Di Francesca, una cara amica
Quand’è che l’Italia è diventata un fungo velenoso da cui stare lontani? Questa è l’immagine dominante nei discorsi che adulti all’apice della loro carriera professionale e con responsabilità amministrative amano tenere ai giovani (vasta categoria attualmente compresa tra i 18 ed i 40 anni), generalmente privi di tali responsabilità. Nel “vada via” o nel “resti lontana/o già che ha la fortuna di essere fuori” il paese presente e il suo futuro possibile diventano una specie rara di fungo, spuntata in modo totalmente incomprensibile ai più, ma nei confronti del quale l’unica cosa da fare è fuggire lontano.
Questo tipo di discorso suscita pruriti mentali e fa sorgere domande. La prima, la più semplice, è “scusi ma Lei dov’era negli ultimi 30 anni?”. E questa è una domanda seria, che deve essere posta cercando di tenersi lontani da due tipi di ragionamenti, fondati entrambi su semplificazioni logiche e politiche. Il primo ragionamento è la scelta forcaiola o l’individuazione di una casta. Il “fanno tutti schifo” non può definire i confini del “tutti”, ed entra in odor di populismo non appena s’incarni in partiti e movimenti. Il secondo è l’altrettanto pericolosa oggettivazione di una serie di processi in un fatale “ormai è andata così”. Capire invece le responsabilità collettive e individuali, più che un modo per colpire i colpevoli, è un modo per conoscere i meccanismi da disinnescare. Non c’è mai né un solo meccanismo, né un solo colpevole (sia esso individuale o collettivo) e per fortuna non c’è mai nemmeno un unico eroe che ci salverà. Per questo motivo un “vada via” è insopportabile: perché nell’ordine del discorso è il passaggio logico successivo ai due ragionamenti semplificatori appena descritti, e rifiuta così ogni ipotesi di differenziazione, di analisi del passato, e di cambiamento.
Però quanto sta bene sui giornali questo “vada via”, esce proprio bene, permette di costruire una tragedia emozionante piuttosto che di scomporre noiosi meccanismi, evita a chi parla di porsi la domanda del “io dov’ero”. Ma soprattutto permette di creare la mitologia di quelli che via ci sono andati: i giovani italiani andati in America a rivoluzionare la scienza (categoria nota come “cervelli in fuga”). A fronte di quest’ulteriore passaggio logico nei discorsi generalizzanti, si sviluppano altri pruriti mentali. Termine che glorifica il fatto che “saremo anche un paese sfigato, ma quanto siamo intelligenti che i cinesi e gli americani e gli svedesi hanno bisogno di noi per far avanzare le cose”, il cervello in fuga è una mistificazione della realtà, e un’ingiustizia politica. Perché nasconde i motivi delle partenze, e quindi anche quelli dei ritorni possibili. Per chi è cresciuto negli ultimi trent’anni andare via, e quindi l’Europa e gli altri paesi, sono stati una questione concreta fatta di voli low-cost, amici in erasmus o partiti per lavorare, per curiosità, per andare a vedere e magari restare e poi tornare, e comunque cercare qualcosa d’altro che qui non c’era (lavoro, possibilità, e semplicemente il diverso che attrae). E nell’unica rappresentazione del “cervello in fuga” che è stato costretto, o che ha fatto la scelta, di partire si chiude il cerchio del “vada via”. Un cerchio magico che permette di trattare il tutto come un fungo velenoso.
Postilla. Pur rientrando nell’onnipresente dibattito sulle politiche pubbliche (economia, formazione, ricerca, lavoro) che l’attuale governo si propone di sviluppare per migliorare le condizioni dei “giovani”, questa riflessione si occupa di discorsi e rappresentazioni, con l’idea che essi contribuiscano a delineare tanto le scelte e le percezioni individuali, quanto le categorie che strutturano le decisioni politiche.

