In questo post siamo rimasti alla gestione dell’emergenza lavorativa a Sesto San Giovanni. Negli anni 90, la crisi industriale scardina il sistema ‘chiuso’ dell’urbanistica neo-corporativista. Siamo in un villaggio di oltre 85.000 persone con un Sindaco e un partito di forte maggioranza (PDS), un grande immobiliarista con forti contatti con gli istituti di credito e tanto fondiario in proprietà (Pasini) e grandi famiglie industriali che si lanciano nel settore della valorizzazione immobiliare, vendendo le proprie aree (già ipotecate) a grandi operatori affamati di sviluppo. La situazione è simile in tante città italiane ed internazionali. Milano tenta un’apertura all’innovazione e ai nuovi settori produttivi (università) con Bicocca. Torino cerca di fare lo stesso al Lingotto. La Ruhr sviluppa un parco tecnologico. L’architetto di Milano, Gregotti, fa anche un piano per la riconversione di tutto il corridoio industriale Milano-Sesto, prevedendo una trasformazione in continuità delle aree limitrofe a Milano, la Breda e la Marelli (in gran parte proprietà di Pasini). A Sesto però questo piano non attecchisce.
Tra il 94 e il 99 non c’è un Piano regolatore in vigore. Tutto si fa per varianti a quello vecchio, vecchissimo. Quello proposto nel 94 è tra l’altro rigettato dalla regione per questioni di standard e per la destinazione a produttivo delle aree Falck (ormai assurda in quegli anni). Il nuovo piano viene lasciato in un iter perenne. Questo per facilitare la realizzazione di interventi puntuali sul territorio e bypassando le lordure burocratiche e politiche di dover approvare varianti al PRG. Si cavalca l’onda della semplificazione e deregolamentazione, attivata dalla legge Verga e super-sfruttata dal comune di Sesto. Questo perchè a Sesto si voleva mantenere il produttivo, secondo una strategia difensiva nei confronti di nuovi sviluppi, che avrebbero portato nuovi profili sociali e, sicuramente, cambiato la faccia sociale e politica della città. Un’agenzia, efficace, viene anche costituita per realizzare questi interventi. Tutti votati al lavoro, alla piccola e media impresa, e all’industria. Non stupisce vedere come la Vetrobalsamo e altre imprese (Marcegaglia ad es.) si riavvicinino ai confini milanesi, nell’area Breda (giusto a ridosso del confine municipale) invece che spostarsi in periferia (Come tutte le grandi industrie stavano facendo). p.s. sempre nella stessa area si insedia la COOP, grande centro di distribuzione, centro di un modello di sviluppo antico, che ruota attorno ai supermercati e alle grandi funzioni commerciali.
Tutto questo manca di pensiero strategico in effetti. un’urbanistica nostalgica del vecchio buon produttivo e uno sguardo miope nei confronti dei nuovi settori. Un’urbanistica che si fa in deroga al piano, con una negoziazione ‘chiusa’ tra gli operatori e la giunta su piani specifici. La giunta dice si o no alle proposte dei proprietari, e i proprietari-promotori sono molto bravi ad intrattenere relazioni sociali forti con i decisori politici, costruite nel tempo, per facilitare queste negoziazioni. Con le Falck qualcosa si incricca probabilmente. Entrambi i piani proposti da Pasini (quello di Lugli e Goggi e poi quello di Botta) trovano un fermo rifiuto dell’amministrazione (Che nel frattempo, nel 2002, era cambiata). Sono progetti di basso profilo, dicono, con troppa residenza, poco produttivo e una relazione economica non convincente. Qualcosa si blocca insomma. Pasini ci prova e riprova ma alla fine è costretto a vendere per esposizione con le banche a Zunino, grande operatore milanese. Quest’ultimo, facilitato dalla legge del 2005 che sopprime il PRG ed introduce il PGT, opta per una procedura ancora più negoziata, che porterà alla ridefinizione delle prescrizioni nel PGT (maggiori volumi concessi) e ad una definizione parallela del piano e del progetto….
Federico

