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Il centro commerciale a Roma: metafora di un’urbanistica pressapochista.

InTerritorio&Società - Territory&Society su ottobre 27, 2011 a 7:51 pm

La notizia del sovraffollamento, con annessa demenza di massa, a roma, in zona Nord Ovest, tra corso di Francia e viale tor di Quinto potrebbe sembrare la solita vicenda italiana. http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_ottobre_27/traffico-tilt-apre-centro-commerciale-1901961469622.shtml

Demenziale ed in effetti non significativa rispetto ai problemi del paese di oggi. Beh, invece no. quello che succede per un TRony o un centro commerciale puó succedere per uno stadio, un museo, una multisala, un polisportivo, una fiera, un mercato, un’IKEA etc… E’ lo specchio di una politica urbana troppo pressapochista, presa alla leggera da parte di molte cittá italiane, soprattutto di quelle storiche, antiche, la cui morfologia e grammatica urbana non possono essere modificate con facilitá. tipo roma.

Io non so molto di quel centro commerciale, e sinceramente me ne frego. Tuttavia mi chiedo, chi lo ha deciso? Cosa prevedeva il piano? quando é stato modificato? chi ha fatto gli studi di fattiblitá e di impatto ambientale? Queste sono tutte domande da farsi ogni qualvolta che un governo locale o nazionale che sia tenta di modificare, completamente e parzialmente il territorio. L’imprevidibiliá del TRONY di roma, é inoltre una manifestazione lampante, chiara perché minuta, delle debolezze della pianificazione urbana Italiana. L’imprevedibilitá di questi progetti é proprio conseguenza dell’imprevedibilitá del territorio, e quindi dell’ASSENZA di pianificazione. LE  strade, parchi, parcheggi, marciapiedi che circondano quel benedetto centro commerciale non sono state concepite per un centro commerciale. In urbanistica non funziona come in sartoria. Se c’è un buco non si riempre con qualcosa, qualsiasi cosa, o semplicemente la più remunerativa. Ogni funzione va collocata in base ad un progetto, di medio e lungo periodo, che traduce il tessuto urbano in un sistema di funzioni connesse ma differenziate appositamente (e non intendo zonizzazione dura e pura). I centri commerciali forse è meglio metterli fuori città. 30 anni di storia mondiale lo insegna.

Il punto che voglio sottolineare è che una pianificazione più consapevole porta vantaggi anche ai privati. I gestori di quel supermercato non hanno che da guadagnarci se il loro esercizio è servito da buone infrastrutture e circondato da altri centri commerciali, altre attività di distribuzione. Qualsiasi consulente immobiliare di un’impresa come trony lo saprebbe. Gli unici che ci guadagnano da una costruzione non pianificata sono i soggetti che sviluppano il progetto, quelli che lo finanziano e ricavano dalla vendita. Sono loro che operano oltre il mattone, ma che guadagnano dalle transazioni finanziarie, indipendentemente da dove questi soldi si traducono in edifici. Per evitare tutto questo bisogna mettersi in testa una cosa: possedere un appezzamento di terreno, ovunque sia, non implica libertà assoluta di farne quello che uno vuole. Chi possedeva quel terreno (sicuro non il pubblico) ne voleva fare un centro commerciale. L’amministrazione dovrebbe convincersi di usare la propria autorità sui diritti di edificazione e sulla destinazione d’uso. Non svendere la propria funzione per chissà quale vantaggio. Questo centro commerciale ha probabilmente comportato un ritorno in pochi servizi, magari un pò di verde, forse un metro della metropolitana, certamente gli abitanti di roma non ne comprendono il vantaggio.

