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Archivio per la categoria ‘Territorio&Società – Territory&Society’

Obrigada: emozioni dal Portogallo

InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 14, 2012 a 8:06 pm

C’è una frase che torna precisa a ronzare nella testa mentre, spostando lo sguardo sui vetri della mia finestra italiana, la pioggia lava via questa settimana di ritorno:

Vivemos tantos anos a falar pela calada. Só se pode querer  tudo quando não se teve nada.

Quello che mi porto via dal Portogallo è la sua umiltà. Una terra semplice, piccola e forte nello stesso tempo. Geograficamente in Spagna; culturalmente, mai così lontana da essa. E’ bello perdersi con lo sguardo tra quei  paesaggi desolati, mentre il treno ti culla da Lisbona a Porto. Nuvole basse, stracolme di pioggia e ombre, accompagnano distese di campi non coltivati, un lago enorme, qualche casa rurale abitata e alcuni uliveti. Nulla di più. Dicono che i portoghesi siano grandi fabbricatori di scarpe. Nemmeno più di Porto – il vino – da quando la produzione si è spostata quasi tutta in Galizia, Spagna. Insomma, si produce poco e si esporta ancora meno e il tutto è molto, molto palese.
Mi immagino d’improvviso l’Italia; come ad ogni fermata di treno ti passano davanti cento comuni, cento città più o meno grandi; e ancora coltivazioni, serre, fabbriche, ponti, fiumi, laghi, mari e montagne.  Ad ogni fermata di treno la vita umana è presente, esiste e si percepisce nel bene e, molte volte, nel male. Seduta su quel treno portoghese ho avuto la netta sensazione di essere sola, quelle vedute ed io, nonostante viaggiavo in una carrozza stracolma di persone e il buio cominciava ad assalire il finestrino.

Il primo bar di Lisbona non si scorda mai. Non scorderò mai gli odori, la luce del pomeriggio che lucidava il pavimento e lo sguardo intenso del barista mentre gli chiedevo se, per favore, potevo parlargli spagnolo. Non scorderò mai quella sensazione di essere stata catapultata – a sole tre ore di aereo e ottanta euro – negli anni sessanta, con quei tavoli di legno e marmo, ognuno con il proprio posacenere di vetro lavorato; con quel bagno nei sotterranei e senza lavandino, perché quello è ovviamente al piano terra, di fianco al bancone. Fuori sulla piazza, tavolini in ferro stracolmi di sedie, gente che urla, fuma e beve di tutto. Quel cameriere che entra ed esce sicuro nella sua divisa bianca e nera, con il suo modo ordinato e serio di fare le cose, a ricordarti che lui è li da sempre e sempre lo troverai li.

A Porto invece quello che resta negli occhi è l’immenso Ponte Luiz I, che sembra quasi la Torre Eiffel distesa a dormire. Collega il quartiere centrale della Ribeira a Gaia, l’altra parte del fiume Douro, che di notte è talmente scuro da mettere quasi paura. Ma Porto non è assolutamente il suo centro, non è il percorso turistico delle botteghe di vino e non è la sua apparente ricchezza, quella classica dei souvenirs ammassati sotto una tenda, ma è, nella sua essenza più profonda, tutto quello che le gira intorno. Svicolando per le sue vie ti stupisce la decadenza delle case, moltissime diroccate e disabitate, i colori di quel che resta delle ceramiche sui muri. Quegli onnipresenti  gabbiani che dal mare arrivano ovunque, anche in piena periferia, una mattina uggiosa quando decidi di uscire da sola per andare in un bar a prenderti un carioca, tipico caffè portoghese.

Ringrazio perciò il Nord del Portogallo, perché mi ha permesso di assaporare una realtà lontana dal turismo di massa, ma fatta di parchi, ponti romani e fontane di acqua calda.
Ringrazio Lisbona perché, seppur breve, l’incontro con lei rimane una delle emozioni più forti.
Ringrazio la musica portoghese, Sergio Godinho e l’atmosfera che può creare.
Ma al di là di quello che si può visitare o imparare di un paese straniero, sono solo ed unicamente le persone che fanno la vera differenza. Per questo ringrazio una per una le anime che ho incontrato, uomini che mi hanno ricordato la bellezza e il valore dei gesti semplici. Uomini che hanno aperto la porta di casa e, con estrema naturalezza, hanno fatto entrare un cuore sconosciuto mostrandogli, senza convenzioni o falsificazioni, la parte più appassionante della loro terra: la gente. Ringrazio infine la mia macchina fotografica e il suo pensate obiettivo, ma soprattutto il mio collo, che l’ha sorretta solennemente tutti i giorni, per dieci giorni.
Sono sicura, lo rifarebbe ancora.

Marta

Le politiche economiche: un appello alle città e alla geografia.

InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 11, 2012 a 8:26 am

Cari amici

il Mirror è rimasto dormiente per un mesetto purtroppo e me ne dispiaccio. E’ la conseguenza di impegni pregressi della redazione combinati all’assenza di notizie interessanti da commentare nell’attualità Italiana. Questo mese è riassumibile in tre righe: la politica italiana si riduce sempre più a quella interna ai partiti (Bossi&Co), le politiche italiane contro lo crisi si riducono ad una riforma arrangiata del mercato del lavoro, il target della politica italiana rimangono i ceti medio bassi, ed i soggetti della politica italiana rimangono i soliti sopravvissuti di un neo-corporativismo ormai in decadenza, la cui eredità è quella che Regini ha chiamato in altre occasioni ‘seclusa microconcertazione’ tra poteri forti, primi fra tutti il governo, i sindacati e gli industriali. Non stupisce che l’accordo raggiunto protegga di fatto i soggetti lavoratori già inclusi ed integrati nel processo produttivo, mentre riduca ulteriormente le speranze di piena integrazione economica di noi giovani.

