei poteri, nel rendere trasparenti i processi di governo, nell’avere una classe politica rispettosa del proprio ruolo e della legge a cui è sottoposta. Seguendo questa strada mi sembra un po’ difficile rispondere positivamente alla domanda iniziale. Credo che se un cittadino avesse in mente questa concezione della democrazia, ovvero un’idea più elaborata di essa, avrebbe difficoltà a definirsi allo stesso tempo democratico e berlusconiano. A mio modesto parere, l’attuale maggioranza non è particolarmente interessata a promuovere i principi accennati appena sopra.

Il primo ragionamento sarebbe condivisibile e, anzi, da sostenere in un paese appena uscito da una guerra o da un regime autoritario. Il secondo, invece, si adatta meglio a un paese che ha una democrazia già matura per cui i cittadini iniziano a chiedere di più rispetto al passato. Essi chiedono maggiori diritti, garanzie, risposte, informazioni. Attenzione però, con questo non voglio dire che stiamo vivendo in un regime. Affermo soltanto, ed è questa la mia convinzione, che in uno stato ‘moderno’ si dovrebbero sviluppare forme più complesse di democrazia in cui oltre alle procedure inizino a contare anche nuove esigenze legate al governo di esso.

Esistono tante forme di democrazia e qualcuna è migliore di altre. Possiamo essere tutti democratici, ma sostenere regimi di tipo diverso. Per esempio, si può credere di vivere in un paese democratico anche quando vi sono solo due partiti, ci sono elezioni e uno dei due è destinato sempre a vincere. Del resto ci sono elezioni regolari, ricorrenti e corrette. O No? Ma nessuno penserebbe che questo paese è pienamente democratico.

Voglio concludere dicendo, e credo sia questo il senso del post, che maneggiare la parola ‘democrazia’ non è una cosa semplice e per questo motivo bisogna essere molto cauti nel farlo. Seguendo la politica italiana ho l’impressione che questa parola sia abusata, usata a caso, spesso svuotata del suo significato (se mai ce ne sia uno definitivo). Credo che l’attuale maggioranza abbia una visione della democrazia che qualcuno definirebbe ‘ridotta’. Quindi i berlusconiani, a mio parere, sono democratici ‘ridotti’, se immaginiamo la democrazia come un continuum che va da una situazione certamente non-democratica a una pienamente democratica. Stanno, in due parole, a metà strada. E certamente ora avremmo bisogno di persone che stiano nella metà ‘più’ democratica di questo spazio immaginario. Per una democrazia ‘estesa’.

Mario

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