Federico

Liguria State of Mind

InTerritorio&Società - Territory&Society su ottobre 26, 2011 a 9:35 pm

Quanto era bello, ma quanto bello era salire in macchina un sabato mattina qualunque, di giugno, con il primo vero caldo, per viaggiare verso il mare. Chi vive – o ha vissuto – a  Milano lo sa. La sola idea del mare, il solo unico pensiero rasserena la giornata.
Un vero milanese la Liguria la conosce bene, alla perfezione quasi. L’invasione estiva è nota nelle zone del levante ligure come Sestri, Chiavari, Rapallo o Moneglia. A centinaia, flotte di accaldati lumbard arrivano direttamente dall’ufficio alla spiaggia scaraventando, con un gesto deciso, la cravatta sul sedile posteriore della macchina, con l’intento di abbandonarla per almeno 48 ore.
”Eh no eh! Non ci sono questo fine settimana, sono al mare, torno domenica’ … ‘ Certo, in Liguria!’
Tipica frase da milanese al telefonino su una spiaggia ligure. Lo so, siamo fatti così.

Noi gruppo di amici si decideva all’ultimo, come nostro solito. Il dilemma era sempre lo stesso: Levante o Ponente? Anche se poi, alla fine, non ha mai avuto così tanta importanza. Quando si arriverà nei pressi di Genova qualcuno deciderà! Oh, la tenda c’è, il sacco a pelo pure, al limite ci si accampa in spiaggia. Quanto era bello, ma quanto bello era sentirselo dire. C’era tanta di quella vita dietro quelle parole.
Solito appuntamento alle 09.00 del sabato mattina, per l’appunto. Per noi il mare è sempre stato una dura conquista. Appena si abbandona l’autostrada Milano-Genova e si comincia ad intravedere quell’azzurrità, ti senti addosso una libertà inaspettata, un senso di gioia mista tranquillità che così potente non ricordo in nessun altro luogo. Il vento, la brezza e l’odore dell’aria, tutto così diverso e leggero: siamo vicini, siamo molto vicini. Cos’altro può esserci di più desiderabile?
Ricordo con affetto anche i tempi del treno. Quelle stazioni remote, a strapiombo sul mare, appena dopo Genova. Era bello guardare fuori dal finestrino, con Fabrizio De Andrè che cantava nelle orecchie di quei paesaggi.
Per me Liguria ha sempre significato questo. Un’assoluta felicità.

 Le immagini di oggi, che arrivano come un pugno, mi rattristano e mi preoccupano. E’ una terra difficile, fisicamente lunga e stretta. Una valanga di acqua e fango che la spazza via: un’intera zona d’Italia, una zona meravigliosa, Le Cinque Terre. Gente che non si merita ciò. Gente comune che, come al solito, si trova in prima fila ad assistere alla catastrofe.
 Altro da dire non ho, si è già detto e visto tutto. Ho voluto raccontare con poche righe quello che per me ha sempre significato. Una personalissima e pura emozione.
Posso solo aggiungere che, nel mio piccolissimo e per quello che potrò da qui, darò il mio contributo. Con lo stesso trasporto emotivo di quando si aiuta un amico.

