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Archivio per la categoria ‘Costume&Società – Customs&Society’

Alla Garbatella con Antonio Ingroia e…

InCostume&Società - Customs&Society su novembre 1, 2012 a 5:11 pm

Il teatro Ambra alla Garbatella, sorge in uno dei quartieri più belli di Roma. La zona della Garbatella vecchia è un insieme di vecchie case e ville
tradizionalmente suddivise in lotti, che nascondono al loro interno magnifici cortili e giardini. Mi piace pensare che, un tempo, tra lavatoi e stenditoi, botteghe e cantine, sedie e muretti ci si incontrava davvero; un senso di aggregazione che forse, volenti o nolenti, si va perdendo un po’.
Percorrendo le varie strade del quartiere si giunge in Piazza Giovanni da Trioria, punto che parrebbe essere l’effettivo ricongiungimento di tutti i
percorsi. Ed ecco il teatro, quasi nascosto volontariamente da occhi indiscreti; ed è proprio li che vado ad incontrare Antonio Ingroia, per sentire quello che ha da dirci.
Ingroia è uno dei magistrati più giovani della procura di Palermo, uno di quelli a cui vogliamo bene a priori, uno che ha lavorato a Marsala con Paolo Borsellino, quello che poi Borsellino volle ardentemente con sé nel suo pool antimafia a Palermo, insieme a Falcone.
Su mandato dell’ONU, ora però è in procinto di partire per il Guatemala, con l’incarico di dirigere un’unità di investigazione per la lotta al
narcotraffico. Smetterà per un anno le vesti di Pubblico Ministero in Sicilia e già ci si sente un po’ più soli.

Il suo saluto all’Italia parte da Roma, con un incontro dal titolo “La mafia ringrazia; omertà, collusioni e reticenze”  grazie alla fattiva collaborazione della rivista Micromega. Esserci è un atto d’amore verso la giustizia e verso questo nostro disastrato paese.
Sul palco spiccano quattro sedie vuote e un tavolino stracolmo di libri. E’ la cultura che parla stasera: quella della legalità; quella che, a piccoli pezzi, stiamo perdendo ogni giorno.

Gli amici di sempre si incontrano per chiacchierare. La sensazione è proprio quella, mentre si accomodano lenti Andrea Camilleri, Paolo Flores D’Arcais (direttore di Micromega) e Antonio Ingroia.
Si parla di mafia, di Stato e politica. Una triade ben collaudata, lo spiega divinamente Camilleri, regalando al pubblico un’immagine nitida e puntuale di che cosa è effettivamente la mafia in Sicilia e di quanto questa sia radicata profondamente nei poteri forti; cosa significa convivere con la malavita organizzata, di quanto poco si è liberi se gli onesti sono costretti a fuggire. Tutto questo condito dal suo inconfondibile accento siculo, imborbottito dal fumo di sigaretta.
Rapitore, mi piace definirlo: rapitore di attenzioni e riflessioni. Ci ha insegnato, ancora una volta, la nobile arte del “mettersi al servizio” della verità.

La solitudine degli uomini di legge in Sicilia, non poteva che essere argomento di Antonio Ingroia, quella stessa solitudine che uccise i suoi colleghi e amici Falcone e Borsellino. Nulla è cambiato e nei suoi  gesti si coglie tutta la pesantezza di questa affermazione:
 “Lo Stato non tutela chi combatte la mafia perché lo Stato è colluso, da sempre”
e benché questa  sia cosa risaputa, un macigno di silenzio percorre le nostre menti assorte e concentrate.
Uomo, mi piace definirlo: uomo tutto d’un pezzo, uomo come veicolo di autenticità. Ci ha insegnato, ancora una volta, come il coraggio e il senso della giustizia siano materie per pochissimi eletti.

Infine, l’arrivo inaspettato di Marco Travaglio. Con lui il giornalismo tocca vette altissime, ciò che racconta e spiega prende vita e trasforma lo spazio intorno in un frizzante dibattito sulla politica. Di questi tempi non si può certo parlare di mafia o camorra, senza passare per le stanze di governo.
Corretto, mi piace definirlo: la correttezza dei fatti, con nomi e cognomi. Ci ha insegnato, ancora una volta, a non avere paura di dire le cose come stanno.

Esco dal teatro con un carico emotivo ben marcato, misto di vergogna per il mio paese e di orgoglio.
La vergogna nasce da ciò che ho appena sentito e compreso e da ciò che ci propinano ogni sera all’ora di cena. Un’Italia dove, se prima pioveva, ora diluvia.
L’orgoglio nasce dalle persone che ho incontrato, italiani onesti che lavorano e sacrificano tutto, che ci provano davvero a cambiare il corso delle cose. E non smettono, non smettono mai di farlo.
Fusione tra dignità, preparazione e fiducia.
Si, fiducia.
Io di loro mi fido.

Marta

Consumo del suolo: la risposta dei tecnici che si prendono troppo sul serio?