Rischiando di sembrare un po’ autoreferenziale ed un po’ fuori luogo, desidero fare una critica inusuale. Soffro profondamente (ormai da giorni) una mancanza della geografia nella politica italiana nei tempi di crisi. Cerco una politica spaziale contro la crisi, un appiglio territoriale alle riforme di questo paese ed un tentativo, almeno minimo, di gestire la crescita tramite una organizzazione del territorio nazionale e non tramite sconnesse politiche più o meno effettive come quella sulle Smart Cities (focalizzate sull’uso delle ICTs nella gestione dei servizi) o sulla pedalata contromano nelle carreggiate per le auto (assurdo ma vero). Non vorrei auto-elogiare l’ampia categoria di cui faccio parte (urbanisti, pianificatori, sociologi urbani e quant’altro) ma non posso esimermi dal notare che in Italia, a livello nazionale così come a livello subnazionale (regioni), e città e la gestione del territorio non vengono quasi mai considerati una politica di sviluppo economico. Si tende a polverizzare la politica urbana in politica abitativa, ambientale, infrastrutturale o multiculturale senza però carpirne il valore aggiunto per lo sviluppo economico e produttivo (in termini anche quantitativi di GDP) del nostro paese. Attenzione, non sto parlando di ‘fare cassa’ tramite la gestione del suolo, cioè di rinforzare quelle pratiche di svendita in cambio di oneri per investimenti. Assolutamente no. Parlo del valore aggiunto ed indiretto che una buona gestione delle città, della coabitazione urbano e rurale, abitativo ed industriale può effettivamente apportare alla performance economica del nostro paese: in gergo tecnico alla ‘competitività economica’ a livello internazionale.

Lo sanno tutti ormai, a partire dalle teorie sulle world and global cities, l’economia globale è stata ormai identificata come una rete, composta da nodi di livello internazionale e subnazionale (si pensi al ranking delle global cities di Taylor). I nodi di questa rete sono i punti focali dove la ricchezza immateriale della finanzia precipita e si traduce in ricchezza materiale e dove trovano sfogo gli effetti socio-economici sia negativi che positivi  (dal benessere alla polarizzazione sociale). Tali nodi sono fortemente connessi e allo stesso tempo in competizione tra di loro. Competono per investimenti altamente mobili, volatili. Questi investimenti hanno effetti diretti sulla strutturazione della domanda e dell’offerta di lavoro nelle città, e indirettamente negli equilibri socio-economici delle regioni di cui quelle città sono capitali. In un recente articolo Colin Crouch e Patrick LeGalés (ma anche tanti altri) hanno recentemente ridimostrato che sono questi nodi che determinano le sorti economiche degli Stati, i cosiddetti ‘national champions’. Si tratta di uno scenario condiviso con sospetto dal sottoscritto, dati gli effetti di polarizzazione socio-economica e territoriale che ha. I perdenti della TAV (la Val di Susa), attraversati da uno di questi assi di connessione tra nodi globali (Torino, Lyon) ne sanno qualcosa. Tuttavia, bisogna riconoscere che la crescita non può essere scissa dalla geografia.

Il mio è un appello alle città per risolvere la questione lavorativa. Non all’articolo 18. Aumentare la capacità attrattiva di centri urbani e produttivi importanti dovrebbe essere la priorità per incrementare l’offerta di lavoro. Risolvere la questione del mismatch geografico tra domanda e lavoro (la forza lavoro giusta nel posto giusto) è una priorità per ridurre i costi infrastrutturali e sociali della crescita. Concentrare le risorse, sempre più scarse, e specializzare le economie locali è una necessità per ottimizzare qualsiasi tipo di politica economica. Questa è una delle lezioni che abbiamo tratto dall’esperienza produttiva dei distretti industriali della terza Italia, dove la concentrazione geografica di imprese specializzate in un preciso settore aumentava il raggio internazionale di azione. Ma mi riferisco anche all’importanza della tutela dell’ambiente, della gestione degli usi del suolo, una pratica importantissima per rendere il landscape una risorsa per la crescita. Le imprese internazionali decidono di aprile i loro headquarters dove i loro dipendenti possono trovare un contesto vivibile, pulito e dinamico. Inoltre, le aree verdi sono produttive se protette e se gestite in maniera razionale, con una ottimizzazione della produzione agricola, un uso ricreativo delle zone periurbane (industria in crescita) e ovviamente con un’attenzione alla politica energetica (si pensi agli incentivi per pannelli solari e agli effetti che hanno sul recupero urbano). Ultimo ma altrettanto fondamentale, la questione abitativa. Il governo Monti non parla di casa, pur sapendo che la casa, quella abbordabile, è fondamentale per alleggerire i costi sociali del lavoro, per aumentare la capacità di spesa delle famiglie ed in ultimo per permettere una distribuzione più flessibile della forza lavoro in base all’offerta  (città più creative, città più industriali etc…). La mobilità si fa anche con l’immobile.  La crescita non è questione astratta o burocratico-normativa, la viviamo e sosteniamo tutti i giorni nelle nostre città.

A presto

Federico

Il movimento No-TAV: perchè è destinato a fallire?

InTerritorio&Società - Territory&Society su marzo 3, 2012 a 12:21 pm

Cari Amici

La conversazione tra il manifestante No-TAV e il celerino ha fatto il giro del mondo. Il suo successo mediatico non è semplicemente dovuto alla crudeltà verbale esercitata da un individuo su un altro, entrambi impotenti di fronte a quello che sta accadendo, ne è dovuto alla banalità degli insulti espressi, che richiamano alla solita retorica sbollita anarchica ‘anti-sistema’  (le pecorelle sono tutti quelli che seguono un determinato ordine, un regolamento). Il video crea stupore allo spettatore che realizza inconsciamente come questa battaglia No-TAV sia di fatto completamente inutile, e soprattutto destinata a fallire miseramente. Se il manifestante rappresenta il movimento No-TAV  (nelle sue componenti più ignoranti e presuntuose) il poliziotto rappresenta la rigidità delle autorità, che hanno ormai deciso, fissato e pagato per una infrastrutture che si farà…indipendentemente dalla sua necessità.

