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Olimpiadi 2012: Tre storie da Londra

InSport su agosto 16, 2012 a 10:44 am

I Giochi Olimpici di Londra si sono conclusi da pochi giorni. È tempo di bilanci, positivo quello dell’Italia che chiude all’ottavo posto del medagliere con otto ori, nove argenti e undici bronzi. In questo pezzo però voglio parlare di tre campioni, perché nonostante tutto di campioni si tratta, che hanno perso in maniera incredibile una medaglia d’oro già vinta: il cilcista Rigoberto Uran, e i tiratori Michael Diamond e Young Rae Choi.

Uran lo sveglione. La prova in linea di ciclismo maschile su strada sembrava disegnata apposta per Mark Cavendish, l’idolo di casa nonché il più forte velocista del mondo. La gara però non va come tutta la Gran Bretagna pensa, e negli ultimi chilometri si trova davanti un folto gruppo di una trentina di atleti dei quali nessuno  sulla carta era fra i grandi protagonisti della vigilia. A poche centinaia di metri dall’arrivo si avvantaggiano in due: il colombiano Rigoberto Uran ed il kazako Alexandre Vinokourov. Uran è un giovane scalatore che si è messo in luce al Giro d’Italia, chiudendo settimo e vincendo la maglia bianca riservata al miglior under 25. Vinokourov invece è un fuoriclasse affermato di trentanove anni all’ultima gara in carriera. Aveva dichiarato di voler chiudere in bellezza, ma in pochi si aspettavano di vederlo protagonista assoluto. Anche Uran era difficile da pronosticare a medaglia, ma al giro di Polonia disputato pochi giorni prima aveva dimostrato di essere in gran forma anche in arrivi ristretti come quello che va concludendosi davanti a Buckingam Palace. E i quattordici anni di differenza fanno pensare che il colombiano possa fare il colpaccio e vincere la medaglia d’oro. Vinokourov però è una vecchia volpe e sa come si vincono queste gare; il regalo che gli fa Uran però non se lo sarebbe aspettato nemmeno lui. A circa quattrocento metri dal traguardo Uran è sulla sinistra della strada e si volta per controllare che Vinokourov, che lo segue a ruota, non si infili fra lui e le transenne. Lo fa però dalla parte sbagliata e per troppo tempo, quasi dieci secondi voltato come nemmeno un pistard. Vinokourov non sta ad aspettare e scatta dall’altra parte della strada. Quando Uran si sveglia il kazako ha già venti metri di vantaggio e l’oro al collo; per il colombiano arriva una medaglia d’argento tanto inaspettata quanto deludente, perché il modo con cui ha buttato al vento la vittoria è veramente grottesco. Vinokourov chiude così al meglio una carriera fenomenale macchiata soltanto da un caso di doping nel 2007, Uran invece deve accontentarsi di un comunque storico argento per la Colombia ciclistica; è ancora giovane e avrà modo di rifarsi, certo che i rimpianti potrebbero durare a lungo.

Braccino Diamond. Michael Diamond è uno dei più forti tiratori al piattello in circolazione: ha vinto la medaglia d’oro nella fossa olimpica sia ad Atlanta nel 1996 che a Sidney nel 2000, oltre che a tre titoli mondiali sempre in questa specialità. Vien da sé che è un atleta di grande esperienza il cui palmares fa pensare che non senta la pressione come un giovane all’esordio ad un’Olimpiade. Eppure per come è andata la gara è proprio così. Nelle qualificazioni Diamond è una macchina, e centra 125 piattelli su 125, record del mondo eguagliato. Arriva in finale da leader con un colpo di vantaggio sul kuwaitiano Aldeehani, due sullo spagnolo Serrano e sul nostro Massimo Fabbrizzi e tre sui croati Cernogoraz e Glasnovic. Sono questi sei che si giocano le medaglie, anzi, sono in cinque che si giocano l’argento vista la classe e la freddezza di Diamond. Invece succede l’impensabile: l’australiano manca ben cinque bersagli su venticinque, incredibile se si pensa al 125 su 125 delle qualifiche. Anche gli altri sbagliano molto di più rispetto alle qualificazioni, ma meno rispetto a Diamond: il migliore è Cernogoraz, che manca un solo piattello e da sesto chiude primo a pari merito con Fabbrizzi. I due si giocano l’oro allo spareggio, ed il croato conquista un’insperata medaglia d’oro. Fabbrizzi ci regala una comunque splendida medaglia d’argento, che fa coppia con l’oro vinto al femminile da Jessica Rossi (149/150 per lei, record del mondo a 19 anni… il bello è che l’esperienza dovrebbe aiutare). Diamond si gioca il bronzo allo spareggio con Aldeehani, ma butta via anche la medaglia meno pregiata sbagliando per primo e chiudendo quarto. Per lui un dramma sportivo difficilmente pronosticabile ma che dimostra come in uno sport difficile come il tiro al piattello occorra mantenere la concentrazione per tutto l’arco della gara; Diamond come detto ha un palmares invidiabile e non si può certo dire che abbia buttato via la gara della vita, tuttavia per lui e per l’Australia perdere così non solo l’oro ma una qualsiasi medaglia è sicuramente bruciante.