InCostume&Società - Customs&Society su ottobre 14, 2012 a 5:45 pm

Il governo ha approvato un disegno di legge quadro sulla valorizzazione delle aree agricole e contro il consumo del suolo. Leggi qui e qui. Un breve commento sul mirror, anche se non tutto l’audience potrebbe essere interessato ad un dibattito tecnico. Questo intervento sembra una sorta di sbavatura tecnicista, tipica della pianificazione territoriale e zonizzazione tradizionale, di stampo post-sovietico, addolcita da una retorica liberista. Lo Stato centrale che di nuovo torna ad occupare un posto che a lui non spetta, e calcola in modo centralizzato delle quote, tutte teoriche, di aree verdi da mantenere non edificate. Una quota che in alcuni casi può anche risultare in un incentivo politico alle regioni virtuose, che si vedrebbero confermare la ‘possibilità’ teorica di edificare entro i limiti definiti come ‘accettabili’ dallo stato. Purtroppo, è proprio questa tendenza al quantificare, al definire quote ed aree, tipiche della zonizzazione di meta 1900 che oggi deve essere abbandonata. Lo stato non può decidere quanto edificare a livello locale. Non ne ha le capacità. Quello che dovrebbe fare a mio parere è innanzitutto stabilire aree di interesse nazionale (tipo parchi e riserve naturali) e vietare l’edificazione per legge (in questo senso lo fa selezionando anche le aree che hanno avuto incentivi europei, perché agricole…ma poi quelle non coltivate chi se ne importa).

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 Secondo, incentivare in vari modi una pianificazione più corretta e sostenibile a livello  locale. Per fare questo bisogna lavorare su incentivi fiscali per i comuni virtuosi, possibilmente combinati a politiche di energia sostenibile. Un esempio, sussidi diretti alla realizzazione di impianti eolici o fotovoltaici inversamente proporzionali ai metri quadrati destinati all’edificazione in un periodo determinato. Meno un comune cambia le destinazioni d’uso più incentivi ha per l’energia, che poi può rigirare ai privati (dato che l’iniziativa nel campo energetico è spesso privata). Infine, lo Stato dovrebbe lavorare sulla fiscalità. Rendere i comuni meno dipendenti dagli oneri di urbanizzazione per il finanziamento della spesa corrente. Ma non per divieto, come accade con il suddetto decreto (che di fatto elimina l’obbligo che era stato imposto per una pratica sbagliata, senza che si capisca il perché) ma tramite quello che da millenni chiamiamo sussidiarietà. Il comune, e anche la regione in questo caso, deve essere più indipendente nell’utilizzo della propria fiscalità, e questo potrebbe ridurre il ricorso all’edificazione per fare cassa. Certo ci sarebbe un aumento delle tasse locali, ma questo dovrebbe essere bilanciato dall’alleggerimento di quelle sovranazionali. I detrattori della decentralizzazione amministrativa mi potrebbero smentire puntando il dito al consumo del suolo Americano, di fatto incentivato da una eccessiva autonomia fiscale dei singoli comuni. A loro rispondo: 1) in Italia le tasse sono più alte che in America, e i comuni non hanno solo l’urbanistica per fare cassa, 2) in Italia le regioni dovrebbero svolgere il vero ruolo di redistributore di ricchezza, evitando la competizione tra comuni per le entrate fiscali. 

Un giudizio complessivo negativo per un decreto che sembra ispirato all’intellighenzia di altri tempi. Forse questi tecnici si stanno prendendo troppo sul serio. 

A presto

federicov

Una cittá migliore e democratica deve essere connessa: la rivoluzione dei Bloggers?

InCostume&Società - Customs&Society su ottobre 5, 2012 a 9:01 am

Ieri la serata é iniziata con una di quelle presentazioni che ti fanno sorridere, ralegrare, distrarre ma anche riflettere.Uno di quegli speaker adatti a TED, dove le idee sono profonde ma popolari, innocenti ma radicali, locali e allo stesso tempo globali. Una serata di idee, avute da tanti giovani, integrati in un dibattito globale ed in una rete internazionale di contatti. Una massa critica che trasforma il mondo senza che nessuno se ne accorga. I rivoluzionari digitali del 21esimo secolo. Loro, noi, siamo come i manifestanti in piazza contro la guerra in vietnam, con la differenza che la nostra manifestazione non si manifesta, ma ha luogo online, attraverso la connessione internet. Non ha spazialitá o geografia, ed é per questo pervasiva e sostenibile, resistente alle critiche, e soprattutto personalizzabile da parte di tutti gli individui. Qui vi propongo una lista di blogs, interessanti, sul tema della cittá e della qualitá della vita urbana. Perché sono questi blog che diventeranno i veri consulenti del futuro. 