Il movimento no-TAV fallirà. Perché? Purtroppo c’è uno scollamento totale tra le istanze locali, quelle degli agricoltori, proprietari terrieri, sindaci dei piccoli comuni, e quelle dei decisori. Quest’ultimi non sono, come si potrebbe credere, i governi regionali e nazionali (che pagano l’opera per la maggior parte), ma sono le grandi reti di potere, e di interessi, che operano a livello Europeo, transnazionale ed internazionale. C’è una idiosincrasia tra quello che avviene sul territorio e quello che è già avvenuto nelle arene politiche internazionali. Il progetto TAV in Val di Susa è un minuscolo tassello di una visione strutturale complessiva del sistema infrastrutturale Europeo, già approvata nel 1996 con l’avviamento del Trans-European Transport Netowork. Questo progetto, sottoscritto dagli stati membri, è inoltre a sua volta, il prodotto di una politica di sviluppo territoriale Europeo fondata su poli di sviluppo regionale, competitività economica e connettività globale. Il popolo TAV è muto di fronte a questo, e non potrebbe non esserlo. E’ un altro gioco, un altro livello, che richiede altre organizzazioni ed altri interessi, con la capacità di raggiungere opinioni pubbliche di altra entità. Il vero dibattito è quello sull’Europa e sul ruolo delle territorialità nel gioco competitivo inter-regionale. Il popolo TAV, per sua sfortuna, non sembra equipaggiato per questo. Soprattutto, seppur sembri arrivare ‘in anticipo rispetto ai lavori, arriva troppo tardi rispetto alle decisioni, ben 15 anni dopo il raggiungimento delle visioni che hanno fissato le premesse del TEN-T program.

Due importanti autori nel campo dell’urbanistica e pianificazione, Stephen Graham and Simon Marvin, hanno chiamato tale scollamento con il nome di ‘splitering urbanism’. Osservando come la struttura delle città cambiava in relazione allo sviluppo delle reti tecnologiche (telefono, fognature, elettricità, internet, alta velocità), hanno dimostrato come oggi le città, le regioni, ed i sistemi di città, assumano una dimensione pluridimensionale. Non esiste un solo livello di città, ma una sovrapposizione di strati, ed ognuno di essi ha velocità particolari, dinamiche specifiche, e rapporti di potere differenti. Il problema sorge nelle aree di ‘conflitto’ tra questi livelli, in quegli interstizi in cui gli abitanti soffriranno le conseguenze di questo scollamento tra ‘piani socio-spaziali’. Tai scollamenti sono particolarmente evidenti nelle metropoli odierne, dove storici quartieri residenziali, luogo di comunità radicate, vengono ormai attraversati con velocità da airport express, strade. Oppure, pensate alle zone intorno alle stazioni ferroviarie, non luoghi per molti, ma quartieri di vita e consumo per tante comunità etniche. La Val di Susa è uno di questi luoghi. E’ un territorio ‘attraversato’, che soffre gli impatti di un sistema territoriale che non le appartiene per nulla. Quello che collega i grandi centri economici (Lione, Torino. Etc……) e che invece usa lo spazio intermedio come ‘di passaggio’. Il problema della TAV è appunto che il treno ad alta velocità  non beneficia in alcun modo la val di susa, in quanto è stata concepita per un livello socio-spaziale ed economico completamente diverso.

Quando si passa alla politica, al dibattito e alla protesta queste considerazioni diventano fondamentali. Perché la democrazia e la politica, seppure a volte ci provi, non è ancora riuscita a ristrutturare se stessa in modo da poter creare collegamenti tra i vari livelli (globale e locale in estremo). La politica si suddivide chiaramente in quella partecipativa e attivista del popolo No-TAV e quella istituzionale e tecnica della commissione europea.  Le due non si toccano a proposito della TAV in italia. Per poterlo fare ci devono essere canali collaudati, su livelli differenti, partendo dalle Regioni, gli organi predisposti all’assegnazione dei fondi Europei in italia. Cosa dice la regione in Val di Susa?

A presto

Federico

Olimpiadi Roma2020: tanta fatica per nulla…

InTerritorio&Società - Territory&Society su febbraio 19, 2012 a 12:21 pm

Cari Amici

Sono contento che il nostro governo abbia deciso di sospendere la candidatura ai giochi olimpici di Roma 2020. Che sarebbe stata una scelta avventata e velenosa per le condizioni economiche della città di Roma e di tutta l’Italia probabilmente era nell’aria. Tale incertezza non è esclusivamente legata al solito vecchio timore che ‘noi italiani’ tendiamo a mal gestire anche grandiose opportunità di profitto. Ma si tratta di un ragionamento molto concreto, che si basa sua una semplice analisi dei sistemi di finanziamento ai giochi olimpici e a come questi si intrecciano con il circolo vizioso del sostentamento alle amministrazioni locali di oggi. ­

Quando un comune, come Roma o Amsterdam, che sta redigendo in questi mesi la proposta di candidatura ai giochi olimpici 2028, riceve l’onore di ospitare il più grande evento sportivo mondiale, entra in un processo di trasformazione urbana, social ed economica che farebbe invidia a qualsiasi altra amministrazione imprenditrice del mondo. I giochi olimpici di fatto stimolano un percorso di riflessione sulla struttura della città ospitante e sulla sua relazione con i centri vicini, sulle possibilità di estensione delle reti infrastrutturali, sulla dotazione di servizi, principalmente ricettivi, turistici, e soprattutto sulle opportunità di lavoro che si vengono a creare sin dai 4 anni precendenti ai giochi. Inoltre, si avvia una macchina burocratica per la gestione, implementazione, organizzazione dei giochi che impatta direttamente sul funzionamento dell’amministrazione locale. Un grande impegno per pochi mesi di sport. Perché allora i comuni scelgono di candidarsi?