Marta

Addio SuperSic! In memoria di Marco Simoncelli

InSport su ottobre 24, 2011 a 1:17 pm
Sabato sera vado a letto alle 3, ma domenica mattina alle 9.30 sono già in piedi. Ci sono in programma la prima gara di Coppa del Mondo di Sci Alpino maschile ed il Gran Premio della Malesia di Motogp, gara di per sé inutile perché Stoner ha già vinto il titolo, ma che a me interessa per motivi fantasportivi.
Il gigante di Solden parte alle 9.45, alle 10 le moto. Faccio un po’ di zapping passando da un evento all’altro: nello sci i migliori sono già scesi, ma manca ancora qualche atleta interessante. Passo alla motogp, che parte con grandi emozioni: dietro alle tre Honda ufficiali c’è una grande lotta fra Marco Simoncelli ed Alvaro Bautista per il quarto posto. Torno allo sci, ma l’intermedio di Raich è alto, allora torno alla motogp. Vedo Valentino Rossi per prati che scuote la testa e si mette le mani sul casco, l’inquadratura successiva riprende Colin Edwards a terra che si dispera ed un pilota della Honda Gresini disteso in mezzo alla pista; penso (e non mi vergogno di dire spero, visto che l’altro è Simoncelli) che sia Hiroshi Aoyama, che lottava con Rossi ed Edwards per il settimo posto, mentre Simoncelli era davanti. Nessun replay, nessuna immagine sul pilota ferito. Bandiera rossa, gara sospesa. Bruttissimo segno.
Mi si gela il sangue perché capisco subito quello che è successo pur non avendolo visto per pochi secondi in diretta: Aoyama è caduto e Edwards l’ha investito. E penso: che sfiga sti giapponesi, dopo Katoh nel 2003 e Tomizawa l’anno scorso stanno rischiando di perdere anche lui, che tra l’altro è al penultimo gran premio della carriera in motogp. Sì perché anche se la sicurezza ha fatto passi da gigante, se un pilota viene investito a 250 all’ora non ci sono santi che tengano.
Poi inquadrano la moto che viene spostata dai commissari di gara. Ha il numero 58, quello di Simoncelli. Resto basito: com’è possibile, era nettamente davanti a Rossi ed Edwards. Ho un impegno e devo uscire, ma lo faccio con il magone, perché quando accadono cose simili soffro come se fosse capitato ad un mio amico. Faccio in tempo a leggere un’altra notizia terribile: nell’impatto Simoncelli ha perso il casco. Le speranze si aggrappano al ricordo di Franco Uncini, che nel 1983 subì un incidente analogo dal quale si salvò passando “solamente” una giornata in coma.
Quando rientro a casa qualche ora dopo leggo la tragica quanto purtroppo immaginabile notizia. Marco Simoncelli è morto: dopo aver perso il controllo della sua moto ed essere scivolato via, per uno scherzo del destino invece di prendere la tangente la sua moto è tornata verso il centro della pista e sia Edwards che Valentino lo hanno colpito in pieno, facendogli addirittura perdere il casco.
Era uno forte Simoncelli. Non aveva ancora vinto in motogp, ma era stato campione del mondo 2008 in 250 e aveva conquistato soltanto sette giorni fa il miglior piazzamento in carriera nella classe regina, un secondo posto alle spalle del marziano Stoner nel Gran Premio d’Australia, al termine di uno splendido duello con Andrea Dovizioso. Aveva 24 anni e tutta una carriera ancora a disposizione per diventare quello che in molti pronosticavano, l’erede di Valentino Rossi.
Era simpatico Simoncelli. Sorriso stampato sulle labbra 24 ore su 24, disponibilità con tifosi e giornalisti, una parlata da cartone animato con quell’inconfondibile accento romagnolo ed un casco di capelli ricci che erano diventati un po’ il suo simbolo.
Era un duro Simoncelli. Quando vinse il titolo 250 lo fece dopo lotte senza esclusione di colpi che mandarono all’ospedale Hector Barbera, uno dei suoi rivali più accreditati. E anche quest’anno si era reso protagonista di episodi ai limiti della correttezza, mandando per terra Pedrosa e Lorenzo in un paio di occasioni.
Era amato Simoncelli. Dai familiari, ovviamente, dalla fidanzata in lacrime ai box, dai giornalisti, dai tifosi. Solo a qualche collega risultava antipatico, forse per paura che potesse diventare il più forte; Valentino Rossi invece era un suo grande amico, ed è ancora più terribile sapere che è stato proprio lui ad avergli dato il “colpo di grazia” durante la tragica carambola.
Ora Simoncelli sfiderà Jaarno Saarinen, Renzo Pasolini, Daijiro Katoh, Shoya Tomizawa e tutti gli altri campioni di motociclismo morti mentre facevano il loro lavoro e coltivavano la loro passione nei Gran Premi che si disputano in Cielo. Addio SuperSic!
“Marco, non hai paura di ammazzarti se fai un incidente?”
”No. Si vive di più andando 5 minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera”. Marco Simoncelli.
Jacopo

Gli indignados indignati: chi sono? cosa vogliono?

