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Chi ha coraggio ha un buon sapore

InPolitica&Società - Politics&Society su febbraio 27, 2012 a 8:44 pm

Rossella Urru siamo noi.
Siamo noi che ci alziamo dal letto la mattina, che camminiamo tra la folla, accendiamo la macchina, aspettiamo un autobus.
Siamo noi che viviamo ogni giorno le nostre città e la nostra quotidiana esistenza.

Rossella Urru sono io.
Sono io che ho ventisette anni, che mi impegno più che posso e cerco di essere sempre meglio.
Sono io che mi emoziono con poco, che sbaglio molto e tento di rimediare.

Rossella Urru sei tu.
Sei tu che abbracci un amico, che ami e sorridi ad un passante.
Sei tu che stai leggendo incuriosito.

Rossella Urru è una ragazza sarda di ventinove anni che nella notte tra il 22 e il 23 Ottobre 2011 viene prelevata dal campo profughi di Hassi Rabuni, in Algeria assieme a due cooperanti spagnoli, Ainhoa Fernandez de Rincon ed Enric Gonyalons.
Si trova lì Rossella, perché lì lavora per l’Ong. CISP – Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli, garantendo ai profughi Saharawi viveri, acqua e cure necessarie. Il gruppo estremista che l’ha rapita potrebbe essere il Movimento Monoteista per la Jihad in Africa occidentale, una costola dissidente dell’AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico).
Ma questi, se ci penso bene, sono solo dettagli.

Non so dire perché questa triste storia mi devasta più delle altre, forse perché guardando la foto di Rossella – quel suo sguardo intenso sotto una frangia sbarazzina, sguardo di donna normale e coraggiosa – mi sono ricordata di quanto siamo vulnerabili e soli, di come la vita – in alcuni suoi punti – non conosce davvero giustizia.
Camminiamo, assaporando la primavera che ritorna con le sue straordinarie manifestazioni, ma rimane un piacere a metà se i buoni sono in trappola.
Se dimentichiamo ancora, distratti dal rumore assordante del niente, Rossella Urru sarà per sempre icona di quell’Italia del giusto che non potrà mai sbocciare, soffocata da un inverno senza fine.

Marta

Olimpiadi Roma2020: tanta fatica per nulla…

InTerritorio&Società - Territory&Society su febbraio 19, 2012 a 12:21 pm

Cari Amici

Sono contento che il nostro governo abbia deciso di sospendere la candidatura ai giochi olimpici di Roma 2020. Che sarebbe stata una scelta avventata e velenosa per le condizioni economiche della città di Roma e di tutta l’Italia probabilmente era nell’aria. Tale incertezza non è esclusivamente legata al solito vecchio timore che ‘noi italiani’ tendiamo a mal gestire anche grandiose opportunità di profitto. Ma si tratta di un ragionamento molto concreto, che si basa sua una semplice analisi dei sistemi di finanziamento ai giochi olimpici e a come questi si intrecciano con il circolo vizioso del sostentamento alle amministrazioni locali di oggi. ­

Quando un comune, come Roma o Amsterdam, che sta redigendo in questi mesi la proposta di candidatura ai giochi olimpici 2028, riceve l’onore di ospitare il più grande evento sportivo mondiale, entra in un processo di trasformazione urbana, social ed economica che farebbe invidia a qualsiasi altra amministrazione imprenditrice del mondo. I giochi olimpici di fatto stimolano un percorso di riflessione sulla struttura della città ospitante e sulla sua relazione con i centri vicini, sulle possibilità di estensione delle reti infrastrutturali, sulla dotazione di servizi, principalmente ricettivi, turistici, e soprattutto sulle opportunità di lavoro che si vengono a creare sin dai 4 anni precendenti ai giochi. Inoltre, si avvia una macchina burocratica per la gestione, implementazione, organizzazione dei giochi che impatta direttamente sul funzionamento dell’amministrazione locale. Un grande impegno per pochi mesi di sport. Perché allora i comuni scelgono di candidarsi?