Gli studi sui vantaggi e svantaggi economici, sociali e politici dei giochi olimpici non sono pochi. Io non sono un esperto in materia ma questi sono i motivi più evidenti. Primo, con i giochi olimpici il comune entra nella cerchia delle città ‘ di importanza strategica nazionale’. Lo Stato, la Regione nonché i privati iniziano a concentrare l’attenzione e molte risorse verso un solo nodo, a volte una sola area. Risorse organizzative, economiche e finanziarie vengono ulteriormente allocate al comune ospitante. Si creano contatti istituzionali diretti tra amministratori locali e nazionali, con trasferimenti pressoché automatici di autorità e denaro per la realizzazione tempistica dell’evento. Una condizione appetibile per le amministrazioni locali, che se ben organizzate, riescono a catalizzare risorse speciali per la gestione della città. I nostri comuni, poveri, isolati e senza soldi, ambiscono avidamente ad una tale posizione negli equilibri geopolitici nazionali, per poter racimolare pochi spiccioli aggiuntivi da investire in progetti urbanistici ed economici. Secondo, i giochi olimpici sono visti come una grande opportunità per potenziare le infrastrutture. Vero e falso allo stesso tempo. I fondi allocati dal governo centrale per i giochi devono essere suddivisi in tante piccole voci, e alla fine dei conti molti di questi vengono spesi per la realizzazione di funzioni utili ai giochi stessi (grandi impianti sportivi a volte inutili, come le cattedrali nel deserto). Il vantaggio sta nella nuova discrezionalità che lo status di ‘strategicità’  dona a quelle opere infrastrutturali. I soldi non aumentano esponenzialmente ed il comune deve comunque coprire i propri investimenti. Lo fa tuttavia in un quadro normativo e amministrativo molto più flessibile e rapido, che gli permette tramite formule conosciute (accordi di programma etc…) di modificare piani regolatori, traffico e quant’altro per accelerarne la realizzazione. Come ben sappiamo l’Italia ‘si muove’ per grandi eventi. Terzo, c’è una convinzione generale che i giochi olimpici portino prestigio politico ed economico al comune ospitante, e che di conseguenza attiri investitori internazionali. Questo si riflette sia sulla gestione dei giochi, che prevede una serie di partner internazionali per l’organizzazione dell’evento (ACER, Coca Cola, MacDonald Panasonic etc..) ma soprattutto gli investitori nelle società per azioni che vengono create per la gestione ed implementazione dei giochi. Queste società (tipo Expo2015 per capirci) sono particolari strutture finanziarie che includono importanti componenti di capitale pubblico. I giochi olimpici rendono possibile la ‘cartolarizzazione’ e la collocazione nel mercato di titoli di origine pubblica. Se parte del profitto viene reinvestito nella gestione dei giochi, il resto viene rigirato entro le casse comunali. Quarto, i giochi olimpici forniscono una bella storiella per la trasformazione radicali di grandi pezzi di città. La legacy del parco Olimpico Londinese (costo totale previsto dei giochi 24 miliardi!) dimostra come sia possibile avviare un difficilissimo percorso di riconversione di aree socialmente problematiche come l’East End di Londra. Certamente, il successo di questo tipo di operazione (appunto una vera legacy, diversamente dal rinomato expo di Siviglia, ormai un deserto post-nucleare di edifici avveniristici) dipende dalle capacità tecniche, politiche ed organizzative della città stessa.

Ospitare i giochi non attrae invece grant speciali da comitati olimpici nazionali, non prevede una copertura Europea o internazionale (a meno che si aggancino specifici progetti corollario dell’olimpiade a programmi EU) degli investimenti locali. Il comitato olimpionico internazione gestisce esclusivamente la diffusione, il marketing dell’evento, la gestione delle licenze (radiotelevisive ad es.), e i partenariati internazionali, e si finanzia attraverso la gestione dei biglietti e delle licenze appunto. Questi fondi vengono distribuiti ai vari Comitati Olimpionici Nazionali (gestione degli atleti e delle società sportive) e ai Comitati di Organizzazione dei Giochi Olimpici (per la gestione dei servizi). Questi soldi rimangono entro il limite dei giochi, e difficilmente generano ricadute positive su altri aspetti.

Tanti costi, tanto impegno, per far muovere una macchina complessa e pesante. Meglio lavorare sulla semplificazione ordinaria (e non straordinaria legata ad eventi) delle procedure e finanziamento, sull’autonomia finanziaria dei comuni, sull’immagine del paese Italia tutto, a prescindere da eventi di vetrina.

A presto

Federico

“Vada via dall’Italia, Lei che può”. Brevi riflessioni sulle categorie e le scorciatoie del pensiero che strutturano il dibattito sui giovani, l’Italia e l’estero.

InTerritorio&Società - Territory&Society su febbraio 11, 2012 a 1:01 pm

Di  Francesca, una cara amica

Quand’è che l’Italia è diventata un fungo velenoso da cui stare lontani? Questa è l’immagine dominante nei discorsi che adulti all’apice della loro carriera professionale e con responsabilità amministrative amano tenere ai giovani (vasta categoria attualmente compresa tra i 18 ed i 40 anni), generalmente privi di tali responsabilità. Nel “vada via” o nel “resti lontana/o già che ha la fortuna di essere fuori” il paese presente e il suo futuro possibile diventano una specie rara di fungo, spuntata in modo totalmente incomprensibile ai più, ma nei confronti del quale l’unica cosa da fare è fuggire lontano.

Questo tipo di discorso suscita pruriti mentali e fa sorgere domande. La prima, la più semplice, è “scusi ma Lei dov’era negli ultimi 30 anni?”. E questa è una domanda seria, che deve essere posta cercando di tenersi lontani da due tipi di ragionamenti, fondati entrambi su  semplificazioni logiche e politiche. Il primo ragionamento è la scelta forcaiola o l’individuazione di una casta. Il “fanno tutti schifo” non può definire i confini del “tutti”, ed entra in odor di populismo non appena s’incarni in partiti e movimenti. Il secondo è l’altrettanto pericolosa oggettivazione di una serie di processi in un fatale “ormai è andata così”. Capire invece le responsabilità collettive e individuali, più che un modo per colpire i colpevoli, è un modo per conoscere i meccanismi da disinnescare. Non c’è mai né un solo meccanismo, né un solo colpevole (sia esso individuale o collettivo) e per fortuna non c’è mai nemmeno un unico eroe che ci salverà. Per questo motivo un “vada via” è insopportabile: perché nell’ordine del discorso è il passaggio logico successivo ai due ragionamenti semplificatori appena descritti, e rifiuta così ogni ipotesi di differenziazione, di analisi del passato, e di cambiamento.

