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Cosa c’entra Beppe Grillo con la cocaina? Un’altra storia italiana.

InPolitica&Società - Politics&Society su novembre 14, 2012 a 9:44 pm

dal carissimo mattia per il social mirror

Secondo molti, rovistare nella vita privata di Berlusconi era (e sarebbe) lecito, perchè fu lui stesso, sin dal lontano 1993, a darla in pasto al pubblico, attraverso le sue Tv, ma non solo attraverso quelle. Ricordate  l’almanacco “una storia italiana”?

Oggi, invece, sono tanti quelli che si indignano perchè, a loro dire, sarebbe in atto una vile strumentalizzazione della triste vicenda in cui è incorsa la figlia di Grillo, Luna. La ragazza è stata beccata dalla polizia con “due dosi” di cocaina in automobile*.A me non interessa questa povera ragazza, che si trova in questa brutta condizione (vedete voi quale: se pippare cocaina o avere un padre così pazzerello). Vorrei solo cogliere l’occasione per levarmi qualche sassolino. Procederò per punti.

  1. Grillo non ha una tv, ma ha un blog e alcuni account su social network, seguiti da milioni di persone. Su quel Blog si trovano filmati, comunicati politici e mille altre menate. Lui decide dell’organizzazione dei contenuti del suo blog, più di quanto Berlusconi decidesse (o decida oggi) il palinsesto delle sue televisioni.
  2. Chi rilancia, via social media, una notizia, sempre che non si tratti di un  operatore della comunicazione, non ha alcuna responsabilità in merito alla sua veridicità. Se, invece, una volta dimostrata la falsità della notizia, dovesse continuare a rilanciarla, sarebbe un idiota in cattiva fede.
  3. Grillo è un personaggio pubblico. La sua vita fa notizia. Lui stesso ha più volte invitato il pubblico ad occuparsi del suo privato: “ho sei (o cinque, bho) figli”, “guardate, questo è il posto in cui lavoro”, “mia moglie è iraniana, mio cognato traduce Bin Laden meglio di Al Jazeera… “, “mio figlio Ciro…”. Potrei andare avanti per ore. Ritengo, quindi, legittimo che la stampa dia notizie legate alla famiglia di Grillo, soprattutto se date bene, come ha fatto Rimini Today, in modo asciutto e a-valutativo.
  4. Grillo è un leader politico. E’ un “capo politico” , come lui stesso si è definito, di un movimento che partecipa alla contesa elettorale. Sfottere Grillo per le sue disavventure private è, perciò, un’attività che merita lo status di satira. Se non fa ridere è cattiva satira, ma è satira.
  5. Grillo Giuseppe  non fa il comico da più di 3 anni. Oggi fa il ”capo politico”. Certo, usa un registro paradossale, uno stile ironico, etc… Insomma, fa ridere, ma fa politica. Ciò che lui dice da oltre tre anni è finalizzato ad accrescere l’influenza del movimento che egli comanda (!), anche attraverso l’orientamento delle scelte elettorali. Attività legittima, oltre che auspicabile, ma che ha un nome preciso: attività politica.

La domanda è perciò la seguente: è lecito utilizzare un familiare di Grillo per attaccare (io direi sfottere) lui?

Proviamo a rispondere. Beppe Grillo sfotte chiunque. Lo fa senza che si intuisca alcuna remora, limite o tabù. Tutto fa brodo:  genere, orientamenti sessuali, difetti fisici, storia personale, identità territoriali, etniche, linguistiche. Poi, ancora, vicissitudini del passato, scelte di vita, compagnie, amicizie etc… Lui è il maggiore e più fiero interprete di una comunicazione cacofonica, disorganica, contraddittoria e arruffata. Una comunicazione che mette in un mega frullatore fatti e storie di ogni tipo. Alcuni esempi? Eccoli: scie chimiche, raccolta differenziata, morte di Enrico Mattei, Casaleggio e il nuovo ordine mondiale, i debiti di Telecom Italia, i dodo Lerner e Formigli,  Bildelberg (o come caspita si scrive), la casta, la palletta agli ioni per il bucato, la mafia non uccide le sue vittime lo Stato sì, i preti pedofili, lo psiconano, la macchina usata di de Magistris, Fassino che è magro e (scopriamo) sarebbe ladro, Rigor Montis e le banche, i poliziotti-gli studenti e il Pasolini di Valle Giulia, Tavolazzi  Biolè e le epurazioni con via post o con lettera degli avvocati.  Si potrebbe andare avanti per ore.

Bene, lui ci tortura con tutte queste scemenze affastellate alla bell’e meglio, e noi dovremmo farci scrupoli nel raccontare una storia italiana? Cioè la storia della figlia di un leader politico che è stata beccata con la cocaina dalla polizia, com’è già capitato in passato a decine di migliaia di italiani?

La risposta per me è chiara e netta, ed è sì. Dovremmo farci scrupoli e penso che d’ora in poi me li farò.  Ma penso che dopo di  me, che inizierò a armene, dovrebbe farseli proprio chi, grazie a un blog seguito da milioni persone, ha così tanta audience e, di conseguenza, tanta responsabilità. Ah, dimenticavo. Cosa c’entra Beppe Grillo con  la cocaina? Niente, direi. Ma ormai la notizia è nel frullatore, e qualcuno sto frappè dovrà pur berlo.

Mattia

 

* La notizia di Rimini Today a questo link: http://www.riminitoday.it/cronaca/luna-grillo-trovata-cocaina-segnalazione-uso-personale.html

Alla Garbatella con Antonio Ingroia e…

InCostume&Società - Customs&Society su novembre 1, 2012 a 5:11 pm

Il teatro Ambra alla Garbatella, sorge in uno dei quartieri più belli di Roma. La zona della Garbatella vecchia è un insieme di vecchie case e ville
tradizionalmente suddivise in lotti, che nascondono al loro interno magnifici cortili e giardini. Mi piace pensare che, un tempo, tra lavatoi e stenditoi, botteghe e cantine, sedie e muretti ci si incontrava davvero; un senso di aggregazione che forse, volenti o nolenti, si va perdendo un po’.
Percorrendo le varie strade del quartiere si giunge in Piazza Giovanni da Trioria, punto che parrebbe essere l’effettivo ricongiungimento di tutti i
percorsi. Ed ecco il teatro, quasi nascosto volontariamente da occhi indiscreti; ed è proprio li che vado ad incontrare Antonio Ingroia, per sentire quello che ha da dirci.
Ingroia è uno dei magistrati più giovani della procura di Palermo, uno di quelli a cui vogliamo bene a priori, uno che ha lavorato a Marsala con Paolo Borsellino, quello che poi Borsellino volle ardentemente con sé nel suo pool antimafia a Palermo, insieme a Falcone.
Su mandato dell’ONU, ora però è in procinto di partire per il Guatemala, con l’incarico di dirigere un’unità di investigazione per la lotta al
narcotraffico. Smetterà per un anno le vesti di Pubblico Ministero in Sicilia e già ci si sente un po’ più soli.