Tutto inizia con Copenhagenize, uni di quei siti semplici e visuali. Da 5 o 6 anni sta cambiando il mondo e nessuno si spiega perché. Il potere di una bella foto, di una donna in bici con una gonna, che apre la mente sul ruolo delle due ruote nella qualitá della vita delle nostre cittá. Non a caso inzia copenhagen, una cittá che intelligentemente ne ha fatto un brand, un marchio da esportare. Amsterdamize lo segue a ‘ruota’, portando il marchio nella capitale del ciclismo urbano. Forte del successo, i loro fondatori hanno sviluppato un altro concetto piú popolare, che combina fashion e stile di vita. Cyclechic é diventato un brand, una sorta di franchising digitale, con la differenza che non si devono pagare diritti di nessun tipo.

Sono geniali. La serata continua con una carrellata di siti interessanti, Creative Applications, una sorta di spazio digitale per scoprire e rigenerare idee geniali da tutto il mondo. E renderle libere nella rete. Poi si passa ad Urban Shit, un sito semplice ed in tedesco che ha conquistato il mondo per aver rappresentato l’uso libero e creativo dello spazio urbano. Uno di quei siti che ti fa capire come la cittá sia un foglio bianco da riempire con la pratica quotidiana dei cittatini. E che é bello vivere la cittá anche se fatta di cemento e parcheggi. Friends of friends (anche tedesco) ha invece capito che la cosa piú bella ed interessante delle cittá sono le molteplici storie di vita dei sui cittadini. E le mette con modestia in rete, valorizzando in modo intelligente il desiderio universale di conoscere le storie di vita altrui. Con lo sfondo delle cittá, perché la cittá ci condiziona in modo incredibile. Il tipo, giovanissimo, che ha fondato UrbanTimes é geniale e divertente. E’ manda un messaggio molto semplice. La rete riflette la cittá, le cittá riflettono la rete. Se una non ci piace l’altra é un mezzo per cambiarla. Una cittá migliore necessita di una connessione internet migliore e di migliori contenuti. Una cittá veramente democratica non puó che essere connessa. L’autore di Sex, Blog and Rock n’Roll, ci spiega come diventare bloggers in 5 mosse. Il punto é, secondo me, trovarsi una nicchia e mandare post frequentemente, regolarmente. Purtroppo non ci riesco con il Social Mirror al momento :( .  Il CEO di Philips Urban Living, con il proprio opposableplanet, infine ci ricorda che tutto questo ha un valore economico e non é un gioco. Che c’é un tessuto economico pronto ad investire se necessario e che vede il blogging come la nuova frontiera (ed il nuovo mercato) della comunicazione.

Questo per dirvi di stare conessi e di scoprire come le idee sono li ma vanno colte al volo. Questo per ricordare ai nostri politici italiani che i veri consulenti per una cittá migliore sia noi.

a presto

federico

C’è crisi dappertutto. Si dice così.

InCostume&Società - Customs&Society su giugno 24, 2012 a 3:47 pm

Avete mai guardato intensamente intorno a voi? Vi siete mai fermati nel bel mezzo del vostro cammino – senza voler citare nessuno – per osservare chi vi passa di fianco, chi vi è seduto di fianco, chi attraversa la strada dall’altra parte del marciapiede? Chi svicola via veloce facendosi spazio, per una frazione di vita, tra voi e il mondo intero?
Non è sempre facile, lo so. La maggior parte delle volte si è davvero troppo in ritardo (per cosa?), troppo di corsa (per cosa?), troppo presi da altro (da cosa?). Non ci si riesce, lo so. C’è sempre un autobus che si perde, un semaforo che scatta, un ritardo da colmare. Eppure credo sia un ottimo esercizio, forse il più utile di tutti, il distogliere l’attenzione da se stessi e utilizzare quel po’ di tempo a favore degli altri, fosse anche per un semplice sguardo.  Diventa fondamentale, soprattutto per chi vive in città, non dimenticare mai che siamo dei conviventi . Tutte le volte che usciamo di casa e cominciamo a vivere gli spazi comuni intorno a noi, siamo compagni. Fondamentale non dimenticare mai che prima di ogni altra emergenza terrena arriva, con uguale importanza, la propria esistenza e quella di chi ti ruota intorno tutto il giorno.
Queste considerazioni, in parte tendenti all’ovvio, derivano da involontarie osservazioni condotte in situazioni al limite dell’assurdo dove l’essere umano, fortemente presente nella sua forma, risulta totalmente mancante nella sua sostanza più profonda, ovvero l’ umanità.