InPolitica&Società - Politics&Society su ottobre 15, 2011 a 8:55 am

Sto per andare davanti alla Borsa di Berlage, Amsterdam, The netherlands. Li ci saranno almeno 2000 persone a manifestare contro il sistema. Il sistema? Non sono sicuro se ho ben capito. MA chi sono ste persone? che ci farò io li e perchè sono li? In origine ci sono gli indignados spagnoli, poi americanizzati in ‘OccupywallStreet’. Un movimento, fluido, volatile e disorganizzato che protesta con la vivacità e creatività che caratterizza gli Spagnoli. In piazza, con le tende e tanti tanti giovani. Io credo che non stiamo assistendo a un movimento politico, del tipo che conosciamo già. Vorrei discutere qui con voi le forze e debolezze di questo fenomeno.

Innanzitutto questo movimento non è ben definito. Non nel senso che conosciamo. Un movimento politico, progressista o reazionario che sia, si caratterizza per una forte carica normativa. Incapsula una visione del mondo che verrà e riflette sul ‘migliore dei mondi possibili’. Ne traccia i tratti fondamentali e poi protesta e agisce per realizzarli. Questa carica normativa, inevitabilmente si manifesta in termini di noi-voi, no-si, contro-a favore. Non stiamo parlando ancora di partiti. Un movimento extra-paralmentare è un’entità non ben organizzata, che non ha ancora accesso alle arene decisionali, che non può, appunto, influenzare direttamente le decisioni politiche li nei luoghi del potere. Gli indignados sembrano un movimento politico da un lato ma non lo sono allo stesso tempo. La loro carica di protesta non sembra caratterizzarsi da una visione normativa della realtà, ma piuttosto da una ‘indignazione’, un rifiuto, di uno stato di fatto. Diciamo che questa è solo una faccia di un movimento politico che sia. Attenzione, se leggiamo i loro manifesti (chi li ha firmati??) si vede che hanno, ovviamente, ambizioni politiche.

Las prioridades de toda sociedad avanzada han de ser la igualdad, el progreso, la solidaridad, el libre acceso a la cultura, la sostenibilidad ecológica y el desarrollo, el bienestar y la felicidad de las personas. Comunicado de prensa de “Democracia real YA” (17/05/2011)

tuttavia, non facciamoci imbambolare: queste sono affermazioni di protesta piuttosto che propositive. Per normativo si intende un’agenda, politica, di cambiamento e di riforma. E la predisposizione dei mezzi per raggiungerla. E’ per questo che il Marxismo, per esempio, ha conquistato siffatto successo nella storia. Perché non solo visionava un punto di ‘arrivo’ (il socialismo), ma delineava e tracciava un percorso, basato sull’interpretazione di logiche precise (le contraddizioni del Capitale)  e su dei mezzi precisi (la dittatura del Proletariato). Tutti i credi politici più importanti (come anche il Socialismo Liberale) mantengono tale struttura. Una delle debolezze degli indignados è secondo me la mancanza di una visione propositiva della realtà. Rischiano insomma di riempirsi la bocca di bei propositi e parole. La protesta mondiale sembra seguire, quindi, una nuova logica. Si diffonde per imitazione di una modalità di protesta (cioè la piazza) piuttosto che come imitazione di un percorso.

Tuttavia questo è quello che dobbiamo aspettarci oggigiorno. Detto questo, io credo allo stesso tempo che un vero movimento politico del tipo anni 60 non sia più possibile. Il fenomeno indignados dimostra che un movimento politico che ambisca a riconoscibilità politica deve per forza essere abbastanza fluido e indefinito da includere gli infiniti profili socio-economici dei nostri tempi. In altre parole, gli indignados non hanno una vera identità perché altrimenti non sarebbero precari, dipendenti pubblici, spazzini, lavoratori dipendenti ed autonomi, insegnanti, disoccupati, operai e tutto di più. La teoria: allarga i ranghi ideologici per includere quanti più individui possibili.