Il suo saluto all’Italia parte da Roma, con un incontro dal titolo “La mafia ringrazia; omertà, collusioni e reticenze”  grazie alla fattiva collaborazione della rivista Micromega. Esserci è un atto d’amore verso la giustizia e verso questo nostro disastrato paese.
Sul palco spiccano quattro sedie vuote e un tavolino stracolmo di libri. E’ la cultura che parla stasera: quella della legalità; quella che, a piccoli pezzi, stiamo perdendo ogni giorno.

Gli amici di sempre si incontrano per chiacchierare. La sensazione è proprio quella, mentre si accomodano lenti Andrea Camilleri, Paolo Flores D’Arcais (direttore di Micromega) e Antonio Ingroia.
Si parla di mafia, di Stato e politica. Una triade ben collaudata, lo spiega divinamente Camilleri, regalando al pubblico un’immagine nitida e puntuale di che cosa è effettivamente la mafia in Sicilia e di quanto questa sia radicata profondamente nei poteri forti; cosa significa convivere con la malavita organizzata, di quanto poco si è liberi se gli onesti sono costretti a fuggire. Tutto questo condito dal suo inconfondibile accento siculo, imborbottito dal fumo di sigaretta.
Rapitore, mi piace definirlo: rapitore di attenzioni e riflessioni. Ci ha insegnato, ancora una volta, la nobile arte del “mettersi al servizio” della verità.

La solitudine degli uomini di legge in Sicilia, non poteva che essere argomento di Antonio Ingroia, quella stessa solitudine che uccise i suoi colleghi e amici Falcone e Borsellino. Nulla è cambiato e nei suoi  gesti si coglie tutta la pesantezza di questa affermazione:
 “Lo Stato non tutela chi combatte la mafia perché lo Stato è colluso, da sempre”
e benché questa  sia cosa risaputa, un macigno di silenzio percorre le nostre menti assorte e concentrate.
Uomo, mi piace definirlo: uomo tutto d’un pezzo, uomo come veicolo di autenticità. Ci ha insegnato, ancora una volta, come il coraggio e il senso della giustizia siano materie per pochissimi eletti.

Infine, l’arrivo inaspettato di Marco Travaglio. Con lui il giornalismo tocca vette altissime, ciò che racconta e spiega prende vita e trasforma lo spazio intorno in un frizzante dibattito sulla politica. Di questi tempi non si può certo parlare di mafia o camorra, senza passare per le stanze di governo.
Corretto, mi piace definirlo: la correttezza dei fatti, con nomi e cognomi. Ci ha insegnato, ancora una volta, a non avere paura di dire le cose come stanno.

Esco dal teatro con un carico emotivo ben marcato, misto di vergogna per il mio paese e di orgoglio.
La vergogna nasce da ciò che ho appena sentito e compreso e da ciò che ci propinano ogni sera all’ora di cena. Un’Italia dove, se prima pioveva, ora diluvia.
L’orgoglio nasce dalle persone che ho incontrato, italiani onesti che lavorano e sacrificano tutto, che ci provano davvero a cambiare il corso delle cose. E non smettono, non smettono mai di farlo.
Fusione tra dignità, preparazione e fiducia.
Si, fiducia.
Io di loro mi fido.

Marta

La manovra all’olandese: alcuni punti del nuovo governo Rutte-Samson

InPolitica&Società - Politics&Society su ottobre 31, 2012 a 3:50 pm

Come sapete in olanda sta andando al governo una coalizione di sinsitra-destra, formata dai due piú forti e solidi partiti del paese, il liberale VVD e il social democratico PvdA. Volendo esagerare, si potrebbe fare una similitudine con il nostro governo tecnico sostenuto transversalmente da centro, destra e sinistra in parlamento, con la sola differenza che in Olanda non hanno tralasciato il diritto al voto democratico. Subito dopo l’esito delle elzioni si é aperta una fase di ‘negoziazione’ a porte rigorosamente chiuse (peccato) tra i due leader dei partiti. Il risultato é un regeerakkord (accordo di programma) in cui vengono enunciati i principali punti in agenda. L’accordo non é definitivo e verrá rinegoziato progressivamente sia all’interno dei partiti stessi che in Parlamento per poter poi raggiungere un accordo in breve tempo, coadiuvato da una nuova squadra di ministri.

L’accordo, cosí come é stato proposto l’altro ieri, prevedere riforme incisive, trasversali e drastiche. Ed é espressione di una capacitá di negoziazione tutta olandese, che non prevede il ‘compromesso’ tra due partiti verso un punto ‘comune-mediano’, ma piuttosto uno scambio di riforme. Alcuni punti in agenda esprimono una chiara volontá neo-liberale (VVD) mentre altri l’agenda social democratica. Un pasticcio o un elogio al tecnicismo in tempo di crisi? In totale viene proposta una manovra di 15, 1 miliardi di euro (per un paese piccolo come l’olanda) entro il 2017. Tagli principali riguardano la sanitá, gli aiuti sociali, il sistema assicurativo, la pubblica amministrazione (1.4miliardi), l’insegnamento (0.1 miliardi) e la cooperazione internazionale (1.0miliardi). Ecco i punti principali, ovviamente sintetizzati e semplificati.

- la sanitá: l’olanda mantiene un sistema sanitario nazionale semi-privato, pagato tramite assicurazioni private e dallo stato. Si tagliano aiuti alle malattie croniche e si aggiunge un ticket obbligatorio per uso ‘non giustificato’ (chissá chi decide) del pronto soccorso (50 euro) senza passare dal medico. La parte pubblica dei finanziamenti per la sanitá vengono decentralizzati verso i comuni, solo peró per la componente per gli aiuti sanitari domiciliari, per gli handicappati e per gli anziani. I comuni faranno insomma a gara per avere o non avere questi tipi di pazienti. Molto piú importante é la riforma del sistema assicurativo. Le assicurazioni, che hanno ora un premio di circa 100 (base) indipendentemente dal reddito (con ovviamente un sussidio per i poveri) diventano dipendenti dal reddito. Sopra i 70.000 euro annui (non proprio ricchissimi) si arriverá a pagare fino a 400 euro al mese (!), ed il calcolo é progressivo secondo la situazione familiare. Tale aumento di costo per i ricchi verrá usato per abbassare il premio per i piú poveri che pagheranno ora circa 30 euro al mese. In questo modo lo stato si libera del peso dei sussidi, affidando la redistribuzione al sistema assicurativo.

