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Surviving progress: progresso, prospettive e la natura della crisi umana

InRecensioni e Cinema su novembre 26, 2011 a 2:01 pm

Cari amici

ieri ho visto un bel film documentario. Ve lo consiglio molto. Soprattutto perchè durante questa crisi economica, che forse non si risolverà mai, il film vi stuzzicherà un’interessante domanda. Cosè il progresso? cosa vuol dire? è qualcosa di insito nella natura umana, nell’evolvere delle cose, dell’universo e del mondo? Oppure è un costrutto sociale. Qualcosa di socialmente, culturalmente e temporalmente finito? Limitato ad uno spazio temporale preciso. E come tutte le cose finite, avrà un termine. Un punto in cui dal progresso si passerà a qualcos’altro. Questi gli interrogativi del film. Un documentario che definirei ‘spettacolare’. Non solo per la qualità e sofisticatezza delle immagini e del montaggio (c’è lo zampino di Martin Scorsese), delle fotografie impressionanti, ma anche per l’entità della domanda che affronta. Il progresso come stato mondiale delle cose, ormai divenuto sistemico e, purtroppo, perpetuo.

Strutturato in sotto-questioni (chi, come, cosa etc…) il film lancia un semplice messaggio. Tanto semplice quanto volatile purtroppo. Il progresso è un percorso infinito. E’ un modello di sviluppo che presuppone una innovazione incrementale dell’esistenza umana. Inizia già durante i primordi dell’umanità, quando i primi uomini hanno capito come coltivare, cacciare e consumare più risorse naturali di quelle che avevano bisogno per la sussistenza. Niente di male in questo. Se consideriamo le risorse naturali del nostro paese come una sorta di ‘capitale’, da allora fino agli anno 80s ne abbiamo semplicemente utilizzato gli interessi. Il surplus prodotto dal nostro pianeta. Il progresso, quello del passato, è insomma un modello di sviluppo che di fatto aumentava esponenzialmente il consumo di risorse, ma in ultima analisi rimaneva entro i limiti di quello che oggi chiameremmo sviluppo sostenibile. Si consumava quello che il mondo produceva. DAgli anni 80 qualcosa cambia. L’aumento delle esigenze di consumo e risorse della specie umana diventa più alta degli interessi sul capitale. Ed ecco che iniziamo a vivere ‘sul’ e non ‘del’ nostro pianeta terra. Iniziamo a mangiare, consumare, trasformare, distruggere il nucleo finito di risorse che abbiamo sempre avuto. Ecco, il progresso, come viene descritto dall’autore, è un sistema che prevede il consumo progressivo della terra, ma che purtroppo non termina al terminare delle risorse. Non considera un cambiamento di direzione. La sua debolezza è insita nella sua natura economica, o almeno oggi, nel modo in cui noi, generazione del debito, lo concepiamo. I più ottimisti auspicano che lo sviluppo teconologico e l’evoluzione umana naturalmente genereranno un sistema in cui questo ‘capiatale’ finito può essere aumentato (vedi ingegneria genetica o utopica riduzione della crescita demografica). Questo per evitare che ‘l’azienda specie umana’ entri alla fine in ‘debito’ con il suo creditore (il pianeta). Non esistono prodotti finanziari in grado di creare risorse virtuali. Questa è fantasia dei banchieri. Nel calcolare le prospettive di progresso l’economia diventa ‘una forma di pensiero deviante’. Una devianza dalla natura esistenziale che in principio non ha nulla a che fare con la domanda e l’offerta.

Consumare meno è l’unico modo. E nel frattempo cercare di concepire un’esistenza della specie umana che prescinda da una definizione di progresso sempre più congruente con quella di ‘crescita’.

Guardatevelo.

A presto

fede

Quattro reazioni al nuovo governo Monti

InPolitica&Società - Politics&Society su novembre 17, 2011 a 10:40 am

Cari Amici

vi aggiorno sui miei pensieri istantanei in merito al nuovo governo Monti. E non intendo parlare di come lo prenderemo sarcasticamente in giro chiamandolo qualcosa come Monticelli, Montana, Giramonti, Mannaggia TREmonti, Tramontana etc….Non voglio neanche entrare nell’analisi dei CV personali, per la quale vi rimando a questo sito: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/ecco-squadra-mario-monti-nessun-politico-solo-tecnici-rilancio-nazionale/171081/

Secondo me le reazioni a questo nuovo governo possono essere di tre tipi (con un quarto meno intellettuale che é quello della Lega).

