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Archivio per la categoria ‘Territorio&Società – Territory&Society’

Consumo del Suolo ed energia Eolica

InTerritorio&Società - Territory&Society su settembre 16, 2012 a 12:57 pm

Qualche giorno fa Monti lamenta l’incessabile consumo del suolo Italiano per mezzo di cementificazione. Ha ragione http://www.corriere.it/ambiente/12_settembre_14/mario-monti-consumo-ddl-consumo-suolo_18ff313a-fe68-11e1-82d3-7cd1971272b9.shtml. Oggi, sul Fatto leggo un articolone dal tono melodrammatico lamenta l’incessabile, incentivato e privatizzato consumo del suolo e del paesaggio per mezzo di pale eoliche http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/16/pale-eoliche-quanti-miliardi-al-vento/353992/.

Cementificazione del territorio e erosione dei beni paesaggistici e naturalistici per mezzo di progetti di energia sostenibile sono due cose molto diverse questo si sa. Ma hanno una cosa in comune secondo me: il ruolo dell’attore pubblico, ed in particolare delle regioni da un lato, e il ruolo del paesaggio e delle aree non edificate nell’economia di un paese. Hanno un’altra cosa in comune: sono due argomenti che, assurdamente, non vengono trattati in modo diretto dalla politica in tempi di austerità. Il consumo del suolo è un fenomeno prodotto della crescita, e allo stesso tempo è un fenomeno che la genera. LA bolla immobiliare si era riempita di cemento, tramite l’estensione delle aree residenziali e commerciali oltre i confini esistenti delle città. Si sono prodotti metri quadrati a buon mercato, permettendo una speculazione nelle aree centrali, e creando un sistema finanziario che rendeva più vantaggioso il nuovo piuttosto che l’usato. Non ci vuole un genio per capire che la correlazione tra cementificazione e crisi è diretta. Non credo di dire assurdità proponendo una politica dell’austerità che parta dalla risoluzione di una delle cause della crisi. Oggi, più che mai, è importante mettere dei limiti alla urbanizzazione, massimizzando tutti i vari vantaggi della densità urbana. Un esercizio possibile tramite l’uso dell ‘penna rossa’, per tracciare i confini, strategici, oltre i quali l’edificazione non è possibile. Incentivare progetti di riuso tramite sistemi innovativi di micro-finanza, cuciti su misura per la nuova piccola e media imprenditorialità immobiliare.


E cosa succede fuori dalle città? E’ qui che il tema dell’energia sostenibile rientra. Non sopporto più, purtroppo, coloro che sostengono nostalgicamente una visione bucolica dell’agricoltura italiana. Sono coloro che accusano le pale eoliche di rovinare un paesaggio agricolo bellissimo, e di erodere le capacità produttive del settore primario del paese. Le pale eoliche non sono minacce per l’ambiente se ben governate, e non devo essere per forza possedute dal pubblico (che tra l’altro ha fatto grandi disastri quando espropriava aree agricole per il ‘nobile’ motivo di produrre residenze sociali). Le pale eoliche sono uno di quei settori alternativi all’immobiliare, e complementari al perseguimento di una politica di densità urbana. Bisogna tendere (per mai arrivarci ovviamente, essendo un’utopia) ad una configurazione di città austo-sostenibile che combini una crescita entro i suoi confini, entro un paesaggio ancora produttivo, per il fabbisogno della stessa. Produttivo di energia, cibo e bellezza.

Per rendere possibile la coesistenza di spazi naturali, ricreativi, agricoli e energetici è però importante una visione strategica nella collocazione di questi usi. Ed è esattamente questo il ruolo delle regioni. Non quello di possedere e vendere energia, rafforzando un monopolio naturale che potrebbe causare effetti collaterali notevoli, ma quello di definire le destinazioni d’uso del suolo sulla base di un progetto ampio e di lungo periodo. Ampio perché possa considerare la relazione tra i vari usi (e non parlo delle mere Valutazioni di Impatto Ambientale!) e soprattutto che possa calibrare incentivi su base geografica nel lungo periodo (privilegiando aree di espansione energetica prioritaria). Parliamoci chiaro: le pale eoliche andrebbero in primo luogo collocate attorno alle aree industriali, in zone portuali e perché no nel mare. Poi, andrebbero collocate nelle aree non-agricole in prossimità delle città (non sul cucuzzolo della montagna). Dovremmo fissare dei limiti all’iniziativa privata, non soffocarla ne beatificarla. Quello che chiamiamo ‘crisi’ dona in realtà la possibilità di riconfigurare la nostra infrastruttura produttiva e la nostra organizzazione del territorio. Sarei più contento se Monti, parlando di consumo del suolo, potesse intelligentemente menzionare cone questo sia complementare al settore dell’energia pulita.

A presto

fede

España: personali consigli di viaggio

InTerritorio&Società - Territory&Society su agosto 4, 2012 a 10:02 pm

Atterrare a Madrid – Barajas è come atterrare a casa. Conosco a memoria i corridoi da percorrere, le scale mobili da seguire, potrei elencare seduta stante le varietà di bocadillos del ristorante self service davanti al negozio di souvenirs. All’aeroporto di Madrid ho scritto e spedito la mia ultima lettera d’amore in lingua spagnola; ho pianto, corso incontro e corso via, riso. Ho dormito e rischiato di perdere un aereo per l’Italia. Forse avrei dovuto, forse no.
La metropolitana di Madrid è talmente funzionale e funzionante, che dopo un anno e mezzo di vita a Roma sembra quasi impossibile che possa esistere. Con venti minuti di orologio e nessuna fatica, arrivi dall’aeroporto al centro ciudad; senza costosissimi autobus da aspettare, senza taxi da prendere, senza nessun tipo di traffico, inquinamento o ritardo. Segui le indicazioni, sei già dove vuoi e ad impatto zero!
Io adoro, nel vero senso della parola, questa città. Mi rappresenta in tutto e per tutto,  un favoloso e perfetto compromesso tra la tradizione spagnola – presentissima al sud, come spesso accade -  e la metropoli, fatta di modernità ed occasioni. Assolutamente più viva e giovanile di Barcelona, la ciudad capital spagnola vive ventiquattro ore sin parar; a volerlo fare, si potrebbe non tornare a casa mai. Provare per credere.