La metropolitana di Roma è paragonabile, per certi versi, ad una lavatrice: tutto dentro, ammassato e centrifugato. Quello che ne esce è qualcosa di stropicciato, con la differenza che, in questo caso, non c’è nemmeno la soddisfazione del pulito. Me ne stavo li, sotto terra, con il gomito del ragazzotto che mi stava accanto completamente piantato nel fianco. Intorno a me nemmeno una parvenza di spazio vitale, tanto che la mia valigia finisce in mano ad un tizio rumeno che, sfruttando l’altezza, la solleva sopra la sua testa. Il mio eroe. D’un tratto, grida confuse arrivano dal fondo del vagone, parole tipo “fermate la metro, la mia amica sta male, fermate la metro, fateci passare! Sta male, aiuto!”. Inutile commentare la reazione incredibile della gente intorno: immobile. Zitta. Totalmente bloccata. Un uomo sulla sessantina accenna un debole “scansatevi”, ma subito viene ammonito da una signora che, additandolo lo invita a scendere per primo, visto che è così bravo a parlare; lei da li non si muove assolutamente perché è mezz’ora che aspetta al caldo. La ragazza viene trascinata sulla banchina del treno, le porte sbuffano e si richiudono. Sento di non aver avuto né il tempo né la forza di comprendere a pieno quello che è appena successo e nel frattempo arrivo alla mia fermata. Esco, non senza fatica, dalla carrozza, e mi incammino verso l’uscita. Milioni di milioni di persone davanti, di fianco, sopra e sotto di me. Una donna tira una sedia a rotelle e d’improvviso si blocca davanti alla rampa delle scale mobili, chiaramente non funzionanti. Milioni e milioni di persone davanti, di fianco, sopra e sotto di loro. La signora comincia a chiedere aiuto, ha bisogno di qualcuno per tirare su il marito con tutta la carrozzina, su per le rampe di scale e poi ancora su, per la seconda rampa. Non sto qui a ricamare sull’indifferenza, sulla mancanza di rispetto e d’umanità che ho intravisto negli occhi della gente, massa anonima, grigia, informe che popola le nostre città. Riusciamo, dopo una serie di ridicoli eventi, a far sì che la donna e il suo sposo possano raggiungere i binari della stazione Termini. Ancora adesso, a distanza di giorni, ripenso a chi non ha avuto nemmeno la cortezza di rivolgere uno sguardo; ai tizi dell’ATAC che, una volta avvisati, ci hanno messo più di dieci minuti a scendere due rampe di scale e farsi utili.

Gramsci, nel suo essere illuminato e illuminante, disse che “l’indifferenza è il peso morto della storia.”
Noi, che siamo ancora vivi, non dovremmo permettere mai alla nostra vita, qualunque forma abbia, di farci sprofondare in anticipo in quella palude che si chiama disinteresse verso ciò che non ci riguarda strettamente; non dovremmo concedere a niente e a nessuno il diritto di farci sentire - ed essere - il peso morto della nostra storia. Mai.

Marta

Non toccate i treni regionali, miglioriamoli.

InCostume&Società - Customs&Society su giugno 11, 2012 a 10:01 pm

Oggi Mauro Moretti, amministratore delegato di Trenitalia dichiara che a causa della mancanza di fondi le regioni potrebbero rimanere senza servizi regionali. Sopprimere i treni pendolari, quelli che seppure in condizioni pessime, permettono a molte persone di poter lavorare, dove di lavoro ce ne pure poco. E a molti poveri passeggeri il diritto alla mobilità, anzi a quello dell’accessibilità, diritto molto più importante da dover ribadire e sottolineare nella costituzione.

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Potrei esimermi dal commentare. Potrei farlo per decenza. Anche perché credo che chiunque abbia sentito queste parole si sia chiesto quale sia la strategia aziendale o politica che le sottende. Che sia una sorta di insofferenza infantile quella che muove l’amministratore delegato? Che sia una sorta di spinta al ricatto verso il governo che non finanzia? Che sia un invito al privato al ribasso dei prezzi? fatto sta che si tratta di parole che, seppur sottili e non rumorose, sono come una bomba nella situazione in cui la nostra economia ed il nostro territorio si trova.

Lo sanno anche i bambini. Un trasporto pubblico che produca utili è praticamente impossibile. Non esiste rete ferroviaria che renda utili, questo è un dato di fatto. Nel caso in cui una linea porti profitto, allora vuol dire che qualcosa non va, data la natura dell’investimento. Unico modo per generate utili è quello della concessione a privati, una scelta che spesso schizza i prezzi verso l’alto, o riduce la qualità del servizio. Gli utili del trasporto pubblico esistono ma non sono calcolabili nel breve termine, non sono tangibili secondo modelli di economia neo-classica. Si trovano nella capacità di accessibilità (un concetto non calcolabile come la mobilità) verso i nodi produttivi del territorio, che di fatto ne traggono vantaggio. Una nozione essenziale, da non spiegare.

I treni regionali sono i più importanti. Le regioni sono la territorialità urbana del nostro tempo. A tale livello si strutturano relazioni produttive e sociali, attraverso una configurazione a rete delle città. Alcuni la chiamano glocalizzazione, un processo che rafforza le dimensioni intermedie del territorio, quelle che interfacciano tra tendenze globali (finanzia ad esempio) e quelle locali (urbane e di quartiere). La ‘regione’ è un costrutto territoriale che unisce le due, che permette il trasferimento dei vantaggi di uno all’altro. Senza una capacità di trasporto regionale efficiente questo non è possibile. Polarizzazione economica ne è la conseguenza naturale. Disagio sociale ne è il prodotto nel lungo termine.

Da notare: in tale scenario i treni regionali divengono molto ma molto più importanti della TAV.

Non mi spiego proprio quale sia il fine di  una tale dichiarazione.