Le lacrime di Choi. Una storia simile a quella di Diamond l’abbiamo vissuta nella pistola da 50 metri, protagonista il coreano Young Rae Choi. Cos’è successo? È successo che Choi si presenta in testa alla finale della pistola da 50 metri con il punteggio di 569, non eccellente (il massimo è 600, il record del mondo 581), ma che gli garantisce un margine importante su tutti gli altri: il secondo è staccato di 3 punti, gli altri di più di 5. Insomma un vantaggio che dovrebbe garantirgli l’oro anche sparando alla cieca in uno sport come il tiro a segno che non consente teoricamente grossi recuperi in soli dieci tiri a disposizione. Choi però non si è mai trovato in una situazione simile, e la mano comincia a tremare: 8.8 al primo tiro in finale è poca roba, ma il suo vantaggio resta comunque abissale. Nei tiri successivi si riprende anche bene, ottenendo un 9.8, un 10.5 e un 9.8. Da dietro chi spara come una macchina è il suo connazionale Jin Jongho, che parte quinto staccato di sette punti da Choi, ma che non scende mai sotto i 9.5 in finale. Al quinto tiro Choi fa 7.4, punteggio non degno di una finale olimpica, ma che comunque non dovrebbe preoccuparlo in quanto ha ancora quattro punti su Jin, salito in seconda posizione, a cinque tiri dal termine. Choi si riprende alla grande facendo 10.5, ma gli ultimi tiri sono un calvario: 9.2, 9.0, 9.4. Va bene l’ampio margine, ma non arrivare mai a 10 è preoccupante, anche perché Jin invece non sbaglia un colpo e si trova a 1.6 punti di distacco prima dell’ultimo tiro. Poiché il massimo è 10.9, a Choi basta un “modesto” 9.3 per garantirsi l’oro, in perfetta media con i suoi ultimi punteggi. Invece la mano del coreano trema ancora e all’ultimo tiro fa registrare un misero 8.1. Jin invece è impeccabile e con il suo 10.2 porta a casa una medaglia d’oro insperata. Per la Corea del Sud è doppietta, ma per Choi scoppia un dramma che gli fa concludere la gara in lacrime difficilmente consolabili. Perdere sette punti in dieci tiri e un oro olimpico così fa malissimo. Chissà se a Rio 2016 avrà un’altra occasione, Choi ha già 30 anni e in carriera non si era mai avvicinato ad un traguardo simile. Noi glielo auguriamo di cuore.

Jacopo

Campionato Serie A: Qual è il vero Napoli?

InSport su aprile 23, 2012 a 2:51 pm

Il campionato di Serie A sta per lanciare la volata conclusiva. Juventus e Milan si giocheranno lo scudetto, mentre c’è grande bagarre per agguantare il terzo posto, ultimo utile per l’accesso alla prossima Champions League. Una delle candidate a ricoprire questa carica è il Napoli, una squadra che già l’anno scorso chiuse terza ma che quest’anno sta vivendo una stagione indecifrabile. A settembre dopo i sorteggi per i gironi di Champions, il Napoli sembrava già spacciato: girone terribile con Bayern Monaco, Manchester City e Villareal, troppo forti per una squadra praticamente all’esordio nell’Europa che conta. Eppure, nonostante tutti i pronostici contrari, gli azzurri hanno tenuto un passo straordinario che ha permesso loro di piazzarsi al secondo posto, ottenendo la qualificazione agli ottavi. Risultato sensazionale vista la rosa a disposizione e la mancanza di esperienza in campo internazionale.

In campionato intanto si alternano buone prestazioni (su tutte il 3-1 al Milan o il 3-0 all’Inter a San Siro) a disfatte inaspettate. La pausa invernale ricarica le pile dei giocatori del Napoli, che con una buona serie di risultati risalgono fino ai limiti della zona Champions. Intanto nel doppio confronto con il Chelsea arriva una terribile beffa: dopo il 3-1 straordinario al San Paolo, che forse illude giocatori e tifosi, arriva la sconfitta ai supplementari a Stanford Bridge che elimina Lavezzi e compagni nonostante un cammino fino a quel momento entusiasmante. Da questo momento si spegne la luce: Mazzarri non riesce a dare la carica giusta ed il morale è sotto i tacchi. Fatto sta che il Napoli crolla anche in campionato, ed invece di dare la zampata che sarebbe potuta valere una nuova esperienza in Champions League, arrivano due punti nelle ultime cinque partite e ben tre sconfitte consecutive. La fortuna è che anche le altre squadre in lotta per la massima competizione europea fanno a gara a chi perde di più, ed il Napoli si trova ancora a soli tre punti dal terzo posto occupato attualmente dalla Lazio. Inoltre c’è ancora da giocare contro la Juventus una finale di Coppa Italia che, per quanto snobbata dalle big e dai media, è pur sempre un trofeo che rende felice i tifosi.

E allora qual è il vero Napoli? Quello che ha incantato in Europa, sconfiggendo squadroni come Manchester City e Chelsea e fermando sul pareggio il Bayern Monaco, o quello che viene massacrato in casa dall’Atalanta? La risposta è forse “tutti e due”. Nel senso che una squadra come il Napoli ha gli uomini contati che quando si esprimono al 100% possono battere chiunque. Ma quando vengono sottoposti a partite continue, la benzina prima o poi finisce e con lei anche i risultati. Il presidente De Laurentiis quindi, da uomo estremamente ambizioso qual è, deve assolutamente agire con intelligenza nel prossimo mercato: i gioielli (Lavezzi, Hamsik e Cavani) non devono partire, ma invece che seconde linee come accaduto la scorsa estate, devono essere affiancati da campioni affermati e di esperienza che possano contribuire a sistemare una difesa ballerina ed un centrocampo disastroso. Solo a questo punto il Napoli potrà ambire ad un’impresa europea e ad un campionato da protagonista.