Ultimamente Madrid è sinonimo di ‘crollo’, essendo la capitale di una nazione fortemente in crisi. Una nazione ogni giorno in rivolta. Raccontare a parole cosa si prova, nel trovarsi per caso in mezzo ad una manifestazione di funcionarios públicos a Puerta del Sol, è davvero impresa ardua. Raccontare a parole cosa si prova, nel vedere in diretta decine e decine di poliziotti in servizio, togliersi il casco e spostarsi dall’altra parte del
‘muro’, al fianco dei manifestanti stessi, è davvero difficile. Sono momenti estremamente complicati, dove la gente comune, sottratta ogni speranza di miglioramento e futuro, si ritrova a gridare e lottare nelle piazze, rivendicando il diritto al lavoro, alla giustizia e alla vita; sperando che quel rumore indignato arrivi dritto alle orecchie di chi parrebbe non sentirci affatto.
Penso al mio paese, piccolo e povero paese in crisi anch’esso. Penso al silenzio assordante che arriva dalle nostre piazze vuote. Giungerà anche per noi il momento di reagire (?).

Prendere un autobus – direzione Granada – alla stazione Nuevo Ministerios di Madrid è come percorrere il tragitto da casa a scuola. Assolutamente familiare. I conducenti, con la loro pettorina gialla, mi accompagnano a sistemare la valigia nella parte inferiore del pullman e lo fanno sempre con la stessa frase “ aqui la maleta!”. Conosco perfettamente ogni minuto di paesaggio delle cinque ore che dividono la regione Castilla – La Mancha dalla regione Andalucia. Ti accorgi di essere al sud quando file e file di pale eoliche lasciano il posto alle rocce secche della Sierra Nevada.

Granada ti accoglie così, case bianche e basse di un quartiere periferico. Ma non è solo questo. Lei è qualcosa di più.

E’ la vita che ti viene incontro, una mattina torrida di un’estate del 2008;
è una stanza tendente al viola, che ogni giorno diventa un po’ più tua;
è una lingua da imparare, che non è l’inglese, che non è quella che tentano di insegnarti in tutti i modi;
è una sfida, è essere adolescenti e poi tutto d’un tratto essere adulti;
è un parco dove leggere tranquilli;
sono salite e poi subito discese, sono bianchi terrazzi dove fare musica;
è il cielo terso dipinto dal pittore più bravo;
è sud;
è l’Alhambra che si scaglia fiera al di sopra della città;
sono i mirador del Sacromonte;
è quel gitano che suona divinamente la chitarra e quella gitana che balla al suo fianco;
è il colore rosso;
è cafe con leche y tostada per colazione;
è il caldo soffocante di Luglio;
è la siesta;
è il freddo pungente di Dicembre;
è il divertimento allo stato puro;
è la strada che diventa casa;
è quello che manca;
è Plaza Nueva e tutto ciò che significa;
è limpida amicizia; puro, candido, vero ed unico Amore.

Parlare di Granada è come ballare di architettura. Frank Zappa non me ne vorrà.
Andateci.

Marta

Gli effetti dell’IMU sulle città?

InTerritorio&Società - Territory&Society su giugno 3, 2012 a 8:43 pm

Cari Amici

certo non è facile entrare nel merito delle riforme fiscali italiane. Soprattutto di questi giorni, quando l’obiettivo finale di ogni singola riforma, o aliquota aggiuntiva, è generalmente catalogato con ‘salva Italia’. Salvare da cosa? Uno dei tempi più interessanti, almeno per quelli come me, è quello dell’IMU. L’imposta reintrodotta in via sperimentale ormai dall’anno scorso diventerà molto importante. La maggior parte degli articoli di giornale, più o meno tecnici, tendono ad enfatizzarne il valore fiscale, gli effetti sull’equità sociale (dubbi) e gli impatti sulle famiglie, nonché le sue implicazioni dirette sulle capacità comunali di finanziare i servizi essenziali (autobus, strade, spazzatura etc..). Pochi, quasi nessuno, tratta l’effetto dell’IMU, di una imposta sulle proprietà immobiliari, residenziali e non, sulla conformazione territoriale del nostro paese.

Il tema è tecnico e di difficile comprensione e io non sono un tecnico di fisco. Gli effetti delle tasse di proprietà sulle città sono noti a tutti, soprattutto agli americani, dove le uniche entrate comunali sono quelle sulla proprietà. In soldoni, una maggiore autonomia fiscale dei comuni spinge le municipalità ad edificare, ad aumentare il patrimonio edilizio sul proprio territorio per ricavare maggiori entrate. Questo comportamento è puramente teorico, ma comunque essenziale. In situazioni di assoluta competizione tra municipalità e di assenza (teorica) di trasferimenti dallo stato, i comuni hanno fondamentalmente due possibilità: 1) aumentare il suolo edificato e quindi l’imponibile 2) aumentare le richieste di oneri di urbanizzazione ai promotori immobiliari. Il secondo caso è evidente a tutti. I quartieri che spuntano come funghi alla periferia di Roma, sono spesso modi per ‘fare cassa’ e ricavare oneri che vengono reinvestiti (ma spesso rientrano nel capitale ordinario e non di investimento) in progetti specifici (tipo il metrò). Ovviamente, più si aumentano gli oneri minore è la possibilità di attrarre investimenti (Soprattutto oggi, con il rischio d’investimento aumentato per i promotori immobiliari). L’imposta sull’edificato grava sui proprietari e di conseguenza può essere utilizzata senza limitare l’aumento di oneri, e riducendo la possibilità di sviluppo urbano non necessario.

