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C’è crisi dappertutto. Si dice così.

InCostume&Società - Customs&Society su giugno 24, 2012 a 3:47 pm

Avete mai guardato intensamente intorno a voi? Vi siete mai fermati nel bel mezzo del vostro cammino – senza voler citare nessuno – per osservare chi vi passa di fianco, chi vi è seduto di fianco, chi attraversa la strada dall’altra parte del marciapiede? Chi svicola via veloce facendosi spazio, per una frazione di vita, tra voi e il mondo intero?
Non è sempre facile, lo so. La maggior parte delle volte si è davvero troppo in ritardo (per cosa?), troppo di corsa (per cosa?), troppo presi da altro (da cosa?). Non ci si riesce, lo so. C’è sempre un autobus che si perde, un semaforo che scatta, un ritardo da colmare. Eppure credo sia un ottimo esercizio, forse il più utile di tutti, il distogliere l’attenzione da se stessi e utilizzare quel po’ di tempo a favore degli altri, fosse anche per un semplice sguardo.  Diventa fondamentale, soprattutto per chi vive in città, non dimenticare mai che siamo dei conviventi . Tutte le volte che usciamo di casa e cominciamo a vivere gli spazi comuni intorno a noi, siamo compagni. Fondamentale non dimenticare mai che prima di ogni altra emergenza terrena arriva, con uguale importanza, la propria esistenza e quella di chi ti ruota intorno tutto il giorno.
Queste considerazioni, in parte tendenti all’ovvio, derivano da involontarie osservazioni condotte in situazioni al limite dell’assurdo dove l’essere umano, fortemente presente nella sua forma, risulta totalmente mancante nella sua sostanza più profonda, ovvero l’ umanità.

La metropolitana di Roma è paragonabile, per certi versi, ad una lavatrice: tutto dentro, ammassato e centrifugato. Quello che ne esce è qualcosa di stropicciato, con la differenza che, in questo caso, non c’è nemmeno la soddisfazione del pulito. Me ne stavo li, sotto terra, con il gomito del ragazzotto che mi stava accanto completamente piantato nel fianco. Intorno a me nemmeno una parvenza di spazio vitale, tanto che la mia valigia finisce in mano ad un tizio rumeno che, sfruttando l’altezza, la solleva sopra la sua testa. Il mio eroe. D’un tratto, grida confuse arrivano dal fondo del vagone, parole tipo “fermate la metro, la mia amica sta male, fermate la metro, fateci passare! Sta male, aiuto!”. Inutile commentare la reazione incredibile della gente intorno: immobile. Zitta. Totalmente bloccata. Un uomo sulla sessantina accenna un debole “scansatevi”, ma subito viene ammonito da una signora che, additandolo lo invita a scendere per primo, visto che è così bravo a parlare; lei da li non si muove assolutamente perché è mezz’ora che aspetta al caldo. La ragazza viene trascinata sulla banchina del treno, le porte sbuffano e si richiudono. Sento di non aver avuto né il tempo né la forza di comprendere a pieno quello che è appena successo e nel frattempo arrivo alla mia fermata. Esco, non senza fatica, dalla carrozza, e mi incammino verso l’uscita. Milioni di milioni di persone davanti, di fianco, sopra e sotto di me. Una donna tira una sedia a rotelle e d’improvviso si blocca davanti alla rampa delle scale mobili, chiaramente non funzionanti. Milioni e milioni di persone davanti, di fianco, sopra e sotto di loro. La signora comincia a chiedere aiuto, ha bisogno di qualcuno per tirare su il marito con tutta la carrozzina, su per le rampe di scale e poi ancora su, per la seconda rampa. Non sto qui a ricamare sull’indifferenza, sulla mancanza di rispetto e d’umanità che ho intravisto negli occhi della gente, massa anonima, grigia, informe che popola le nostre città. Riusciamo, dopo una serie di ridicoli eventi, a far sì che la donna e il suo sposo possano raggiungere i binari della stazione Termini. Ancora adesso, a distanza di giorni, ripenso a chi non ha avuto nemmeno la cortezza di rivolgere uno sguardo; ai tizi dell’ATAC che, una volta avvisati, ci hanno messo più di dieci minuti a scendere due rampe di scale e farsi utili.

