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Gli effetti dell’IMU sulle città?

InTerritorio&Società - Territory&Society su giugno 3, 2012 a 8:43 pm

Cari Amici

certo non è facile entrare nel merito delle riforme fiscali italiane. Soprattutto di questi giorni, quando l’obiettivo finale di ogni singola riforma, o aliquota aggiuntiva, è generalmente catalogato con ‘salva Italia’. Salvare da cosa? Uno dei tempi più interessanti, almeno per quelli come me, è quello dell’IMU. L’imposta reintrodotta in via sperimentale ormai dall’anno scorso diventerà molto importante. La maggior parte degli articoli di giornale, più o meno tecnici, tendono ad enfatizzarne il valore fiscale, gli effetti sull’equità sociale (dubbi) e gli impatti sulle famiglie, nonché le sue implicazioni dirette sulle capacità comunali di finanziare i servizi essenziali (autobus, strade, spazzatura etc..). Pochi, quasi nessuno, tratta l’effetto dell’IMU, di una imposta sulle proprietà immobiliari, residenziali e non, sulla conformazione territoriale del nostro paese.

Il tema è tecnico e di difficile comprensione e io non sono un tecnico di fisco. Gli effetti delle tasse di proprietà sulle città sono noti a tutti, soprattutto agli americani, dove le uniche entrate comunali sono quelle sulla proprietà. In soldoni, una maggiore autonomia fiscale dei comuni spinge le municipalità ad edificare, ad aumentare il patrimonio edilizio sul proprio territorio per ricavare maggiori entrate. Questo comportamento è puramente teorico, ma comunque essenziale. In situazioni di assoluta competizione tra municipalità e di assenza (teorica) di trasferimenti dallo stato, i comuni hanno fondamentalmente due possibilità: 1) aumentare il suolo edificato e quindi l’imponibile 2) aumentare le richieste di oneri di urbanizzazione ai promotori immobiliari. Il secondo caso è evidente a tutti. I quartieri che spuntano come funghi alla periferia di Roma, sono spesso modi per ‘fare cassa’ e ricavare oneri che vengono reinvestiti (ma spesso rientrano nel capitale ordinario e non di investimento) in progetti specifici (tipo il metrò). Ovviamente, più si aumentano gli oneri minore è la possibilità di attrarre investimenti (Soprattutto oggi, con il rischio d’investimento aumentato per i promotori immobiliari). L’imposta sull’edificato grava sui proprietari e di conseguenza può essere utilizzata senza limitare l’aumento di oneri, e riducendo la possibilità di sviluppo urbano non necessario.

I problemi con le imposte sulla proprietà sorgono quando a) manca un coordinamento tra municipalità che quindi cercando di arricchirsi b) mancano aiuti dallo Stato c) manca una politica di contenimento urbano adeguata. Il legislatore può operare su tutti e tre di questi fattori, ma ognuno ha le sue complicanze. Forzare il coordinamento tra comuni per ridurre la competizione e ridistribuire risorse (dai comuni più ricchi, e quindi anche più edificati o con più forza lavoro, verso quelli più poveri) è una via difficilmente percorribile. Ci abbiamo provato con il provvedimento sulle città metropolitane del 94, senza successo. Il problema in questo caso sono le resistenze politiche, dato che coordinamento implica anche la perdita di autonomia decisionale da parte dei comuni, che dovrebbero coordinarsi (cioè concedere e ricevere) per le varie politiche. Inoltre, si formano club di comuni ricchi che ovviamente non si sognano neanche di condividere le proprie risorse (una sorta di Leghismo metropolitano). Aumentare gli aiuti statali è una non-possibilità in periodo di austerità. Inoltre, va considerato anche il tipo di aiuto. Se il trasferimento dello stato viene fatto in settori particolari, come le infrastrutture, si rischia di aumentare la tendenza espansionistica della città, facilitando l’uso di macchine, trasporti (pubblici e privati) a discapito della compattezza (si allevia insomma una deviazione del mercato immobiliare metropolitano). Gli aiuti statali dovrebbero essere pilotati si temi molto precisi, come verde e trasporti pubblici. Terzo, una politica di contenimento adeguata (cioè mettere dei limiti alla crescita delle metropoli) porta tutta una serie di problemi legati all’aumento dei prezzi degli immobili nelle zone di alta densità (meno offerta immobiliare maggior prezzo) e soprattutto ad una omogenea offerta immobiliare (molte meno casette a schiera con parcheggio). Ad alcuni potrebbe piacere ma non è sempre così.

L’autonomia fiscale dei comuni è un’arma a doppio taglio senza un contesto normativo che permetta il coordinamento tra municipalità, specifiche politiche di contenimento sostenibili e investimenti strategici dallo stato. In secondo luogo credo che la quota statale dell’IMU sia problematica, dato il fatto che a livello centrale è difficile pilotare strategicamente (a parte le grandi infrastrutture come alta velocità e ponti) gli investimenti sul territorio. Ritengo quindi che ci sia un grande assente in tutto questo: le regioni. Una tassa di proprietà con effetti territoriali positivi potrebbe essere quella ‘veramente’ federale, con una aliquota ai comuni e un’altrettanta aliquota importante diretta alle regioni e provincie (o meglio organi di coordinamento inter-comunale, come le communautés des communes in Francia). L’IMU statale sarebbe secondo me persa, ma i comuni non possono essere lasciati da soli.

A presto

fede

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