I problemi con le imposte sulla proprietà sorgono quando a) manca un coordinamento tra municipalità che quindi cercando di arricchirsi b) mancano aiuti dallo Stato c) manca una politica di contenimento urbano adeguata. Il legislatore può operare su tutti e tre di questi fattori, ma ognuno ha le sue complicanze. Forzare il coordinamento tra comuni per ridurre la competizione e ridistribuire risorse (dai comuni più ricchi, e quindi anche più edificati o con più forza lavoro, verso quelli più poveri) è una via difficilmente percorribile. Ci abbiamo provato con il provvedimento sulle città metropolitane del 94, senza successo. Il problema in questo caso sono le resistenze politiche, dato che coordinamento implica anche la perdita di autonomia decisionale da parte dei comuni, che dovrebbero coordinarsi (cioè concedere e ricevere) per le varie politiche. Inoltre, si formano club di comuni ricchi che ovviamente non si sognano neanche di condividere le proprie risorse (una sorta di Leghismo metropolitano). Aumentare gli aiuti statali è una non-possibilità in periodo di austerità. Inoltre, va considerato anche il tipo di aiuto. Se il trasferimento dello stato viene fatto in settori particolari, come le infrastrutture, si rischia di aumentare la tendenza espansionistica della città, facilitando l’uso di macchine, trasporti (pubblici e privati) a discapito della compattezza (si allevia insomma una deviazione del mercato immobiliare metropolitano). Gli aiuti statali dovrebbero essere pilotati si temi molto precisi, come verde e trasporti pubblici. Terzo, una politica di contenimento adeguata (cioè mettere dei limiti alla crescita delle metropoli) porta tutta una serie di problemi legati all’aumento dei prezzi degli immobili nelle zone di alta densità (meno offerta immobiliare maggior prezzo) e soprattutto ad una omogenea offerta immobiliare (molte meno casette a schiera con parcheggio). Ad alcuni potrebbe piacere ma non è sempre così.

L’autonomia fiscale dei comuni è un’arma a doppio taglio senza un contesto normativo che permetta il coordinamento tra municipalità, specifiche politiche di contenimento sostenibili e investimenti strategici dallo stato. In secondo luogo credo che la quota statale dell’IMU sia problematica, dato il fatto che a livello centrale è difficile pilotare strategicamente (a parte le grandi infrastrutture come alta velocità e ponti) gli investimenti sul territorio. Ritengo quindi che ci sia un grande assente in tutto questo: le regioni. Una tassa di proprietà con effetti territoriali positivi potrebbe essere quella ‘veramente’ federale, con una aliquota ai comuni e un’altrettanta aliquota importante diretta alle regioni e provincie (o meglio organi di coordinamento inter-comunale, come le communautés des communes in Francia). L’IMU statale sarebbe secondo me persa, ma i comuni non possono essere lasciati da soli.

A presto

fede

Obrigada: emozioni dal Portogallo

InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 14, 2012 a 8:06 pm

C’è una frase che torna precisa a ronzare nella testa mentre, spostando lo sguardo sui vetri della mia finestra italiana, la pioggia lava via questa settimana di ritorno:

Vivemos tantos anos a falar pela calada. Só se pode querer  tudo quando não se teve nada.

Quello che mi porto via dal Portogallo è la sua umiltà. Una terra semplice, piccola e forte nello stesso tempo. Geograficamente in Spagna; culturalmente, mai così lontana da essa. E’ bello perdersi con lo sguardo tra quei  paesaggi desolati, mentre il treno ti culla da Lisbona a Porto. Nuvole basse, stracolme di pioggia e ombre, accompagnano distese di campi non coltivati, un lago enorme, qualche casa rurale abitata e alcuni uliveti. Nulla di più. Dicono che i portoghesi siano grandi fabbricatori di scarpe. Nemmeno più di Porto – il vino – da quando la produzione si è spostata quasi tutta in Galizia, Spagna. Insomma, si produce poco e si esporta ancora meno e il tutto è molto, molto palese.
Mi immagino d’improvviso l’Italia; come ad ogni fermata di treno ti passano davanti cento comuni, cento città più o meno grandi; e ancora coltivazioni, serre, fabbriche, ponti, fiumi, laghi, mari e montagne.  Ad ogni fermata di treno la vita umana è presente, esiste e si percepisce nel bene e, molte volte, nel male. Seduta su quel treno portoghese ho avuto la netta sensazione di essere sola, quelle vedute ed io, nonostante viaggiavo in una carrozza stracolma di persone e il buio cominciava ad assalire il finestrino.

Il primo bar di Lisbona non si scorda mai. Non scorderò mai gli odori, la luce del pomeriggio che lucidava il pavimento e lo sguardo intenso del barista mentre gli chiedevo se, per favore, potevo parlargli spagnolo. Non scorderò mai quella sensazione di essere stata catapultata – a sole tre ore di aereo e ottanta euro – negli anni sessanta, con quei tavoli di legno e marmo, ognuno con il proprio posacenere di vetro lavorato; con quel bagno nei sotterranei e senza lavandino, perché quello è ovviamente al piano terra, di fianco al bancone. Fuori sulla piazza, tavolini in ferro stracolmi di sedie, gente che urla, fuma e beve di tutto. Quel cameriere che entra ed esce sicuro nella sua divisa bianca e nera, con il suo modo ordinato e serio di fare le cose, a ricordarti che lui è li da sempre e sempre lo troverai li.

A Porto invece quello che resta negli occhi è l’immenso Ponte Luiz I, che sembra quasi la Torre Eiffel distesa a dormire. Collega il quartiere centrale della Ribeira a Gaia, l’altra parte del fiume Douro, che di notte è talmente scuro da mettere quasi paura. Ma Porto non è assolutamente il suo centro, non è il percorso turistico delle botteghe di vino e non è la sua apparente ricchezza, quella classica dei souvenirs ammassati sotto una tenda, ma è, nella sua essenza più profonda, tutto quello che le gira intorno. Svicolando per le sue vie ti stupisce la decadenza delle case, moltissime diroccate e disabitate, i colori di quel che resta delle ceramiche sui muri. Quegli onnipresenti  gabbiani che dal mare arrivano ovunque, anche in piena periferia, una mattina uggiosa quando decidi di uscire da sola per andare in un bar a prenderti un carioca, tipico caffè portoghese.