Gramsci, nel suo essere illuminato e illuminante, disse che “l’indifferenza è il peso morto della storia.”
Noi, che siamo ancora vivi, non dovremmo permettere mai alla nostra vita, qualunque forma abbia, di farci sprofondare in anticipo in quella palude che si chiama disinteresse verso ciò che non ci riguarda strettamente; non dovremmo concedere a niente e a nessuno il diritto di farci sentire - ed essere - il peso morto della nostra storia. Mai.

Marta

Non toccate i treni regionali, miglioriamoli.

InCostume&Società - Customs&Society su giugno 11, 2012 a 10:01 pm

Oggi Mauro Moretti, amministratore delegato di Trenitalia dichiara che a causa della mancanza di fondi le regioni potrebbero rimanere senza servizi regionali. Sopprimere i treni pendolari, quelli che seppure in condizioni pessime, permettono a molte persone di poter lavorare, dove di lavoro ce ne pure poco. E a molti poveri passeggeri il diritto alla mobilità, anzi a quello dell’accessibilità, diritto molto più importante da dover ribadire e sottolineare nella costituzione.

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Potrei esimermi dal commentare. Potrei farlo per decenza. Anche perché credo che chiunque abbia sentito queste parole si sia chiesto quale sia la strategia aziendale o politica che le sottende. Che sia una sorta di insofferenza infantile quella che muove l’amministratore delegato? Che sia una sorta di spinta al ricatto verso il governo che non finanzia? Che sia un invito al privato al ribasso dei prezzi? fatto sta che si tratta di parole che, seppur sottili e non rumorose, sono come una bomba nella situazione in cui la nostra economia ed il nostro territorio si trova.

Lo sanno anche i bambini. Un trasporto pubblico che produca utili è praticamente impossibile. Non esiste rete ferroviaria che renda utili, questo è un dato di fatto. Nel caso in cui una linea porti profitto, allora vuol dire che qualcosa non va, data la natura dell’investimento. Unico modo per generate utili è quello della concessione a privati, una scelta che spesso schizza i prezzi verso l’alto, o riduce la qualità del servizio. Gli utili del trasporto pubblico esistono ma non sono calcolabili nel breve termine, non sono tangibili secondo modelli di economia neo-classica. Si trovano nella capacità di accessibilità (un concetto non calcolabile come la mobilità) verso i nodi produttivi del territorio, che di fatto ne traggono vantaggio. Una nozione essenziale, da non spiegare.

I treni regionali sono i più importanti. Le regioni sono la territorialità urbana del nostro tempo. A tale livello si strutturano relazioni produttive e sociali, attraverso una configurazione a rete delle città. Alcuni la chiamano glocalizzazione, un processo che rafforza le dimensioni intermedie del territorio, quelle che interfacciano tra tendenze globali (finanzia ad esempio) e quelle locali (urbane e di quartiere). La ‘regione’ è un costrutto territoriale che unisce le due, che permette il trasferimento dei vantaggi di uno all’altro. Senza una capacità di trasporto regionale efficiente questo non è possibile. Polarizzazione economica ne è la conseguenza naturale. Disagio sociale ne è il prodotto nel lungo termine.

Da notare: in tale scenario i treni regionali divengono molto ma molto più importanti della TAV.

Non mi spiego proprio quale sia il fine di  una tale dichiarazione.

A presto

Gli effetti dell’IMU sulle città?

InTerritorio&Società - Territory&Society su giugno 3, 2012 a 8:43 pm

Cari Amici

certo non è facile entrare nel merito delle riforme fiscali italiane. Soprattutto di questi giorni, quando l’obiettivo finale di ogni singola riforma, o aliquota aggiuntiva, è generalmente catalogato con ‘salva Italia’. Salvare da cosa? Uno dei tempi più interessanti, almeno per quelli come me, è quello dell’IMU. L’imposta reintrodotta in via sperimentale ormai dall’anno scorso diventerà molto importante. La maggior parte degli articoli di giornale, più o meno tecnici, tendono ad enfatizzarne il valore fiscale, gli effetti sull’equità sociale (dubbi) e gli impatti sulle famiglie, nonché le sue implicazioni dirette sulle capacità comunali di finanziare i servizi essenziali (autobus, strade, spazzatura etc..). Pochi, quasi nessuno, tratta l’effetto dell’IMU, di una imposta sulle proprietà immobiliari, residenziali e non, sulla conformazione territoriale del nostro paese.