Jacopo

Addio SuperSic! In memoria di Marco Simoncelli

InSport su ottobre 24, 2011 a 1:17 pm
Sabato sera vado a letto alle 3, ma domenica mattina alle 9.30 sono già in piedi. Ci sono in programma la prima gara di Coppa del Mondo di Sci Alpino maschile ed il Gran Premio della Malesia di Motogp, gara di per sé inutile perché Stoner ha già vinto il titolo, ma che a me interessa per motivi fantasportivi.
Il gigante di Solden parte alle 9.45, alle 10 le moto. Faccio un po’ di zapping passando da un evento all’altro: nello sci i migliori sono già scesi, ma manca ancora qualche atleta interessante. Passo alla motogp, che parte con grandi emozioni: dietro alle tre Honda ufficiali c’è una grande lotta fra Marco Simoncelli ed Alvaro Bautista per il quarto posto. Torno allo sci, ma l’intermedio di Raich è alto, allora torno alla motogp. Vedo Valentino Rossi per prati che scuote la testa e si mette le mani sul casco, l’inquadratura successiva riprende Colin Edwards a terra che si dispera ed un pilota della Honda Gresini disteso in mezzo alla pista; penso (e non mi vergogno di dire spero, visto che l’altro è Simoncelli) che sia Hiroshi Aoyama, che lottava con Rossi ed Edwards per il settimo posto, mentre Simoncelli era davanti. Nessun replay, nessuna immagine sul pilota ferito. Bandiera rossa, gara sospesa. Bruttissimo segno.
Mi si gela il sangue perché capisco subito quello che è successo pur non avendolo visto per pochi secondi in diretta: Aoyama è caduto e Edwards l’ha investito. E penso: che sfiga sti giapponesi, dopo Katoh nel 2003 e Tomizawa l’anno scorso stanno rischiando di perdere anche lui, che tra l’altro è al penultimo gran premio della carriera in motogp. Sì perché anche se la sicurezza ha fatto passi da gigante, se un pilota viene investito a 250 all’ora non ci sono santi che tengano.
Poi inquadrano la moto che viene spostata dai commissari di gara. Ha il numero 58, quello di Simoncelli. Resto basito: com’è possibile, era nettamente davanti a Rossi ed Edwards. Ho un impegno e devo uscire, ma lo faccio con il magone, perché quando accadono cose simili soffro come se fosse capitato ad un mio amico. Faccio in tempo a leggere un’altra notizia terribile: nell’impatto Simoncelli ha perso il casco. Le speranze si aggrappano al ricordo di Franco Uncini, che nel 1983 subì un incidente analogo dal quale si salvò passando “solamente” una giornata in coma.
Quando rientro a casa qualche ora dopo leggo la tragica quanto purtroppo immaginabile notizia. Marco Simoncelli è morto: dopo aver perso il controllo della sua moto ed essere scivolato via, per uno scherzo del destino invece di prendere la tangente la sua moto è tornata verso il centro della pista e sia Edwards che Valentino lo hanno colpito in pieno, facendogli addirittura perdere il casco.
Era uno forte Simoncelli. Non aveva ancora vinto in motogp, ma era stato campione del mondo 2008 in 250 e aveva conquistato soltanto sette giorni fa il miglior piazzamento in carriera nella classe regina, un secondo posto alle spalle del marziano Stoner nel Gran Premio d’Australia, al termine di uno splendido duello con Andrea Dovizioso. Aveva 24 anni e tutta una carriera ancora a disposizione per diventare quello che in molti pronosticavano, l’erede di Valentino Rossi.
Era simpatico Simoncelli. Sorriso stampato sulle labbra 24 ore su 24, disponibilità con tifosi e giornalisti, una parlata da cartone animato con quell’inconfondibile accento romagnolo ed un casco di capelli ricci che erano diventati un po’ il suo simbolo.
Era un duro Simoncelli. Quando vinse il titolo 250 lo fece dopo lotte senza esclusione di colpi che mandarono all’ospedale Hector Barbera, uno dei suoi rivali più accreditati. E anche quest’anno si era reso protagonista di episodi ai limiti della correttezza, mandando per terra Pedrosa e Lorenzo in un paio di occasioni.
Era amato Simoncelli. Dai familiari, ovviamente, dalla fidanzata in lacrime ai box, dai giornalisti, dai tifosi. Solo a qualche collega risultava antipatico, forse per paura che potesse diventare il più forte; Valentino Rossi invece era un suo grande amico, ed è ancora più terribile sapere che è stato proprio lui ad avergli dato il “colpo di grazia” durante la tragica carambola.
Ora Simoncelli sfiderà Jaarno Saarinen, Renzo Pasolini, Daijiro Katoh, Shoya Tomizawa e tutti gli altri campioni di motociclismo morti mentre facevano il loro lavoro e coltivavano la loro passione nei Gran Premi che si disputano in Cielo. Addio SuperSic!
“Marco, non hai paura di ammazzarti se fai un incidente?”
”No. Si vive di più andando 5 minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera”. Marco Simoncelli.
Jacopo

Calcio: la Serie A senza padroni

InSport su ottobre 3, 2011 a 8:55 pm

Sono già state giocate quattro partite del campionato di Serie A e abbiamo un’unica certezza: non sembra esserci una squadra in grado di dominare come fecero negli anni passati prima l’Inter e poi il Milan.

Le due milanesi, le principali favorite per lo Scudetto, sono partite abbastanza male: una vittoria, due pareggi e una sconfitta per i rossoneri, un pareggio e due sconfitte per i nerazzurri che sono costate la panchina al tecnico Gasperini, rimpiazzato da quel Claudio Ranieri tanto criticato quando era sulla panchina della Roma, ma che adesso viene visto come salvatore della patria e che ha regalato ai suoi la prima vittoria stagionale sabato contro il Bologna.

Juventus e Napoli, due delle possibili alternative alle milanesi nella lotta allo Scudetto, erano invece partite fortissimo. Entrambe avevano vinto le prime due partite per poi subire un calo contro squadre non certo irresistibili: i bianconeri hanno pareggiato in casa contro il Bologna (unico punto sin qui raccolto dai felsinei) e a Catania, gli azzurri sono stati sconfitti a Verona contro il Chievo e hanno pareggiato al San Paolo contro la Fiorentina.

Male anche le romane: la nuova Roma di Di Benedetto era a detta di molti la squadra rinforzatasi di più. Tuttavia avere in panchina un mediocre come Luis Enrique e spendere palate di milioni per giocatori di basso livello quali Jose Angel e Osvaldo avrebbero dovuto allarmare i tifosi. Ed infatti prima della vittoria di ieri contro il Parma erano stati raccolti solo due punti contro l’Inter e contro il Siena. La Lazio si trova a pari punti con i cugini: dopo il bel pari a San Siro contro il Milan è arrivata la pesante sconfitta interna contro il Genoa, prima che la vittoria di Cesena ed il pareggio contro il Palermo risollevassero una situazione che stava diventando molto tesa fra il tecnico Reja ed i tifosi.

Così dopo quattro giornate in testa ci sarebbe la neo promossa Atalanta, che ha vinto tre partite e ne ha pareggiata una. I bergamaschi però partivano con un fardello di sei punti di penalizzazione dovuti al calcio scommesse, pertanto i punti effettivi in classifica sono “solo” quattro, comunque molti per una squadra che lotterà per la salvezza. Al primo posto quindi, insieme alla Juventus, troviamo l’Udinese, che dopo aver venduto i suoi giocatori migliori non si pensava potesse ripetersi ad alti livelli. Il campionato è ancora lungo, ma le premesse per fare bene ci sono. Attenzione anche alle altre squadre di medio livello: Genoa, Fiorentina e Palermo possono approfittare di questo campionato senza padroni per potersi infiltrare nelle zone alte della classifica.