- gli aiuti sul mutuo per la prima casa verranno ridotti progressivamente per ogni proprietario, fino ad azzerarsi in 25 anni. Inoltre saranno dipendenti dal reddito e dal valore dell’immobile. Fino ad ora chi comprava una casa di 1 milione di euro riceveva un aiuto maggiore dallo stato in quanto i suoi costi erano piú alti. Questo cambia.

- fin qui sembrano vere politiche social-democratiche, ma il trucco sta nella ridefinizione delle soglie di reddito sulle quali le aliquote vengono calcolate. Le quattro soglie vengono ridotte, e la terza social (classi medio-alte) verrá allargata includendo piú individui e riducendo loro le aliquote. Inoltre viene previsto uno sconto sulle tasse (a tutti) di circa 500 euro. In sostanza si prevedono sistemi di compensazione per i redditi piú alti, che poi non se la passeranno tanto male.

- altre riforme riguardano l’obbiettivo programmatico di aumentare del 10% la produzione di energia eolica, l’abolizione della registrazione per i coffeshop, il divieto di uso di alcol per i minori di 18 anni e l’aumento delle accise sugli alcolici, ma anche una politica piú dura per i criminali recidivi. Inolte viene ridotto drasticamente l’aiuto ai paesi in via di sviluppo. Ovviamente si sospende la corsa ai giochi olimpici del 2028, visti come costo inutile (ok). Cambierá inoltre il sistema dell’equo canone, rendendo le abitazioni piú conformi al mercato e rendendo piú facile il trattamento degli inqulini insolventi.

- abolizione di circa 300 comuni, risultante dall’obbligo di ogni comune di avere almeno 100.000 abitanti (circa 390 comuni ne hanno meno).  L’olanda passerá da 415 comuni a circa 120 (calcolo mio) e da 12 a 5 provincie (meglio ma vediamo se ce la fanno).

Questi i punti fondamentali, ma ancora non posso dire se e quando arriveranno i provvedimenti sulle aliquote per le partite iva, sulle tasse per le transazioni finanziarie, per gli speculatori etc.

a presto

fede

 

 

Consumo del suolo: la risposta dei tecnici che si prendono troppo sul serio?

InCostume&Società - Customs&Society su ottobre 14, 2012 a 5:45 pm

Il governo ha approvato un disegno di legge quadro sulla valorizzazione delle aree agricole e contro il consumo del suolo. Leggi qui e qui. Un breve commento sul mirror, anche se non tutto l’audience potrebbe essere interessato ad un dibattito tecnico. Questo intervento sembra una sorta di sbavatura tecnicista, tipica della pianificazione territoriale e zonizzazione tradizionale, di stampo post-sovietico, addolcita da una retorica liberista. Lo Stato centrale che di nuovo torna ad occupare un posto che a lui non spetta, e calcola in modo centralizzato delle quote, tutte teoriche, di aree verdi da mantenere non edificate. Una quota che in alcuni casi può anche risultare in un incentivo politico alle regioni virtuose, che si vedrebbero confermare la ‘possibilità’ teorica di edificare entro i limiti definiti come ‘accettabili’ dallo stato. Purtroppo, è proprio questa tendenza al quantificare, al definire quote ed aree, tipiche della zonizzazione di meta 1900 che oggi deve essere abbandonata. Lo stato non può decidere quanto edificare a livello locale. Non ne ha le capacità. Quello che dovrebbe fare a mio parere è innanzitutto stabilire aree di interesse nazionale (tipo parchi e riserve naturali) e vietare l’edificazione per legge (in questo senso lo fa selezionando anche le aree che hanno avuto incentivi europei, perché agricole…ma poi quelle non coltivate chi se ne importa).

Immagine

 Secondo, incentivare in vari modi una pianificazione più corretta e sostenibile a livello  locale. Per fare questo bisogna lavorare su incentivi fiscali per i comuni virtuosi, possibilmente combinati a politiche di energia sostenibile. Un esempio, sussidi diretti alla realizzazione di impianti eolici o fotovoltaici inversamente proporzionali ai metri quadrati destinati all’edificazione in un periodo determinato. Meno un comune cambia le destinazioni d’uso più incentivi ha per l’energia, che poi può rigirare ai privati (dato che l’iniziativa nel campo energetico è spesso privata). Infine, lo Stato dovrebbe lavorare sulla fiscalità. Rendere i comuni meno dipendenti dagli oneri di urbanizzazione per il finanziamento della spesa corrente. Ma non per divieto, come accade con il suddetto decreto (che di fatto elimina l’obbligo che era stato imposto per una pratica sbagliata, senza che si capisca il perché) ma tramite quello che da millenni chiamiamo sussidiarietà. Il comune, e anche la regione in questo caso, deve essere più indipendente nell’utilizzo della propria fiscalità, e questo potrebbe ridurre il ricorso all’edificazione per fare cassa. Certo ci sarebbe un aumento delle tasse locali, ma questo dovrebbe essere bilanciato dall’alleggerimento di quelle sovranazionali. I detrattori della decentralizzazione amministrativa mi potrebbero smentire puntando il dito al consumo del suolo Americano, di fatto incentivato da una eccessiva autonomia fiscale dei singoli comuni. A loro rispondo: 1) in Italia le tasse sono più alte che in America, e i comuni non hanno solo l’urbanistica per fare cassa, 2) in Italia le regioni dovrebbero svolgere il vero ruolo di redistributore di ricchezza, evitando la competizione tra comuni per le entrate fiscali. 

Un giudizio complessivo negativo per un decreto che sembra ispirato all’intellighenzia di altri tempi. Forse questi tecnici si stanno prendendo troppo sul serio. 

A presto

federicov

Una cittá migliore e democratica deve essere connessa: la rivoluzione dei Bloggers?

