Ieri ho regalato quindici euro ad un signore che vive su una panchina del Lungotevere. Sono a Roma da quasi un anno e ogni giorno, verso le 18.00, lo intravedo che arriva, dalla parte opposta della strada, si ferma, poggia da un lato il suo sacco nero, tira fuori una specie di cuscino malandato e si sdraia a dormire. Lui va li per dormire. Non chiede soldi, non disturba, non beve alcool. Nulla di ciò. Sceglie sempre la stesso punto e ha uno sguardo buono. Ora che fa freddo indossa un buffo cappello di lana azzurro con un ponpon enorme sulla punta, tanto grande da essere l’unica cosa a spuntare fuori dalla coperta, certe sere che non passo al solito orario e lui è già addormentato.
Ieri non ho resistito. Erano mesi che volevo farlo e ieri l’ho fatto. Lui si stava sistemando per la notte e io gli ho appoggiato tutto quello che avevo nel portafogli, sul sacco nero che gli stava accanto.
“Ce l’ho fatta!” tra me e me.
A quel punto però, lui si volta incredulo, sventolando i soldi e dice:
“Ma perché!? Grazie!” e io riesco solo a rispondergli, camminando all’indietro: “ Se ti servono…”. Accelero il passo e vado via.
Oggi ripasso come sempre e lui era li, seduto ad aspettarmi. Appena mi vede si alza in piedi, mi sorride e mi saluta e io ricambio con infinito affetto.
“Sono stata brava”, penso “ma soprattutto sono stata me stessa”.
Questa storia purtroppo non è vera. O meglio: in parte non lo è.
Quest’uomo esiste, è un clochard di Trastevere e nel quartiere lo conoscono tutti. Io non gli ho mai lasciato quindici euro sul suo sacco nero, vorrei moltissimo, ma non trovo davvero il coraggio per farlo. Ogni volta che passo davanti a lui, dorme o chiacchiera con una specie di amico immaginario al quale racconta di tutto, offre da bere e da mangiare e gli prepara il giaciglio accanto al suo. Trovo questo momento così intimo e personale da non riuscire ad interromperlo e, in secondo luogo, non conosco le reazioni che potrebbe avere. Perciò, una volta li, il passo si fa più incalzante, mi volto sempre a guardare ma non riesco mai a fermarmi.
Roma – ma non solo Roma - è piena di persone senza un tetto sulla testa, accucciate negli angoli, riparate sotto qualche pensilina di chissà quale autobus o lussuoso palazzo del centro. Sono montagne di coperte di lana, file di bottiglie di birra vuote; sono i cani che hanno al loro fianco o gli zaini malandati che fanno loro da cuscino. Sono la diffidenza della gente – forse anche la mia – la lontananza dal sociale, i fuori lista, statisticamente non classificati.
Ci sono tante discorsi che vengono fatti, ma mai nessuno si basa partendo da loro.
Loro vivono di nulla e contemporaneamente, nella stessa città, a pochi metri di distanza, mille strapagati parlamentari litigano furiosamente indignati dalla sola idea di guadagnare meno.
Non voglio davvero arrivare a parlare di questo. Mi disgusta qualunque tipo di ragionamento su un simile argomento. Ma non posso fare finta che tutto questo paradosso non esista; è uno delle tante facce della pesante medaglia che ci hanno messo al collo e io comincio a sentirne fortemente il peso.
Marta