Solo il tempo ci dirà se le gerarchie torneranno quelle degli anni passati o se, finalmente, dopo anni di dominio delle “strisciate”, avremo una novità che non può che far bene al nostro calcio e ad un campionato che di anno in anno si sta rivelando sempre più mediocre.

Nel tennis mondiale cambia il vento: Djokovic e Kvitova vincono Wimbledon

InSport su luglio 4, 2011 a 9:03 am

“Cambia il vento” è uno slogan che gli italiani, soprattutto i milanesi, conoscono bene. E si può dire che questo slogan oltre che alla nostra politica si addice perfettamente anche al tennis mondiale: si è infatti appena concluso il torneo di Wimbledon, il più antico e prestigioso di questo sport, che ha visto trionfare per la prima volta Petra Kvitova tra le donne e Novak Djokovic tra gli uomini.

Ventuno anni della Repubblica Ceca, la Kvitova fino a sabato aveva come miglior risultato in una prova del Grande Slam la semifinale ottenuta proprio a Wimbledon l’anno scorso. Era la testa di serie numero otto, come a dire una perfetta outsider, eppure il periodo storico che sta attraversando il tennis femminile può consentire a chiunque di vincere: da quando le sorelle Williams, dominatrici del primo decennio del XXI secolo, hanno passato più tempo in infermeria che sui campi da tennis, non c’è una padrona di questo sport. La numero uno al mondo, la danese Wozniacki, non ha mai vinto un titolo dello Slam, e a dirla tutta non c’è nemmeno mai andata vicina. Quest’anno l’Australian Open se l’è aggiudicato Kim Clijsters, grande interprete di questo sport fino a 5-6 anni fa, fermatasi poi per maternità e tornata ad alti livelli più per demeriti altrui che per meriti propri. Il Roland Garros è stato lo specchio della crisi del tennis femminile, con la vittoria della mediocre cinese Na Li sulla nostra Francesca Schiavone, già vincitrice a sorpresa l’anno scorso. Siamo pertanto arrivati a Wimbledon con una rosa di quindici candidate al successo (e non sto esagerando), e la Kvitova è stata bravissima a sfruttare le sue qualità molto adatte al gioco su erba, arrivando a battere in finale Maria Sharapova, unica giocatrice tra quelle arrivate ai quarti di finale che aveva già vinto almeno una prova dello Slam. Ora la ceca per non passare come meteora dovrà dimostrare di meritare questo titolo anche nei prossimi tornei, ne ha tutte le caratteristiche, il tempo ci dirà se abbiamo trovato una nuova meritevole grande campionessa.

Se tra le donne potevano vincere in quindici, tra gli uomini i “Big Four” erano destinati a dominare come sempre: Rafael Nadal, Novak Djokovic, Roger Federer e Andy Murray sono da anni i primi quattro giocatori del mondo, e solo lo scozzese non ha ancora vinto una prova dello Slam. Federer lo conoscono tutti, però giunto alle soglie dei 30 anni sembra ormai avviato al declino, tanto che quest’anno non si è ancora aggiudicato un torneo (nemmeno minore) pur arrivando in finale al Roland Garros, dove è stato sconfitto (come sempre) da Nadal. Già, Rafa Nadal, il numero uno al mondo, un terraiolo tutta potenza in grado però di vincere per due volte sull’erba di Wimbledon. Quest’anno però ha trovato sulla sua strada colui che sembra poter diventare il nuovo re incontrastato del tennis: Novak Djokovic. Il serbo, 24 anni, ha vinto il suo primo titolo dello Slam in Australia tre anni fa, poi si è mantenuto costantemente come numero tre fino a dicembre, quando ha trascinato la sua Serbia alla conquista della Coppa Davis e ha iniziato la stagione da dominatore assoluto, vincendo Australian Open, Dubai, Indian Wells, Miami, Belgrado, Roma e Madrid prima di perdere in semifinale (a sorpresa) da Federer al Roland Garros dopo una serie di 43 match vinti consecutivamente. Sembrava la fine di una favola costruita grazie ad una condizione di forma mai vista ottenuta da quando ha scoperto di essere celiaco, intolleranza al glutine che lo ha costretto a cambiare drasticamente dieta. Invece a Wimbledon, pur non essendo un grande specialista dell’erba (ma al giorno d’oggi, purtroppo, specialisti non ce ne sono più), è tornato a vincere. Nei primi turni non aveva incantato, ma si sa, i grandi campioni giocano bene quando conta. Ed infatti è arrivato in finale dove ha trovato Nadal, che fino all’anno scorso gli era due gradini superiore, ma che quest’anno ha battuto quattro volte su quattro. Due set meravigliosi hanno lanciato Djokovic, che dopo un terzo in cui si è rilassato un po’ troppo, è riuscito a chiudere al quarto, diventando tra l’altro il nuovo numero uno del mondo. Lo sarebbe stato anche in caso di sconfitta, ma per una volta il giocatore più forte ha dato ragione anche al computer che stila le classifiche. E adesso comincia la stagione sul cemento americano, ovvero quando di meglio possa esserci per un giocatore dalle caratteristiche di Djokovic.

Petra Kvitova e Novak Djokovic: che sia davvero cambiato il vento nel tennis mondiale? Io spero di sì: dopo tanti anni vedere dominare sempre i soliti noti, un ricambio è necessario per la sopravvivenza di questo sport.

Calcio: vincitori e vinti di una Serie A mediocre

InSport su maggio 28, 2011 a 1:07 pm

Fino all’inizio del nuovo secolo quello di Serie A era considerato il campionato più bello del mondo. I migliori giocatori stranieri venivano con entusiasmo non solo nei grandi club e gli italiani erano protagonisti tanto nelle loro squadre quanto in nazionale. Quest’anno invece, come ormai capita sempre più spesso, abbiamo assistito ad un campionato dal livello mediocre. Vediamo perché.