Però quanto sta bene sui giornali questo “vada via”, esce proprio bene, permette di costruire una tragedia emozionante piuttosto che di scomporre noiosi meccanismi, evita a chi parla di porsi la domanda del “io dov’ero”. Ma soprattutto permette di creare la mitologia di quelli che via ci sono andati: i giovani italiani andati in America a rivoluzionare la scienza (categoria nota come “cervelli in fuga”). A fronte di quest’ulteriore passaggio logico nei discorsi generalizzanti, si sviluppano altri pruriti mentali. Termine che glorifica il fatto che “saremo anche un paese sfigato, ma quanto siamo intelligenti che i cinesi e gli americani e gli svedesi hanno bisogno di noi per far avanzare le cose”, il cervello in fuga è una mistificazione della realtà, e un’ingiustizia politica. Perché nasconde i motivi delle partenze, e quindi anche quelli dei ritorni possibili. Per chi è cresciuto negli ultimi trent’anni andare via, e quindi l’Europa e gli altri paesi, sono stati una questione concreta fatta di voli low-cost, amici in erasmus o partiti per lavorare, per curiosità, per andare a vedere e magari restare e poi tornare, e comunque cercare qualcosa d’altro che qui non c’era (lavoro, possibilità, e semplicemente il diverso che attrae). E nell’unica rappresentazione del “cervello in fuga” che è stato costretto, o che ha fatto la scelta, di partire si chiude il cerchio del “vada via”. Un cerchio magico che permette di trattare il tutto come un fungo velenoso.

Postilla. Pur rientrando nell’onnipresente dibattito sulle politiche pubbliche (economia, formazione, ricerca, lavoro) che l’attuale governo si propone di sviluppare per migliorare le condizioni dei “giovani”, questa riflessione si occupa di discorsi e rappresentazioni, con l’idea che essi contribuiscano a delineare tanto le scelte e le percezioni individuali, quanto le categorie che strutturano le decisioni politiche.

La decrescita: un concetto per il 2012?

InTerritorio&Società - Territory&Society su gennaio 2, 2012 a 9:15 pm

Cari Amici

buon anno a tutti voi. Dopo una piuttosto lunga pausa natalizia, il Social Mirror riapre con un programma ricchissimo (che non esiste di fatto). Non è possibile anticipare il contenuto degli articoli datati 2012, ma sono sicuro che conterranno critiche ed opinioni interessanti sulla manovra Monti, e che trasmetteranno quelle strane sensazioni che oggi pervadono le opinioni pubbliche d’europa: crisi, incertezza, ma anche quella voglia matta di ricominciare. Un economista (illustre? di cui non ricordo il nome) disse: ‘il 2011 non sarà ricordato per la grande crisi, anzi, ce lo ricorderemo perchè fu meglio del 2012′. Lungi dal condividere un simile pessimismo, non posso negare che molti degli articoli qui proposti dipingeranno i risvolti sociali della manovra Monti, tutt’altro che positivi.

Detto questo, vorrei iniziare il 2012 con un concetto, che potrebbe suonare come un auspicio per qualcuno, o come una minaccia per altri: decrescita. Serge Latouche, in un testo che mi ha accompagnato in un recente viaggio tra Salerno, Napoli e Roma, mi ha delucidato su un concetto che sembrerebbe ovvio ma non lo è poi così tanto. L’autore, prendendo le fila dalla crisi attuale e citando lavori d’inizio secolo, discute nel testo intitolato ‘come si esce dalla società dei consumi’ (ma anche ‘la scommessa della descrescita’) molto più di un semplice concetto. Un programma politico e sociale, che si fonda sulla consapevolezza che la ‘crescita’ non può più essere intesa come la logica del progresso. Senza entrare nel merito etimologico del termine, voglio semplicemente sottolineare come tale termine contenga una nuova natura della società, che purtroppo o per fortuna, sta diventando sempre più reale in questi ultimi anni. Ridurre il fabbisogno dei consumi, razionalizzare le spese e ricalibrare gli investimenti verso i così detti beni relazionali, agire secondo logiche di sostenibilità ambientale, rilocalizzare le attività produttive secondo quel principio, e ridurre gli sprechi in genere (di energia naturale, umana, economica). Questi sono i punti fondamentali del manifesto della decrescita.

Volendo essere ipercritici, si potrebbe accusare Latouche di utopismo. Di fatto, per decrescita non si può intendere un ritorno alle origine della sussistenza umana, ne un ritorno alla vita comunitaria nel senso discusso da Durkheim per intenderci. Tutt’al più  nelle forme reali di autogoverno locale e di democrazia associazionistica. Il 2012 non potrebbe mai essere l’anno del ritorno ad una economia locale, all’autogestione del sistema economico e politico. Tuttavia, la decrescita contiene un messaggio importante: quello della riduzione del fabbisogno. Cioè, del rescaling dei nostri desideri e bisogni e della nostra economia di conseguenza. Il natale non potrebbe essere un periodo migliore per imparare questi principi. Passeggiando nei centri commerciali di tutte le città è impossibile non notare come il futile, l’accessorio, sia ormai diventato un bisogno dominante. Mi chiedo: abbiamo bisogno di 2000 modelli di orologi personalizzabili? di 3500 formine diverse per biscotti da forno? di miliardi di tipologie di portachiavi, svuota-tasche, astucci, custodie per ogni tipo di accessorio hi-tech, di 4000 modelli di cellulari?

Decrescita vuol dire molto di pià certamente. Vuol dire riformare tutto il sistema economico, incluso quello finanziario, al fine di renderlo meno dipendente dal concetto di ‘indebitamento’, si cui ‘crescita’ ne è divenuto sinonimo. Però, non posso non affermare che il cambiamento deve è può partire dal comportamento individuale. Dal riscoprire quali sono le vere cose di cui abbiamo bisogno. Quelle che ci permettono di riscoprire il lato umano del ‘consumo’ (che comunque esisterà sempre) ma lasciando quello disumano del ‘consumismo’. Per capirci, consumo di emozioni, di socialità e di cultura piuttosto che consumismo di merci.

