Avete mai guardato intensamente intorno a voi? Vi siete mai fermati nel bel mezzo del vostro cammino – senza voler citare nessuno – per osservare chi vi passa di fianco, chi vi è seduto di fianco, chi attraversa la strada dall’altra parte del marciapiede? Chi svicola via veloce facendosi spazio, per una frazione di vita, tra voi e il mondo intero?
Non è sempre facile, lo so. La maggior parte delle volte si è davvero troppo in ritardo (per cosa?), troppo di corsa (per cosa?), troppo presi da altro (da cosa?). Non ci si riesce, lo so. C’è sempre un autobus che si perde, un semaforo che scatta, un ritardo da colmare. Eppure credo sia un ottimo esercizio, forse il più utile di tutti, il distogliere l’attenzione da se stessi e utilizzare quel po’ di tempo a favore degli altri, fosse anche per un semplice sguardo. Diventa fondamentale, soprattutto per chi vive in città, non dimenticare mai che siamo dei conviventi . Tutte le volte che usciamo di casa e cominciamo a vivere gli spazi comuni intorno a noi, siamo compagni. Fondamentale non dimenticare mai che prima di ogni altra emergenza terrena arriva, con uguale importanza, la propria esistenza e quella di chi ti ruota intorno tutto il giorno.
Queste considerazioni, in parte tendenti all’ovvio, derivano da involontarie osservazioni condotte in situazioni al limite dell’assurdo dove l’essere umano, fortemente presente nella sua forma, risulta totalmente mancante nella sua sostanza più profonda, ovvero l’ umanità.
La metropolitana di Roma è paragonabile, per certi versi, ad una lavatrice: tutto dentro, ammassato e centrifugato. Quello che ne esce è qualcosa di stropicciato, con la differenza che, in questo caso, non c’è nemmeno la soddisfazione del pulito. Me ne stavo li, sotto terra, con il gomito del ragazzotto che mi stava accanto completamente piantato nel fianco. Intorno a me nemmeno una parvenza di spazio vitale, tanto che la mia valigia finisce in mano ad un tizio rumeno che, sfruttando l’altezza, la solleva sopra la sua testa. Il mio eroe. D’un tratto, grida confuse arrivano dal fondo del vagone, parole tipo “fermate la metro, la mia amica sta male, fermate la metro, fateci passare! Sta male, aiuto!”. Inutile commentare la reazione incredibile della gente intorno: immobile. Zitta. Totalmente bloccata. Un uomo sulla sessantina accenna un debole “scansatevi”, ma subito viene ammonito da una signora che, additandolo lo invita a scendere per primo, visto che è così bravo a parlare; lei da li non si muove assolutamente perché è mezz’ora che aspetta al caldo. La ragazza viene trascinata sulla banchina del treno, le porte sbuffano e si richiudono. Sento di non aver avuto né il tempo né la forza di comprendere a pieno quello che è appena successo e nel frattempo arrivo alla mia fermata. Esco, non senza fatica, dalla carrozza, e mi incammino verso l’uscita. Milioni di milioni di persone davanti, di fianco, sopra e sotto di me. Una donna tira una sedia a rotelle e d’improvviso si blocca davanti alla rampa delle scale mobili, chiaramente non funzionanti. Milioni e milioni di persone davanti, di fianco, sopra e sotto di loro. La signora comincia a chiedere aiuto, ha bisogno di qualcuno per tirare su il marito con tutta la carrozzina, su per le rampe di scale e poi ancora su, per la seconda rampa. Non sto qui a ricamare sull’indifferenza, sulla mancanza di rispetto e d’umanità che ho intravisto negli occhi della gente, massa anonima, grigia, informe che popola le nostre città. Riusciamo, dopo una serie di ridicoli eventi, a far sì che la donna e il suo sposo possano raggiungere i binari della stazione Termini. Ancora adesso, a distanza di giorni, ripenso a chi non ha avuto nemmeno la cortezza di rivolgere uno sguardo; ai tizi dell’ATAC che, una volta avvisati, ci hanno messo più di dieci minuti a scendere due rampe di scale e farsi utili.
Gramsci, nel suo essere illuminato e illuminante, disse che “l’indifferenza è il peso morto della storia.”
Noi, che siamo ancora vivi, non dovremmo permettere mai alla nostra vita, qualunque forma abbia, di farci sprofondare in anticipo in quella palude che si chiama disinteresse verso ciò che non ci riguarda strettamente; non dovremmo concedere a niente e a nessuno il diritto di farci sentire - ed essere - il peso morto della nostra storia. Mai.
Marta