Gli studi sui vantaggi e svantaggi economici, sociali e politici dei giochi olimpici non sono pochi. Io non sono un esperto in materia ma questi sono i motivi più evidenti. Primo, con i giochi olimpici il comune entra nella cerchia delle città ‘ di importanza strategica nazionale’. Lo Stato, la Regione nonché i privati iniziano a concentrare l’attenzione e molte risorse verso un solo nodo, a volte una sola area. Risorse organizzative, economiche e finanziarie vengono ulteriormente allocate al comune ospitante. Si creano contatti istituzionali diretti tra amministratori locali e nazionali, con trasferimenti pressoché automatici di autorità e denaro per la realizzazione tempistica dell’evento. Una condizione appetibile per le amministrazioni locali, che se ben organizzate, riescono a catalizzare risorse speciali per la gestione della città. I nostri comuni, poveri, isolati e senza soldi, ambiscono avidamente ad una tale posizione negli equilibri geopolitici nazionali, per poter racimolare pochi spiccioli aggiuntivi da investire in progetti urbanistici ed economici. Secondo, i giochi olimpici sono visti come una grande opportunità per potenziare le infrastrutture. Vero e falso allo stesso tempo. I fondi allocati dal governo centrale per i giochi devono essere suddivisi in tante piccole voci, e alla fine dei conti molti di questi vengono spesi per la realizzazione di funzioni utili ai giochi stessi (grandi impianti sportivi a volte inutili, come le cattedrali nel deserto). Il vantaggio sta nella nuova discrezionalità che lo status di ‘strategicità’  dona a quelle opere infrastrutturali. I soldi non aumentano esponenzialmente ed il comune deve comunque coprire i propri investimenti. Lo fa tuttavia in un quadro normativo e amministrativo molto più flessibile e rapido, che gli permette tramite formule conosciute (accordi di programma etc…) di modificare piani regolatori, traffico e quant’altro per accelerarne la realizzazione. Come ben sappiamo l’Italia ‘si muove’ per grandi eventi. Terzo, c’è una convinzione generale che i giochi olimpici portino prestigio politico ed economico al comune ospitante, e che di conseguenza attiri investitori internazionali. Questo si riflette sia sulla gestione dei giochi, che prevede una serie di partner internazionali per l’organizzazione dell’evento (ACER, Coca Cola, MacDonald Panasonic etc..) ma soprattutto gli investitori nelle società per azioni che vengono create per la gestione ed implementazione dei giochi. Queste società (tipo Expo2015 per capirci) sono particolari strutture finanziarie che includono importanti componenti di capitale pubblico. I giochi olimpici rendono possibile la ‘cartolarizzazione’ e la collocazione nel mercato di titoli di origine pubblica. Se parte del profitto viene reinvestito nella gestione dei giochi, il resto viene rigirato entro le casse comunali. Quarto, i giochi olimpici forniscono una bella storiella per la trasformazione radicali di grandi pezzi di città. La legacy del parco Olimpico Londinese (costo totale previsto dei giochi 24 miliardi!) dimostra come sia possibile avviare un difficilissimo percorso di riconversione di aree socialmente problematiche come l’East End di Londra. Certamente, il successo di questo tipo di operazione (appunto una vera legacy, diversamente dal rinomato expo di Siviglia, ormai un deserto post-nucleare di edifici avveniristici) dipende dalle capacità tecniche, politiche ed organizzative della città stessa.

Ospitare i giochi non attrae invece grant speciali da comitati olimpici nazionali, non prevede una copertura Europea o internazionale (a meno che si aggancino specifici progetti corollario dell’olimpiade a programmi EU) degli investimenti locali. Il comitato olimpionico internazione gestisce esclusivamente la diffusione, il marketing dell’evento, la gestione delle licenze (radiotelevisive ad es.), e i partenariati internazionali, e si finanzia attraverso la gestione dei biglietti e delle licenze appunto. Questi fondi vengono distribuiti ai vari Comitati Olimpionici Nazionali (gestione degli atleti e delle società sportive) e ai Comitati di Organizzazione dei Giochi Olimpici (per la gestione dei servizi). Questi soldi rimangono entro il limite dei giochi, e difficilmente generano ricadute positive su altri aspetti.

