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Falck Sesto San Giovanni: storia di una riconversione

InTerritorio&Società - Territory&Society su luglio 26, 2011 a 10:10 am

In questo post  siamo rimasti alla gestione dell’emergenza lavorativa a Sesto San Giovanni.  Negli anni 90, la crisi industriale scardina il sistema ‘chiuso’ dell’urbanistica neo-corporativista. Siamo in un villaggio di oltre 85.000 persone con un Sindaco e un partito di forte maggioranza (PDS), un grande immobiliarista con forti contatti con gli istituti di credito e tanto fondiario in proprietà (Pasini) e grandi famiglie industriali che si lanciano nel settore della valorizzazione immobiliare, vendendo le proprie aree (già ipotecate) a grandi operatori affamati di sviluppo. La situazione è simile in tante città italiane ed internazionali. Milano tenta un’apertura all’innovazione e ai nuovi settori produttivi (università) con Bicocca. Torino cerca di fare lo stesso al Lingotto. La Ruhr sviluppa un parco tecnologico. L’architetto di Milano, Gregotti, fa anche un piano per la riconversione di tutto il corridoio industriale Milano-Sesto, prevedendo una trasformazione in continuità delle aree limitrofe a Milano, la Breda e la Marelli (in gran parte proprietà di Pasini). A Sesto però questo piano non attecchisce.

Tra il 94 e il 99 non c’è un Piano regolatore in vigore. Tutto si fa per varianti a quello vecchio, vecchissimo. Quello proposto nel 94 è tra l’altro rigettato dalla regione per questioni di standard e per la destinazione a produttivo delle aree Falck (ormai assurda in quegli anni). Il nuovo piano viene lasciato in un iter perenne. Questo per facilitare la realizzazione di interventi puntuali sul territorio e bypassando le lordure burocratiche e politiche di dover approvare varianti al PRG. Si cavalca l’onda della semplificazione e deregolamentazione, attivata dalla legge Verga e super-sfruttata dal comune di Sesto. Questo perchè a Sesto si voleva mantenere il produttivo, secondo una strategia difensiva nei confronti di nuovi sviluppi, che avrebbero portato nuovi profili sociali e, sicuramente, cambiato la faccia sociale e politica della città. Un’agenzia, efficace, viene anche costituita per realizzare questi interventi. Tutti votati al lavoro, alla piccola e media impresa, e all’industria. Non stupisce vedere come la Vetrobalsamo e altre imprese (Marcegaglia ad es.) si riavvicinino ai confini milanesi, nell’area Breda (giusto a ridosso del confine municipale) invece che spostarsi in periferia (Come tutte le grandi industrie stavano facendo). p.s. sempre nella stessa area si insedia la COOP, grande centro di distribuzione, centro di un modello di sviluppo antico, che ruota attorno ai supermercati e alle grandi funzioni commerciali.

Tutto questo manca di pensiero strategico in effetti. un’urbanistica nostalgica del vecchio buon produttivo e uno sguardo miope nei confronti dei nuovi settori. Un’urbanistica che si fa in deroga al piano, con una negoziazione ‘chiusa’ tra gli operatori e la giunta su piani specifici. La giunta dice si o no alle proposte dei proprietari, e i proprietari-promotori sono molto bravi ad intrattenere relazioni sociali forti con i decisori politici, costruite nel tempo, per facilitare queste negoziazioni. Con le Falck qualcosa si incricca probabilmente. Entrambi i piani proposti da Pasini (quello di Lugli e Goggi e poi quello di Botta) trovano un fermo rifiuto dell’amministrazione (Che nel frattempo, nel 2002, era cambiata). Sono progetti di basso profilo, dicono, con troppa residenza, poco produttivo e una relazione economica non convincente. Qualcosa si blocca insomma. Pasini ci prova e riprova ma alla fine è costretto a vendere per esposizione con le banche a Zunino, grande operatore milanese. Quest’ultimo, facilitato dalla legge del 2005 che sopprime il PRG ed introduce il PGT, opta per una procedura ancora più negoziata, che porterà alla ridefinizione delle prescrizioni nel PGT (maggiori volumi concessi) e ad una definizione parallela del piano e del progetto….

Federico

Penati sulle aree Falck: La Sesto industriale che non c’era più.

InTerritorio&Società - Territory&Society su luglio 22, 2011 a 8:37 am

L’indagine su Penati e altri amministratori di Sesto San Giovanni è una faccenda interessante. Non solo perché Sesto San Giovanni era, ed è tuttora, associata alla forza, sociale e produttiva, del partito Comunista (la Stalingrado d’Italia), ma anche perché è uno dei comuni con più aree dismesse in Europa. E tutto questo, in una regione metropolitana tra le più ad alto rischio di speculazione edilizia. Le aree Falck sono il territorio per le quali la giunta Penati è indagata. Il periodo 2000-2002, è la fase in cui i presunti atti illeciti sarebbero stati compiuti. Giuseppe Pasini, imprenditore lombardo di adozione (proviene dal Veneto) è sempre stato una sorta di imprenditore (piccolo Berlusconi) locale. Tanto che fu uno dei primi ad essere stato arruolato nelle liste di Forza Italia al momento della sua nascita. Pasini sgancia, grazie alle Banche, circa 400 miliardi di lireper i 150 ettari dismessi dell’industria Falck. Questo nel 2000.