A presto

Pensiero per Melissa

InCostume&Società - Customs&Society su maggio 26, 2012 a 6:59 pm

Ci sono pensieri che hanno bisogno di prendere aria, di afferrare la luce per acquistare così una forma nel mondo.  Ci sono pensieri, come questi, che necessitano di spazi aperti, di colori, di vita vissuta intensamente, di vita vissuta e basta. La vita vissuta è quello che, certi pensieri di oggi, non hanno più.
Il pensiero è Melissa, la ragazza di Brindisi, tutti oramai la conosciamo così.
Melissa cammina, respira, studia, ha sedici anni e degli amici. Poi una mattina scende dal solito autobus, si dirige verso l’entrata della sua scuola e muore. A scuola si dovrebbe morire soltanto di noia e, se fosse un mondo davvero giusto, non si dovrebbe morire nemmeno di quella.

Ricordo i banchi della mia aula delle medie. Non so perché. Scritti, sbeccati agli angoli, vecchi. In tre anni, mai cambiato aula. Una scuola disfatta, alla periferia est di Milano: la Rinaldi, come la chiamavamo noi studenti, abbastanza rinomata in città per i teppistelli che la frequentavano. Per arrivarci si potevano percorrere tre strade diverse: quella che facevo io, tutte le mattine, era  quella presa dall’imbocco di Via Padova. Scendevo dall’autobus, attraversavo un benzinaio e poi giravo in un viale, a destra, sotto la ferrovia. Camminavo per trecento metri tra murales, ragazzi più grandi di me, graffitari e cartacce, per poi sbucare d’improvviso davanti al cancello della scuola. La mia classe era al terzo piano e ricordo con assoluta nitidezza l’odore della mensa, già attiva dalle otto e dieci. Facevo le tre rampe di scale e i gradini erano talmente bassi che riuscivo a salirli due a due; arrivavo in classe quasi sempre per prima, su questo sono nata serissima. Il mio banco era in fondo, penultima fila, con il lato destro contro il muro, posizione strategica, che mi ha sempre agevolato, in quei momenti dove il morire di noia si faceva evidente.

Eravamo una classe sconclusionata, fatta di bravi ragazzi e veri mascalzoni, tutti estremamente simpatici ed intelligenti. In quegli anni, in quell’ambiente così destrutturato per rappresentare l’istruzione pubblica, ho imparato l’adorabile arte dell’autoironia, che ancora oggi mi salva letteralmente da tutte le situazioni che non so gestire. Ho conosciuto la prima, vera amicizia, quella che serve per giocare e quella che ti aiuta nelle difficoltà; quello che sembra amore, ma poi non lo è, perché poi arriva davvero l’amore e ti rendi conto della diversità d’intensità. La maestra, che d’un tratto è professoressa, e quel finto portare rispetto dato dall’alzarsi in piedi appena entrata in classe. Ricordo il sapore della LIBERTA’, quando il bidello entrava in aula per comunicarci che “non c’è il prof.  di matematica oggi!”. Si sedeva alla cattedra, apriva il registro e divideva la classe in sei gruppi da tre: lo smistamento nelle altre sezioni. Consuetudine utilizzata solo alla Rinaldi, che io sappia. Questo significava, inevitabilmente, un’ora di tranquillità e di semi-adrenalina, data dall’incontro con altri ragazzi. Sensazioni che conservo con infinito affetto.

Ecco cosa mi rattrista immensamente di questa orrenda storia: Melissa non potrà mai sedersi ad un tavolo, come me in questo momento, e non potrà mai raccontare di quanto era diroccata la sua scuola, se lo era; di quanto si sentiva sollevata quando la campanella suonava e poteva finalmente scambiare due chiacchiere tranquille con l’amica. Di come il suo banco traballava mentre scriveva un tema o dell’odore impregnante della mensa scolastica. Oltre al diritto sacrosanto di vivere, a Melissa è stato negato anche il diritto al ricordo, quello che ti fa sorridere piano in un pomeriggio di Maggio: a mio parere, vero senso dell’esistenza.

Marta

Di Noi Tre, De Carlo: Parole da regalare

InRecensioni e Cinema su maggio 5, 2012 a 10:03 pm

E’ incredibile come, a distanza di molti anni, un libro possa finalmente apparire chiaro; nei suoi mille aspetti, mille sfaccettature, mille angoli bui e nascosti. La scrittura apparentemente semplice cela, in realtà, una moltitudine di significati ed emozioni che alla fine scopri portartele addosso da sempre.
Di noi tre non è un romanzo popolare. Andrea De Carlo ha scritto altro, è conosciuto per tanto altro. Ma ricordo che afferrai distratta questo libro, che giaceva tra molti suoi, un pomeriggio di Ottobre in Piazza Cadorna a Milano dove questa specie di tendone bianco, tipico di una qualche fiera, si confondeva con il cielo.