Ringrazio perciò il Nord del Portogallo, perché mi ha permesso di assaporare una realtà lontana dal turismo di massa, ma fatta di parchi, ponti romani e fontane di acqua calda.
Ringrazio Lisbona perché, seppur breve, l’incontro con lei rimane una delle emozioni più forti.
Ringrazio la musica portoghese, Sergio Godinho e l’atmosfera che può creare.
Ma al di là di quello che si può visitare o imparare di un paese straniero, sono solo ed unicamente le persone che fanno la vera differenza. Per questo ringrazio una per una le anime che ho incontrato, uomini che mi hanno ricordato la bellezza e il valore dei gesti semplici. Uomini che hanno aperto la porta di casa e, con estrema naturalezza, hanno fatto entrare un cuore sconosciuto mostrandogli, senza convenzioni o falsificazioni, la parte più appassionante della loro terra: la gente. Ringrazio infine la mia macchina fotografica e il suo pensate obiettivo, ma soprattutto il mio collo, che l’ha sorretta solennemente tutti i giorni, per dieci giorni.
Sono sicura, lo rifarebbe ancora.

Marta

Le politiche economiche: un appello alle città e alla geografia.

InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 11, 2012 a 8:26 am

Cari amici

il Mirror è rimasto dormiente per un mesetto purtroppo e me ne dispiaccio. E’ la conseguenza di impegni pregressi della redazione combinati all’assenza di notizie interessanti da commentare nell’attualità Italiana. Questo mese è riassumibile in tre righe: la politica italiana si riduce sempre più a quella interna ai partiti (Bossi&Co), le politiche italiane contro lo crisi si riducono ad una riforma arrangiata del mercato del lavoro, il target della politica italiana rimangono i ceti medio bassi, ed i soggetti della politica italiana rimangono i soliti sopravvissuti di un neo-corporativismo ormai in decadenza, la cui eredità è quella che Regini ha chiamato in altre occasioni ‘seclusa microconcertazione’ tra poteri forti, primi fra tutti il governo, i sindacati e gli industriali. Non stupisce che l’accordo raggiunto protegga di fatto i soggetti lavoratori già inclusi ed integrati nel processo produttivo, mentre riduca ulteriormente le speranze di piena integrazione economica di noi giovani.

Rischiando di sembrare un po’ autoreferenziale ed un po’ fuori luogo, desidero fare una critica inusuale. Soffro profondamente (ormai da giorni) una mancanza della geografia nella politica italiana nei tempi di crisi. Cerco una politica spaziale contro la crisi, un appiglio territoriale alle riforme di questo paese ed un tentativo, almeno minimo, di gestire la crescita tramite una organizzazione del territorio nazionale e non tramite sconnesse politiche più o meno effettive come quella sulle Smart Cities (focalizzate sull’uso delle ICTs nella gestione dei servizi) o sulla pedalata contromano nelle carreggiate per le auto (assurdo ma vero). Non vorrei auto-elogiare l’ampia categoria di cui faccio parte (urbanisti, pianificatori, sociologi urbani e quant’altro) ma non posso esimermi dal notare che in Italia, a livello nazionale così come a livello subnazionale (regioni), e città e la gestione del territorio non vengono quasi mai considerati una politica di sviluppo economico. Si tende a polverizzare la politica urbana in politica abitativa, ambientale, infrastrutturale o multiculturale senza però carpirne il valore aggiunto per lo sviluppo economico e produttivo (in termini anche quantitativi di GDP) del nostro paese. Attenzione, non sto parlando di ‘fare cassa’ tramite la gestione del suolo, cioè di rinforzare quelle pratiche di svendita in cambio di oneri per investimenti. Assolutamente no. Parlo del valore aggiunto ed indiretto che una buona gestione delle città, della coabitazione urbano e rurale, abitativo ed industriale può effettivamente apportare alla performance economica del nostro paese: in gergo tecnico alla ‘competitività economica’ a livello internazionale.

Lo sanno tutti ormai, a partire dalle teorie sulle world and global cities, l’economia globale è stata ormai identificata come una rete, composta da nodi di livello internazionale e subnazionale (si pensi al ranking delle global cities di Taylor). I nodi di questa rete sono i punti focali dove la ricchezza immateriale della finanzia precipita e si traduce in ricchezza materiale e dove trovano sfogo gli effetti socio-economici sia negativi che positivi  (dal benessere alla polarizzazione sociale). Tali nodi sono fortemente connessi e allo stesso tempo in competizione tra di loro. Competono per investimenti altamente mobili, volatili. Questi investimenti hanno effetti diretti sulla strutturazione della domanda e dell’offerta di lavoro nelle città, e indirettamente negli equilibri socio-economici delle regioni di cui quelle città sono capitali. In un recente articolo Colin Crouch e Patrick LeGalés (ma anche tanti altri) hanno recentemente ridimostrato che sono questi nodi che determinano le sorti economiche degli Stati, i cosiddetti ‘national champions’. Si tratta di uno scenario condiviso con sospetto dal sottoscritto, dati gli effetti di polarizzazione socio-economica e territoriale che ha. I perdenti della TAV (la Val di Susa), attraversati da uno di questi assi di connessione tra nodi globali (Torino, Lyon) ne sanno qualcosa. Tuttavia, bisogna riconoscere che la crescita non può essere scissa dalla geografia.

Il mio è un appello alle città per risolvere la questione lavorativa. Non all’articolo 18. Aumentare la capacità attrattiva di centri urbani e produttivi importanti dovrebbe essere la priorità per incrementare l’offerta di lavoro. Risolvere la questione del mismatch geografico tra domanda e lavoro (la forza lavoro giusta nel posto giusto) è una priorità per ridurre i costi infrastrutturali e sociali della crescita. Concentrare le risorse, sempre più scarse, e specializzare le economie locali è una necessità per ottimizzare qualsiasi tipo di politica economica. Questa è una delle lezioni che abbiamo tratto dall’esperienza produttiva dei distretti industriali della terza Italia, dove la concentrazione geografica di imprese specializzate in un preciso settore aumentava il raggio internazionale di azione. Ma mi riferisco anche all’importanza della tutela dell’ambiente, della gestione degli usi del suolo, una pratica importantissima per rendere il landscape una risorsa per la crescita. Le imprese internazionali decidono di aprile i loro headquarters dove i loro dipendenti possono trovare un contesto vivibile, pulito e dinamico. Inoltre, le aree verdi sono produttive se protette e se gestite in maniera razionale, con una ottimizzazione della produzione agricola, un uso ricreativo delle zone periurbane (industria in crescita) e ovviamente con un’attenzione alla politica energetica (si pensi agli incentivi per pannelli solari e agli effetti che hanno sul recupero urbano). Ultimo ma altrettanto fondamentale, la questione abitativa. Il governo Monti non parla di casa, pur sapendo che la casa, quella abbordabile, è fondamentale per alleggerire i costi sociali del lavoro, per aumentare la capacità di spesa delle famiglie ed in ultimo per permettere una distribuzione più flessibile della forza lavoro in base all’offerta  (città più creative, città più industriali etc…). La mobilità si fa anche con l’immobile.  La crescita non è questione astratta o burocratico-normativa, la viviamo e sosteniamo tutti i giorni nelle nostre città.