Questo è positivo secondo me, e anche bello. Il fatto che il popolo innanzitutto esprima un disaccordo generale e generico, perché di fatto il sistema politico di oggi è ‘genericamente viziato’. Tuttavia spero tanto che questa ondata di indignazione trovi una traduzione istituzionale prima o poi. Non credo questo possa succedere purtroppo, perché non sembra esserci un rango intellettuale e politico pronto al dibattito ‘nelle’ istituzioni. Come forse succederà, troveremo i soliti politicanti (nascosti dietro le bandiere di nessun colore) che si riproporranno come i rappresentanti politici. Poveri noi, e poveracci i politici in cerca di consensi….

A presto

Federico

Voce del verbo Raschiare

InPolitica&Società - Politics&Society su ottobre 10, 2011 a 8:46 pm

 Il verbo raschiare non viene utilizzato quasi mai nel nostro quotidiano. Alzi la mano chi sente di poter affermare il contrario. Eppure sono settimane che mi gironzola nella testa senza capire da dove diavolo possa arrivare.
Poi succede che, una mattina di autunno – magari domenica – ti alzi dal letto, ciondoli fino alla cucina alla ricerca di una goccia di caffè, ti lavi, ti vesti, esci a buttare la spazzatura e coincidenza il camioncino che la ritira è già li, sotto casa, rombante e pronto per ripartire. Con la mano libera fai un gesto nell’aria e il tizio abbandona il volante, ti viene incontro senza espressione, prende il tuo sacco e lo lancia nel mucchio.
Poi succede che ti chiedi se è tutta plastica quella che vedi nel retro del furgoncino; no, perché sono cinque giorni – con oggi – che te la tieni in casa e la domenica è il giorno corretto per liberartene, lo dice anche il memorandum di quattro colori del comune attaccato con tanta cura sul muro del palazzo. Ma quello che vedi con la coda dell’occhio sembra tutto tranne plastica e allora la domanda, come diceva un noto conduttore, nasce spontanea.

‘Scusi è il giorno della plastica questo, vero?’
‘Che?’
‘….no dico, stai raccogliendo la plastica adesso, giusto? E’ plastica quella?!’
‘Mica me metto a controllà i sacchi uno per uno’
‘Si, però è giorno di plastica oggi’
‘E allora sarà plastica’.

Il verbo raschiare è onomatopeico. Lo pronunci e puoi sentirne il rumore. Ma il perché io ci pensi da giorni, devo dire, proprio non lo so.
Poi succede che una sera torni a casa dal lavoro, stanca e affamata. Lanci la borsa da un lato, le scarpe dall’altro, e – tra la lavatrice che centrifuga e una padella che sfrigola – il relax prende il sopravvento. Però poi succede che la soglia di attenzione si alzi un po’ ascoltando un telegiornale: e le parole che riesci ad ‘acciuffare’, nel marasma delle notizie e dei gesti quotidiani che fai, sono poi quelle che creano il senso reale delle cose accadute.
Muore Steve Jobs / Forza Gnocca / crolla una palazzina, cinque donne muoiono sul posto di lavoro / lavoravano in nero / manifestazione contro la Legge Bavaglio  / Berlusconi va in Russia per il compleanno di Putin / processo Mediaset / processo Ruby / i due tizi di Perugia, per la giustizia italiana, sono innocenti e vengono scarcerati / vogliono i danni morali / saranno soldi nostri / l’assassino di Novi Ligure è ospite in una trasmissione televisiva / a dir cosa, non saprei / il fallimento della Grecia / i tagli alla scuola pubblica / la crisi / le banche / Berlusconi è sempre al compleanno di Putin / culona inchiavabile / neutrini che viaggiano in tunnel inesistenti / borse in calo / Palazzo Grazioli, festini e minorenni / pensione parlamentare di 3000€ ad una pornostar / IVA al 21% / Giuliano Ferrara su RAI 1 per mezz’ora al giorno / per non parlare di Bruno Vespa / o di Minzolini / la Dandini non tornerà in televisione.
In tutto questo tripudio di scelleratezze, cerchi Michele Santoro, perché in fin dei conti è Giovedì e sei abituata così, di Giovedì. Ma al suo posto c’è un programma di gente sconosciuta che canta e stona e viene giudicata dalla Cuccarini, la sola che riesci a riconoscere prima di spegnere tutto e schiantare il telecomando contro il muro.