Dopo cinque stagioni di dominio dell’Inter lo Scudetto è tornato al Milan, a sette anni di distanza dall’ultimo. Un successo meritato e costruito grazie ad un mercato molto più oculato rispetto a quello degli anni passati: a settembre sono arrivati tra gli altri Mario Yepes, bravissimo quando ha dovuto rimpiazzare uno dei due fenomeni titolari (Nesta e Thiago Silva), Kevin Prince Boateng, devastante nel ruolo di trequartista e soprattutto Zlatan Ibrahimovic, un giocatore che in Champions League è più un peso che un leader, ma che in campionato ha trascinato i suoi come sempre ha fatto nella sua carriera. In panchina strepitoso il lavoro di Massimiliano Allegri, arrivato con qualche dubbio (la sua unica panchina di Serie A in precedenza era stata quella del Cagliari), ma che si è dimostrato abile stratega, tanto da poter affermare che è lui il protagonista numero uno dello Scudetto rossonero.

L’Inter dopo cinque Scudetti consecutivi si è dovuta accontentare del secondo posto, e domenica si giocherà l’unica chances di “titulo” del 2011 contro il Palermo nella finale di Coppa Italia. Insieme ai nerazzurri accede direttamente alla fase a gironi della Champions League il Napoli, tornato a far sognare i propri tifosi dopo più di vent’anni dai tempi di Maradona. Ai preliminari invece si è qualificata l’Udinese, partita in maniera pessima (un punto nelle prime cinque partita), ma risalita grazie ad un gioco spumeggiante messo in piedi da mister Guidolin e finalizzato da due funamboli quali sono Di Natale e Sanchez. Devono accontentarsi dell’Europa League le due romane: la Lazio, partita fortissimo, è un po’ calata, ma si è giocata il posto in Champions fino all’ultima giornata; la Roma invece ha disputato una stagione di transizione in attesa che la nuova dirigenza possa riportarla in lotta per lo Scudetto.

Altre squadre che festeggiano sono le cosiddette piccole che hanno ottenuto la salvezza: il Bologna nonostante tre punti di penalità si è salvato con estrema tranquillità; Cesena e Lecce, sulla carta le due squadre peggiori, hanno invece disputato un grande campionato, e la loro permanenza nella massima serie è la giusta ricompensa. Salve dopo una dura lotta anche Catania, Chievo e Parma. Campionato anonimo invece per Fiorentina, Palermo, Genoa e Cagliari.

Passiamo invece alle deluse: per prima la Juventus, che ha chiuso al settimo posto rimanendo fuori dall’Europa. Risultato giustissimo per quanto visto sul campo e per un mercato in cui il nuovo direttore generale Beppe Marotta, che aveva fatto le fortune della Sampdoria gli anni scorsi, ha sperperato fior di milioni per prendere giocatori non adatti agli obiettivi che i bianconeri si erano prefissati. Marotta sarà rimpianto in eterno invece dalla sua ex squadra: i blucerchiati, quarti e in Champions l’anno scorso, si sono autodistrutti svendendo i loro pezzi pregiati a campionato in corso, finendo terz’ultimi e retrocedendo in Serie B. Un fallimento imprevisto ma giusto dopo cinque mesi di figuracce fuori e dentro al campo. Insieme alla Sampdoria salutano la Serie A Brescia e Bari, due squadre che potevano fare di più, ma che di giornata in giornata hanno dimostrato di non valere molto.

Ma dicevamo della mediocrità del nostro campionato. I risultati nelle coppe europee sono eloquenti: il Milan campione è uscito agli ottavi di Champions battuto dal Tottenham, che ha chiuso al quinto posto il campionato inglese. L’Inter, seconda, è stata umiliata dallo Schalke04, quart’ultimo (!) nel campionato tedesco. Il Napoli, terzo, è stato l’unico a passare la fase a gironi di Europa League, ma venendo eliminato poi dal Villareal, quarto in Spagna. La Roma è uscita agli ottavi di Champions battuta dalla corazzata ucraina (!!!) dello Shakhtar. Non meritano approfondimenti le eliminazioni in Europa League di Sampdoria, Juventus e Palermo, battute da squadre retrocesse o quasi in campionati imbarazzanti quali quello ungherese, polacco o ceco. Chissà se e quando le nostre squadre torneranno protagoniste anche in Europa, intanto dal prossimo campionato i posti riservati alle italiane in Champions saranno solo tre, e questo è l’ultimo tangibile segnale del degrado che sta raggiungendo lo sport più amato dagli italiani. Ed intanto la Nazionale non sembra in grado di migliorarsi dopo l’ignobile figura rimediata ai mondiali del Sudafrica.

Jacopo

Addio Weylandt. Giro d’Italia, quando la festa diventa tragedia

InSport su maggio 13, 2011 a 1:38 pm

Nonostante negli ultimi anni il ciclismo sia più alla ribalta per gli scandali doping che non per le gare vere e proprie, la passione della gente per questo sport, sinonimo di fatica e sacrificio, è rimasta intatta dai tempi di Binda, Girardengo, Bartali e Coppi fino ad oggi. E quando passa il Giro d’Italia sotto la propria casa è sempre aria di festa. Ma lunedì la festa è diventata tragedia.

Terza tappa del Giro d’Italia, da Parma a Rapallo, nella splendida cornice della riviera ligure. Una tappa interlocutoria, poco più, dove a vincere può essere un velocista o un attaccante che possa sfruttare la salita del passo del Bocco, posto a poco più di 25 km dal traguardo. E proprio il passo del Bocco rimarrà nella storia del Giro, non perché sia stato il trampolino per la vittoria di tappa dello spagnolo Angel Vicioso, ma perché la sua discesa è stata il letto di morte del belga Wouter Weylandt.

Ventisei anni di Gand, ottimo velocista, capace di vincere una tappa alla Vuelta due anni fa e una tappa (proprio la terza, destino beffardo) al Giro, Weylandt ha perso il controllo della propria bicicletta in un tratto non particolarmente pericoloso, ma la velocità e la sfortuna hanno trasformato una delle tante cadute di giornata in una tragedia.