Tanti costi, tanto impegno, per far muovere una macchina complessa e pesante. Meglio lavorare sulla semplificazione ordinaria (e non straordinaria legata ad eventi) delle procedure e finanziamento, sull’autonomia finanziaria dei comuni, sull’immagine del paese Italia tutto, a prescindere da eventi di vetrina.

A presto

Federico

Saving Greece? Saving the Union

InPolitica&Società - Politics&Society su febbraio 17, 2012 a 11:25 am

I live in the Netherlands, one of the countries were the public opinion expresses the most resolute opinions against the financial bailout of Greece. In these days, the German, Dutch and Finnish governments even aired the opinion that Greece should exit the European Monetary Union. It is obvious how catastrophic this would be for Greece itself, but it seems to be less obvious how dramatic the consequences would be for the whole of the European Union. If Greece exits the EMU, it will be clear to all relevant actors that other member states could also be forced out: Portugal, Ireland, Italy… How likely is it the whole of the EMU would collapse?

Would the mutual trust between European countries survive this kind of risks? When would political retaliation start? The Single Market is already under pressure, especially in banking. The free circulation of capitals would immediately stop, the day Greece is out of the Euro. What about the free circulation of goods and people? Increasingly, people are leaving Greece, Italy, Spain, Portugal and moving northwards looking for jobs. When will Dutchmen or Finns start targeting European immigrants with restrictive policies? The PVV opened the way. They have already opened an internet website where citizens can post their complaints against “Central and Eastern Europeans”.

Countries like the Netherlands seem to have forgotten why the EU was founded in the first place. It took the Germans six days to conquer the Netherlands in 1940. Without the Eu, a country like this is condemned to utter international irrelevance. If the single markets collapses, to utter economic irrelevance as well. The economic development of the afterwar period is only due to the beginning of the single market. And the regression to national markets would be even worse for the Netherlands now because much of the generalist industrial base they had built for the national market has been lost to foreign companies, while the country specialized for competing Unionwide.

Finally, a last comment on something different. Massive movements of people within the European Union are difficult to assess. They are badly underestimated by statistics since people have an incentive not to move their official registration from their home country. I would say that Italian statistics capture not more than one half of the emigration directed to other EU country. Unionwide I think there are now millions of citizens who live in other member states. Their (our) life is already difficult enough in terms of bureaucracy and language, yet far easier than that of non-EU migrants. What would happen to all these people if the EU collapses?

Crosscountry companies, and internal migrants are the prove that the EU is much more than its nation states. The EU should probably think more in terms of citizens and less in terms of states.

F. Do.

Facebook: la forza dei legami deboli, il paradosso dell’amicizia, la borsa, il lavoro..

InCostume&Società - Customs&Society su febbraio 16, 2012 a 4:49 pm

ll “paradosso dell’amicizia”

L’aveva teorizzato Scott Feld nel 1991 e oggi trova riscontro anche sul Social Network più diffuso. E’ il paradosso dell’amicizia, ovvero il fenomeno per cui le persone cercano di stringere amicizia con chi ha già molti amici. Chi inoltra una richiesta d’amicizia su Facebook ha sempre meno amici di chi la riceve. Il mistero è racchiuso proprio nel paradosso dell’amicizia: i solitari tendono a rimanere soli e i popolari tendono a diventare ancora più popolari, suscitando curiosità e voglia di aggregazione. La popolarità poi è direttamente proporzionale al numero e all’interesse che suscitano i suoi aggiornamenti di stato. E in questo sono più brave le donne: l’utente donna aggiorna in media il suo stato 11 volte al mese, mentre l’uomo solo 6.