InCostume&Società - Customs&Society su ottobre 5, 2012 a 9:01 am

Ieri la serata é iniziata con una di quelle presentazioni che ti fanno sorridere, ralegrare, distrarre ma anche riflettere.Uno di quegli speaker adatti a TED, dove le idee sono profonde ma popolari, innocenti ma radicali, locali e allo stesso tempo globali. Una serata di idee, avute da tanti giovani, integrati in un dibattito globale ed in una rete internazionale di contatti. Una massa critica che trasforma il mondo senza che nessuno se ne accorga. I rivoluzionari digitali del 21esimo secolo. Loro, noi, siamo come i manifestanti in piazza contro la guerra in vietnam, con la differenza che la nostra manifestazione non si manifesta, ma ha luogo online, attraverso la connessione internet. Non ha spazialitá o geografia, ed é per questo pervasiva e sostenibile, resistente alle critiche, e soprattutto personalizzabile da parte di tutti gli individui. Qui vi propongo una lista di blogs, interessanti, sul tema della cittá e della qualitá della vita urbana. Perché sono questi blog che diventeranno i veri consulenti del futuro. 

Tutto inizia con Copenhagenize, uni di quei siti semplici e visuali. Da 5 o 6 anni sta cambiando il mondo e nessuno si spiega perché. Il potere di una bella foto, di una donna in bici con una gonna, che apre la mente sul ruolo delle due ruote nella qualitá della vita delle nostre cittá. Non a caso inzia copenhagen, una cittá che intelligentemente ne ha fatto un brand, un marchio da esportare. Amsterdamize lo segue a ‘ruota’, portando il marchio nella capitale del ciclismo urbano. Forte del successo, i loro fondatori hanno sviluppato un altro concetto piú popolare, che combina fashion e stile di vita. Cyclechic é diventato un brand, una sorta di franchising digitale, con la differenza che non si devono pagare diritti di nessun tipo.

Sono geniali. La serata continua con una carrellata di siti interessanti, Creative Applications, una sorta di spazio digitale per scoprire e rigenerare idee geniali da tutto il mondo. E renderle libere nella rete. Poi si passa ad Urban Shit, un sito semplice ed in tedesco che ha conquistato il mondo per aver rappresentato l’uso libero e creativo dello spazio urbano. Uno di quei siti che ti fa capire come la cittá sia un foglio bianco da riempire con la pratica quotidiana dei cittatini. E che é bello vivere la cittá anche se fatta di cemento e parcheggi. Friends of friends (anche tedesco) ha invece capito che la cosa piú bella ed interessante delle cittá sono le molteplici storie di vita dei sui cittadini. E le mette con modestia in rete, valorizzando in modo intelligente il desiderio universale di conoscere le storie di vita altrui. Con lo sfondo delle cittá, perché la cittá ci condiziona in modo incredibile. Il tipo, giovanissimo, che ha fondato UrbanTimes é geniale e divertente. E’ manda un messaggio molto semplice. La rete riflette la cittá, le cittá riflettono la rete. Se una non ci piace l’altra é un mezzo per cambiarla. Una cittá migliore necessita di una connessione internet migliore e di migliori contenuti. Una cittá veramente democratica non puó che essere connessa. L’autore di Sex, Blog and Rock n’Roll, ci spiega come diventare bloggers in 5 mosse. Il punto é, secondo me, trovarsi una nicchia e mandare post frequentemente, regolarmente. Purtroppo non ci riesco con il Social Mirror al momento :( .  Il CEO di Philips Urban Living, con il proprio opposableplanet, infine ci ricorda che tutto questo ha un valore economico e non é un gioco. Che c’é un tessuto economico pronto ad investire se necessario e che vede il blogging come la nuova frontiera (ed il nuovo mercato) della comunicazione.

Questo per dirvi di stare conessi e di scoprire come le idee sono li ma vanno colte al volo. Questo per ricordare ai nostri politici italiani che i veri consulenti per una cittá migliore sia noi.

a presto

federico

Il lento scorrere della Giovane Italia

InPolitica&Società - Politics&Society su settembre 18, 2012 a 5:36 pm

Da sempre mi piace definire l’estate come una spina staccata, una corrente interrotta per qualche giorno, da rimettere in funzione quando è il momento. Nell’arco degli anni l’estate ha acquistato significati e forme differenti: in principio era la vacanza, poi è diventata il viaggio ed infine, adesso, sono le ferie, quel tempo sospeso tra il quotidiano e lo straordinario, quella via di mezzo tra vacanza e viaggio. Ritornare dalle ferie è, per certi versi, molto traumatico e lo è ancora di più quando il rientro presuppone una ‘terapia d’urto’ al limite del sopportabile. Ma come spesso accade, la terapia palesa la sua utilità solo verso la fine.

Domenica 09 Settembre 2012

Un enorme cartello mi compare davanti agli occhi, appena scendo dal treno alla Stazione Termini di Roma: sembra li ad aspettarmi da secoli e recita più o meno così:

Atreju12 #senzapaura
12 – 16 Settembre Via di San Gregorio, Colosseo, Roma.

Tiro diritto: per me Atreju è sempre stato il protagonista della Storia Infinita.
‘Ci sarà una maratona cinematografica’ penso ‘una sera di queste ci vado!’.
Non avrei potuto nemmeno immaginare, neanche lontanamente, proprio là, tra una valigia ed uno zaino, rilassata dal ricordo splendente di Formentera ed il suo mare, il terrificante risvolto horror  che la mia superficialità e passo troppo svelto, mi avrebbero fatto assaporare di lì a qualche giorno.

Sabato 15 Settembre 2012

Finalmente questa prima settimana di lavoro è terminata. Difficile si, ma adesso è sabato e come ogni sabato pomeriggio da quando vivo a Roma, si esce a fare un giro. Teatro di Marcello – solita coda di turisti per infilare la mano nella Bocca della Verità; Piazza Venezia – imponenza al limite del fastidio;  Fori Imperiali – forse la strada con la vista più bella del mondo; Colosseo – sono minuscola.
Proprio qui, mentre venero l’arena più famosa che esista, la mia attenzione viene interrotta da una voce semi-stridula proveniente da una cassa enorme, posizionata sotto un palco. Mi avvicino, ignara di tutto, e il famigerato cartello intravisto alla Stazione Termini qualche giorno prima, mi dà il benvenuto alla Festa della Giovane Italia, ovvero Atreju12 #senzapaura. Un brivido di freddo mi gela il sangue nelle vene:
‘No!’ penso  ‘quello sul palco, quello che non riesco neanche ad intravedere, quello di cui sento solo la voce, quella voce fastidiosa, no! Non può essere lui, Renato Brunetta, ed io no, non posso essere davvero capitata qui!’. Certo, tutti abbiamo libertà di espressione, siamo in democrazia (?) e lungi da me affermare il contrario, ma giuro che in quel momento avrei preferito essere in qualunque altro punto della città, anche in coda alle poste se necessario, ma non li, non in mezzo a quelle persone; non li, ad ascoltare un giovane di vent’anni chiedere a Brunetta come convincere Berlusconi a ricandidarsi alle elezioni politiche del 2013.