Le (poche, per fortuna) immagini arrivate in diretta ritraggono un ciclista riverso per terra in posizione innaturale, con il volto tumefatto dal quale esce copiosamente sangue dal naso. Un’immagine agghiacciante che fa capire da subito la gravità della situazione. Il medico del Giro, il dottor Tredici, interviene nei tempi e nelle modalità necessarie in questi casi, praticando il messaggio cardiaco e numerose iniezioni di adrenalina, ma non ci sarà nulla da fare. Dopo un’ora di straziante attesa, durante la quale come prassi gli organizzatori hanno avvisato privatamente genitori e moglie, viene ufficialmente dichiarata la morte di Weylandt, avvenuta, come chiarirà poi l’autopsia, praticamente sul colpo. Un trauma cranico-facciale violentissimo lo ha portato via prima che potesse togliersi altre grandi soddisfazioni, non solo ciclistiche: Anne Sophie, la compagna, a settembre darà alla luce il loro unico figlio.

Dopo Fabio Casartelli al Tour de France del 1995, Manuel Sanroma al Giro di Catalogna 1999 e Andrei Kivilev alla Parigi-Nizza 2003, episodio che ha costretto l’Unione Ciclistica Internazionale a introdurre l’obbligo del casco, è tornata dunque la morte in una corsa ciclistica internazionale per professionisti. Forse si pensava che tragedie di questa portata non fossero più possibili grazie alle nuove norme di sicurezza, invece possono avvenire eccome. Fanno parte del mestiere del ciclista, anche se quando accadono lasciano sempre tutti di sasso.

L’intera carovana subisce uno shock dal quale si riprenderà solo con il passare del tempo. La tappa seguente, la Genova-Livorno, che doveva essere dedicata ai 150 anni d’Italia (la partenza ufficiale era a Quarto dei Mille, al fianco del monumento dedicato a Garibaldi) e ai bambini dell’Ospedale Gaslini, all’interno del quale i ciclisti sarebbero passati per regalare un sorriso ai piccoli ospiti dell’istituto, è invece un lungo corteo funebre per ricordare il povero Weylandt, con le squadre che si alternano al comando del gruppo e con la Leopard, team per il quale correva il belga, che negli ultimi metri prende la testa e taglia compatta ed in lacrime il traguardo insieme a Tyler Farrar, amico fraterno e compagno d’allenamenti di Wouter.

Le migliaia di persone assiepate lungo le strade della Genova-Livorno hanno dimostrato una classe ineguagliabile: tutti ad applaudire, tutti uniti nel dolore di una giornata difficile. Basti pensare che al ritrovo di partenza nessuno si è azzardato a disturbare i corridori per foto o autografi, hanno tutti rispettato il difficile stato d’animo con il quale i ragazzi sono ripartiti. Perché nonostante il dramma il Giro è una festa e “the show must go on”. E chiunque arrivi in maglia rosa a Milano siamo certi che in cuor suo un pensiero lo riserverà a Wouter Weylandt, giovane ragazzo di ventisei anni che è morto mentre faceva ciò che più amava.

Sci alpino, quando la Coppa del Mondo la decidono gli sponsor

InSport su marzo 23, 2011 a 9:47 pm

Dopo cinque mesi di gare appassionanti si è chiusa la stagione della Coppa del Mondo di Sci Alpino. Tra gli uomini il successo è andato ad Ivica Kostelic, che ha dominato grazie ad un gennaio da urlo in cui ha conquistato 1000 dei 1300 punti totali portati a casa. Tra le donne invece il successo è andato a Maria Riesch, che ha preceduto di soli 3 punti la sua grande rivale Lindsey Vonn, che aveva vinto le ultime tre sfere di cristallo. Ma sulla vittoria (pur meritatissima della Riesch) c’è l’ombra di un finale di stagione da ricovero per la FIS, la federazione internazionale sci, che di fatto ha regalato il trofeo alla tedesca.

Cos’è successo? Siamo a Lenzerheide, Svizzera, per le finali. Una gara per ogni disciplina (discesa, superg, gigante e slalom) che chiudono una stagione composta da 35 gare. Il calendario prevede dal mercoledì al sabato le gare decisive, la domenica il cosiddetto team event, una gara a squadre che si disputa solo in questa sede e che oltre ad essere inutile viene programmata nel giorno teoricamente più importante, quello dove il pubblico può seguire con più passione gli eventi.

Per chi non lo sapesse Riesch e Vonn sono grandi interpreti di tutte e quattro le specialità: la tedesca è però nettamente più forte in slalom, l’americana è un po’ più forte in discesa e superg mentre in gigante le ultime gare ci hanno fatto capire che le due ragazze sono pari. La Riesch nelle ultime uscite a lei più favorevoli ha però dilapidato un vantaggio di oltre 100 punti, tradita forse dalla pressione di un pubblico, quello tedesco, che non vede una sua atleta vincere la Coppa del Mondo dal 1998, quando si impose Katja Seizinger.

La discesa conferma quanto visto: Maria sbaglia l’impossibile e non prende punti, Lindsey chiude quarta e la sorpassa in classifica. Giovedì ci sarebbe il superg, in cui l’americana potrebbe dare il colpo di grazia alla stagione. Ma la fitta nebbia impedisce il regolare svolgimento della gara. Si potrebbe recuperare la domenica, cancellando l’inutile team event? No, la gara a squadre è televisivamente spettacolare, gli sponsor pagano, non la si può toccare.

Lo slalom di venerdì ristabilisce le gerarchie, con la Riesch che con il quarto posto recupera trenta punti alla Vonn (tredicesima) e si riporta in testa di soli tre punti. Il gigante di sabato, in cui come detto le due ragazze partono alla pari, si prevede tesissimo e spettacolare. Ma non è così: la nebbia ancora una volta gioca un brutto scherzo alla Vonn, impedendole di poter lottare sul campo per un trofeo che da anni non era così combattuto ed incerto. Si potrebbe recuperare la domenica, cancellando l’inutile team event? No, la gara a squadre è televisivamente spettacolare, gli sponsor pagano, non la si può toccare.

