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Le liberalizzazioni di Monti: la pagliuzza nell’occhio. La trave?

InPolitica&Società - Politics&Society su gennaio 22, 2012 a 4:17 pm

Liberalizzazioni: la grande filosofia della crescita italiana da oggi in poi. Sembra si sia trovata la pozione magica. Facilitare l’azione economica degli individui, abbassando tariffe e prezzi tramite mercato, ed ecco che tutti i cittadini italiani sono contenti. E contenti potranno spendere meglio e di più, risollevando l’economia italiana dopo un periodo di letargo. Come se questo letargo fosse dovuto ad un mercato assente ed ad un forte controllo dei ‘poteri forti’. Poteri forti che senza che noi comuni cittadini lo percepissimo, hanno per tutto questo tempo controllato il nostro paese, soffocandone l’economia in una coltre di potere invisibile, fatta di privilegi ed esclusione. Una dittatura dei tassisti! Come abbiam mai potuto non accorgerci. Ringrazio Monti, e come lui tutti i vari politici, giornalisti ed opinionisti che grazie a dio spendono tempo ed energie nel risolvere questo problema. Senza di loro l’Italia non sarebbe mai ripartita. Grazie mille. Ora mi sento proprio meglio.
Altro che. Tassisti, farmacisti, ma anche avvocati, sono solo pagliuzze nell’occhio, che purtroppo non ci permettono di vedere la trave che ci ha già accecato tante volte. A me sembra assurdo vedere tutto questo dibattito intorno a provvedimenti che sfiorano il paternalismo ed il populismo. Sia ben chiaro, credo che tassiti, farmacisti e tariffe di avvocati e benzina, dovrebbero essere sostanzialmente regolamentati da leggi di mercato. Questo sicuramente permetterebbe di alleggerire quella crosta di privilegi e familismi che purtroppo soffoca non solo l’economia ma anche la cultura di un paese. Si tratta prima di tutto di un’iniziativa di riforma sociale, andando a toccare piccoli ‘sintomi’ di quell’italianità stramba basata sul valore estetico puro del prestigio (l’essere membro di un ordine garantisce qualità) invece che sul valore economico della qualità (l’essere parte del mercato proprio perché competitività). Però, non posso non esprimere il mio scetticismo nel vedere un governo tecnico arenarsi nei dettagli (anche colpa del parlamento ovviamente) invece che procedere ad un’azione rischiosa, impopolare, ma possibile proprio perché non si è vincolati da mandato elettorale.

Molte possono essere le critiche anche su questi provvedimenti iniziali, e vi prego comunque di perdonare la mia non-tecnicità, essendo personalmente non esperto in materia di farmacie, tassiti e/o giurisprudenza (mai una volta che il governo parlasse seriamente di urbanistica, pianificazione territoriale e di città!!!). La formazione professionale, utile per tutti. Ma cosa cambia se la si rende indipendente dal controllo degli ordini? Non lo saprei. Forse, si moltiplicheranno gli operatori e le agenzie che forniranno grandi sconti su corsi di aggiornamento. Chi ne controlla la qualità? Non gli ordini certamente, ma sarebbe opportuno un sistema di certificazione (tipo ISO per università). Abolizione tariffe minime: bene, mi fa molto piacere. Si delinea uno scenario di studi legali specializzati per categoria (legale e tariffaria). Alcuni studi diverranno esperti nel settore civile, nelle cause semplici, quelle perse o quelle minori, mentre altri troveranno il loro vantaggio competitivo in settori diversi, come il penale o la frode fiscale. Meglio così, almeno i grandi studi non accetteranno cause di minor valore per fare cassa per poi non dar loro importanza di fronte a processi più importanti. I tassiti: sono convinto che se ci fossero più taxi molte più persone li prenderebbero. E sono sicuro che il 90% dei lettori di questo blog farebbero lo stesso. E vi dirò di più. Credo che il mercato dei taxi si deve anch’esso specializzare, con agenzie e tassiti specializzati in trasporto ‘di lusso’ e di conseguenza più costoso, ed altri attivi in un settore di mercato più ‘popolare’. Se torno ubriaco dalla discoteca non ho certamente bisogno della Mercedes, 2000 cavalli, rigorosamente bianca, con l’arbremagique alla vaniglia, e magari con sedili in pelle d’agnello. Molti tassisti guadagneranno meno. Poco male, un problema di molti quest’oggi, inclusi i ricercatori universitari per esempio. In genere, mi vien da pensare che per queste tipologie di servizi/prodotti sarebbe opportuno adottare un regime di mercato tipo quello del trasporto aereo, che stabilisce standard minimi di qualità (volare in sicurezza), lasciando alla competizione tra compagnie aeree margine di manovra su tutti i servizi aggiuntivi (sedili e cibo ad es.) giocando sui prezzi. Farmacie? Schiettamente, credo che in un regime di licenze libere, qualora l’apertura di una farmacia non fosse più remunerativa per il commerciante, non la si aprirebbe. La farmacia più competitiva sarebbe quella con meno file, con servizi aggiuntivi (misurazione pressione, peso, o altri controlli di questo tipo) e sicuramente non quella con costi minori (tanto sono fissati dalle case farmaceutiche). La signora che ha bisogno di controllare pressione o ‘confidarsi’ con qualcuno con il camice bianco, rimarrebbe comunque una cliente delle farmacie. Mentre io che ho bisogno di un digestivo (permettetemi lo scherzo) me ne andrei al supermercato. Infine, giusto un accenno alla liberalizzazione degli orari. Innanzitutto i negozi sono già aperti (in centro) anche la domenica, a Milano, Roma e tanti altre città. Secondo, non creso sia corretto considerare l’orario di apertura come un fattore incentivante i consumi. Basta guardare casi di iper-regolamentazione come l’Olanda, dove i negozi chiudono tutti rigorosamente alle 18.00, e i consumi non sono in calo (a parte alcune flessioni legate alla crisi ovviamente).