Se mi venisse chiesto di raccontarlo in due parole, apparirebbe a dir poco banale; lui ama lei ma lei ama il migliore amico di lui. A dire il vero, non esiste nulla di più difficile e coinvolgente del narrare di un’amicizia e di un amore, soprattutto quando l’una si fonde con l’altro, cancellando ogni sorta di confine e certezza. Misia, Livio e Marco sono quello che a me piace definire il vero senso della vita, fatto di condivisioni forti, di conoscenza profonda, di passi falsi e mani sempre tese verso la comprensione.
Livio è l’amicizia, quella parola leggera e spontanea che ti descrive alla perfezione e ti ricorda il motivo per cui sei al mondo. E’ la consapevolezza di poter Essere, sentendoti libero di giocare e piangere contemporaneamente, esser serio o ubriacarti di vino.
Marco è la passione, un pugno nello stomaco. E’ quell’estro devastante che ti trascina fino al punto più basso, senza nessuna razionalità. Felicità assoluta ed inferno camminano su un’unica linea retta e fermare il loro viaggio è quasi impossibile.
Misia è l’amore, il perno intorno al quale tutto ruota. Un concentrato di bellezza, intelligenza  e fragilità che nascondono un mistero. Impossibile percorrere questa strada senza rimanerne affascinati e, per certi versi, intrappolati.
Insieme danno vita ad un’esistenza colma di significati, costellata di viaggi e cambi di rotta continui. Da una frizzante Milano degli anni settanta, fino ad arrivare in Sud America. Ecco lo scenario dentro il quale queste tre vite si intrecciano e si strecciano.

Quello che però ritorna prepotente è il significato della parola lontananza, che da un certo punto in avanti diventa palpabile e quasi protagonista della storia. Distanti, silenziosi e persi nelle proprie diversissime esistenze, tuttavia i tre non sono mai del tutto estranei, mai del tutto distaccati, mai del tutto lontani. Quello che hanno costruito e quello che loro sono nel momento della separazione, è il frutto di un rapporto che non può che tendere all’infinito, talmente intenso da non potersi sgretolare, nemmeno sotto una montagna di mutismo, di difficoltà di comunicazione, di incertezze ed errori passati che a lungo andare, come accade nella vita reale, cambiano forma alle relazioni.

Questo libro mi ridona uno slancio ed un pensiero perso: al di là di tutto e tutti, dobbiamo essere ancora in grado di ascoltare la voce della nostra sincerità e lasciarci trasportare altrove, anche fisicamente se necessario, verso ciò che amiamo. Sia questo un solo, piccolo passo o un lunghissimo viaggio in macchina verso nord.

Marta

Adios Lucio

InCostume&Società - Customs&Society su marzo 15, 2012 a 10:10 pm

Credo non ci sia niente di più bello e appagante che ricordare, quando tutti sembrano aver dimenticato.
Per questo motivo mi alzo decisa dalla sedia e mi avvicino allo stereo: play. Le note che rimbombano nella stanza del mio appartamento nascono da un cd che si chiama ‘Dalla’, capolavoro della musica italiana che comincia con una canzone che difficilmente, chi apprezza il genere,  ignora.

A salutare per l’ultima volta Lucio Dalla c’era un paese intero raccolto in una piazza, un intreccio di persone e di vite presenti per un unico motivo comune: ringraziare. Potrà sembrare un po’ banale, ma non lo è affatto e forse, dopo tanto tempo, l’Italia si è ritrovata finalmente insieme ed unita senza il classico motivo della protesta, senza gridare allo scandalo delle ingiustizie sociali, senza manifestare un dissenso.  La politica non c’entra più, il tecnicismo lo lasciamo, per un secondo, da parte:
‘[…]quando mi sono innamorato di mia moglie alla radio passavano Cara/ quando mi sento persa ascolto Com’è profondo il mare e capisco di non essere sola/mia figlia avrei voluto chiamarla Futura.’
Sembrava quasi di sentirli i pensieri della gente, sovrapposti gli uni sugli altri, mentre la bara scivolava lenta tra la folla commossa. Mi hanno scosso profondamente le immagini del funerale di Dalla, un po’ come se ci fossi stata anche io in mezzo a loro. In più, rimango sempre molto colpita dall’aggregazione ‘spontanea’ della gente. Buon segno: al di là delle motivazioni concrete, siamo ancora capaci di esserci.

Lucio Dalla era un personaggio curioso ai miei occhi, un buffo signore dall’aspetto semplice e coinvolgente che giocava con la sua voce e la mimica del volto, come nessun altro. Da lui ho imparato la prima vera regola di un buon attore: comunicare. Sempre, a tutti i costi e con qualunque mezzo. Comunicare l’emozione.
Era un grandissimo musicista, come pochi ce ne sono rimasti, che univa il suo straordinario lato cantautorale e popolare con un raffinatissimo jazz di clarinetto.
Era un poeta vero – parole vive le sue – da leggere o cantare. Sicuramente da tenersi vicino, ognuno accanto alla propria vita, come un tesoro appena scovato. L’arte, quella vera, è così: ti cattura, ti scuote e ti abbandona, per poi ritornare puntuale negli istanti quotidiani, quando tutto sembra proiettato altrove. Allora canticchio cosa sarà che ti fa comprare di tutto anche se è di niente che hai bisogno, e non me ne rendo davvero conto di quanto abbia vissuto insieme a me.
La verità è che lui c’era e c’era sul serio. Bastava una musicassetta – in seguito un cd – e te lo portavi in giro per la città questo piccolo uomo, o nelle parti più bizzarre del mondo che tanto amava e tanto raccontava. Lui ha sempre cantato di noi e adesso io, a modo mio, canto di lui.

