Il verbo raschiare non viene utilizzato quasi mai nel nostro quotidiano. Alzi la mano chi sente di poter affermare il contrario. Eppure sono settimane che mi gironzola nella testa senza capire da dove diavolo possa arrivare.
Poi succede che, una mattina di autunno – magari domenica – ti alzi dal letto, ciondoli fino alla cucina alla ricerca di una goccia di caffè, ti lavi, ti vesti, esci a buttare la spazzatura e coincidenza il camioncino che la ritira è già li, sotto casa, rombante e pronto per ripartire. Con la mano libera fai un gesto nell’aria e il tizio abbandona il volante, ti viene incontro senza espressione, prende il tuo sacco e lo lancia nel mucchio.
Poi succede che ti chiedi se è tutta plastica quella che vedi nel retro del furgoncino; no, perché sono cinque giorni – con oggi – che te la tieni in casa e la domenica è il giorno corretto per liberartene, lo dice anche il memorandum di quattro colori del comune attaccato con tanta cura sul muro del palazzo. Ma quello che vedi con la coda dell’occhio sembra tutto tranne plastica e allora la domanda, come diceva un noto conduttore, nasce spontanea.
‘Scusi è il giorno della plastica questo, vero?’
‘Che?’
‘….no dico, stai raccogliendo la plastica adesso, giusto? E’ plastica quella?!’
‘Mica me metto a controllà i sacchi uno per uno’
‘Si, però è giorno di plastica oggi’
‘E allora sarà plastica’.
Il verbo raschiare è onomatopeico. Lo pronunci e puoi sentirne il rumore. Ma il perché io ci pensi da giorni, devo dire, proprio non lo so.
Poi succede che una sera torni a casa dal lavoro, stanca e affamata. Lanci la borsa da un lato, le scarpe dall’altro, e – tra la lavatrice che centrifuga e una padella che sfrigola – il relax prende il sopravvento. Però poi succede che la soglia di attenzione si alzi un po’ ascoltando un telegiornale: e le parole che riesci ad ‘acciuffare’, nel marasma delle notizie e dei gesti quotidiani che fai, sono poi quelle che creano il senso reale delle cose accadute.
Muore Steve Jobs / Forza Gnocca / crolla una palazzina, cinque donne muoiono sul posto di lavoro / lavoravano in nero / manifestazione contro la Legge Bavaglio / Berlusconi va in Russia per il compleanno di Putin / processo Mediaset / processo Ruby / i due tizi di Perugia, per la giustizia italiana, sono innocenti e vengono scarcerati / vogliono i danni morali / saranno soldi nostri / l’assassino di Novi Ligure è ospite in una trasmissione televisiva / a dir cosa, non saprei / il fallimento della Grecia / i tagli alla scuola pubblica / la crisi / le banche / Berlusconi è sempre al compleanno di Putin / culona inchiavabile / neutrini che viaggiano in tunnel inesistenti / borse in calo / Palazzo Grazioli, festini e minorenni / pensione parlamentare di 3000€ ad una pornostar / IVA al 21% / Giuliano Ferrara su RAI 1 per mezz’ora al giorno / per non parlare di Bruno Vespa / o di Minzolini / la Dandini non tornerà in televisione.
In tutto questo tripudio di scelleratezze, cerchi Michele Santoro, perché in fin dei conti è Giovedì e sei abituata così, di Giovedì. Ma al suo posto c’è un programma di gente sconosciuta che canta e stona e viene giudicata dalla Cuccarini, la sola che riesci a riconoscere prima di spegnere tutto e schiantare il telecomando contro il muro.
Il verbo raschiare è in disuso. Sfido io a trovare qualcuno che per strada lo inserisca in una conversazione. Eppure, chissà come, non posso fare a meno di pensarci.
Poi succede che ti chiama un amico e ti dice che l’azienda per cui ha lavorato l’ultimo anno e mezzo non gli rinnova il contratto e allora tra brevissimo se ne andrà all’estero a fare quel dottorato che ha sempre rimandato; non rimane in Italia perché non lo pagherebbero. Si è già informato. Poi ti chiama un’amica e ti dice che, visto che il suo contratto era di sostituzione maternità, a fine ottobre torna la collega e lei dovrà andar via. Non c’è possibilità di rimanere, non ci sono soldi per pagare due persone e non sa proprio dove sbattere la testa. Era brava nel suo lavoro.
Allora ritorno con il pensiero a Mr. B. e al suo viaggio in Russia per il compleanno di Putin. Penso che saranno più di vent’anni che in Italia non si fa politica – quella vera - e il risultato di questo mal governo si riversa inesorabile sulle nostre vite, anche se ci vogliono far credere che tutto sia sotto controllo.
Ed ecco quell’attimo di lucidità, dove tutti i tasselli tornano al proprio posto e la parola raschiare finalmente acquista il suo senso. Raschiare il fondo. Ecco cos’era. Ecco da dove arriva. Perché è quello che vedo, quello che mi circonda tutti i santi giorni; mentre chi dovrebbe rimanere qui – per quel senso di responsabilità che fa di un capo un buon capo – è lontano mille mila kilometri, a festeggiare l’unico ‘comunista’ che non fa comodo chiamare così.
Marta