A presto

Federico

Il movimento No-TAV: perchè è destinato a fallire?

InTerritorio&Società - Territory&Society su marzo 3, 2012 a 12:21 pm

Cari Amici

La conversazione tra il manifestante No-TAV e il celerino ha fatto il giro del mondo. Il suo successo mediatico non è semplicemente dovuto alla crudeltà verbale esercitata da un individuo su un altro, entrambi impotenti di fronte a quello che sta accadendo, ne è dovuto alla banalità degli insulti espressi, che richiamano alla solita retorica sbollita anarchica ‘anti-sistema’  (le pecorelle sono tutti quelli che seguono un determinato ordine, un regolamento). Il video crea stupore allo spettatore che realizza inconsciamente come questa battaglia No-TAV sia di fatto completamente inutile, e soprattutto destinata a fallire miseramente. Se il manifestante rappresenta il movimento No-TAV  (nelle sue componenti più ignoranti e presuntuose) il poliziotto rappresenta la rigidità delle autorità, che hanno ormai deciso, fissato e pagato per una infrastrutture che si farà…indipendentemente dalla sua necessità.

Il movimento no-TAV fallirà. Perché? Purtroppo c’è uno scollamento totale tra le istanze locali, quelle degli agricoltori, proprietari terrieri, sindaci dei piccoli comuni, e quelle dei decisori. Quest’ultimi non sono, come si potrebbe credere, i governi regionali e nazionali (che pagano l’opera per la maggior parte), ma sono le grandi reti di potere, e di interessi, che operano a livello Europeo, transnazionale ed internazionale. C’è una idiosincrasia tra quello che avviene sul territorio e quello che è già avvenuto nelle arene politiche internazionali. Il progetto TAV in Val di Susa è un minuscolo tassello di una visione strutturale complessiva del sistema infrastrutturale Europeo, già approvata nel 1996 con l’avviamento del Trans-European Transport Netowork. Questo progetto, sottoscritto dagli stati membri, è inoltre a sua volta, il prodotto di una politica di sviluppo territoriale Europeo fondata su poli di sviluppo regionale, competitività economica e connettività globale. Il popolo TAV è muto di fronte a questo, e non potrebbe non esserlo. E’ un altro gioco, un altro livello, che richiede altre organizzazioni ed altri interessi, con la capacità di raggiungere opinioni pubbliche di altra entità. Il vero dibattito è quello sull’Europa e sul ruolo delle territorialità nel gioco competitivo inter-regionale. Il popolo TAV, per sua sfortuna, non sembra equipaggiato per questo. Soprattutto, seppur sembri arrivare ‘in anticipo rispetto ai lavori, arriva troppo tardi rispetto alle decisioni, ben 15 anni dopo il raggiungimento delle visioni che hanno fissato le premesse del TEN-T program.

Due importanti autori nel campo dell’urbanistica e pianificazione, Stephen Graham and Simon Marvin, hanno chiamato tale scollamento con il nome di ‘splitering urbanism’. Osservando come la struttura delle città cambiava in relazione allo sviluppo delle reti tecnologiche (telefono, fognature, elettricità, internet, alta velocità), hanno dimostrato come oggi le città, le regioni, ed i sistemi di città, assumano una dimensione pluridimensionale. Non esiste un solo livello di città, ma una sovrapposizione di strati, ed ognuno di essi ha velocità particolari, dinamiche specifiche, e rapporti di potere differenti. Il problema sorge nelle aree di ‘conflitto’ tra questi livelli, in quegli interstizi in cui gli abitanti soffriranno le conseguenze di questo scollamento tra ‘piani socio-spaziali’. Tai scollamenti sono particolarmente evidenti nelle metropoli odierne, dove storici quartieri residenziali, luogo di comunità radicate, vengono ormai attraversati con velocità da airport express, strade. Oppure, pensate alle zone intorno alle stazioni ferroviarie, non luoghi per molti, ma quartieri di vita e consumo per tante comunità etniche. La Val di Susa è uno di questi luoghi. E’ un territorio ‘attraversato’, che soffre gli impatti di un sistema territoriale che non le appartiene per nulla. Quello che collega i grandi centri economici (Lione, Torino. Etc……) e che invece usa lo spazio intermedio come ‘di passaggio’. Il problema della TAV è appunto che il treno ad alta velocità  non beneficia in alcun modo la val di susa, in quanto è stata concepita per un livello socio-spaziale ed economico completamente diverso.

Quando si passa alla politica, al dibattito e alla protesta queste considerazioni diventano fondamentali. Perché la democrazia e la politica, seppure a volte ci provi, non è ancora riuscita a ristrutturare se stessa in modo da poter creare collegamenti tra i vari livelli (globale e locale in estremo). La politica si suddivide chiaramente in quella partecipativa e attivista del popolo No-TAV e quella istituzionale e tecnica della commissione europea.  Le due non si toccano a proposito della TAV in italia. Per poterlo fare ci devono essere canali collaudati, su livelli differenti, partendo dalle Regioni, gli organi predisposti all’assegnazione dei fondi Europei in italia. Cosa dice la regione in Val di Susa?

