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InCostume&Società - Customs&Society su dicembre 12, 2011 a 7:25 pm

“A volte ho l’impressione di essere diventato il custode di un museo. Un museo vuoto, senza visitatori, a cui faccio la guardia solo per me.”

Non saprei dire come  mai, con tutte le faccende del nostro strano paese, con tutte le parole che si sono consumate in questi giorni, con le lacrime e con il sangue, con i sacrifici e il lavoro fino alla vecchiaia, questa è l’unica frase che mi è rimasta davvero addosso, talmente appiccicata da farmi venire la voglia di rifletterci un po’ su.

In una tiepida notte romana – una tiepida notte di Dicembre – finisco di leggere un romanzo: Norwegian Wood di Haruki Murakami. Sono l’ennesima, lo so. Non sono per nulla originale o innovativa e mi piace l’idea che per una sacrosanta volta rimango piacevolmente colpita da una letteratura semplice e popolare. Dico semplice, perché tendenzialmente – e forse erroneamente – comparo ogni nuova lettura con il libro che, dal mio modesto punto di vista, tocca il vertice più alto in assoluto nel campo della parola scritta: La vita è altrove di Milan Kundera. Dico popolare perché tutti hanno un’opinione su questo romanzo e m’immagino che questi tutti l’abbiano letto.
Quello che trovo affascinante è innanzitutto questa storia d’amore così particolare, lenta e coinvolgente, intrisa di riflessione e tristezza. Questi personaggi così giovani – ancora adolescenti direi –  per quello che dicono e per come affrontano la vita, sembrano usciti da una qualche scuola di filosofia esistenziale. Questa storia d’amore che non può però esistere davvero, così strutturata credo sia del tutto impossibile.  A fare da sfondo, un Giappone “mortuario” che, seppur non del tutto lontano dal vero, alla lunga ammetto di esserne stata abbastanza infastidita. La morte, con la forma del suicidio, acquista un senso di normalità, una strada sicura da percorrere per lasciarsi alle spalle il dolore dell’esistere. Da un lato ne capisco il senso, dall’altro trovo che l’abusarne in questi termini diventi pericoloso, soprattutto a livello narrativo, dove il rischio è quello di diventare troppo prevedibili.

Ma al di là dei tecnicismi, l’emozione che la parola di Murakami sprigiona nell’aria è talmente intensa da farmi, a tratti, vacillare. L’amore per il dettaglio, descritto scendendo nei minimi particolari – come il calore di una stanza riscaldata dal fuoco di un camino, il vino rosso e la musica a coronarne l’intensità, o la prima notte d’amore tra i due protagonisti, notte piovosa per lo scrittore, dove sembra addirittura di sentire quella pioggia battere sulla finestra -  regala a questa triste storia un lirismo di livello altissimo che trova il suo apice, a mio parere, nella composizione caratteriale dei personaggi. Come Watanabe, protagonista certo, ma circondato da altrettante personalità perfettamente delineate e perciò fondamentali e determinanti. Toru Watanabe legge Salinger, Fitzgerald e Thomas Mann e ama i Beatles e il teatro. Si potrebbe pensare di essere davanti a un Giovane Holden in salsa orientale ma, sin dalle prime righe, si percepisce qualcosa di più. Questo qualcosa in più è il dramma: quello della solitudine, della difficoltà di esprimere i sentimenti più intimi vivendo in una società che, malgrado i fervori rivoluzionari, sostanzialmente rimane ferma ed ancorata a vecchie ipocrisie. Toru parla poco ed ascolta molto, orientamento in perfetta antitesi con le personalità adolescenziali di oggi.
Ci sono due donne [o forse tre] intorno a lui: la fragile Naoko e l’esuberante Midori. La terza donna è l’eclettica Reiko, che a me piace definire la colonna sonora del romanzo. Naoko è quell’amore ideale, fuggevole e lontano per antonomasia. Un amore al limite della vita appunto, difficile da decifrare e destinato ad esistere solo nel ricordo. Midori invece è l’amicizia, esuberante ed invadente, forse l’unica ‘boccata d’ossigeno’ del protagonista e anche del lettore, colei che riporta la storia nella sua  dimensione reale.
 

Mi è piaciuto molto immergermi per quattrocento pagine fin dentro al cuore di queste quattro vite, assaporando la tranquillità di alcuni attimi e il dispiacere di tantissimi altri. Come nella vita, capita tutto e tutto viene vissuto e chi resta si assume la giusta responsabilità dell’esserci ancora.

Li, come qui.

Marta

 

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