Primo. Grandioso! un vero governo di tecnici. Ci siamo sempre chiesti come mai chi decide di Economia é un tributarista, che decide di salute un avvocato, chi decide di Pari Opportunitá una velina sfruttata dallo showbusiness, chi decide economia e sviluppo un affarista (sono solo esempi). Avevamo pensato che il politico é un po’ quello che sa un po’ di tutto di tutto, e quindi niente di niente, e quindi solo negoziare, farfugliare con stile e negoziare (in favore a cosa solo lui lo sa). Beh, ora finalmente ha esperti nel settore. Ognuno dei nuovi ministri sembra conoscere i suoi polli e soprattutto sono gente nuova. Si, qualcuno di noi potrebbe rimanere abbagliato da questa novità. In effetti, sono facce nuove, e sopratutto sono non-inflazionate (non giovani di sicuro!). Un buon auspicio, liberarsi dei politici per un po’.

Seconda reazione: Alla faccia del conflitto di interessi!! Si tratta di tutta quella gente che si domanda: ‘se i nuovi politici sono di fatto rappresentanti dei poteri forti, delle elites di ogni compartimento sociale ed istituzionale del nostro paese, non é che tenderanno a tirare l’acqua al proprio mulino, ai propri colleghi, e soprattutto alle istituzioni da cui provengono, e alle quali probabilmente torneranno dopo questa esperienza. Mi chiedo: siamo sicuri che il rettore, ministro dell’istruzione, riformerà l’università a favore degli studenti e dei ricercatori? oppure rafforzerà i poteri forti, spesso conservatori, della conferenza dei rettori? Chiamando esperti a governare, si potrebbe pensare che ci sarà una sorta di bias, una tendenza a non mettere in discussione gli assetti istituzionali che, di fatto, hanno prodotto questi esperti, e dei quali questi ministri si faranno difensori. Oppure, ancora peggio, un vero imprenditore, banchiere, non riformerà mai quel sistema eccessivamente dipendente dalla finanza che ha distrutto l’economia reale, ed i rispettivi lavoratori. Forse no, dato che sia la EU che i mercati comunque domandano riforme. Ma credo che un generale non autodistruggerà mai le basi del suo ecosistema (la guerra).

Terza reazione: attenti! guardiamo bene. Sono  vicini ai movimenti cattolici e soprattutto hanno partecipato alla politica (o affiancato) della prima repubblica. Chi si chiede queste cose pensa anche: sembra proprio strano che si stata in crisi nera e tutto ad un tratto spunta un uomo, neanche politico, per il quale si trova un consenso parlamentare (pressoché unitario) in 7 giorni…non é che questo stava girando attorno al palazzo già da un po’. Non é questo Monti era pronto dietro al primo della fila? Ci si chiede insomma se la velocità con la quale questo nuovo governo é stato costituito nasconda di fatto una continuità con la politica, quella vera, dei poteri forti, che spesso sono collegati alla chiesa e che (ancora una volta) abbiamo ereditato dal passato. Concedetemi un paio di esempi, anche se potrebbero sembrare esagerati. La ricostituzione del nuovo stato nazione italiano dopo la fine del fascismo fu rapida anche perché le tecnostrutture istituzionali di quel sistema non furono pesantemente modificate. Si recuperò tutto il recuperabile con l’obbiettivo di mantenere un ordine (disordine mai!! magari rischiamo di progredire….).  Dopo il 1861, con la costituzione dello stato italiano, la politica piemontese ricercava e arruolava la nobiltà del Sud Italia per rinfoltire le sedi istituzionali. Si recuperavano i poteri forti perché tutto rimanesse come prima affinché, tutto cambiasse (vedi il piemontese spaurito che arriva in Sicilia a chiedere al principe Salina di diventare membro della camera).

Il quarto é abbastanza scontato, e suonerebbe cosí: sono un Leghista duro e puro. Mi hanno fregato negli ultimi 5 anni. Non abbiam fatto ne federalismo ne pulizia razziale. Mannaggia sti romani. Me ne ritorno in Padania, me mangio una polentata, me ritaglio un pó de legna per il fogo e me taglio uno stinco de maiale de casa. Divento opposizione e faccio lotta dura con la mia mantella verde pisello contro tutti i nuovi politici. Se mi va bene, alle prossime elezioni non perdo voti.