‘E’ troppo, me ne vado!’ penso. Ma il peggio era pronto a palesarsi e avrei dovuto immaginarlo.

Supero l’Arco di Costantino – che Costantino mi protegga! – pronta a fuggire lontano, quando un gruppo di ragazzi, con le magliette che urlano ‘BERLUSCONI PRESIDENTE’ mi allungano un volantino tendente al rosso. Tra lo scioccato e il turbato, lo afferro:

sabato 15 settembre 2011
ore 17:30 Dibattito
I cento passi. L’Italia nella terra di mezzo, tra i protagonisti della lotta alla criminalità e gli speculatori senza onore.
Partecipano: Maurizio Gasparri, presidente gruppo PDL al Senato, Roberto Maroni, segretario della Lega Nord, Nicola La Torre, senatore PD, Luca Telese, direttore di “Pubblico”, Nicola Porro, vicedirettore de “Il Giornale”.
Modera: Andrea Volpi

Domenica 16 settembre 2011

Ore 11.00
Niente paura. ANGELINO ALFANO incontra la Giovane Italia.
Introduce: Giorgia Meloni, deputata PDL.
Moderano: Marco Perissa, presidente nazionale Giovane Italia, Annagrazia Calabria, Coordinatore Nazionale Giovane Italia.

Al di là della paura vera – perché c’è da dirlo, un conto è leggerne o sentirne un servizio alla televisione, ed un conto è essere presenti, con il rischio concreto di incontrare Gasparri – la mia anima da ‘correttrice di bozze’ sottopagata, ritorna in auge e prepotente. Rileggo bene:
SABATO 15 SETTEMBRE 2011
DOMENICA 16 SETTEMBRE 2011
Si, c’è scritto proprio così: 2011! Non faccio in tempo a rifletterci di più che, con uno scatto veloce degno della medaglia d’oro a Londra2012 (e a Londra lo sanno bene in che anno siamo) giro e torno sui miei passi. Accellero la camminata, come quando alla Stazione Termini scendo dal treno per andare verso casa, e picchietto il dito indice sulla schiena del ragazzotto dalla maglietta imbarazzante, che pochi minuti prima mi porse sicuro e fiero il suo volantino.
“Scusami” dissi “prima mi hai fermato per  darmi il volantino di questa manifestazione..”
“Si, dimmi!” accento bergamasco o giù di li.
“Ecco si, volevo solo avvisarti…ehm..avvisarvi, che qui c’è scritto 2011, vedi?! 15 Settembre 2011 / 16 Settembre 2011. Non so chi l’ha scritto eh? Però magari, cioè, forse può interessarvi.”
Nulla. Immobili.
“…vabbè dai, non è un errorone, succede!” Il mio tono ironico cominciava a prendersi il suo spazio, tra il rumore degli applausi in lontananza e il loro silenzio, disturbato soltanto dalla scritta enorme sulle loro magliette.
Dopo alcuni secondi di fermo immagine, ecco l’intelligenza della Giovane Italia palesarsi dinnanzi ai miei occhi:
“Cazzoo daiii, cazzo!! Ma chi cazzo li ha fatti sti cazzo di volantini del cazzo!”
Mi strappano il foglietto di mano, lo accartocciano e lo buttano per terra. Poi, come presi da un raptus di follia, cominciano ad aprire tutti gli zaini, che si trascinavano in spalla da giorni suppongo, per guardare se tutti i mille milioni di volantini stampati erano effettivamente datati 2011.
Inutile dire che la parola ‘cazzo’ sembrava quasi il loro mantra buddista.

Li ho lasciati li, tra il Colosseo e l’Arco di Costantino, a ravanare sotto il sole della Capitale, alla ricerca di non so quale soluzione.
Si sa, la consapevolezza dello scorrere del tempo è qualcosa che arriva prepotente ed arriva per tutti, prima o poi.
Destra o sinistra che sia.

Ah dimenticavo, grazie infinite Costantino, ovunque tu sia.

Marta

Consumo del Suolo ed energia Eolica

InTerritorio&Società - Territory&Society su settembre 16, 2012 a 12:57 pm

Qualche giorno fa Monti lamenta l’incessabile consumo del suolo Italiano per mezzo di cementificazione. Ha ragione http://www.corriere.it/ambiente/12_settembre_14/mario-monti-consumo-ddl-consumo-suolo_18ff313a-fe68-11e1-82d3-7cd1971272b9.shtml. Oggi, sul Fatto leggo un articolone dal tono melodrammatico lamenta l’incessabile, incentivato e privatizzato consumo del suolo e del paesaggio per mezzo di pale eoliche http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/16/pale-eoliche-quanti-miliardi-al-vento/353992/.

Cementificazione del territorio e erosione dei beni paesaggistici e naturalistici per mezzo di progetti di energia sostenibile sono due cose molto diverse questo si sa. Ma hanno una cosa in comune secondo me: il ruolo dell’attore pubblico, ed in particolare delle regioni da un lato, e il ruolo del paesaggio e delle aree non edificate nell’economia di un paese. Hanno un’altra cosa in comune: sono due argomenti che, assurdamente, non vengono trattati in modo diretto dalla politica in tempi di austerità. Il consumo del suolo è un fenomeno prodotto della crescita, e allo stesso tempo è un fenomeno che la genera. LA bolla immobiliare si era riempita di cemento, tramite l’estensione delle aree residenziali e commerciali oltre i confini esistenti delle città. Si sono prodotti metri quadrati a buon mercato, permettendo una speculazione nelle aree centrali, e creando un sistema finanziario che rendeva più vantaggioso il nuovo piuttosto che l’usato. Non ci vuole un genio per capire che la correlazione tra cementificazione e crisi è diretta. Non credo di dire assurdità proponendo una politica dell’austerità che parta dalla risoluzione di una delle cause della crisi. Oggi, più che mai, è importante mettere dei limiti alla urbanizzazione, massimizzando tutti i vari vantaggi della densità urbana. Un esercizio possibile tramite l’uso dell ‘penna rossa’, per tracciare i confini, strategici, oltre i quali l’edificazione non è possibile. Incentivare progetti di riuso tramite sistemi innovativi di micro-finanza, cuciti su misura per la nuova piccola e media imprenditorialità immobiliare.


