Il teatro Ambra alla Garbatella, sorge in uno dei quartieri più belli di Roma. La zona della Garbatella vecchia è un insieme di vecchie case e ville
tradizionalmente suddivise in lotti, che nascondono al loro interno magnifici cortili e giardini. Mi piace pensare che, un tempo, tra lavatoi e stenditoi, botteghe e cantine, sedie e muretti ci si incontrava davvero; un senso di aggregazione che forse, volenti o nolenti, si va perdendo un po’.
Percorrendo le varie strade del quartiere si giunge in Piazza Giovanni da Trioria, punto che parrebbe essere l’effettivo ricongiungimento di tutti i
percorsi. Ed ecco il teatro, quasi nascosto volontariamente da occhi indiscreti; ed è proprio li che vado ad incontrare Antonio Ingroia, per sentire quello che ha da dirci.
Ingroia è uno dei magistrati più giovani della procura di Palermo, uno di quelli a cui vogliamo bene a priori, uno che ha lavorato a Marsala con Paolo Borsellino, quello che poi Borsellino volle ardentemente con sé nel suo pool antimafia a Palermo, insieme a Falcone.
Su mandato dell’ONU, ora però è in procinto di partire per il Guatemala, con l’incarico di dirigere un’unità di investigazione per la lotta al
narcotraffico. Smetterà per un anno le vesti di Pubblico Ministero in Sicilia e già ci si sente un po’ più soli.
Il suo saluto all’Italia parte da Roma, con un incontro dal titolo “La mafia ringrazia; omertà, collusioni e reticenze” grazie alla fattiva collaborazione della rivista Micromega. Esserci è un atto d’amore verso la giustizia e verso questo nostro disastrato paese.
Sul palco spiccano quattro sedie vuote e un tavolino stracolmo di libri. E’ la cultura che parla stasera: quella della legalità; quella che, a piccoli pezzi, stiamo perdendo ogni giorno.
Gli amici di sempre si incontrano per chiacchierare. La sensazione è proprio quella, mentre si accomodano lenti Andrea Camilleri, Paolo Flores D’Arcais (direttore di Micromega) e Antonio Ingroia.
Si parla di mafia, di Stato e politica. Una triade ben collaudata, lo spiega divinamente Camilleri, regalando al pubblico un’immagine nitida e puntuale di che cosa è effettivamente la mafia in Sicilia e di quanto questa sia radicata profondamente nei poteri forti; cosa significa convivere con la malavita organizzata, di quanto poco si è liberi se gli onesti sono costretti a fuggire. Tutto questo condito dal suo inconfondibile accento siculo, imborbottito dal fumo di sigaretta.
Rapitore, mi piace definirlo: rapitore di attenzioni e riflessioni. Ci ha insegnato, ancora una volta, la nobile arte del “mettersi al servizio” della verità.
La solitudine degli uomini di legge in Sicilia, non poteva che essere argomento di Antonio Ingroia, quella stessa solitudine che uccise i suoi colleghi e amici Falcone e Borsellino. Nulla è cambiato e nei suoi gesti si coglie tutta la pesantezza di questa affermazione:
“Lo Stato non tutela chi combatte la mafia perché lo Stato è colluso, da sempre”
e benché questa sia cosa risaputa, un macigno di silenzio percorre le nostre menti assorte e concentrate.
Uomo, mi piace definirlo: uomo tutto d’un pezzo, uomo come veicolo di autenticità. Ci ha insegnato, ancora una volta, come il coraggio e il senso della giustizia siano materie per pochissimi eletti.
Infine, l’arrivo inaspettato di Marco Travaglio. Con lui il giornalismo tocca vette altissime, ciò che racconta e spiega prende vita e trasforma lo spazio intorno in un frizzante dibattito sulla politica. Di questi tempi non si può certo parlare di mafia o camorra, senza passare per le stanze di governo.
Corretto, mi piace definirlo: la correttezza dei fatti, con nomi e cognomi. Ci ha insegnato, ancora una volta, a non avere paura di dire le cose come stanno.
Esco dal teatro con un carico emotivo ben marcato, misto di vergogna per il mio paese e di orgoglio.
La vergogna nasce da ciò che ho appena sentito e compreso e da ciò che ci propinano ogni sera all’ora di cena. Un’Italia dove, se prima pioveva, ora diluvia.
L’orgoglio nasce dalle persone che ho incontrato, italiani onesti che lavorano e sacrificano tutto, che ci provano davvero a cambiare il corso delle cose. E non smettono, non smettono mai di farlo.
Fusione tra dignità, preparazione e fiducia.
Si, fiducia.
Io di loro mi fido.
Marta


