Il tema è tecnico e di difficile comprensione e io non sono un tecnico di fisco. Gli effetti delle tasse di proprietà sulle città sono noti a tutti, soprattutto agli americani, dove le uniche entrate comunali sono quelle sulla proprietà. In soldoni, una maggiore autonomia fiscale dei comuni spinge le municipalità ad edificare, ad aumentare il patrimonio edilizio sul proprio territorio per ricavare maggiori entrate. Questo comportamento è puramente teorico, ma comunque essenziale. In situazioni di assoluta competizione tra municipalità e di assenza (teorica) di trasferimenti dallo stato, i comuni hanno fondamentalmente due possibilità: 1) aumentare il suolo edificato e quindi l’imponibile 2) aumentare le richieste di oneri di urbanizzazione ai promotori immobiliari. Il secondo caso è evidente a tutti. I quartieri che spuntano come funghi alla periferia di Roma, sono spesso modi per ‘fare cassa’ e ricavare oneri che vengono reinvestiti (ma spesso rientrano nel capitale ordinario e non di investimento) in progetti specifici (tipo il metrò). Ovviamente, più si aumentano gli oneri minore è la possibilità di attrarre investimenti (Soprattutto oggi, con il rischio d’investimento aumentato per i promotori immobiliari). L’imposta sull’edificato grava sui proprietari e di conseguenza può essere utilizzata senza limitare l’aumento di oneri, e riducendo la possibilità di sviluppo urbano non necessario.

I problemi con le imposte sulla proprietà sorgono quando a) manca un coordinamento tra municipalità che quindi cercando di arricchirsi b) mancano aiuti dallo Stato c) manca una politica di contenimento urbano adeguata. Il legislatore può operare su tutti e tre di questi fattori, ma ognuno ha le sue complicanze. Forzare il coordinamento tra comuni per ridurre la competizione e ridistribuire risorse (dai comuni più ricchi, e quindi anche più edificati o con più forza lavoro, verso quelli più poveri) è una via difficilmente percorribile. Ci abbiamo provato con il provvedimento sulle città metropolitane del 94, senza successo. Il problema in questo caso sono le resistenze politiche, dato che coordinamento implica anche la perdita di autonomia decisionale da parte dei comuni, che dovrebbero coordinarsi (cioè concedere e ricevere) per le varie politiche. Inoltre, si formano club di comuni ricchi che ovviamente non si sognano neanche di condividere le proprie risorse (una sorta di Leghismo metropolitano). Aumentare gli aiuti statali è una non-possibilità in periodo di austerità. Inoltre, va considerato anche il tipo di aiuto. Se il trasferimento dello stato viene fatto in settori particolari, come le infrastrutture, si rischia di aumentare la tendenza espansionistica della città, facilitando l’uso di macchine, trasporti (pubblici e privati) a discapito della compattezza (si allevia insomma una deviazione del mercato immobiliare metropolitano). Gli aiuti statali dovrebbero essere pilotati si temi molto precisi, come verde e trasporti pubblici. Terzo, una politica di contenimento adeguata (cioè mettere dei limiti alla crescita delle metropoli) porta tutta una serie di problemi legati all’aumento dei prezzi degli immobili nelle zone di alta densità (meno offerta immobiliare maggior prezzo) e soprattutto ad una omogenea offerta immobiliare (molte meno casette a schiera con parcheggio). Ad alcuni potrebbe piacere ma non è sempre così.

L’autonomia fiscale dei comuni è un’arma a doppio taglio senza un contesto normativo che permetta il coordinamento tra municipalità, specifiche politiche di contenimento sostenibili e investimenti strategici dallo stato. In secondo luogo credo che la quota statale dell’IMU sia problematica, dato il fatto che a livello centrale è difficile pilotare strategicamente (a parte le grandi infrastrutture come alta velocità e ponti) gli investimenti sul territorio. Ritengo quindi che ci sia un grande assente in tutto questo: le regioni. Una tassa di proprietà con effetti territoriali positivi potrebbe essere quella ‘veramente’ federale, con una aliquota ai comuni e un’altrettanta aliquota importante diretta alle regioni e provincie (o meglio organi di coordinamento inter-comunale, come le communautés des communes in Francia). L’IMU statale sarebbe secondo me persa, ma i comuni non possono essere lasciati da soli.

A presto

fede

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