E cosa succede fuori dalle città? E’ qui che il tema dell’energia sostenibile rientra. Non sopporto più, purtroppo, coloro che sostengono nostalgicamente una visione bucolica dell’agricoltura italiana. Sono coloro che accusano le pale eoliche di rovinare un paesaggio agricolo bellissimo, e di erodere le capacità produttive del settore primario del paese. Le pale eoliche non sono minacce per l’ambiente se ben governate, e non devo essere per forza possedute dal pubblico (che tra l’altro ha fatto grandi disastri quando espropriava aree agricole per il ‘nobile’ motivo di produrre residenze sociali). Le pale eoliche sono uno di quei settori alternativi all’immobiliare, e complementari al perseguimento di una politica di densità urbana. Bisogna tendere (per mai arrivarci ovviamente, essendo un’utopia) ad una configurazione di città austo-sostenibile che combini una crescita entro i suoi confini, entro un paesaggio ancora produttivo, per il fabbisogno della stessa. Produttivo di energia, cibo e bellezza.

Per rendere possibile la coesistenza di spazi naturali, ricreativi, agricoli e energetici è però importante una visione strategica nella collocazione di questi usi. Ed è esattamente questo il ruolo delle regioni. Non quello di possedere e vendere energia, rafforzando un monopolio naturale che potrebbe causare effetti collaterali notevoli, ma quello di definire le destinazioni d’uso del suolo sulla base di un progetto ampio e di lungo periodo. Ampio perché possa considerare la relazione tra i vari usi (e non parlo delle mere Valutazioni di Impatto Ambientale!) e soprattutto che possa calibrare incentivi su base geografica nel lungo periodo (privilegiando aree di espansione energetica prioritaria). Parliamoci chiaro: le pale eoliche andrebbero in primo luogo collocate attorno alle aree industriali, in zone portuali e perché no nel mare. Poi, andrebbero collocate nelle aree non-agricole in prossimità delle città (non sul cucuzzolo della montagna). Dovremmo fissare dei limiti all’iniziativa privata, non soffocarla ne beatificarla. Quello che chiamiamo ‘crisi’ dona in realtà la possibilità di riconfigurare la nostra infrastruttura produttiva e la nostra organizzazione del territorio. Sarei più contento se Monti, parlando di consumo del suolo, potesse intelligentemente menzionare cone questo sia complementare al settore dell’energia pulita.

A presto

fede

Olimpiadi 2012: Tre storie da Londra

InSport su agosto 16, 2012 a 10:44 am

I Giochi Olimpici di Londra si sono conclusi da pochi giorni. È tempo di bilanci, positivo quello dell’Italia che chiude all’ottavo posto del medagliere con otto ori, nove argenti e undici bronzi. In questo pezzo però voglio parlare di tre campioni, perché nonostante tutto di campioni si tratta, che hanno perso in maniera incredibile una medaglia d’oro già vinta: il cilcista Rigoberto Uran, e i tiratori Michael Diamond e Young Rae Choi.

Uran lo sveglione. La prova in linea di ciclismo maschile su strada sembrava disegnata apposta per Mark Cavendish, l’idolo di casa nonché il più forte velocista del mondo. La gara però non va come tutta la Gran Bretagna pensa, e negli ultimi chilometri si trova davanti un folto gruppo di una trentina di atleti dei quali nessuno  sulla carta era fra i grandi protagonisti della vigilia. A poche centinaia di metri dall’arrivo si avvantaggiano in due: il colombiano Rigoberto Uran ed il kazako Alexandre Vinokourov. Uran è un giovane scalatore che si è messo in luce al Giro d’Italia, chiudendo settimo e vincendo la maglia bianca riservata al miglior under 25. Vinokourov invece è un fuoriclasse affermato di trentanove anni all’ultima gara in carriera. Aveva dichiarato di voler chiudere in bellezza, ma in pochi si aspettavano di vederlo protagonista assoluto. Anche Uran era difficile da pronosticare a medaglia, ma al giro di Polonia disputato pochi giorni prima aveva dimostrato di essere in gran forma anche in arrivi ristretti come quello che va concludendosi davanti a Buckingam Palace. E i quattordici anni di differenza fanno pensare che il colombiano possa fare il colpaccio e vincere la medaglia d’oro. Vinokourov però è una vecchia volpe e sa come si vincono queste gare; il regalo che gli fa Uran però non se lo sarebbe aspettato nemmeno lui. A circa quattrocento metri dal traguardo Uran è sulla sinistra della strada e si volta per controllare che Vinokourov, che lo segue a ruota, non si infili fra lui e le transenne. Lo fa però dalla parte sbagliata e per troppo tempo, quasi dieci secondi voltato come nemmeno un pistard. Vinokourov non sta ad aspettare e scatta dall’altra parte della strada. Quando Uran si sveglia il kazako ha già venti metri di vantaggio e l’oro al collo; per il colombiano arriva una medaglia d’argento tanto inaspettata quanto deludente, perché il modo con cui ha buttato al vento la vittoria è veramente grottesco. Vinokourov chiude così al meglio una carriera fenomenale macchiata soltanto da un caso di doping nel 2007, Uran invece deve accontentarsi di un comunque storico argento per la Colombia ciclistica; è ancora giovane e avrà modo di rifarsi, certo che i rimpianti potrebbero durare a lungo.