E così Maria Riesch vince di tre punti (l’equivalente di un ventottesimo posto!) la sua prima Coppa del Mondo, successo meritato ma sul quale aleggia l’ombra della FIS, inamovibile nella decisione di non toccare la gara più inutile che sia stata partorita dalle menti dei dirigenti, impedendo ai veri appassionati di godersi una gara che avrebbe regalato emozioni incredibili e chissà, forse un epilogo diverso.

Per la cronaca domenica è stata la giornata meteorologicamente migliore a Lenzerheide, e la Germania si è aggiudicata il team event davanti all’Italia. È servito a qualcosa? Sì, a far perdere la Coppa del Mondo alla Vonn e a togliere lo spettacolo a chi di sci se ne intende. La gara a squadre sarà anche divertente grazie alla formula del gigante parallelo, ma la sua inutilità dal punto di vista sportivo è talmente grossa che sarebbe davvero l’ora che la FIS chieda scusa a tutti e rifletta su tutte le porcherie fatte negli ultimi anni di cui questa è solo la più palese.

Jacopo

Ciclismo, doping e ingiustizie

InSport su febbraio 16, 2011 a 9:00 pm

Che il ciclismo sia uno sport sporco dal punto di vista del doping è risaputo. Che sia uno dei pochi sport che cerca di combatterlo anche. Ma in questi giorni abbiamo assistito a due casi molto diversi, nella forma e ahimè nelle sentenze che hanno riportato in voga questo argomento.

Partiamo da quello che ha avuto maggior risalto mediatico, almeno in Italia. Riccardo Riccò è un talento modenese giunto secondo al Giro d’Italia 2008 prima di risultare positivo al Cera (l’Epo di terza generazione) durante il Tour de France in cui stava dando spettacolo. Due giustissimi anni di squalifica prima di rientrare l’anno scorso con risultati non certo pari a quelli ottenuti prima dello stop forzato. Quest’anno poteva essere quello buono per il ritorno ad alti livelli, ma circa dieci giorni fa è stato ricoverato in fin di vita dopo un violento attacco renale. Spaventatissimo per ciò che gli sarebbe potuto accadere, Riccò ha confessato tutto: si è fatto un auto emotrasfusione, conservando per un mese il proprio sangue nel frigorifero tra le bistecche e il latte.

Ci sarebbe da ridere se non avesse davvero rischiato la vita. Fatto sta che adesso, che non sta benissimo ma che è fuori pericolo, è partita la campagna al massacro verso questo fragile ragazzo che aveva illuso i tifosi italiani di poter essere un degno erede di Marco Pantani. Il regolamento del ciclismo, come quello di molti altri sport, parla chiaro: alla seconda positività scatta la radiazione. Salvo miracoli Riccò, appena ventisettenne, dovrà dire addio al ciclismo per una pratica che fanno in molti, ma in maniera molto più professionale e “sicura” (come si fa a togliersi del sangue e conservarlo nel proprio frigorifero!?!?!).

La notizia di oggi invece è l’assoluzione di Alberto Contador per la positività al Tour de France dell’anno scorso. Contador è il principe del ciclismo mondiale, degno successore di Lance Armstrong sia come palmares sia per tutto il resto. Come l’americano ha avuto una spiacevolissima avventura qualche anno fa (un aneurisma che non lo ha ucciso per miracolo) prima di diventare il fenomeno che tutti conosciamo, capace di vincere tre Tour, un Giro e una Vuelta, insomma tutto quello che un ciclista specializzato nelle grandi corse a tappe può vincere, e lo ha fatto a soli ventotto anni.

Ma come le ha vinte queste corse Contador? Con pratiche dopanti. Inutile far finta di niente, è stato schivato dall’Operacion Puerto del 2006 (quella costata la squalifica a Ivan Basso, tanto per intenderci) in maniera assurda, davvero incredibile come non sia potuto essere indagato quando c’erano prove schiaccianti a suo sfavore. Ha corso e ha vinto (o meglio dominato: tutte le grandi corse a tappe alle quali ha partecipato le ha vinte) per anni, fino al Tour de France 2010. Un Tour vinto sul filo del rasoio dopo un avvincente testa a testa con Andy Schleck. Un Tour vinto grazie al doping: dopo qualche mese è venuta fuori la sua positività al clenbuterolo, sostanza non certo paragonabile all’Epo o ad un’emotrasfusione, ma comunque vietata.

La sua difesa ha sfiorato il ridicolo: “l’ho assunta per sbaglio mangiando un pollo proveniente dalla Spagna; proprio quel giorno ero l’unico della mia squadra ad aver mangiato quel pollo”. Una dichiarazione grottesca, sicuramente tra le dieci scuse più ridicole di tutti i tempi. Che però ai giudici è bastata: come detto infatti oggi Contador è stato assolto, il Tour che sarebbe dovuto andare a Schleck gli è stato riassegnato e già domani potrà esordire in questo 2011 in cui andrà alla caccia di nuovi prestigiosi successi.

Morale della favola? Riccò è un poveraccio che si dopa da solo, massacriamolo! Contador è il principe del ciclismo, ha una storia commovente alle spalle e perdere lui farebbe perdere audience, salviamolo! Certo, i casi sono diversi, ma l’obiettivo (vincere rubando) è lo stesso. È giusto così? O il ciclismo ha appena subito una nuova mazzata per perdere del tutto la (poca) credibilità che ha assunto negli ultimi anni?

Ci sarebbe un’unica soluzione: legalizzare il doping in ogni sua forma. I ragazzi si scannerebbero alla pari per poi ammalarsi e morire di malattie assurde. E così magari ai ragazzini passerebbe la voglia di doparsi. Forse.

 

Garrone, il simbolo del fare il proprio interesse e dell’incoerenza nel mondo del calcio

InSport su febbraio 1, 2011 a 9:48 pm

Cari amici, settimana di novità! almeno qui, visto che in politica nada…Si inaugura anche una rubrica SPORTIVA, curata da Jacopo, che come avrete modo di capire è un esperto!