La forza dei legami deboli

Alcuni sostengono che i social networks servano per condividere le informazioni degli amici con cui abbiamo legami forti, soffocando la diffusione di informazioni diverse. Invece, anche se le persone sono più propense a consumare e condividere le informazioni che provengono dai contatti stretti, la stragrande maggioranza delle informazioni proviene dai contatti dai legami deboli. Questo dimostra che i social network possono agire come un potente mezzo per la condivisione di nuove idee. Come aveva teorizzato il sociologo ed economista Granovetter nel 1973, si ha più probabilità di trovare un posto di lavoro tramite le reti sociali fatte di legami deboli, piuttosto che con le reti sociali fatte da legami forti. Poiché i legami deboli facilitano un flusso di informazioni da gruppi diversi di persone. Gli individui che interagiscono meno spesso tendono ad essere diversi e possono consumare le informazioni più eterogenee, aprendosi a nuove prospettive. Una ragione è che i contatti forti hanno maggiori probabilità di essere simili e quindi trovare contenuti condivisi dai loro amici più stretti. Si consideri un esempio ipotetico. Una persona ha100 contatti che sono amici con legami deboli, e 10 che sono amici con legami forti. Supponiamo che la probabilità che si condivide qualcosa è molto alta per gli amici dal legame forte, diciamo il 50%, ma gli amici con legami deboli tendono a condividere le cose meno interessanti, quindi anche la probabilità di condivisione è solo il 15%. Pertanto la quantità di informazioni diffuse a causa di legami deboli e forti sarebbero 100 * 0,15 = 15,e 10 * 0,50 = 5, rispettivamente, quindi in totale, la diffusione delle notizie passerebbe per la condivisione degli amici con legami deboli. La maggior parte delle informazioni che “consumiamo” su Facebook proviene da persone con prospettive, idee, interessi diversi. Questo può essere di conforto a coloro che pensano che i social network sono una semplice cassa di risonanza della vita reale, o peggio un pericolo per i rapporti umani “web 2.0 free”

Fig.1: L’impatto della condivisione tramite le amicizie con legami forti e deboli.

 

Facebook crea lavoro

In Italia Facebook genera un volume di affari di 2,5 miliardi di euro e col passare degli anni ha creato 35mila posti di lavoro. Deloitte, nel suo recente rapporto, dichiara che  sarebbero 232 mila i posti di lavoro fra aziende e indotto che Facebook avrebbe creato in Europa, con una ricchezza di 15 miliardi di euro. Il mondo Facebook è un microcosmo popolato da consumatori finali, partner commerciali, broker pubblicitari e consulenti. La socia­lità 2.0 ha por­tato con sé molti van­taggi sia per le per­sone sia per le aziende:

  • mag­giore visibilità
  • mag­giore con­di­vi­sione di informazioni
  • mag­giore velo­cità di condivisione

Fig.2: Facebook in Europa

Facebook in borsa

E’ prevista per maggio la quotazione in borsa di Facebook. Verrano messe in vendita azioni per un valore di 10 miliardi di dollari (Google che nel 2004 lanciò un’offerta pubblica iniziale di “soli” 1,9 miliardi di dollar). Nel giro di 8 anni, Facebook ha raggiunto una dimensione mondiale sorretta da numeri incredibili: quasi 845 milioni di utenti che ne fanno la terza “nazione” al mondo per numero di abitanti, 483 milioni di utenti attivi al giorno; una probabile capitalizzazione di mercato che si aggira tra i 90 e i 100 miliardi di dollari; 3,711 miliardi di entrate nel 2011 (1,974 miliardi di dollari nel 2010) con utile netto di 1 miliardo di dollari (606 milioni di dollari nel 2010).

Ma oltre ai dati finanziari ci sono anche altri numeri che fanno riflettere:  2,7 miliardi di “Mi piace” e di commenti giornalieri; 250 milioni di foto caricate ogni giorno; 100 miliardi di “amicizie” che intercorrono tra i suoi 845 milioni di utenti.

Questi numeri sono il vero capitale del social network . Il valore economico-finanziario di Facebook sono una conseguenza del suo successo sociale.