Potrei dilungarmi molto di più con la retorica. Era per me importante iniziare questo nuovo anno con un tale concetto. Con la speranza che la particolare e critica contingenza economica diventa un’opportunità per un cambiamento umano vero.

A presto

Federico

Il centro commerciale a Roma: metafora di un’urbanistica pressapochista.

InTerritorio&Società - Territory&Society su ottobre 27, 2011 a 7:51 pm

La notizia del sovraffollamento, con annessa demenza di massa, a roma, in zona Nord Ovest, tra corso di Francia e viale tor di Quinto potrebbe sembrare la solita vicenda italiana. http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_ottobre_27/traffico-tilt-apre-centro-commerciale-1901961469622.shtml

Demenziale ed in effetti non significativa rispetto ai problemi del paese di oggi. Beh, invece no. quello che succede per un TRony o un centro commerciale puó succedere per uno stadio, un museo, una multisala, un polisportivo, una fiera, un mercato, un’IKEA etc… E’ lo specchio di una politica urbana troppo pressapochista, presa alla leggera da parte di molte cittá italiane, soprattutto di quelle storiche, antiche, la cui morfologia e grammatica urbana non possono essere modificate con facilitá. tipo roma.

Io non so molto di quel centro commerciale, e sinceramente me ne frego. Tuttavia mi chiedo, chi lo ha deciso? Cosa prevedeva il piano? quando é stato modificato? chi ha fatto gli studi di fattiblitá e di impatto ambientale? Queste sono tutte domande da farsi ogni qualvolta che un governo locale o nazionale che sia tenta di modificare, completamente e parzialmente il territorio. L’imprevidibiliá del TRONY di roma, é inoltre una manifestazione lampante, chiara perché minuta, delle debolezze della pianificazione urbana Italiana. L’imprevedibilitá di questi progetti é proprio conseguenza dell’imprevedibilitá del territorio, e quindi dell’ASSENZA di pianificazione. LE  strade, parchi, parcheggi, marciapiedi che circondano quel benedetto centro commerciale non sono state concepite per un centro commerciale. In urbanistica non funziona come in sartoria. Se c’è un buco non si riempre con qualcosa, qualsiasi cosa, o semplicemente la più remunerativa. Ogni funzione va collocata in base ad un progetto, di medio e lungo periodo, che traduce il tessuto urbano in un sistema di funzioni connesse ma differenziate appositamente (e non intendo zonizzazione dura e pura). I centri commerciali forse è meglio metterli fuori città. 30 anni di storia mondiale lo insegna.

Il punto che voglio sottolineare è che una pianificazione più consapevole porta vantaggi anche ai privati. I gestori di quel supermercato non hanno che da guadagnarci se il loro esercizio è servito da buone infrastrutture e circondato da altri centri commerciali, altre attività di distribuzione. Qualsiasi consulente immobiliare di un’impresa come trony lo saprebbe. Gli unici che ci guadagnano da una costruzione non pianificata sono i soggetti che sviluppano il progetto, quelli che lo finanziano e ricavano dalla vendita. Sono loro che operano oltre il mattone, ma che guadagnano dalle transazioni finanziarie, indipendentemente da dove questi soldi si traducono in edifici. Per evitare tutto questo bisogna mettersi in testa una cosa: possedere un appezzamento di terreno, ovunque sia, non implica libertà assoluta di farne quello che uno vuole. Chi possedeva quel terreno (sicuro non il pubblico) ne voleva fare un centro commerciale. L’amministrazione dovrebbe convincersi di usare la propria autorità sui diritti di edificazione e sulla destinazione d’uso. Non svendere la propria funzione per chissà quale vantaggio. Questo centro commerciale ha probabilmente comportato un ritorno in pochi servizi, magari un pò di verde, forse un metro della metropolitana, certamente gli abitanti di roma non ne comprendono il vantaggio.

Federico

Liguria State of Mind

InTerritorio&Società - Territory&Society su ottobre 26, 2011 a 9:35 pm

Quanto era bello, ma quanto bello era salire in macchina un sabato mattina qualunque, di giugno, con il primo vero caldo, per viaggiare verso il mare. Chi vive – o ha vissuto – a  Milano lo sa. La sola idea del mare, il solo unico pensiero rasserena la giornata.
Un vero milanese la Liguria la conosce bene, alla perfezione quasi. L’invasione estiva è nota nelle zone del levante ligure come Sestri, Chiavari, Rapallo o Moneglia. A centinaia, flotte di accaldati lumbard arrivano direttamente dall’ufficio alla spiaggia scaraventando, con un gesto deciso, la cravatta sul sedile posteriore della macchina, con l’intento di abbandonarla per almeno 48 ore.
”Eh no eh! Non ci sono questo fine settimana, sono al mare, torno domenica’ … ‘ Certo, in Liguria!’
Tipica frase da milanese al telefonino su una spiaggia ligure. Lo so, siamo fatti così.

Noi gruppo di amici si decideva all’ultimo, come nostro solito. Il dilemma era sempre lo stesso: Levante o Ponente? Anche se poi, alla fine, non ha mai avuto così tanta importanza. Quando si arriverà nei pressi di Genova qualcuno deciderà! Oh, la tenda c’è, il sacco a pelo pure, al limite ci si accampa in spiaggia. Quanto era bello, ma quanto bello era sentirselo dire. C’era tanta di quella vita dietro quelle parole.
Solito appuntamento alle 09.00 del sabato mattina, per l’appunto. Per noi il mare è sempre stato una dura conquista. Appena si abbandona l’autostrada Milano-Genova e si comincia ad intravedere quell’azzurrità, ti senti addosso una libertà inaspettata, un senso di gioia mista tranquillità che così potente non ricordo in nessun altro luogo. Il vento, la brezza e l’odore dell’aria, tutto così diverso e leggero: siamo vicini, siamo molto vicini. Cos’altro può esserci di più desiderabile?
Ricordo con affetto anche i tempi del treno. Quelle stazioni remote, a strapiombo sul mare, appena dopo Genova. Era bello guardare fuori dal finestrino, con Fabrizio De Andrè che cantava nelle orecchie di quei paesaggi.
Per me Liguria ha sempre significato questo. Un’assoluta felicità.