Sesto era una città particolare. Dove politica, partiti, lavoro, sindacati, costruttori ed immobiliaristi formavano un triangolo solido, potente per governare la città. Il modello neo-corporativista è noto a tutti. A Sesto questo modello era fortemente territorializzato. Sesto, piccolo villaggio agli inizi del 20mo secolo, subisce (letteralmente all’inizio data la collocazione privilegiata vicino a milano e i prezzi del terreno relativamente più bassi) una industrializzazione incredibile. La Breda, Marelli, Falck sono grandi industrie che impiegavano il 90 percento di tutta la popolazione (più una grandissima percentuale di lavoratori da tutto il nord milano). La città era attiva 24 ore su 24, i turni inframezzati da i vari ristoranti, prostituzione, servizi per lavoratori etc….un ambiente urbano e sociale completamente in simbiosi con i ritmi della produzione. La politica non era da meno. LE varie giunte dialogavano direttamente con Falck per stabilire i possibili sviluppi del territorio. L’accordo politico era limpido: noi diamo spazio all’industria (sacrifichiamo anche un pò di servizi per questo), l’industria porta lavoro, così si ottiene il benestare dei sindacati, il comune risponde alle domande sociali dei sindacati con la ricchezza prodotta dall’industria. La città va senza sosta in questo modo.

Tra il 1985 e il 1996 (quando Breda e Falck chiudono) cosa succede? beh, il lavoro viene a mancare, i proprietari terrieri, le famiglie industriali, capiscono che il nuovo mercato è quello immobiliare e il meccanismo che aveva sempre funzionato si spezza. dal 90% della popolazione solo il 45% rimane impiegata in manifattura e l’industria pesante non ha più bisogno. Politiche EU e nazionali iniziano a lavorare su eventuale reindustrializzazione, orientata alle piccole e medie imprese. L’amministrazione si ritrova a dover fronteggiare povertà, mancanza di servizi, di lavoro, e quindi di servizi e soprattutto a dover capire che nuova identità dare alla città. Allora si mette in moto una macchina orientata a gestire l’emergenza. Una agenzia di sviluppo viene creata sulle ceneri di un organo di negoziazione tra Falck, provincia e Città di Sesto, con la competenza di espropriare piccole aree per riabilitarle in senso produttivo. La Breda viene recuperata (grazie anche al fatto che era proprietà IRI) ma la Falck, troppo grande e rilevante viene venduta ad un privato. Un grande pezzo di città in mano ad un imprenditore (locale) che dopotutto voleva fare soldi, case, mattone su mattone.

Il partito perde forza. L’elettorato sta cambiando. Al posto degli operai abbiamo i colletti bianchi (l’ABB sulla Marelli per esempio), l’università, i ragazzi immigrati dai paesi in in via di sviluppo che aprono ristorantini, tanti tanti anziani, spesso poveri, ed un territorio lacerato, spesso vista come terra di nessuno. Nel 2000 i lavoratori sono stati ricollocati quasi tutti e pre-pensionati. La città rimane senza futuro. Nel 2000 le aree Falck erano un patrimonio inestimabile. Non esisteva un vero piano regolatore, e la libertà di progettazione era molto ampia (la dico semplice of course). Le basi economiche, politiche, elettorali del vecchio governo industriale sono cadute. Penati, prima di lasciare il posto ad Oldrini ha sicuramente agito nell’interesse del comune, e del partito di cui faceva parte che lo governava. Come ogni politico avrebbe fatto. Sta ai magistrati capire se c’è margine di illegalità.

A presto

Federico

Paolo Borsellino: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.”

InPolitica&Società - Politics&Society su luglio 18, 2011 a 8:37 pm

…e allora ne parlerò, caro Paolo, nonostante tutte le notizie attuali e di questa bella politica italiana che fruga nelle nostre tasche vuote con le dita piene di anelli d’oro, io ne parlerò.
Nonostante i fazzoletti verdi che sventolano sulle nostre teste, nonostante Montecitorio e le sue ingiustizie, ne parlerò. Nel mio piccolo, grido un fragoroso ‘Presente!’.

Perché non può esistere 19 Luglio senza un pensiero per te.

57 giorni dopo la strage di Capaci, Paolo Borsellino fu ucciso insieme agli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, in Via D’Amelio, a Palermo, dove viveva la madre.
Borsellino conosceva bene il rischio del suo lavoro, sapeva bene che nessun bersaglio scelto dalla mafia veniva mai mancato.
Ha visto morire l’amico e collega Giovanni Falcone, ed era perfettamente cosciente delle rischiose conseguenze delle loro indagini su Cosa Nostra, ma coraggio e giustizia corrono tenendosi per mano, nel cuore di un vero uomo di legge.