A presto

Federico

Olimpiadi Roma2020: tanta fatica per nulla…

InTerritorio&Società - Territory&Society su febbraio 19, 2012 a 12:21 pm

Cari Amici

Sono contento che il nostro governo abbia deciso di sospendere la candidatura ai giochi olimpici di Roma 2020. Che sarebbe stata una scelta avventata e velenosa per le condizioni economiche della città di Roma e di tutta l’Italia probabilmente era nell’aria. Tale incertezza non è esclusivamente legata al solito vecchio timore che ‘noi italiani’ tendiamo a mal gestire anche grandiose opportunità di profitto. Ma si tratta di un ragionamento molto concreto, che si basa sua una semplice analisi dei sistemi di finanziamento ai giochi olimpici e a come questi si intrecciano con il circolo vizioso del sostentamento alle amministrazioni locali di oggi. ­

Quando un comune, come Roma o Amsterdam, che sta redigendo in questi mesi la proposta di candidatura ai giochi olimpici 2028, riceve l’onore di ospitare il più grande evento sportivo mondiale, entra in un processo di trasformazione urbana, social ed economica che farebbe invidia a qualsiasi altra amministrazione imprenditrice del mondo. I giochi olimpici di fatto stimolano un percorso di riflessione sulla struttura della città ospitante e sulla sua relazione con i centri vicini, sulle possibilità di estensione delle reti infrastrutturali, sulla dotazione di servizi, principalmente ricettivi, turistici, e soprattutto sulle opportunità di lavoro che si vengono a creare sin dai 4 anni precendenti ai giochi. Inoltre, si avvia una macchina burocratica per la gestione, implementazione, organizzazione dei giochi che impatta direttamente sul funzionamento dell’amministrazione locale. Un grande impegno per pochi mesi di sport. Perché allora i comuni scelgono di candidarsi?

Gli studi sui vantaggi e svantaggi economici, sociali e politici dei giochi olimpici non sono pochi. Io non sono un esperto in materia ma questi sono i motivi più evidenti. Primo, con i giochi olimpici il comune entra nella cerchia delle città ‘ di importanza strategica nazionale’. Lo Stato, la Regione nonché i privati iniziano a concentrare l’attenzione e molte risorse verso un solo nodo, a volte una sola area. Risorse organizzative, economiche e finanziarie vengono ulteriormente allocate al comune ospitante. Si creano contatti istituzionali diretti tra amministratori locali e nazionali, con trasferimenti pressoché automatici di autorità e denaro per la realizzazione tempistica dell’evento. Una condizione appetibile per le amministrazioni locali, che se ben organizzate, riescono a catalizzare risorse speciali per la gestione della città. I nostri comuni, poveri, isolati e senza soldi, ambiscono avidamente ad una tale posizione negli equilibri geopolitici nazionali, per poter racimolare pochi spiccioli aggiuntivi da investire in progetti urbanistici ed economici. Secondo, i giochi olimpici sono visti come una grande opportunità per potenziare le infrastrutture. Vero e falso allo stesso tempo. I fondi allocati dal governo centrale per i giochi devono essere suddivisi in tante piccole voci, e alla fine dei conti molti di questi vengono spesi per la realizzazione di funzioni utili ai giochi stessi (grandi impianti sportivi a volte inutili, come le cattedrali nel deserto). Il vantaggio sta nella nuova discrezionalità che lo status di ‘strategicità’  dona a quelle opere infrastrutturali. I soldi non aumentano esponenzialmente ed il comune deve comunque coprire i propri investimenti. Lo fa tuttavia in un quadro normativo e amministrativo molto più flessibile e rapido, che gli permette tramite formule conosciute (accordi di programma etc…) di modificare piani regolatori, traffico e quant’altro per accelerarne la realizzazione. Come ben sappiamo l’Italia ‘si muove’ per grandi eventi. Terzo, c’è una convinzione generale che i giochi olimpici portino prestigio politico ed economico al comune ospitante, e che di conseguenza attiri investitori internazionali. Questo si riflette sia sulla gestione dei giochi, che prevede una serie di partner internazionali per l’organizzazione dell’evento (ACER, Coca Cola, MacDonald Panasonic etc..) ma soprattutto gli investitori nelle società per azioni che vengono create per la gestione ed implementazione dei giochi. Queste società (tipo Expo2015 per capirci) sono particolari strutture finanziarie che includono importanti componenti di capitale pubblico. I giochi olimpici rendono possibile la ‘cartolarizzazione’ e la collocazione nel mercato di titoli di origine pubblica. Se parte del profitto viene reinvestito nella gestione dei giochi, il resto viene rigirato entro le casse comunali. Quarto, i giochi olimpici forniscono una bella storiella per la trasformazione radicali di grandi pezzi di città. La legacy del parco Olimpico Londinese (costo totale previsto dei giochi 24 miliardi!) dimostra come sia possibile avviare un difficilissimo percorso di riconversione di aree socialmente problematiche come l’East End di Londra. Certamente, il successo di questo tipo di operazione (appunto una vera legacy, diversamente dal rinomato expo di Siviglia, ormai un deserto post-nucleare di edifici avveniristici) dipende dalle capacità tecniche, politiche ed organizzative della città stessa.

Ospitare i giochi non attrae invece grant speciali da comitati olimpici nazionali, non prevede una copertura Europea o internazionale (a meno che si aggancino specifici progetti corollario dell’olimpiade a programmi EU) degli investimenti locali. Il comitato olimpionico internazione gestisce esclusivamente la diffusione, il marketing dell’evento, la gestione delle licenze (radiotelevisive ad es.), e i partenariati internazionali, e si finanzia attraverso la gestione dei biglietti e delle licenze appunto. Questi fondi vengono distribuiti ai vari Comitati Olimpionici Nazionali (gestione degli atleti e delle società sportive) e ai Comitati di Organizzazione dei Giochi Olimpici (per la gestione dei servizi). Questi soldi rimangono entro il limite dei giochi, e difficilmente generano ricadute positive su altri aspetti.

Tanti costi, tanto impegno, per far muovere una macchina complessa e pesante. Meglio lavorare sulla semplificazione ordinaria (e non straordinaria legata ad eventi) delle procedure e finanziamento, sull’autonomia finanziaria dei comuni, sull’immagine del paese Italia tutto, a prescindere da eventi di vetrina.