 Le immagini di oggi, che arrivano come un pugno, mi rattristano e mi preoccupano. E’ una terra difficile, fisicamente lunga e stretta. Una valanga di acqua e fango che la spazza via: un’intera zona d’Italia, una zona meravigliosa, Le Cinque Terre. Gente che non si merita ciò. Gente comune che, come al solito, si trova in prima fila ad assistere alla catastrofe.
 Altro da dire non ho, si è già detto e visto tutto. Ho voluto raccontare con poche righe quello che per me ha sempre significato. Una personalissima e pura emozione.
Posso solo aggiungere che, nel mio piccolissimo e per quello che potrò da qui, darò il mio contributo. Con lo stesso trasporto emotivo di quando si aiuta un amico.

Marta

Looking for accommodation in Amsterdam: tips, prices and what expats should know.

InTerritorio&Società - Territory&Society su settembre 11, 2011 a 2:11 pm

Today I write in English my friends. Because this is a topic that regards italians and non italians. Those who for one reason of another have been looking for an accommodation in Amsterdam, the Netherlands. Not tourists, that after all will probably end up sleeping in one of these slummy hostels of the red light district (I suggest STAYOKAY as a reliable hostel in Amsterdam ,please check). But all those expats starting up a new life in this wonderful rainy city. I herewith would like to give you some information about what any renter in Amsterdam should be aware of. And please use these infos to avoid scams.

To find a house, room or shared flat in Amsterdam is very difficult. Calculate that to find something suitable you might need up to two months. This is because first the rental housing sector is quite small. Out of 100 houses, approximately 46 are for social use. This means that the access is possible only through waiting list, and usually it takes between 5-8 years to get something in Amsterdam (otherwise, suburbs obviously). If you plan to stay very long and to have little jobs please subscribe to it (wooningnet.nl, studentenwooningnet per studenti) The private home owners is around 30  %. It means that 30 houses out of 100 are basically used by people owning them. Lastly, you have around 20& (please check the numbers, these are indicative) of market that might be available for rent. Of course not everybody gives rooms for rents, since rights for tenants are strong and one you are in it is rather difficult to push you out. For this reason many families owning houses decide to not rent out or to rent on the base of 1 year (or even less) long contracts. Forget the 4+4 Italian type contract and keep in mind that you might have to move.

Dear expat, you enter a very little market of rented out houses which obviously becomes very competitive. let’s say 10% (more or less) of these 100 houses are for rent. Of these 10, most are managed by agencies (Makelaars). These are real estate agents that manage free apartments. They get one month commission fee and therefore they obviously want to rent expensive ones. Moreover, they often ask for salary and payrolls up to around 40 times the monthly rent. IF you want an apartment costing 1000 euros a months, you should be earning a year salary of approximately 40.000 euros gross. Most of the expats are too poor. You could think to join somebody, your partner or a good friend, in that case you can add the other’s salary (not 100% but approximately 60%…check also these figures).

Therefore, dear expat, what you can get is approximately 10% of the total housing stock. This makes things hard, since the amount of expats in Amsterdam is really really high and there is a very high competition. Prices raise up sharply therefore. Market rules, high demand low offer = high prices.

Some prices so you know what you can get: within the ring road of Amsterdam you find places between 450 and 750 Euros. Depends on size and quality of the apartment. 600 euros is usually the price. This is of course pushed  up by the home owners which knows that he can increase of let’s say 100-200 euros from the real value since there will be anyway the ‘umprepared’ expat that will pay that price. This happens very frequent. The right value of a good is what a person is willing to pay for it….So expect around 600 euros. Be aware: most of the rented houses are social houses subrented illegally. In this case you have to check whether the owner is the real owner and whether the quality of house is that of a social sector (check the toilet floor, the windows, the type of walls and ask around if you can).

Paradoxically there is a very strict regulation concerning rent in Amsterdam. The state has developed a score system through which you can actually calculate the fair price of a place from its characteristics (such as floor space, quality of the eating system etc..). Most of the houses in the market actually overtake this fair price (basically is the state that wants to control the free market). In this case you can (and you should) go to the so called ‘huurcommissie’, at the office of the district government. They will ask you where you live and calculate the fair price and start a procedure against the homeowner. They are rather quick, within 5-8 months they can reach a decision. If something is wrong they will have a fee for the homeowner and live you stay (!!) in the appartment for a much lower price (basically for free in some cases). I think everybody should know about this commission (Dutches know this very well). Be aware, this system doesn’t work for houses that are luxury houses, for which the homeowner can decide the price.

Few geographical tips. The north is relatively close to the centre and it is a bit cheaper (since you have to get the free of charge ferry to get to the station). Don’t pay too much there therefore. Barsjes and Bos en lommer are relatively cheaper. The city centre (red light district) is to avoid, the houses are expensive the living conditions are similar to third world country.

Last point. If you come to Amsterdam please leave high expectations in your country. The quality of the majority of the houses (even those at 650 euros) can be very disappointing from a point of view of other western countries. Especially in the inner city. The toilet is usually small, the floor is usually noisy, and windows might not be very new. The rooms are smaller, and kitchens also. Some houses have a shape that might look weird. With a large room and a middle size room, like a large storage room in which a human being could not properly live. Lastly, be aware of ground floors. This country is full of water, leakages are frequent. Belter first or second floor. Last but not the least, it is possible (actually likely) that you will have little mice in the house (don’t be scare, you can solve the problem and they are little and cute often)….

After all Amsterdam is a living experience. You will enjoy the city don’t worry.

See you

Federico

Un viaggio in Russia: il fascino inusuale di Mosca…

InTerritorio&Società - Territory&Society su agosto 20, 2011 a 10:52 am

Poitrei scrivere della non-manovra. Di come di fatto non si cambi direzione ad un treno che continua lentamente per la sua strada, ma che si faccia una sosta per rimpinzarlo con un pò di carbone senza aggiustare la locomotiva, che non tira proprio. Ma non lo faccio. Dopo questa pausa estiva voglio parlarvi di viaggi, di luoghi nuovi da scoprire. Della Russia (non pensate che lo faccia per desiderio di bilanciare il nostro sogno neo-liberale con quello meta-sovietico attuale. Lasciamo stare questi discorsi. Lo faccio perché sono stato in Russia e, seppur molti la considerino una vacanza inusuale (e tutt’altro che riposante a dire il vero), è un paese molto molto interessante da scoprire’è chi potrebbe leggere il post come una guida turistica.