Braccino Diamond. Michael Diamond è uno dei più forti tiratori al piattello in circolazione: ha vinto la medaglia d’oro nella fossa olimpica sia ad Atlanta nel 1996 che a Sidney nel 2000, oltre che a tre titoli mondiali sempre in questa specialità. Vien da sé che è un atleta di grande esperienza il cui palmares fa pensare che non senta la pressione come un giovane all’esordio ad un’Olimpiade. Eppure per come è andata la gara è proprio così. Nelle qualificazioni Diamond è una macchina, e centra 125 piattelli su 125, record del mondo eguagliato. Arriva in finale da leader con un colpo di vantaggio sul kuwaitiano Aldeehani, due sullo spagnolo Serrano e sul nostro Massimo Fabbrizzi e tre sui croati Cernogoraz e Glasnovic. Sono questi sei che si giocano le medaglie, anzi, sono in cinque che si giocano l’argento vista la classe e la freddezza di Diamond. Invece succede l’impensabile: l’australiano manca ben cinque bersagli su venticinque, incredibile se si pensa al 125 su 125 delle qualifiche. Anche gli altri sbagliano molto di più rispetto alle qualificazioni, ma meno rispetto a Diamond: il migliore è Cernogoraz, che manca un solo piattello e da sesto chiude primo a pari merito con Fabbrizzi. I due si giocano l’oro allo spareggio, ed il croato conquista un’insperata medaglia d’oro. Fabbrizzi ci regala una comunque splendida medaglia d’argento, che fa coppia con l’oro vinto al femminile da Jessica Rossi (149/150 per lei, record del mondo a 19 anni… il bello è che l’esperienza dovrebbe aiutare). Diamond si gioca il bronzo allo spareggio con Aldeehani, ma butta via anche la medaglia meno pregiata sbagliando per primo e chiudendo quarto. Per lui un dramma sportivo difficilmente pronosticabile ma che dimostra come in uno sport difficile come il tiro al piattello occorra mantenere la concentrazione per tutto l’arco della gara; Diamond come detto ha un palmares invidiabile e non si può certo dire che abbia buttato via la gara della vita, tuttavia per lui e per l’Australia perdere così non solo l’oro ma una qualsiasi medaglia è sicuramente bruciante.

Le lacrime di Choi. Una storia simile a quella di Diamond l’abbiamo vissuta nella pistola da 50 metri, protagonista il coreano Young Rae Choi. Cos’è successo? È successo che Choi si presenta in testa alla finale della pistola da 50 metri con il punteggio di 569, non eccellente (il massimo è 600, il record del mondo 581), ma che gli garantisce un margine importante su tutti gli altri: il secondo è staccato di 3 punti, gli altri di più di 5. Insomma un vantaggio che dovrebbe garantirgli l’oro anche sparando alla cieca in uno sport come il tiro a segno che non consente teoricamente grossi recuperi in soli dieci tiri a disposizione. Choi però non si è mai trovato in una situazione simile, e la mano comincia a tremare: 8.8 al primo tiro in finale è poca roba, ma il suo vantaggio resta comunque abissale. Nei tiri successivi si riprende anche bene, ottenendo un 9.8, un 10.5 e un 9.8. Da dietro chi spara come una macchina è il suo connazionale Jin Jongho, che parte quinto staccato di sette punti da Choi, ma che non scende mai sotto i 9.5 in finale. Al quinto tiro Choi fa 7.4, punteggio non degno di una finale olimpica, ma che comunque non dovrebbe preoccuparlo in quanto ha ancora quattro punti su Jin, salito in seconda posizione, a cinque tiri dal termine. Choi si riprende alla grande facendo 10.5, ma gli ultimi tiri sono un calvario: 9.2, 9.0, 9.4. Va bene l’ampio margine, ma non arrivare mai a 10 è preoccupante, anche perché Jin invece non sbaglia un colpo e si trova a 1.6 punti di distacco prima dell’ultimo tiro. Poiché il massimo è 10.9, a Choi basta un “modesto” 9.3 per garantirsi l’oro, in perfetta media con i suoi ultimi punteggi. Invece la mano del coreano trema ancora e all’ultimo tiro fa registrare un misero 8.1. Jin invece è impeccabile e con il suo 10.2 porta a casa una medaglia d’oro insperata. Per la Corea del Sud è doppietta, ma per Choi scoppia un dramma che gli fa concludere la gara in lacrime difficilmente consolabili. Perdere sette punti in dieci tiri e un oro olimpico così fa malissimo. Chissà se a Rio 2016 avrà un’altra occasione, Choi ha già 30 anni e in carriera non si era mai avvicinato ad un traguardo simile. Noi glielo auguriamo di cuore.

Jacopo

España: personali consigli di viaggio

InTerritorio&Società - Territory&Society su agosto 4, 2012 a 10:02 pm

Atterrare a Madrid – Barajas è come atterrare a casa. Conosco a memoria i corridoi da percorrere, le scale mobili da seguire, potrei elencare seduta stante le varietà di bocadillos del ristorante self service davanti al negozio di souvenirs. All’aeroporto di Madrid ho scritto e spedito la mia ultima lettera d’amore in lingua spagnola; ho pianto, corso incontro e corso via, riso. Ho dormito e rischiato di perdere un aereo per l’Italia. Forse avrei dovuto, forse no.
La metropolitana di Madrid è talmente funzionale e funzionante, che dopo un anno e mezzo di vita a Roma sembra quasi impossibile che possa esistere. Con venti minuti di orologio e nessuna fatica, arrivi dall’aeroporto al centro ciudad; senza costosissimi autobus da aspettare, senza taxi da prendere, senza nessun tipo di traffico, inquinamento o ritardo. Segui le indicazioni, sei già dove vuoi e ad impatto zero!
Io adoro, nel vero senso della parola, questa città. Mi rappresenta in tutto e per tutto,  un favoloso e perfetto compromesso tra la tradizione spagnola – presentissima al sud, come spesso accade -  e la metropoli, fatta di modernità ed occasioni. Assolutamente più viva e giovanile di Barcelona, la ciudad capital spagnola vive ventiquattro ore sin parar; a volerlo fare, si potrebbe non tornare a casa mai. Provare per credere.

Ultimamente Madrid è sinonimo di ‘crollo’, essendo la capitale di una nazione fortemente in crisi. Una nazione ogni giorno in rivolta. Raccontare a parole cosa si prova, nel trovarsi per caso in mezzo ad una manifestazione di funcionarios públicos a Puerta del Sol, è davvero impresa ardua. Raccontare a parole cosa si prova, nel vedere in diretta decine e decine di poliziotti in servizio, togliersi il casco e spostarsi dall’altra parte del
‘muro’, al fianco dei manifestanti stessi, è davvero difficile. Sono momenti estremamente complicati, dove la gente comune, sottratta ogni speranza di miglioramento e futuro, si ritrova a gridare e lottare nelle piazze, rivendicando il diritto al lavoro, alla giustizia e alla vita; sperando che quel rumore indignato arrivi dritto alle orecchie di chi parrebbe non sentirci affatto.
Penso al mio paese, piccolo e povero paese in crisi anch’esso. Penso al silenzio assordante che arriva dalle nostre piazze vuote. Giungerà anche per noi il momento di reagire (?).