A presto

Federico

“Vada via dall’Italia, Lei che può”. Brevi riflessioni sulle categorie e le scorciatoie del pensiero che strutturano il dibattito sui giovani, l’Italia e l’estero.

InTerritorio&Società - Territory&Society su febbraio 11, 2012 a 1:01 pm

Di  Francesca, una cara amica

Quand’è che l’Italia è diventata un fungo velenoso da cui stare lontani? Questa è l’immagine dominante nei discorsi che adulti all’apice della loro carriera professionale e con responsabilità amministrative amano tenere ai giovani (vasta categoria attualmente compresa tra i 18 ed i 40 anni), generalmente privi di tali responsabilità. Nel “vada via” o nel “resti lontana/o già che ha la fortuna di essere fuori” il paese presente e il suo futuro possibile diventano una specie rara di fungo, spuntata in modo totalmente incomprensibile ai più, ma nei confronti del quale l’unica cosa da fare è fuggire lontano.

Questo tipo di discorso suscita pruriti mentali e fa sorgere domande. La prima, la più semplice, è “scusi ma Lei dov’era negli ultimi 30 anni?”. E questa è una domanda seria, che deve essere posta cercando di tenersi lontani da due tipi di ragionamenti, fondati entrambi su  semplificazioni logiche e politiche. Il primo ragionamento è la scelta forcaiola o l’individuazione di una casta. Il “fanno tutti schifo” non può definire i confini del “tutti”, ed entra in odor di populismo non appena s’incarni in partiti e movimenti. Il secondo è l’altrettanto pericolosa oggettivazione di una serie di processi in un fatale “ormai è andata così”. Capire invece le responsabilità collettive e individuali, più che un modo per colpire i colpevoli, è un modo per conoscere i meccanismi da disinnescare. Non c’è mai né un solo meccanismo, né un solo colpevole (sia esso individuale o collettivo) e per fortuna non c’è mai nemmeno un unico eroe che ci salverà. Per questo motivo un “vada via” è insopportabile: perché nell’ordine del discorso è il passaggio logico successivo ai due ragionamenti semplificatori appena descritti, e rifiuta così ogni ipotesi di differenziazione, di analisi del passato, e di cambiamento.

Però quanto sta bene sui giornali questo “vada via”, esce proprio bene, permette di costruire una tragedia emozionante piuttosto che di scomporre noiosi meccanismi, evita a chi parla di porsi la domanda del “io dov’ero”. Ma soprattutto permette di creare la mitologia di quelli che via ci sono andati: i giovani italiani andati in America a rivoluzionare la scienza (categoria nota come “cervelli in fuga”). A fronte di quest’ulteriore passaggio logico nei discorsi generalizzanti, si sviluppano altri pruriti mentali. Termine che glorifica il fatto che “saremo anche un paese sfigato, ma quanto siamo intelligenti che i cinesi e gli americani e gli svedesi hanno bisogno di noi per far avanzare le cose”, il cervello in fuga è una mistificazione della realtà, e un’ingiustizia politica. Perché nasconde i motivi delle partenze, e quindi anche quelli dei ritorni possibili. Per chi è cresciuto negli ultimi trent’anni andare via, e quindi l’Europa e gli altri paesi, sono stati una questione concreta fatta di voli low-cost, amici in erasmus o partiti per lavorare, per curiosità, per andare a vedere e magari restare e poi tornare, e comunque cercare qualcosa d’altro che qui non c’era (lavoro, possibilità, e semplicemente il diverso che attrae). E nell’unica rappresentazione del “cervello in fuga” che è stato costretto, o che ha fatto la scelta, di partire si chiude il cerchio del “vada via”. Un cerchio magico che permette di trattare il tutto come un fungo velenoso.

Postilla. Pur rientrando nell’onnipresente dibattito sulle politiche pubbliche (economia, formazione, ricerca, lavoro) che l’attuale governo si propone di sviluppare per migliorare le condizioni dei “giovani”, questa riflessione si occupa di discorsi e rappresentazioni, con l’idea che essi contribuiscano a delineare tanto le scelte e le percezioni individuali, quanto le categorie che strutturano le decisioni politiche.

La decrescita: un concetto per il 2012?

InTerritorio&Società - Territory&Society su gennaio 2, 2012 a 9:15 pm

Cari Amici

buon anno a tutti voi. Dopo una piuttosto lunga pausa natalizia, il Social Mirror riapre con un programma ricchissimo (che non esiste di fatto). Non è possibile anticipare il contenuto degli articoli datati 2012, ma sono sicuro che conterranno critiche ed opinioni interessanti sulla manovra Monti, e che trasmetteranno quelle strane sensazioni che oggi pervadono le opinioni pubbliche d’europa: crisi, incertezza, ma anche quella voglia matta di ricominciare. Un economista (illustre? di cui non ricordo il nome) disse: ‘il 2011 non sarà ricordato per la grande crisi, anzi, ce lo ricorderemo perchè fu meglio del 2012′. Lungi dal condividere un simile pessimismo, non posso negare che molti degli articoli qui proposti dipingeranno i risvolti sociali della manovra Monti, tutt’altro che positivi.

Detto questo, vorrei iniziare il 2012 con un concetto, che potrebbe suonare come un auspicio per qualcuno, o come una minaccia per altri: decrescita. Serge Latouche, in un testo che mi ha accompagnato in un recente viaggio tra Salerno, Napoli e Roma, mi ha delucidato su un concetto che sembrerebbe ovvio ma non lo è poi così tanto. L’autore, prendendo le fila dalla crisi attuale e citando lavori d’inizio secolo, discute nel testo intitolato ‘come si esce dalla società dei consumi’ (ma anche ‘la scommessa della descrescita’) molto più di un semplice concetto. Un programma politico e sociale, che si fonda sulla consapevolezza che la ‘crescita’ non può più essere intesa come la logica del progresso. Senza entrare nel merito etimologico del termine, voglio semplicemente sottolineare come tale termine contenga una nuova natura della società, che purtroppo o per fortuna, sta diventando sempre più reale in questi ultimi anni. Ridurre il fabbisogno dei consumi, razionalizzare le spese e ricalibrare gli investimenti verso i così detti beni relazionali, agire secondo logiche di sostenibilità ambientale, rilocalizzare le attività produttive secondo quel principio, e ridurre gli sprechi in genere (di energia naturale, umana, economica). Questi sono i punti fondamentali del manifesto della decrescita.