A presto

federico

 

Berlusconi c’è e si vede

InPolitica&Società - Politics&Society su novembre 15, 2011 a 7:08 am

Nel mondo erano rimasti solo in due a parlare attraverso i video-messaggi e di uno, al di là delle apparenze, non ci libereremo mai. Eh già, perché il Cavaliere oggi potrà aver perso una battaglia, ma la guerra, purtroppo, l’ha vinta da un bel pezzo: più o meno trent’anni fa, quando TeleMilano, una piccola realtà televisiva via cavo, diventa la nazionalissima Canale 5.
Burattinaio di serate nostrane – targate anni ’90 – l’ex (?) premier si colloca, ahimè, al primo posto nella lista delle persone più influenti in Italia degli ultimi anni. Insomma, lui la mente, lui il braccio.
Ci ha modellato a sua immagine e somiglianza, facendoci credere fin da subito che l’apparenza fosse tutto. Concetto ormai così ben radicato in Italia da trovarlo, oltre che in televisione, anche nelle stanze della sua politichetta da strapazzo.
Con le famigerate veline, letterine, tapparelline e sedioline, ha stravolto totalmente il significato dell’essere donna, portandolo al livello più basso in assoluto ovvero quello di gnocca senza cervello. Circostanza, tra le altre cose, da lui estremamente amata. Giuro che all’estero è del tutto impossibile tentare di spiegare questo fenomeno televisivo.
Ha poi rimodellato, senza mezze misure, il concetto di informazione, dove pertanto la politica si confonde facilmente con il gossip e il gossip con la cronaca nera. Chiaramente, quando si può, meglio se tutto a suo favore.
Ci ha regalato format televisivi stranieri trasformati, fin da subito, nella parodia di noi stessi: uno su tutti: Il Grande Fratello. Concettualmente interessante, praticamente un’ammucchiata di idiozia. Arrivati all’undicesima edizione, mi chiedo perplessa chi è l’eroe instancabile che dà seguito a questo circo.

Non voglio stare qui a raccontare cose che già conosciamo alla perfezione, ma solo far presente che la sua fantomatica uscita di scena è tutta una mera illusione. Potrà sembrare una minaccia, ma lui c’è ancora e ci sarà sempre. Tutte le volte che guarderemo un programma Mediaset, che ci soffermeremo su una pubblicità, che rideremo con Zelig o penseremo di essere informati da un servizio delle Iene. Volenti o nolenti lui è la televisione, e la televisione resta, senza concorrenza, il mezzo di comunicazione più diffuso, in questa Italia tanto vecchia quanto ingenua.
Si dimette da Presidente del Consiglio, facendoci credere di essere un politico responsabile che ama il suo paese. In realtà è sempre stato solo un imprenditore legato al soldo, che oggi esce dalla porta sul retro – per non sentire i fischi di quella parte di popolo che ha capito il suo trucco – pronto però a rientrare dalla finestra, per continuare a condizionare la massa. E la massa, per definizione, è sempre in maggioranza.

Marta

Le dimissioni di Berlusconi: la storia continua….

InPolitica&Società - Politics&Society su novembre 9, 2011 a 3:19 pm

Cari amici

Sono passate appena 20 ore dal voto parlamentare sul governo ed ecco che le analisi storeografiche sul berlusconismo si sprecano. Capire se il berlusconismo ha veramente rappresentato una rottura dal passato, una innovazione della politica, e dell’etica, di questo paese, è una falsa domanda purtroppo. Le dimissioni del premier, almeno quelle preannuciate, non svelano ancora nulla di nuovo secondo me. Questi i miei motivi:

- Berlusconi non si è dimesso. Ha annunciato di farlo dopo la legge sulla stabilità. Come questa legge verrà approvata con l’attuale minoranza in parlamento rimane tutto da scoprire. Se la legge verrà approvata, quella scritta dal PDL, si reclamerà un’ulteriore dimostrazione che il governo berlusconi non è finito. Sembra il gioco dell’uovo o della gallina

- Berlusconi non ha mai fatto atti di responsabilità, e non ci dovremmo aspettare che li farà oggi. Le sue dimissioni sono un gesto ‘pressapochista’: di fatto ci si dimette ‘a condizione che’, o ‘dopo che’. Mai sentito dire di annunci di dimissioni ad orologeria. Cosa abbiamo in mano: una parola. Una parola di uno che le parole le vende, le ha svendute, maltrattate, storpiate e le ha sempre usate come promesse infondate

- Berlusconi = Alfano: Berlusconi ha capito che la sua faccia è inflazionata. Alfano è la faccia pulita, laccata, sorridente, e rasata (anche calva al punto giusto) che meglio lo può sostituire. Come Putin ha fatto con Medved, così Berlusconi farà con Alfano. Le direttive saranno sempre le stesse.L’uomo non cambia la politica. Il PdL cambia (perde) il pelo ma non il vizio. Non ci sarà nessuna innovazione in questo senso, e nessuna discontinuità.

