C’è una frase che torna precisa a ronzare nella testa mentre, spostando lo sguardo sui vetri della mia finestra italiana, la pioggia lava via questa settimana di ritorno:
Vivemos tantos anos a falar pela calada. Só se pode querer tudo quando não se teve nada.
Quello che mi porto via dal Portogallo è la sua umiltà. Una terra semplice, piccola e forte nello stesso tempo. Geograficamente in Spagna; culturalmente, mai così lontana da essa. E’ bello perdersi con lo sguardo tra quei paesaggi desolati, mentre il treno ti culla da Lisbona a Porto. Nuvole basse, stracolme di pioggia e ombre, accompagnano distese di campi non coltivati, un lago enorme, qualche casa rurale abitata e alcuni uliveti. Nulla di più. Dicono che i portoghesi siano grandi fabbricatori di scarpe. Nemmeno più di Porto – il vino – da quando la produzione si è spostata quasi tutta in Galizia, Spagna. Insomma, si produce poco e si esporta ancora meno e il tutto è molto, molto palese.
Mi immagino d’improvviso l’Italia; come ad ogni fermata di treno ti passano davanti cento comuni, cento città più o meno grandi; e ancora coltivazioni, serre, fabbriche, ponti, fiumi, laghi, mari e montagne. Ad ogni fermata di treno la vita umana è presente, esiste e si percepisce nel bene e, molte volte, nel male. Seduta su quel treno portoghese ho avuto la netta sensazione di essere sola, quelle vedute ed io, nonostante viaggiavo in una carrozza stracolma di persone e il buio cominciava ad assalire il finestrino.
Il primo bar di Lisbona non si scorda mai. Non scorderò mai gli odori, la luce del pomeriggio che lucidava il pavimento e lo sguardo intenso del barista mentre gli chiedevo se, per favore, potevo parlargli spagnolo. Non scorderò mai quella sensazione di essere stata catapultata – a sole tre ore di aereo e ottanta euro – negli anni sessanta, con quei tavoli di legno e marmo, ognuno con il proprio posacenere di vetro lavorato; con quel bagno nei sotterranei e senza lavandino, perché quello è ovviamente al piano terra, di fianco al bancone. Fuori sulla piazza, tavolini in ferro stracolmi di sedie, gente che urla, fuma e beve di tutto. Quel cameriere che entra ed esce sicuro nella sua divisa bianca e nera, con il suo modo ordinato e serio di fare le cose, a ricordarti che lui è li da sempre e sempre lo troverai li.
A Porto invece quello che resta negli occhi è l’immenso Ponte Luiz I, che sembra quasi la Torre Eiffel distesa a dormire. Collega il quartiere centrale della Ribeira a Gaia, l’altra parte del fiume Douro, che di notte è talmente scuro da mettere quasi paura. Ma Porto non è assolutamente il suo centro, non è il percorso turistico delle botteghe di vino e non è la sua apparente ricchezza, quella classica dei souvenirs ammassati sotto una tenda, ma è, nella sua essenza più profonda, tutto quello che le gira intorno. Svicolando per le sue vie ti stupisce la decadenza delle case, moltissime diroccate e disabitate, i colori di quel che resta delle ceramiche sui muri. Quegli onnipresenti gabbiani che dal mare arrivano ovunque, anche in piena periferia, una mattina uggiosa quando decidi di uscire da sola per andare in un bar a prenderti un carioca, tipico caffè portoghese.
Ringrazio perciò il Nord del Portogallo, perché mi ha permesso di assaporare una realtà lontana dal turismo di massa, ma fatta di parchi, ponti romani e fontane di acqua calda.
Ringrazio Lisbona perché, seppur breve, l’incontro con lei rimane una delle emozioni più forti.
Ringrazio la musica portoghese, Sergio Godinho e l’atmosfera che può creare.
Ma al di là di quello che si può visitare o imparare di un paese straniero, sono solo ed unicamente le persone che fanno la vera differenza. Per questo ringrazio una per una le anime che ho incontrato, uomini che mi hanno ricordato la bellezza e il valore dei gesti semplici. Uomini che hanno aperto la porta di casa e, con estrema naturalezza, hanno fatto entrare un cuore sconosciuto mostrandogli, senza convenzioni o falsificazioni, la parte più appassionante della loro terra: la gente. Ringrazio infine la mia macchina fotografica e il suo pensate obiettivo, ma soprattutto il mio collo, che l’ha sorretta solennemente tutti i giorni, per dieci giorni.
Sono sicura, lo rifarebbe ancora.
Marta










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