Volendo essere ipercritici, si potrebbe accusare Latouche di utopismo. Di fatto, per decrescita non si può intendere un ritorno alle origine della sussistenza umana, ne un ritorno alla vita comunitaria nel senso discusso da Durkheim per intenderci. Tutt’al più  nelle forme reali di autogoverno locale e di democrazia associazionistica. Il 2012 non potrebbe mai essere l’anno del ritorno ad una economia locale, all’autogestione del sistema economico e politico. Tuttavia, la decrescita contiene un messaggio importante: quello della riduzione del fabbisogno. Cioè, del rescaling dei nostri desideri e bisogni e della nostra economia di conseguenza. Il natale non potrebbe essere un periodo migliore per imparare questi principi. Passeggiando nei centri commerciali di tutte le città è impossibile non notare come il futile, l’accessorio, sia ormai diventato un bisogno dominante. Mi chiedo: abbiamo bisogno di 2000 modelli di orologi personalizzabili? di 3500 formine diverse per biscotti da forno? di miliardi di tipologie di portachiavi, svuota-tasche, astucci, custodie per ogni tipo di accessorio hi-tech, di 4000 modelli di cellulari?

Decrescita vuol dire molto di pià certamente. Vuol dire riformare tutto il sistema economico, incluso quello finanziario, al fine di renderlo meno dipendente dal concetto di ‘indebitamento’, si cui ‘crescita’ ne è divenuto sinonimo. Però, non posso non affermare che il cambiamento deve è può partire dal comportamento individuale. Dal riscoprire quali sono le vere cose di cui abbiamo bisogno. Quelle che ci permettono di riscoprire il lato umano del ‘consumo’ (che comunque esisterà sempre) ma lasciando quello disumano del ‘consumismo’. Per capirci, consumo di emozioni, di socialità e di cultura piuttosto che consumismo di merci.

Potrei dilungarmi molto di più con la retorica. Era per me importante iniziare questo nuovo anno con un tale concetto. Con la speranza che la particolare e critica contingenza economica diventa un’opportunità per un cambiamento umano vero.

A presto

Federico

Il centro commerciale a Roma: metafora di un’urbanistica pressapochista.

InTerritorio&Società - Territory&Society su ottobre 27, 2011 a 7:51 pm

La notizia del sovraffollamento, con annessa demenza di massa, a roma, in zona Nord Ovest, tra corso di Francia e viale tor di Quinto potrebbe sembrare la solita vicenda italiana. http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_ottobre_27/traffico-tilt-apre-centro-commerciale-1901961469622.shtml

Demenziale ed in effetti non significativa rispetto ai problemi del paese di oggi. Beh, invece no. quello che succede per un TRony o un centro commerciale puó succedere per uno stadio, un museo, una multisala, un polisportivo, una fiera, un mercato, un’IKEA etc… E’ lo specchio di una politica urbana troppo pressapochista, presa alla leggera da parte di molte cittá italiane, soprattutto di quelle storiche, antiche, la cui morfologia e grammatica urbana non possono essere modificate con facilitá. tipo roma.

Io non so molto di quel centro commerciale, e sinceramente me ne frego. Tuttavia mi chiedo, chi lo ha deciso? Cosa prevedeva il piano? quando é stato modificato? chi ha fatto gli studi di fattiblitá e di impatto ambientale? Queste sono tutte domande da farsi ogni qualvolta che un governo locale o nazionale che sia tenta di modificare, completamente e parzialmente il territorio. L’imprevidibiliá del TRONY di roma, é inoltre una manifestazione lampante, chiara perché minuta, delle debolezze della pianificazione urbana Italiana. L’imprevedibilitá di questi progetti é proprio conseguenza dell’imprevedibilitá del territorio, e quindi dell’ASSENZA di pianificazione. LE  strade, parchi, parcheggi, marciapiedi che circondano quel benedetto centro commerciale non sono state concepite per un centro commerciale. In urbanistica non funziona come in sartoria. Se c’è un buco non si riempre con qualcosa, qualsiasi cosa, o semplicemente la più remunerativa. Ogni funzione va collocata in base ad un progetto, di medio e lungo periodo, che traduce il tessuto urbano in un sistema di funzioni connesse ma differenziate appositamente (e non intendo zonizzazione dura e pura). I centri commerciali forse è meglio metterli fuori città. 30 anni di storia mondiale lo insegna.

Il punto che voglio sottolineare è che una pianificazione più consapevole porta vantaggi anche ai privati. I gestori di quel supermercato non hanno che da guadagnarci se il loro esercizio è servito da buone infrastrutture e circondato da altri centri commerciali, altre attività di distribuzione. Qualsiasi consulente immobiliare di un’impresa come trony lo saprebbe. Gli unici che ci guadagnano da una costruzione non pianificata sono i soggetti che sviluppano il progetto, quelli che lo finanziano e ricavano dalla vendita. Sono loro che operano oltre il mattone, ma che guadagnano dalle transazioni finanziarie, indipendentemente da dove questi soldi si traducono in edifici. Per evitare tutto questo bisogna mettersi in testa una cosa: possedere un appezzamento di terreno, ovunque sia, non implica libertà assoluta di farne quello che uno vuole. Chi possedeva quel terreno (sicuro non il pubblico) ne voleva fare un centro commerciale. L’amministrazione dovrebbe convincersi di usare la propria autorità sui diritti di edificazione e sulla destinazione d’uso. Non svendere la propria funzione per chissà quale vantaggio. Questo centro commerciale ha probabilmente comportato un ritorno in pochi servizi, magari un pò di verde, forse un metro della metropolitana, certamente gli abitanti di roma non ne comprendono il vantaggio.

Federico

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