Prendere un autobus – direzione Granada – alla stazione Nuevo Ministerios di Madrid è come percorrere il tragitto da casa a scuola. Assolutamente familiare. I conducenti, con la loro pettorina gialla, mi accompagnano a sistemare la valigia nella parte inferiore del pullman e lo fanno sempre con la stessa frase “ aqui la maleta!”. Conosco perfettamente ogni minuto di paesaggio delle cinque ore che dividono la regione Castilla – La Mancha dalla regione Andalucia. Ti accorgi di essere al sud quando file e file di pale eoliche lasciano il posto alle rocce secche della Sierra Nevada.

Granada ti accoglie così, case bianche e basse di un quartiere periferico. Ma non è solo questo. Lei è qualcosa di più.

E’ la vita che ti viene incontro, una mattina torrida di un’estate del 2008;
è una stanza tendente al viola, che ogni giorno diventa un po’ più tua;
è una lingua da imparare, che non è l’inglese, che non è quella che tentano di insegnarti in tutti i modi;
è una sfida, è essere adolescenti e poi tutto d’un tratto essere adulti;
è un parco dove leggere tranquilli;
sono salite e poi subito discese, sono bianchi terrazzi dove fare musica;
è il cielo terso dipinto dal pittore più bravo;
è sud;
è l’Alhambra che si scaglia fiera al di sopra della città;
sono i mirador del Sacromonte;
è quel gitano che suona divinamente la chitarra e quella gitana che balla al suo fianco;
è il colore rosso;
è cafe con leche y tostada per colazione;
è il caldo soffocante di Luglio;
è la siesta;
è il freddo pungente di Dicembre;
è il divertimento allo stato puro;
è la strada che diventa casa;
è quello che manca;
è Plaza Nueva e tutto ciò che significa;
è limpida amicizia; puro, candido, vero ed unico Amore.

Parlare di Granada è come ballare di architettura. Frank Zappa non me ne vorrà.
Andateci.

Marta

Spending Review: studenti fuori corso e le tasse universitarie.

InPolitica&Società - Politics&Society su luglio 31, 2012 a 8:05 pm

Negli anni della triennale in Sociologia ad Urbino ci avevo pensato parecchio. Specialmente nelle riunioni che organizzavamo tra i buoni e pochi studenti attivisti della facoltà, e durante i bei lunghi caffè creativi e argomentativi con i miei amici Mattia e Giorgio. Io ero uno di quelli che purtroppo non era abbastanza povero da beccarsi una borsa di studio, ma non ero neanche uno da potermi mantenere gli studi da solo. Guardavo i miei colleghi borsisti, richiedere bonus annuali di sconto crediti per riuscire a mantenere la borsa ogni anno, nonostante non fosse raggiunta la soglia del 60, limite che segna l’avvenuto raggiungimento di un anno di studi. Il bonus serviva a tutelare gli studenti borsisti contro eventuali ritardi dovuti a fattori non controllabili (come una malattia) ed era di 5 crediti annuali però accumulabili. In alcuni casi diventava uno strumento per autorizzare un ritardo annuale negli studi, che poi accumulatosi diveniva un fuoricorso effettivo, dopo il terzo anno. A quei tempi ci chiedevamo spesso come poter governare questa tendenza, che assieme a tutti gli altri studenti (anche non borsisti) risultava in un gruppo cospicuo di fuoricorso. Per un motivo e per l’altro.

La decisione di aggiungere alla spending review l’aumento (progressivo!) delle tasse universitarie per i fuori corso divide l’opinione pubblica. E divide anche me a dire il vero. Da un lato, riconosco un provvedimento interessante. Importante per il sistema universitario, soprattutto se fosse usato per ridurre le tasse universitarie inizialmente (una sorta di redistribuzione nel tempo) e quindi facilitare l’accesso alle facoltà. Inoltre, un provvedimento ottimo se gli introiti fossero riutilizzati per aumentare borse di studio, servizi e infrastrutture universitarie. Questo è fantascienza in tempo di austerity. Dall’altro lato è un provvedimento che contiene rischi. La penalizzazione degli studenti lavoratori per dirne una. Questo è un rischio che riconosco essere reale. Tuttavia non dovrebbe bloccare ogni provvedimento che preveda una tassazione universitaria progressiva in qualche modo. La prima è una questione di principio: rendendo le tasse uguali per tutti si compie automaticamente una ingiustizia sociale, soprattutto se le borse diminuiscono. Dall’altro c’è una questione più pratica. Gli studenti fuoricorso penalizzano gli atenei e le facoltà, soprattutto se i fondi agli istituti sono allocati secondo criteri di performance che considerano il tempismo delle lauree. Io dico che è giusto penalizzare il fuori corso. Ma…

Rimane il fatto che la penalizzazione del fuori corso non si può fare nelle condizioni in cui verte la didattica odierna. Il fuoricorso non è sempre e solo sintomo di negligenza dello studente. A volte è il risultato di una combinazione di fattori non controllabili dallo studente, come ritardi dei professori, organizzazione caotica dei corsi, sovrapposizioni e ovviamente lavori di tesi particolarmente ambiziosi o difficili. Ma anche grande ambizione degli studenti ad ottenere voti più alti. Secondo me, se si vuole penalizzare economicamente i fuori corso bisogna garantire che i corsi didattici siano ben organizzati, che il tempo dedicato dai professori alle tesi sia ben calcolato e periodicizzato (il periodo tesi deve essere ben definito nel programma), che i corsi siano organizzati in modo da porre scadenze intermedie, paletti e milestones (per usare un gergo Europeo), così da assicurare un accompagnamento didattico dello studente.

Il problema degli studenti lavoratori: se lo studente lavora troppo, cioè più del fine settimana (ven, sab e dom) allora potrebbe permettersi di estendere il periodo di studio. Di fatto lo studio diventa corollario del lavoro. Oppure si elaborano corsi speciali, dedicati (tipo corsi online). Se si lavora solo nel fine settimana, dovremmo essere in grado di garantire la fattibilità del corso di laurea, includendo studio intenso in alcuni periodi. Se lo studente non è abbiente (cioè deve lavorare tanto) allora si dovrebbe dare una borsa di studio (ma per coprire la settimane, prevedendo comunque un weekend di lavoro possibilmente). La borsa dovrebbe essere vincolata al tempismo negli esami, proporzionalmente alla sua entità magari.

Troppo complicato? allora teniamoci le università che abbiamo. Certo è che è sempre l’università ad essere penalizzata, trasformata e riformata per prima quando c’è da tagliare, e non si parla mai di investimenti. Peccato.

A presto

federico

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