Certo ci sono dei grandi assenti. Forse troppi. A partire da Trenitalia/FS e Gas. Non posso formulare opinioni tecniche elaborate in merito. Certo è, che quando prendo il treno in olanda o in francia rimango pienamente soddisfatto dal servizio. SNCF e NS (compagnia Francese e Olandese per trasporto passeggeri) non sono sicuramente esenti da ritardi e disservizi di ogni sorta. Non sono sicuramente treni Tedeschi (ancora meglio). Però, rimane il fatto che la rete è molto efficiente. Entrambi i paesi hanno scorporato la proprietà della rete dalla gestione del servizio intorno agli anni 2000-2003, separando i due operatori trasporto da RFF (proprietaria della rete francese) e ProRail (proprietaria rete olandese). Il servizio è più caro certamente, ma basta guardare il costo dell’AV italiana per rendersi conto che la media complessiva delle tariffe per tutte le tipologie di treno risulta molto simile rispetto ad altri paesi (in olanda tutti i treni tranna l’AV hanno tariffe uguali, seppur più alte). Quello che io chiedo con forza a Monti è una vera politica della crescita, che non sia esclusivamente focalizzata sui consumi. Ma in primo luogo su investimenti, anche rischiosi nel medio e lungo periodo. Che si concentri sulla giustizia (vero unico problema senza la cui risoluzione gli avvocati non potranno nemmeno fare preventivi esatti), la Sanità (sciogliamo questo tabù), la ricerca e tanto altro.

Federico

Tutto quello che ci manca e mancherà

InCostume&Società - Customs&Society su gennaio 6, 2012 a 3:25 pm

Ieri ho regalato quindici euro ad un signore che vive su una panchina del Lungotevere. Sono a Roma da quasi un anno e ogni giorno, verso le 18.00, lo intravedo che arriva, dalla parte opposta della strada, si ferma, poggia da un lato il suo sacco nero, tira fuori una specie di cuscino malandato e si sdraia a dormire. Lui va li per dormire. Non chiede soldi, non disturba, non beve alcool. Nulla di ciò. Sceglie sempre la stesso punto e ha uno sguardo buono. Ora che fa freddo indossa un buffo cappello di lana azzurro con un ponpon enorme sulla punta, tanto grande da essere l’unica cosa a spuntare fuori dalla coperta, certe sere che non passo al solito orario e lui è già addormentato.
Ieri non ho resistito. Erano mesi che volevo farlo e ieri l’ho fatto. Lui si stava sistemando per la notte e io gli ho appoggiato tutto quello che avevo nel portafogli, sul sacco nero che gli stava accanto.
“Ce l’ho fatta!” tra me e me.
A quel punto però, lui si volta incredulo, sventolando i soldi e dice:
“Ma perché!? Grazie!” e io riesco solo a rispondergli, camminando all’indietro: “ Se ti servono…”. Accelero il passo e vado via.
Oggi ripasso come sempre e lui era li, seduto ad aspettarmi. Appena mi vede si alza in piedi, mi sorride e mi saluta e io ricambio con infinito affetto.
Sono stata brava”, penso “ma soprattutto sono stata me stessa”.

Questa storia purtroppo non è vera. O meglio: in parte non lo è.
Quest’uomo esiste, è un clochard di Trastevere e nel quartiere lo conoscono tutti. Io non gli ho mai lasciato quindici euro sul suo sacco nero, vorrei moltissimo, ma non trovo davvero il coraggio per farlo. Ogni volta che passo davanti a lui, dorme o chiacchiera con una specie di amico immaginario al quale racconta di tutto, offre da bere e da mangiare e gli prepara il giaciglio accanto al suo. Trovo questo momento così intimo e personale da non riuscire ad interromperlo e, in secondo luogo, non conosco le reazioni che potrebbe avere. Perciò, una volta li, il passo si fa più incalzante, mi volto sempre a guardare ma non riesco mai a fermarmi.