- Le dimissioni di Berlusconi non sono un atto di responsabilità. Piuttosto l’ultima azione distruttiva di una serie di traumi che lui ha imposto al nostro paese. Neanche l’esercito statunitense ha lasciato l’Iraq, consapevole che non si può abbandonare il campo dopo aver massacrato il governo, lo Stato e la popolazione di una nazione. Andarsene ora vuol dire lasciare nell’incertezza un paese. Picchiare duro su un ferito a terra. Berlusconi non se ne può andare così facilmente. Ecco perchè le elezioni sarebbero un dramma. C’è bisogno di un governo tecnico, di unità nazionale. Berlusconi ed il Pdl avrebbe la possibilità di un ultimo gesto di responsabilità, ma, vedi punto due, questo non sarà possibile dato che ‘responsabilità’ non fa parte del vocabolario del PdL.

Rimane la grandissima incertezza in cui il paese, gli italiani, i disoccupati e i mercati navigano.

a presto

federico

 

This Must be the Place

InRecensioni e Cinema su novembre 1, 2011 a 8:36 pm

Regia: Paolo Sorrentino

Cast: Sean Penn, Frances Mc Dormard, Eve Hewson e Harry Stanton

Film interessante, incentrato su una ex rockstar del passato Cheyenne leader di un gruppo pop anni cinquanta, interpretato dallo straordinario Sean Penn,  fallito, depresso e annoiato, che passa le sue giornate in giro per i supermercati con un carrellino della spesa da cui non si separa mai.

Pochi amici a fargli compagnia: un’adolescente dark e la madre depressa per la scomparsa del figlio maggiore, sempre seduta a fumare guardando fuori dalla finestra. Quando Cheyenne sostiene di non essersi mai interessato al fumo,  lei gli risponde “ é perchè non sei mai cresciuto, solo i bambini non si interessano al fumo”, frase chiave a mio avviso per comprenderne il personaggio di Cheyenne sempre truccato e cotonato con una voce fievole e lenta.

A dare una svolta alla vita del protagonista è la morte improvvisa del padre, un uomo con il quale non si parla  da trent’anni, ebreo, che come da copione, con poca originalità, lui scoprirà solo dopo la sua morte di volergli bene.  I due per tutta la vita non si sono mai parlati, Cheyenne sostiene infatti di conoscerlo solo “in modo molto generico” e deciderà di vendicare il padre umiliando l’ex soldato nazista che l’aveva fatto soffrire.

Ma questa è solo la trama superficiale del film, alle spalle c’è il rapporto difficile che si instaura tra un genitore e un figlio, le incomprensioni, i modi di vedere la vita da ottiche diverse, le diverse scale di valori e le diverse priorità. Nel film emerge molto la sofferenza che può provare un genitore quando perde un figlio e viceversa, più che analizzarne i rapporti Sorrentino analizza il singolo personaggio lasciando molti quesiti in sospeso alla fine del film, come ad esempio che relazione c’è tra il protagonista e la madre che ha perso  il figlio? Dove è finito il figlio? Cheyenne è responsabile?

Durante il viaggio per la vendetta del padre egli incontra un’altra coppia madre-bambino, a cui si affeziona che a mio avviso rappresenta sempre un lato di quello che può essere un rapporto genitoriale, ossia dolce e  affettuoso, ci mostra quello che sarebbe potuto essere ma che non è stato. Decide di vendicarlo per farsi perdonare e quando la moglie al telefono gli chiede : “ Ma tu che stai facendo? Sei lì a cercare te stesso per caso? Lui “ Non sono mica in India ma in New Mexico”. In realtà, come ogni viaggio che compiamo nella vita ci trasforma e ci arricchisce, lui torna cambiato non solo esteriormente, abbandonando il look eccentrico da rock star, ma anche interiormente, più maturo e responsabile.

A fare da leit motiv musicale è naturalmente la canzone dei Talking Heads, che da anche il titolo al film, This Must be the place, ma bellissime sono anche le musiche scritte da David Byrne per il film. E se nel passato era considerato pericoloso dare la caccia a pericolosi e strani personaggi, oggi è molto più pericoloso giocare in borsa: “ Non è pericoloso investire in borsa?” Gli chiede la ragazza ad un tavolo in un bar, e lui risponde  “ Il pericolo è il mio mestiere….” Mai frase oggi è più azzeccata!

Elvira

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