Il verbo raschiare è in disuso. Sfido io a trovare qualcuno che per strada lo inserisca in una conversazione. Eppure, chissà come, non posso fare a meno di pensarci.
Poi succede che ti chiama un amico e ti dice che l’azienda per cui ha lavorato l’ultimo anno e mezzo non gli rinnova il contratto e allora tra brevissimo se ne andrà all’estero a fare quel dottorato che ha sempre rimandato; non rimane in Italia perché  non lo pagherebbero. Si è già informato. Poi ti chiama un’amica e ti dice che, visto che il suo contratto era di sostituzione maternità, a fine ottobre torna la collega e lei dovrà andar via. Non c’è possibilità di rimanere, non ci sono soldi per pagare due persone e non sa proprio dove sbattere la testa. Era brava nel suo lavoro.

Allora ritorno con il pensiero a Mr. B. e al suo viaggio in Russia per il compleanno di Putin. Penso che saranno più di vent’anni che in Italia non si fa politica – quella vera - e il risultato di questo mal governo si riversa inesorabile sulle nostre vite, anche se ci vogliono far credere che tutto sia sotto controllo.

Ed ecco quell’attimo di lucidità, dove tutti i tasselli tornano al proprio posto e la parola raschiare finalmente acquista il suo senso. Raschiare il fondo. Ecco cos’era. Ecco da dove arriva. Perché è quello che vedo, quello che mi circonda tutti i santi giorni; mentre chi dovrebbe rimanere qui – per quel senso di responsabilità che fa di un capo un buon capo – è lontano mille mila kilometri, a festeggiare l’unico ‘comunista’ che non fa comodo chiamare così.

 

Marta

Carnage: di Roman Polanski

InRecensioni e Cinema su ottobre 9, 2011 a 1:44 pm

 

Regia Roman Polanski

 

Cast: J. Foster, J.C. Raily, C. Waltz, K. Winselt

 

90 minuti di puro piacere, humor e relax! Una vera Commedia, come non si vedeva da tempo, con quattro personaggi protagonisti (Kate Winselt, Jodie Foster, Christoph Waltz, il colonnello Hans in Inglourious Basterds di Tarantino e  John C. Raily) due uomini e due donne che non fanno altro che parlare, discutere, confrontarsi, mostrarsi e nascondersi per l’intera durata del film. Semplicemente: dialogano, inizialmente in modo molto cordiale e pacato, adottando i classici formalismi, poi con il passare del tempo le buone maniere vengono meno e mandano a quel paese il falso perbenismo!

Tutto si svolge in una casa, tra cucina, bagno e salone, una sola location, per un intero film, sembra impensabile, ma non lo è. Questa situazione iniziale mi ha ricordato il film del 1972 di Bonuel Le charme discret de la bou­rgeoisie, ma molto meno surreale e grottesco, in questo film due coppie “perbene” cercano di portare a termine una cena che per vari motivi non avrà mai luogo.

Polanski è più realistico di Bonuel, più fine e con dialoghi davvero intelligenti e ironici. I suoi personaggi non tentano di realizzare una cena ma di arrivare ad un “civile” compromesso, dovuto al litigio dei rispettivi figli, che non avverrà mai.

Il film è tratto dal romanzo, pies teatrale Le Dieu du Carnage, Il Dio della Carneficina di Yasmina Reza, scrittrice francese, co-sceneggiatrice nel film.