Roma – ma non solo Roma -  è piena di persone senza un tetto sulla testa, accucciate negli angoli, riparate sotto qualche pensilina di chissà quale autobus o lussuoso palazzo del centro. Sono montagne di coperte di lana, file di bottiglie di birra vuote; sono i cani che hanno al loro fianco o gli zaini malandati che fanno loro da cuscino. Sono la diffidenza della gente – forse anche la mia – la lontananza dal sociale, i fuori lista, statisticamente non classificati.
Ci sono tante discorsi che vengono fatti, ma mai nessuno si basa partendo da loro.
Loro vivono di nulla e contemporaneamente, nella stessa città, a pochi metri di distanza, mille strapagati parlamentari litigano furiosamente indignati dalla sola idea di guadagnare meno.
Non voglio davvero arrivare a parlare di questo. Mi disgusta qualunque tipo di ragionamento su un simile argomento. Ma non posso fare finta che tutto questo paradosso non esista; è uno delle tante facce della pesante medaglia che ci hanno messo al collo e io comincio a sentirne fortemente il peso.

Marta

La decrescita: un concetto per il 2012?

InTerritorio&Società - Territory&Society su gennaio 2, 2012 a 9:15 pm

Cari Amici

buon anno a tutti voi. Dopo una piuttosto lunga pausa natalizia, il Social Mirror riapre con un programma ricchissimo (che non esiste di fatto). Non è possibile anticipare il contenuto degli articoli datati 2012, ma sono sicuro che conterranno critiche ed opinioni interessanti sulla manovra Monti, e che trasmetteranno quelle strane sensazioni che oggi pervadono le opinioni pubbliche d’europa: crisi, incertezza, ma anche quella voglia matta di ricominciare. Un economista (illustre? di cui non ricordo il nome) disse: ‘il 2011 non sarà ricordato per la grande crisi, anzi, ce lo ricorderemo perchè fu meglio del 2012′. Lungi dal condividere un simile pessimismo, non posso negare che molti degli articoli qui proposti dipingeranno i risvolti sociali della manovra Monti, tutt’altro che positivi.

Detto questo, vorrei iniziare il 2012 con un concetto, che potrebbe suonare come un auspicio per qualcuno, o come una minaccia per altri: decrescita. Serge Latouche, in un testo che mi ha accompagnato in un recente viaggio tra Salerno, Napoli e Roma, mi ha delucidato su un concetto che sembrerebbe ovvio ma non lo è poi così tanto. L’autore, prendendo le fila dalla crisi attuale e citando lavori d’inizio secolo, discute nel testo intitolato ‘come si esce dalla società dei consumi’ (ma anche ‘la scommessa della descrescita’) molto più di un semplice concetto. Un programma politico e sociale, che si fonda sulla consapevolezza che la ‘crescita’ non può più essere intesa come la logica del progresso. Senza entrare nel merito etimologico del termine, voglio semplicemente sottolineare come tale termine contenga una nuova natura della società, che purtroppo o per fortuna, sta diventando sempre più reale in questi ultimi anni. Ridurre il fabbisogno dei consumi, razionalizzare le spese e ricalibrare gli investimenti verso i così detti beni relazionali, agire secondo logiche di sostenibilità ambientale, rilocalizzare le attività produttive secondo quel principio, e ridurre gli sprechi in genere (di energia naturale, umana, economica). Questi sono i punti fondamentali del manifesto della decrescita.

Volendo essere ipercritici, si potrebbe accusare Latouche di utopismo. Di fatto, per decrescita non si può intendere un ritorno alle origine della sussistenza umana, ne un ritorno alla vita comunitaria nel senso discusso da Durkheim per intenderci. Tutt’al più  nelle forme reali di autogoverno locale e di democrazia associazionistica. Il 2012 non potrebbe mai essere l’anno del ritorno ad una economia locale, all’autogestione del sistema economico e politico. Tuttavia, la decrescita contiene un messaggio importante: quello della riduzione del fabbisogno. Cioè, del rescaling dei nostri desideri e bisogni e della nostra economia di conseguenza. Il natale non potrebbe essere un periodo migliore per imparare questi principi. Passeggiando nei centri commerciali di tutte le città è impossibile non notare come il futile, l’accessorio, sia ormai diventato un bisogno dominante. Mi chiedo: abbiamo bisogno di 2000 modelli di orologi personalizzabili? di 3500 formine diverse per biscotti da forno? di miliardi di tipologie di portachiavi, svuota-tasche, astucci, custodie per ogni tipo di accessorio hi-tech, di 4000 modelli di cellulari?

Decrescita vuol dire molto di pià certamente. Vuol dire riformare tutto il sistema economico, incluso quello finanziario, al fine di renderlo meno dipendente dal concetto di ‘indebitamento’, si cui ‘crescita’ ne è divenuto sinonimo. Però, non posso non affermare che il cambiamento deve è può partire dal comportamento individuale. Dal riscoprire quali sono le vere cose di cui abbiamo bisogno. Quelle che ci permettono di riscoprire il lato umano del ‘consumo’ (che comunque esisterà sempre) ma lasciando quello disumano del ‘consumismo’. Per capirci, consumo di emozioni, di socialità e di cultura piuttosto che consumismo di merci.

Potrei dilungarmi molto di più con la retorica. Era per me importante iniziare questo nuovo anno con un tale concetto. Con la speranza che la particolare e critica contingenza economica diventa un’opportunità per un cambiamento umano vero.

A presto

Federico

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