Spesso nel mondo della politica si parla di “fare il proprio interesse”. Leggi ad personam, festini e festoni e chi più ne ha più ne metta. In altri casi invece manca completamente la coerenza: chi propone leggi o si dichiara a favore di qualcosa è il primo che non le rispetta o che fa il contrario. Quanto accaduto negli ultimi otto mesi alla Sampdoria, squadra dal glorioso passato e negli ultimi anni tornata ad avere un ruolo di protagonista del calcio italiano, dimostra che anche nel mondo dello sport, e del calcio in particolare, chi detiene il potere fa il proprio interesse e manca completamente di coerenza.

Non scomodiamo la Juventus di Moggi, che tutti sappiamo come riuscisse a vincere gli Scudetti, rimaniamo alla stretta attualità. Maggio 2010: con un gol di Pazzini al Napoli la Sampdoria conquista il quarto posto in campionato ed il conseguente accesso ai preliminari di Champions League al termine di quella che probabilmente è stata la miglior stagione della sua storia dopo quella culminata con lo Scudetto nel 1991. Risultato straordinario e forse irripetibile in breve tempo che deve essere onorato nel miglior modo possibile.

Gli artefici di questo miracolo sportivo si possono elencare senza rischiare di dimenticare qualcuno: il direttore generale Beppe Marotta, l’allenatore Gigi Delneri, il più forte giocatore italiano in attività Antonio Cassano ed il bomber da 20 gol a stagione Gianpaolo Pazzini. Chiaro, anche gli altri giocatori e tesserati hanno i loro meriti, certo è che sono questi quattro i più importanti. Ma qualcosa comincia a scricchiolare sin dal giorno dopo la vittoria sul Napoli: Marotta e Delneri se ne vanno alla Juventus, entrambi sembra per attriti con il presidente Riccardo Garrone. Un imprenditore importante (padrone della ERG), che di calcio ne capisce poco, tanto che ha sempre affidato ai suoi collaboratori la gestione tecnica della società di cui è presidente da quasi dieci anni, ma che ha il coltello dalla parte del manico essendo lui quello che caccia i quattrini. Al loro posto arrivano rispettivamente Sergio Gasparin e Domenico Di Carlo, entrambi dalle capacità ben inferiori ai loro predecessori, ma il cui arrivo non placa l’entusiasmo dei tifosi.

Si arriva così alla sfida dei preliminari di Champions contro il Werder Brema al termine di una campagna di mercato nulla: qualche innesto sarebbe fondamentale per tentare l’impresa, ma Garrone non vuole spendere rischiando di essere eliminato, rimettendoci pertanto soldi di tasca sua. All’andata una sconfitta pesante per 3-1 a Brema che però lascia qualche speranza. A ritorno una partita perfetta e vinta 3-0 viene rovinata da un incredibile gol preso al 93’ che trascina il match ai supplementari dove i blucerchiati, stanchi e demotivati, vengono battuti in maniera beffarda. Il primo obiettivo fallisce.

Il secondo sarebbe l’Europa League, la seconda competizione europea per club in cui la Sampdoria è stata retrocessa dopo la beffa in Champions. Qui la squadra gioca sei partite vergognose con il palese obiettivo di farsi eliminare. Garrone evidentemente non capisce quanto possa tenere un tifoso ad una competizione del genere, capisce però che gli costa troppo mantenere una squadra competitiva su tre fronti di cui uno che non reputa economicamente importante come l’Europa League. Il secondo obiettivo fallisce.

In campionato ripetersi non è facile, ma qualche buona vittoria arriva. Fino al caso Cassano. Se ne è parlato anche troppo del caratteraccio del talento di Barivecchia, che con una testa normale non avrebbe mai visto i colori della Sampdoria nemmeno da avversario, visto che sarebbe rimasto al Real Madrid a vincere Champions League e Pallone d’Oro. Garrone però è un uomo orgoglioso, è stato insultato da quello che aveva trattato come un figlio e decide di regalarlo al Milan, addirittura pagando 2 milioni di euro al Real, alla faccia di chi è sempre stato attento al bilancio. Se ne va così anche il terzo mattone del miracolo e con lui fallisce il terzo obiettivo, il campionato.

Arriva dicembre e il direttore generale Gasparin decide di lasciare la Sampdoria. In molti si chiedono il perché, il tempo ci darà la risposta: è un uomo di grande dignità che ha capito quello che stava per succedere e ha preferito farsi da parte. Sì perché Garrone continua a fare i propri interessi: il 30 dicembre dichiara “Non partirà nessuno dei nostri giocatori importanti”, lasciando anche comunicati ufficiali in cui si dice che “La Sampdoria non è un supermercato”. Ed infatti Cassano viene regalato. Finita? No. A fine gennaio Pazzini, quarto tassello del miracolo dell’anno scorso, viene svenduto all’Inter per 12 milioni di euro più tal Biabiany. Lo stesso Garrone aveva dichiarato a settembre di aver rifiutato un’offerta per il suo attaccante di una squadra misteriosa per un totale di 25 milioni.

Dov’è la coerenza di quest’uomo? Attento al bilancio? Ok, allora perché ricavare solo 10 milioni dalle cessioni di Cassano (-2) e Pazzini (12) quando in estate potevano essere venduti a 50? Perché dichiarare che non partirà nessun giocatore importante per poi svendere i due più forti?

Finita qui? Manco per idea: i tifosi si lamentano (e ci mancherebbe) e promettono una dura contestazione. E allora Garrone dichiara “se mi contestano vendo la società, dovrebbero essermi grati per averli salvati nel 2002”. E va bene presidente, grazie, però siamo nel 2011 e ha lasciato andare tutti e quattro i più grandi artefici del più grande risultato della Sampdoria degli ultimi 15 anni ricavando il 20% di quello che avrebbe potuto. Alla faccia del bilancio. E intanto in campionato la squadra senza i suoi gioielli sta andando alla deriva.

È questo il modo di fare grande una società? Prendendo in giro i tifosi illudendoli di grandi traguardi per poi invece fare i propri interessi su tutti i fronti? Oggi come oggi la Sampdoria ha 7 punti di vantaggio sulla terz’ultima in classifica. Riuscirà a salvarsi (e ne ha tutte le possibilità tecniche) oppure il malcontento generale contagerà anche i giocatori, rischiando di far fare loro figure indecenti come domenica scorsa a Napoli?

Jacopo

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