Quale sarà il mutamento che Facebook subirà per venire incontro alle esigenze degli investitori?

L.S.

“Vada via dall’Italia, Lei che può”. Brevi riflessioni sulle categorie e le scorciatoie del pensiero che strutturano il dibattito sui giovani, l’Italia e l’estero.

InTerritorio&Società - Territory&Society su febbraio 11, 2012 a 1:01 pm

Di  Francesca, una cara amica

Quand’è che l’Italia è diventata un fungo velenoso da cui stare lontani? Questa è l’immagine dominante nei discorsi che adulti all’apice della loro carriera professionale e con responsabilità amministrative amano tenere ai giovani (vasta categoria attualmente compresa tra i 18 ed i 40 anni), generalmente privi di tali responsabilità. Nel “vada via” o nel “resti lontana/o già che ha la fortuna di essere fuori” il paese presente e il suo futuro possibile diventano una specie rara di fungo, spuntata in modo totalmente incomprensibile ai più, ma nei confronti del quale l’unica cosa da fare è fuggire lontano.

Questo tipo di discorso suscita pruriti mentali e fa sorgere domande. La prima, la più semplice, è “scusi ma Lei dov’era negli ultimi 30 anni?”. E questa è una domanda seria, che deve essere posta cercando di tenersi lontani da due tipi di ragionamenti, fondati entrambi su  semplificazioni logiche e politiche. Il primo ragionamento è la scelta forcaiola o l’individuazione di una casta. Il “fanno tutti schifo” non può definire i confini del “tutti”, ed entra in odor di populismo non appena s’incarni in partiti e movimenti. Il secondo è l’altrettanto pericolosa oggettivazione di una serie di processi in un fatale “ormai è andata così”. Capire invece le responsabilità collettive e individuali, più che un modo per colpire i colpevoli, è un modo per conoscere i meccanismi da disinnescare. Non c’è mai né un solo meccanismo, né un solo colpevole (sia esso individuale o collettivo) e per fortuna non c’è mai nemmeno un unico eroe che ci salverà. Per questo motivo un “vada via” è insopportabile: perché nell’ordine del discorso è il passaggio logico successivo ai due ragionamenti semplificatori appena descritti, e rifiuta così ogni ipotesi di differenziazione, di analisi del passato, e di cambiamento.

Però quanto sta bene sui giornali questo “vada via”, esce proprio bene, permette di costruire una tragedia emozionante piuttosto che di scomporre noiosi meccanismi, evita a chi parla di porsi la domanda del “io dov’ero”. Ma soprattutto permette di creare la mitologia di quelli che via ci sono andati: i giovani italiani andati in America a rivoluzionare la scienza (categoria nota come “cervelli in fuga”). A fronte di quest’ulteriore passaggio logico nei discorsi generalizzanti, si sviluppano altri pruriti mentali. Termine che glorifica il fatto che “saremo anche un paese sfigato, ma quanto siamo intelligenti che i cinesi e gli americani e gli svedesi hanno bisogno di noi per far avanzare le cose”, il cervello in fuga è una mistificazione della realtà, e un’ingiustizia politica. Perché nasconde i motivi delle partenze, e quindi anche quelli dei ritorni possibili. Per chi è cresciuto negli ultimi trent’anni andare via, e quindi l’Europa e gli altri paesi, sono stati una questione concreta fatta di voli low-cost, amici in erasmus o partiti per lavorare, per curiosità, per andare a vedere e magari restare e poi tornare, e comunque cercare qualcosa d’altro che qui non c’era (lavoro, possibilità, e semplicemente il diverso che attrae). E nell’unica rappresentazione del “cervello in fuga” che è stato costretto, o che ha fatto la scelta, di partire si chiude il cerchio del “vada via”. Un cerchio magico che permette di trattare il tutto come un fungo velenoso.

