Ci sono pensieri che hanno bisogno di prendere aria, di afferrare la luce per acquistare così una forma nel mondo. Ci sono pensieri, come questi, che necessitano di spazi aperti, di colori, di vita vissuta intensamente, di vita vissuta e basta. La vita vissuta è quello che, certi pensieri di oggi, non hanno più.
Il pensiero è Melissa, la ragazza di Brindisi, tutti oramai la conosciamo così.
Melissa cammina, respira, studia, ha sedici anni e degli amici. Poi una mattina scende dal solito autobus, si dirige verso l’entrata della sua scuola e muore. A scuola si dovrebbe morire soltanto di noia e, se fosse un mondo davvero giusto, non si dovrebbe morire nemmeno di quella.
Ricordo i banchi della mia aula delle medie. Non so perché. Scritti, sbeccati agli angoli, vecchi. In tre anni, mai cambiato aula. Una scuola disfatta, alla periferia est di Milano: la Rinaldi, come la chiamavamo noi studenti, abbastanza rinomata in città per i teppistelli che la frequentavano. Per arrivarci si potevano percorrere tre strade diverse: quella che facevo io, tutte le mattine, era quella presa dall’imbocco di Via Padova. Scendevo dall’autobus, attraversavo un benzinaio e poi giravo in un viale, a destra, sotto la ferrovia. Camminavo per trecento metri tra murales, ragazzi più grandi di me, graffitari e cartacce, per poi sbucare d’improvviso davanti al cancello della scuola. La mia classe era al terzo piano e ricordo con assoluta nitidezza l’odore della mensa, già attiva dalle otto e dieci. Facevo le tre rampe di scale e i gradini erano talmente bassi che riuscivo a salirli due a due; arrivavo in classe quasi sempre per prima, su questo sono nata serissima. Il mio banco era in fondo, penultima fila, con il lato destro contro il muro, posizione strategica, che mi ha sempre agevolato, in quei momenti dove il morire di noia si faceva evidente.
Eravamo una classe sconclusionata, fatta di bravi ragazzi e veri mascalzoni, tutti estremamente simpatici ed intelligenti. In quegli anni, in quell’ambiente così destrutturato per rappresentare l’istruzione pubblica, ho imparato l’adorabile arte dell’autoironia, che ancora oggi mi salva letteralmente da tutte le situazioni che non so gestire. Ho conosciuto la prima, vera amicizia, quella che serve per giocare e quella che ti aiuta nelle difficoltà; quello che sembra amore, ma poi non lo è, perché poi arriva davvero l’amore e ti rendi conto della diversità d’intensità. La maestra, che d’un tratto è professoressa, e quel finto portare rispetto dato dall’alzarsi in piedi appena entrata in classe. Ricordo il sapore della LIBERTA’, quando il bidello entrava in aula per comunicarci che “non c’è il prof. di matematica oggi!”. Si sedeva alla cattedra, apriva il registro e divideva la classe in sei gruppi da tre: lo smistamento nelle altre sezioni. Consuetudine utilizzata solo alla Rinaldi, che io sappia. Questo significava, inevitabilmente, un’ora di tranquillità e di semi-adrenalina, data dall’incontro con altri ragazzi. Sensazioni che conservo con infinito affetto.
Ecco cosa mi rattrista immensamente di questa orrenda storia: Melissa non potrà mai sedersi ad un tavolo, come me in questo momento, e non potrà mai raccontare di quanto era diroccata la sua scuola, se lo era; di quanto si sentiva sollevata quando la campanella suonava e poteva finalmente scambiare due chiacchiere tranquille con l’amica. Di come il suo banco traballava mentre scriveva un tema o dell’odore impregnante della mensa scolastica. Oltre al diritto sacrosanto di vivere, a Melissa è stato negato anche il diritto al ricordo, quello che ti fa sorridere piano in un pomeriggio di Maggio: a mio parere, vero senso dell’esistenza.
Marta