A modo mio…

Marta


Cosa Metto in Tavola: Harvard sulla Carne Rossa

InCostume&Società - Customs&Society su marzo 14, 2012 a 12:47 pm

In questi giorni è stata ripresa da molti giornali la notizia di uno studio realizzato dalla Scuola di Medicina di Harvard sulle conseguenze di un’alimentazione di carne rossa, basato su un campione di 120.000 persone seguite per 28 anni. Le conclusioni a cui sono arrivati i ricercatori è che l’uso continuo di carne rossa aumenta del 13% la probabilità di avere un cancro e che si passa al 20% nel caso di carne trattata, come pancetta, salsicce o hamburger.

I risultati di questo studio non fanno altro che confermare quanto detto da altri ricercatori che sostenevano come i vegetariani rischiassero meno, oppure dei problemi vascolari connessi all’uso di carne. Gli studiosi di Harvard sottolineano come una dieta più equilibrata, con pesce, carni bianche e legumi, possa ridurre tale probabilità. Non è quindi un caso che, verso la metà del secolo scorso, lo studioso americano Ancel Keys notasse la bassa incidenza di malattie vascolari nei popoli mediterranei, e diede il merito all’alimentazione variegata priva di grassi saturi (di cui sono ricchi carni rosse, latte e derivati) passata alla storia col nome di ‘dieta mediterranea’. Nella dieta mediterranea cereali, frutta, verdura e legumi sono alla base. Seguono poi latte, pesce e animali da cortile, ad esempio pollame e conigli, e solo alla fine, nella punta della piramide, troviamo le carni rosse. Keys in seguito si trasferì a Pioppi, provincia di Salerno, dove campò per 100 anni.

A chi si interessa di problematiche ambientali la notizia della presunta pericolosità delle carni potrebbe risultare una bella notizia pur riconoscendo la drammaticità di tali studi. Gli allevamenti rappresentano uno dei settori con più alta produzione di gas serra (18% di gas serra prodotti al mondo, fonte FAO). Sembrerà curioso ma i bovini con la bocca e col sedere producono grosse quantità metano. Letame e urine sono poi una grossa fonte di metano e ammoniaca, e se applicati in quantità considerevoli sul terreno, possono provocare problemi al terreno e contaminare risorse d’acqua.

Se qualcuno pensi che l’elenco finisca qui rimarrà purtroppo deluso. Una delle maggiori cause del disboscamento in atto nei polmoni verdi del mondo, vedi la foresta amazzonica, è dovuta alla necessità di coltivare foraggi (17% delle emissioni mondiali di gas serra sono dovuti a cambi nell’uso della terra, fonte IPCC). Un bovino è infatti un vero e proprio esempio di improduttività, ci vogliono dieci razioni di cibo per avere una razione di carne. In pratica potremmo sfamare dieci persone al prezzo di un pasto di carne rossa (per il maiale il fattore di conversione è circa la metà, per il pollame circa un quinto). Tutto questo perché la domanda di carne è ormai alle stelle e gli allevamenti sono diventati fabbriche di carne, dove mangimi, importati da paesi lontani, hanno sostituito l’erba dei pascoli. Per tanti anni le mucche hanno trasformato l’erba, l’unica cosa che cresceva in regioni piovose e in terre incolte, in latte e carne, ma oggi l’abuso di carne, in aggiunta alla sfrenata cementificazione, rendono i paesi non più autosufficienti, e quindi sterminate pianure sono dedicate alla coltivazione di mangimi quali soia e mais. Il risultato è una preoccupante riduzione della biodiversità, un aumento delle emissioni di gas serra, un eccessivo inquinamento di terreni e acque.

Con questo non vorrei spingervi a consumare meno carne o a diventare vegetariani (notare che anche il consumo massiccio di latte e formaggi andrebbe ridotto), ognuno fa ciò che si sente di fare. Ma forse ora, dopo l’ennesimo studio realizzato ad Harvard, atteggiamenti più virtuosi non saranno dettati da scelte altruistiche ma da puro e semplice amor proprio. Non è che di ciò ci si debba rallegrare, anzi, ma forse pian piano capiremo che il benessere nostro passa per il benessere dell’ambiente circostante.

Stefano

Facebook: la forza dei legami deboli, il paradosso dell’amicizia, la borsa, il lavoro..