Postilla. Pur rientrando nell’onnipresente dibattito sulle politiche pubbliche (economia, formazione, ricerca, lavoro) che l’attuale governo si propone di sviluppare per migliorare le condizioni dei “giovani”, questa riflessione si occupa di discorsi e rappresentazioni, con l’idea che essi contribuiscano a delineare tanto le scelte e le percezioni individuali, quanto le categorie che strutturano le decisioni politiche.

Benvenuti a Roma, patrimonio dell’umanità

InPolitica&Società - Politics&Society su febbraio 5, 2012 a 11:27 pm

Ebbene si, c’è neve e neve. E lo imparo adesso.
C’è la neve di Torino, quella che scende tutti gli anni – da anni. Ma Torino lo sa.
C’è la neve della mia Milano, quella che ghiaccia i fili dei tram e si confonde con il costante grigio del cielo. Ma Milano lo sa.
C’è quella della Bassa Padana, Bologna, dove qualunque perturbazione dura giorni e giorni senza interruzione. Ma la Bassa lo sa.
Poi c’è la neve della capitale, quella che cade a fiocchi giganti e la città si ferma incredula. Ma Roma non lo sa.
Tutte le volte che un qualche agente atmosferico – che non sia sole – si abbatte su Roma, sia questo  imprevedibile o annunciato da settimane, la città diventa una trappola per chiunque. Tre ore di pioggia e scoppiano tombini, si allagano strade, metropolitane e case; che poi lo devi per forza chiamare alluvione, visti i danni subiti. Identica la storia con tre ore di neve: la città diventa impraticabile, con strade sporche e ghiacciate, senza un minimo di organizzazione basica. Caos è la parola d’ordine.
Mi stupisco ancora di come si possa amministrare così la Capitale di una nazione che, seppur disastrata, una qualche rilevanza continua ad averla. Mi stupisco, certo, ma subito ritorno in me: i problemi sono molteplici in una città come questa, dove è difficile tutto, perfino creare una rete di trasporti urbani degna di una capitale d’Europa. Ma a rendere le cose ancora più complicate è l’incapacità e la corruttibilità di chi la governa e questa mala gestione ha un nome ed un cognome: Gianni Alemanno.

Alemanno è l’icona del nostro tempo, un uomo entrato nel sistema dalle file della destra più radicale, che utilizza la politica come tornaconto personale. L’abuso di potere è il suo marchio di fabbrica, che unito all’inadeguatezza della carica che ricopre, fa di lui, e della sua giunta, una bomba pericolosissima.
Nella sua scellerata amministrazione comunale non sono mai esistite le parole prevenzione, manutenzione, pianificazione, miglioramento. Sono assolutamente certa che il caro Gianni non ha la minima idea di cosa sia realmente la vita nei quartieri come Tor Bella Monaca, periferia estrema di Roma, perché semplicemente non si è mai interessato e non ci ha mai messo piede.
Il caro Gianni non prende la metropolitana alle 07.30 del mattino, come un normale cittadino, non lo sa cosa significa far passare dieci corse di metro perché impossibilitati a salire, e una volta sopra non potersi nemmeno muovere per  l’infinità di corpi uno sopra l’altro. Gianni non lo sa, non lo sa davvero che cos’è il GRA – Grande Raccordo Anulare, impraticabile sempre, con o senza neve.
Il nostro Gianni però sa benissimo che, ad esempio, la Metropolitana C, cantiere assurdo che esiste da un decennio, è oramai un buco nero di ritardi burocratici e favori personali, che risucchia denaro pubblico per somme pari a sei miliardi di Euro. Ad ora, il progetto più costoso d’Italia e che forse non avrà mai una fine. Per la serie ‘poi non venirci a dire che non ci sono i soldi’. 

La verità è che Alemanno deve ritenersi un uomo fortunatissimo, perché sindaco di una città BELLISSIMA, che con la sua maestosità fa sopportare qualunque assurdo disagio. Fortunatissimo, perché sindaco di cittadini con un alto senso dell’umorismo, che amano incondizionatamente Roma, capaci addirittura di sorridere nella disgrazia. Vera comicità che salva, vera autenticità da preservare.

Marta

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