Elvira

Steve Jobs: unire i puntini

InCostume&Società - Customs&Society su ottobre 6, 2011 a 12:16 pm

Steve Jobs

Dell’affascinante vita di Steve Jobs la storia che mi ha sempre colpito è quella del corso di calligrafia.

Scelte che a prima vista sembrano inutili sono in realtà esperienze fondamentali nella vita di ciascuno.

Non importa cosa. Pur che accenda curiosità, intuito, passione.

Bisogna aver il coraggio di seguire il proprio cuore.

La vita non è un percorso lineare.

Non si possono unire i puntini guardando al futuro, ma solo guardandovi all’indietro.

E trovarne il senso.

Come lui stesso diceva :” la morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della vita”.

Ci ricorda la nostra precaria e transitoria condizione di esseri umani e ci spinge a fare le scelte più grandi.

Non abbiamo niente da perdere, siamo già nudi.

L.S.

Calcio: la Serie A senza padroni

InSport su ottobre 3, 2011 a 8:55 pm

Sono già state giocate quattro partite del campionato di Serie A e abbiamo un’unica certezza: non sembra esserci una squadra in grado di dominare come fecero negli anni passati prima l’Inter e poi il Milan.

Le due milanesi, le principali favorite per lo Scudetto, sono partite abbastanza male: una vittoria, due pareggi e una sconfitta per i rossoneri, un pareggio e due sconfitte per i nerazzurri che sono costate la panchina al tecnico Gasperini, rimpiazzato da quel Claudio Ranieri tanto criticato quando era sulla panchina della Roma, ma che adesso viene visto come salvatore della patria e che ha regalato ai suoi la prima vittoria stagionale sabato contro il Bologna.

Juventus e Napoli, due delle possibili alternative alle milanesi nella lotta allo Scudetto, erano invece partite fortissimo. Entrambe avevano vinto le prime due partite per poi subire un calo contro squadre non certo irresistibili: i bianconeri hanno pareggiato in casa contro il Bologna (unico punto sin qui raccolto dai felsinei) e a Catania, gli azzurri sono stati sconfitti a Verona contro il Chievo e hanno pareggiato al San Paolo contro la Fiorentina.

Male anche le romane: la nuova Roma di Di Benedetto era a detta di molti la squadra rinforzatasi di più. Tuttavia avere in panchina un mediocre come Luis Enrique e spendere palate di milioni per giocatori di basso livello quali Jose Angel e Osvaldo avrebbero dovuto allarmare i tifosi. Ed infatti prima della vittoria di ieri contro il Parma erano stati raccolti solo due punti contro l’Inter e contro il Siena. La Lazio si trova a pari punti con i cugini: dopo il bel pari a San Siro contro il Milan è arrivata la pesante sconfitta interna contro il Genoa, prima che la vittoria di Cesena ed il pareggio contro il Palermo risollevassero una situazione che stava diventando molto tesa fra il tecnico Reja ed i tifosi.

Così dopo quattro giornate in testa ci sarebbe la neo promossa Atalanta, che ha vinto tre partite e ne ha pareggiata una. I bergamaschi però partivano con un fardello di sei punti di penalizzazione dovuti al calcio scommesse, pertanto i punti effettivi in classifica sono “solo” quattro, comunque molti per una squadra che lotterà per la salvezza. Al primo posto quindi, insieme alla Juventus, troviamo l’Udinese, che dopo aver venduto i suoi giocatori migliori non si pensava potesse ripetersi ad alti livelli. Il campionato è ancora lungo, ma le premesse per fare bene ci sono. Attenzione anche alle altre squadre di medio livello: Genoa, Fiorentina e Palermo possono approfittare di questo campionato senza padroni per potersi infiltrare nelle zone alte della classifica.

Solo il tempo ci dirà se le gerarchie torneranno quelle degli anni passati o se, finalmente, dopo anni di dominio delle “strisciate”, avremo una novità che non può che far bene al nostro calcio e ad un campionato che di anno in anno si sta rivelando sempre più mediocre.

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