InCostume&Società - Customs&Society su febbraio 16, 2012 a 4:49 pm

ll “paradosso dell’amicizia”

L’aveva teorizzato Scott Feld nel 1991 e oggi trova riscontro anche sul Social Network più diffuso. E’ il paradosso dell’amicizia, ovvero il fenomeno per cui le persone cercano di stringere amicizia con chi ha già molti amici. Chi inoltra una richiesta d’amicizia su Facebook ha sempre meno amici di chi la riceve. Il mistero è racchiuso proprio nel paradosso dell’amicizia: i solitari tendono a rimanere soli e i popolari tendono a diventare ancora più popolari, suscitando curiosità e voglia di aggregazione. La popolarità poi è direttamente proporzionale al numero e all’interesse che suscitano i suoi aggiornamenti di stato. E in questo sono più brave le donne: l’utente donna aggiorna in media il suo stato 11 volte al mese, mentre l’uomo solo 6.

La forza dei legami deboli

Alcuni sostengono che i social networks servano per condividere le informazioni degli amici con cui abbiamo legami forti, soffocando la diffusione di informazioni diverse. Invece, anche se le persone sono più propense a consumare e condividere le informazioni che provengono dai contatti stretti, la stragrande maggioranza delle informazioni proviene dai contatti dai legami deboli. Questo dimostra che i social network possono agire come un potente mezzo per la condivisione di nuove idee. Come aveva teorizzato il sociologo ed economista Granovetter nel 1973, si ha più probabilità di trovare un posto di lavoro tramite le reti sociali fatte di legami deboli, piuttosto che con le reti sociali fatte da legami forti. Poiché i legami deboli facilitano un flusso di informazioni da gruppi diversi di persone. Gli individui che interagiscono meno spesso tendono ad essere diversi e possono consumare le informazioni più eterogenee, aprendosi a nuove prospettive. Una ragione è che i contatti forti hanno maggiori probabilità di essere simili e quindi trovare contenuti condivisi dai loro amici più stretti. Si consideri un esempio ipotetico. Una persona ha100 contatti che sono amici con legami deboli, e 10 che sono amici con legami forti. Supponiamo che la probabilità che si condivide qualcosa è molto alta per gli amici dal legame forte, diciamo il 50%, ma gli amici con legami deboli tendono a condividere le cose meno interessanti, quindi anche la probabilità di condivisione è solo il 15%. Pertanto la quantità di informazioni diffuse a causa di legami deboli e forti sarebbero 100 * 0,15 = 15,e 10 * 0,50 = 5, rispettivamente, quindi in totale, la diffusione delle notizie passerebbe per la condivisione degli amici con legami deboli. La maggior parte delle informazioni che “consumiamo” su Facebook proviene da persone con prospettive, idee, interessi diversi. Questo può essere di conforto a coloro che pensano che i social network sono una semplice cassa di risonanza della vita reale, o peggio un pericolo per i rapporti umani “web 2.0 free”

Fig.1: L’impatto della condivisione tramite le amicizie con legami forti e deboli.

 

Facebook crea lavoro

In Italia Facebook genera un volume di affari di 2,5 miliardi di euro e col passare degli anni ha creato 35mila posti di lavoro. Deloitte, nel suo recente rapporto, dichiara che  sarebbero 232 mila i posti di lavoro fra aziende e indotto che Facebook avrebbe creato in Europa, con una ricchezza di 15 miliardi di euro. Il mondo Facebook è un microcosmo popolato da consumatori finali, partner commerciali, broker pubblicitari e consulenti. La socia­lità 2.0 ha por­tato con sé molti van­taggi sia per le per­sone sia per le aziende:

  • mag­giore visibilità
  • mag­giore con­di­vi­sione di informazioni
  • mag­giore velo­cità di condivisione

Fig.2: Facebook in Europa

Facebook in borsa

E’ prevista per maggio la quotazione in borsa di Facebook. Verrano messe in vendita azioni per un valore di 10 miliardi di dollari (Google che nel 2004 lanciò un’offerta pubblica iniziale di “soli” 1,9 miliardi di dollar). Nel giro di 8 anni, Facebook ha raggiunto una dimensione mondiale sorretta da numeri incredibili: quasi 845 milioni di utenti che ne fanno la terza “nazione” al mondo per numero di abitanti, 483 milioni di utenti attivi al giorno; una probabile capitalizzazione di mercato che si aggira tra i 90 e i 100 miliardi di dollari; 3,711 miliardi di entrate nel 2011 (1,974 miliardi di dollari nel 2010) con utile netto di 1 miliardo di dollari (606 milioni di dollari nel 2010).

Ma oltre ai dati finanziari ci sono anche altri numeri che fanno riflettere:  2,7 miliardi di “Mi piace” e di commenti giornalieri; 250 milioni di foto caricate ogni giorno; 100 miliardi di “amicizie” che intercorrono tra i suoi 845 milioni di utenti.

Questi numeri sono il vero capitale del social network . Il valore economico-finanziario di Facebook sono una conseguenza del suo successo sociale.

Quale sarà il mutamento che Facebook subirà per venire incontro alle esigenze degli investitori?

L.S.

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