Cari amici
ieri ho visto un bel film documentario. Ve lo consiglio molto. Soprattutto perchè durante questa crisi economica, che forse non si risolverà mai, il film vi stuzzicherà un’interessante domanda. Cosè il progresso? cosa vuol dire? è qualcosa di insito nella natura umana, nell’evolvere delle cose, dell’universo e del mondo? Oppure è un costrutto sociale. Qualcosa di socialmente, culturalmente e temporalmente finito? Limitato ad uno spazio temporale preciso. E come tutte le cose finite, avrà un termine. Un punto in cui dal progresso si passerà a qualcos’altro. Questi gli interrogativi del film. Un documentario che definirei ‘spettacolare’. Non solo per la qualità e sofisticatezza delle immagini e del montaggio (c’è lo zampino di Martin Scorsese), delle fotografie impressionanti, ma anche per l’entità della domanda che affronta. Il progresso come stato mondiale delle cose, ormai divenuto sistemico e, purtroppo, perpetuo.
Strutturato in sotto-questioni (chi, come, cosa etc…) il film lancia un semplice messaggio. Tanto semplice quanto volatile purtroppo. Il progresso è un percorso infinito. E’ un modello di sviluppo che presuppone una innovazione incrementale dell’esistenza umana. Inizia già durante i primordi dell’umanità, quando i primi uomini hanno capito come coltivare, cacciare e consumare più risorse naturali di quelle che avevano bisogno per la sussistenza. Niente di male in questo. Se consideriamo le risorse naturali del nostro paese come una sorta di ‘capitale’, da allora fino agli anno 80s ne abbiamo semplicemente utilizzato gli interessi. Il surplus prodotto dal nostro pianeta. Il progresso, quello del passato, è insomma un modello di sviluppo che di fatto aumentava esponenzialmente il consumo di risorse, ma in ultima analisi rimaneva entro i limiti di quello che oggi chiameremmo sviluppo sostenibile. Si consumava quello che il mondo produceva. DAgli anni 80 qualcosa cambia. L’aumento delle esigenze di consumo e risorse della specie umana diventa più alta degli interessi sul capitale. Ed ecco che iniziamo a vivere ‘sul’ e non ‘del’ nostro pianeta terra. Iniziamo a mangiare, consumare, trasformare, distruggere il nucleo finito di risorse che abbiamo sempre avuto. Ecco, il progresso, come viene descritto dall’autore, è un sistema che prevede il consumo progressivo della terra, ma che purtroppo non termina al terminare delle risorse. Non considera un cambiamento di direzione. La sua debolezza è insita nella sua natura economica, o almeno oggi, nel modo in cui noi, generazione del debito, lo concepiamo. I più ottimisti auspicano che lo sviluppo teconologico e l’evoluzione umana naturalmente genereranno un sistema in cui questo ‘capiatale’ finito può essere aumentato (vedi ingegneria genetica o utopica riduzione della crescita demografica). Questo per evitare che ‘l’azienda specie umana’ entri alla fine in ‘debito’ con il suo creditore (il pianeta). Non esistono prodotti finanziari in grado di creare risorse virtuali. Questa è fantasia dei banchieri. Nel calcolare le prospettive di progresso l’economia diventa ‘una forma di pensiero deviante’. Una devianza dalla natura esistenziale che in principio non ha nulla a che fare con la domanda e l’offerta.
Consumare meno è l’unico modo. E nel frattempo cercare di concepire un’esistenza della specie umana che prescinda da una definizione di progresso sempre più congruente con quella di ‘crescita’.
Guardatevelo.
A presto
fede
