Cari amici
il Mirror è rimasto dormiente per un mesetto purtroppo e me ne dispiaccio. E’ la conseguenza di impegni pregressi della redazione combinati all’assenza di notizie interessanti da commentare nell’attualità Italiana. Questo mese è riassumibile in tre righe: la politica italiana si riduce sempre più a quella interna ai partiti (Bossi&Co), le politiche italiane contro lo crisi si riducono ad una riforma arrangiata del mercato del lavoro, il target della politica italiana rimangono i ceti medio bassi, ed i soggetti della politica italiana rimangono i soliti sopravvissuti di un neo-corporativismo ormai in decadenza, la cui eredità è quella che Regini ha chiamato in altre occasioni ‘seclusa microconcertazione’ tra poteri forti, primi fra tutti il governo, i sindacati e gli industriali. Non stupisce che l’accordo raggiunto protegga di fatto i soggetti lavoratori già inclusi ed integrati nel processo produttivo, mentre riduca ulteriormente le speranze di piena integrazione economica di noi giovani.
Rischiando di sembrare un po’ autoreferenziale ed un po’ fuori luogo, desidero fare una critica inusuale. Soffro profondamente (ormai da giorni) una mancanza della geografia nella politica italiana nei tempi di crisi. Cerco una politica spaziale contro la crisi, un appiglio territoriale alle riforme di questo paese ed un tentativo, almeno minimo, di gestire la crescita tramite una organizzazione del territorio nazionale e non tramite sconnesse politiche più o meno effettive come quella sulle Smart Cities (focalizzate sull’uso delle ICTs nella gestione dei servizi) o sulla pedalata contromano nelle carreggiate per le auto (assurdo ma vero). Non vorrei auto-elogiare l’ampia categoria di cui faccio parte (urbanisti, pianificatori, sociologi urbani e quant’altro) ma non posso esimermi dal notare che in Italia, a livello nazionale così come a livello subnazionale (regioni), e città e la gestione del territorio non vengono quasi mai considerati una politica di sviluppo economico. Si tende a polverizzare la politica urbana in politica abitativa, ambientale, infrastrutturale o multiculturale senza però carpirne il valore aggiunto per lo sviluppo economico e produttivo (in termini anche quantitativi di GDP) del nostro paese. Attenzione, non sto parlando di ‘fare cassa’ tramite la gestione del suolo, cioè di rinforzare quelle pratiche di svendita in cambio di oneri per investimenti. Assolutamente no. Parlo del valore aggiunto ed indiretto che una buona gestione delle città, della coabitazione urbano e rurale, abitativo ed industriale può effettivamente apportare alla performance economica del nostro paese: in gergo tecnico alla ‘competitività economica’ a livello internazionale.
Lo sanno tutti ormai, a partire dalle teorie sulle world and global cities, l’economia globale è stata ormai identificata come una rete, composta da nodi di livello internazionale e subnazionale (si pensi al ranking delle global cities di Taylor). I nodi di questa rete sono i punti focali dove la ricchezza immateriale della finanzia precipita e si traduce in ricchezza materiale e dove trovano sfogo gli effetti socio-economici sia negativi che positivi (dal benessere alla polarizzazione sociale). Tali nodi sono fortemente connessi e allo stesso tempo in competizione tra di loro. Competono per investimenti altamente mobili, volatili. Questi investimenti hanno effetti diretti sulla strutturazione della domanda e dell’offerta di lavoro nelle città, e indirettamente negli equilibri socio-economici delle regioni di cui quelle città sono capitali. In un recente articolo Colin Crouch e Patrick LeGalés (ma anche tanti altri) hanno recentemente ridimostrato che sono questi nodi che determinano le sorti economiche degli Stati, i cosiddetti ‘national champions’. Si tratta di uno scenario condiviso con sospetto dal sottoscritto, dati gli effetti di polarizzazione socio-economica e territoriale che ha. I perdenti della TAV (la Val di Susa), attraversati da uno di questi assi di connessione tra nodi globali (Torino, Lyon) ne sanno qualcosa. Tuttavia, bisogna riconoscere che la crescita non può essere scissa dalla geografia.
Il mio è un appello alle città per risolvere la questione lavorativa. Non all’articolo 18. Aumentare la capacità attrattiva di centri urbani e produttivi importanti dovrebbe essere la priorità per incrementare l’offerta di lavoro. Risolvere la questione del mismatch geografico tra domanda e lavoro (la forza lavoro giusta nel posto giusto) è una priorità per ridurre i costi infrastrutturali e sociali della crescita. Concentrare le risorse, sempre più scarse, e specializzare le economie locali è una necessità per ottimizzare qualsiasi tipo di politica economica. Questa è una delle lezioni che abbiamo tratto dall’esperienza produttiva dei distretti industriali della terza Italia, dove la concentrazione geografica di imprese specializzate in un preciso settore aumentava il raggio internazionale di azione. Ma mi riferisco anche all’importanza della tutela dell’ambiente, della gestione degli usi del suolo, una pratica importantissima per rendere il landscape una risorsa per la crescita. Le imprese internazionali decidono di aprile i loro headquarters dove i loro dipendenti possono trovare un contesto vivibile, pulito e dinamico. Inoltre, le aree verdi sono produttive se protette e se gestite in maniera razionale, con una ottimizzazione della produzione agricola, un uso ricreativo delle zone periurbane (industria in crescita) e ovviamente con un’attenzione alla politica energetica (si pensi agli incentivi per pannelli solari e agli effetti che hanno sul recupero urbano). Ultimo ma altrettanto fondamentale, la questione abitativa. Il governo Monti non parla di casa, pur sapendo che la casa, quella abbordabile, è fondamentale per alleggerire i costi sociali del lavoro, per aumentare la capacità di spesa delle famiglie ed in ultimo per permettere una distribuzione più flessibile della forza lavoro in base all’offerta (città più creative, città più industriali etc…). La mobilità si fa anche con l’immobile. La crescita non è questione astratta o burocratico-normativa, la viviamo e sosteniamo tutti i giorni nelle nostre città.
A presto
Federico

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