Arrivare in Russia non è semplicissimo, ed è per questo che molti, quasi tutti, i turisti ci vanno in gruppi organizzati. Ottenere un visto richiede tanti documenti. Consiglio tutti di rivolgersi ad un’agenzia specializzata in ‘tassazioni inutili’ come i visti. Loro, per una modica somma che varia tra gli 85 e 100 euro vi procureranno tutti i documenti. Tra i quali il voucher d’invito. Si, perché per andare in Russia ci vuole un ‘invito’ da parte di un’organizzazione o persona Russa. La maggior parte delle agenzie ve lo procurerà senza neanche porsi la domanda di chi siate. Fatto il visto (che comprende un’assicurazione sanitaria rigorosamente russa) potete volare al Nord. Io ho preso Air Baltic da Roma, con cambio a Riga. Viaggio totale di 5 ore. che diventano 8 con il fuso (ma dopo si recuperano :) .

Arrivati a mosca sentirete subito l’aria di vecchia capitale mondiale. La metropoli Russa male accoglie il viaggiatore. Non in senso di casino e confusione (come potrebbe essere l’aeroporto di Istanbul o Roma) ma con i suoi sobborghi concreti, grattacieli e rimanenze residenziali pseudo – moderniste degli anni 50. Se prenderete un taxi (contrattate per il passaggio che varia tra i 1500 e i 2000 Rubli) potrete godervi le immense autostrade che dirette arrivano al cremlino. La maestosa radialità della metropoli dove il modernismo e la razionalità hanno dominato il boom urbanistico negli anni 50-60.

Mosca è il luogo del potere politico. Di quello non democratico degli Zar e poi di quello Sovietico. Ed ora di quello pseudo-polizesco di Putin e Medved. I luoghi del potere sono blindatissimi. Il Cremlino è una fortezza che racchiude gli edifici governativi, sfarzosi ed isolati dai luoghi della gente comune. Affiancato da una immensa piazza Rossa che sembra piuttosto la ‘terrazza’ del potere, dove il potere politico dava ordine alle masse, con parate e giochi. La piazza Rossa è veramente impressionante. Un’attrazione che consiste in un immenso spazio vuoto, leggermente reclinato per dare quell’illusione ottica di ampiezza. Circondata da edifici stralunanti, quasi fiabeschi (come la cattedrale di San Basilio) che, soprattutto di notte, diventano quasi surreali. La polizia sorveglia tutto, anche il piccolo cancello. Tanto per capire in che tipo di luogo siamo (diciamo che da noi si sta andando in quella direzione).

A mosca colpisce anche lo sfarzo. Gli straricchi russi risiedono qui, assieme a tanti poveri che non reggono l’altissimo costo della vita. Limousine, SUV, Hammers e macchine Kitsch dominano le strade. Vetri oscurati e guardie del corpo davanti ai luoghi di commercio danno la parvenza di una città sull’attenti. Anche se il turista stupito non nota nulla di strano. Sia chiaro, Russia non è una città pericolosa quanto sembra. Solo una grande metropoli. Niente mafia per strada (ma sulle poltrone si probabilmente) e niente sparatorie. La piccola-grande corruzione che domina la vita quotidiana diventa piuttosto una pratica ‘quotidiana’ ‘normale’ che va messa in conto.

Fondamentalmente, dopo il Cremlino, la vera attrazione di Mosca è la città sovietica stessa. Mosca è una città brutta certamente ma simbolica, con un’aura ideologica fortissima. Strade, ponti, metropolitane e grattacieli hanno nomi che rappresentano la vita politica passata del paese (un modo di indottrinare le masse?).  Le sette sorelle di Stalin (i sette grandi grattacieli che segnano l’orizzonte di Mosca) sono un Landmark importante, che stupisce il viaggiatore, perché reinterpretano la modernità americana e la stravolgono al tempo stesso. Larghissime piante che danno un senso di ‘solidità’ e ‘potere’ non indifferente. La metropolis di Fritz Lang è in loro incarnata.

La metropolitana di mosca segue la stessa logica. La miglio metropolitana che abbia mai visto. Un sistema efficiente (seppur illogico nell’uso) caratterizzato da un’estetica quasi ‘religiosa”monumentale’. Grandi stazioni sotterranee, piene di spazi aperti, dove camminare non è uno stress nonostante i milioni di passeggeri. Decorazioni marmoree, mosaici e bassorilievi che rappresentano le scene della rivoluzione, d’ottobre, quella industriale, le vittorie in guerra, e il progresso sovietico. Stalin diceva (dalla reggia del cremlino…): il popolo deve viaggiare come i re. SI, ma sottoterra comunque. Se riuscite a strappare alcune fotografie (contro il regolamento attenzione!) avrete le migliori cartoline di mosca.

Infine, quello che colpisce di Mosca, ma anche a San Pietroburgo (di cui non ho parlato ma che è molto più europea) è la quantità di opere d’arte Europee. Io non avrei immaginato di trovare rinchiuse nei museu Herminage e Pushkin le più grandi opere del 1900 Europeo. Numerosi Chagall, Van Gogh, Picasso, Cezanne, Miro, Matisse, Guttuso, Gauguin, Renoir, Manet, Monet etc…Con un decimo di queste opere si potrebbe aprire una mostra di 6 mesi a Roma, tutto esaurito ogni giorno. Gli Zar ricchissimi, si circondavano di aristocratici ricchissimi che giravano il modo e acquistavano opere….(napoleone le trafugava cmq…). Ora, questi luoghi sono il fulcro della cultura mondiale, dentro un paese che spesso sembra difficilmente raggiungibile. Ah, il mercato dell’arte…

Un saluto a tutti

Federico

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