Allora non voglio dimenticare mai, non voglio azzittirmi mai, affinché certe date possano rimanere scolpite nella mente di tutti.

19 Luglio per soffermarci sulla serietà con cui alcuni uomini esercitano il proprio mestiere nel mondo;
19 Luglio per deridere a bocca ben aperta e dito puntato chi osa parlare di giustizia mentre organizza festini porno con minorenni a casa propria; chi si permette di parlare ancora di mancata giustizia solo perché non viene vigliaccamente assolto;
19 Luglio per la scorta di Paolo Borsellino e per tutti quelli che prendono la propria vita e ne fanno un dono d’amore;
19 Luglio per questo nostro momento socio-politico, che se si volta indietro è talmente piccolo da scomparire, inghiottito dall’ombra della Storia;
19 Luglio per i parenti delle vittime di mafia; per quelli che restano, lottando ogni secondo contro un doloroso presente.
19 Luglio per l’Italia, tutta, unita, Nord e Sud;
19 Luglio per quel progresso mentale e culturale che fatica ad entrare in certi palazzi ma che inizia a rumoreggiare ancora nell’anima di certe piazze.
19 Luglio per i lavoratori, e per chi vorrebbe esserlo ma ancora non ci riesce;
19 Luglio per i giovani italiani e non giovani italiani: sentiamoci coinvolti, tutti, perché lo siamo da sempre, anche se ci vogliono far credere di no.

…e per te:
Riposa in Pace, grande uomo di pace.

[diciannove gennaio millenovecentoquaranta / diciannove luglio millenovecentonovantadue]

Marta

tu, Tous les soleils

InCostume&Società - Customs&Society su luglio 17, 2011 a 11:23 pm

Tous les soleils è un film francese che parla dell’Italia da lontano, senza cadere nei soliti stereotipi.  Neri Marcorè e Stefano Accorsi ti fanno sentire felice (dopotutto) di essere italiano.

Tous les soleils è la storia di un professore di musica barocca del sud Italia (tra l’altro bellissima), e suo fratello apolide-italiano che fugge dalla dittatura di Berlusconi.

E’ un film sulle mancanze insanabili, sul rinunciare a colmarle, sulla paura e la voglia di sopravvivere ad esse.Tous les soleils mi ha fatto pensare a te anche se è un film discreto e che forse non verrà mai distribuito in Italia.

Perchè quella Strasburgo di primavera assomigliava tanto ad Amsterdam quando c’è il sole. O perchè i suoi occhiali erano i tuoi anche se non li hai mai avuti così. Perchè quel cinema invecchiato bene e nascosto in rue de la merci avrei dovuto scoprirlo prima. E perchè Tous les soleils è anche un libro dell’84 che domani dopo lavoro andrò a cercare tra le cianfrusaglie di St.Michel e che poi ti presterò.

stefano accorsi

L.S.

Una Storia Qualunque…

InTerritorio&Società - Territory&Society su luglio 5, 2011 a 8:27 pm

Quando cammino sul Lungotevere e guardo il cielo diventare rosso tramonto, rallento il mio passo da comunque milanese rimango e poggio il palmo della mia mano su quel ponte  anche lui ruvido della sua vecchiaia. Lo faccio strisciare per bene su quella superficie e mi piace da matti quel gesto, mi sembra quasi di percepire tutti gli anni che gli sono scivolati sopra, tutti i corpi che l’hanno sfiorato, tutta l’essenza di una qualunque vita che non conosco.

La stessa cosa posso dire di quando mi sono seduta sull’erba di quel parco alla periferia di Roma e una foglia è caduta proprio sul mio piede e chissà quell’albero quante foglie avrà fatto cadere – e su quanti piedi – . Ma a rendere unico quell’istante erano due occhi che mi guardavano e una bocca che mi parlava piano, raccontandomi sei anni in sei minuti e di quel male di vivere che certe zone delle nostre città hanno radicato nel profondo.

‘Qui, tutti quelli che vedi, si drogano’.

‘ Non ci credo, lo dici per giustificarti, ma con me non provarci proprio’.

La bruttura di certe periferie della capitale è inversamente proporzionale alla meraviglia assoluta del suo centro storico e dintorni. Questo è un dato di fatto e si sa, l’ambiente che all’inizio ti accoglie, in molti casi, fa la differenza. Mi hai parlato di un milione di cose per me inconcepibili fino ad allora, e ti meravigliavi della mia incredulità, come se aver vissuto in Spagna significasse aver visto e sentito tutto. Mi hai mostrato portici vuoti e maleodoranti dove poter giocare a pallone quando si era piccoli, dove potersi adesso nascondere per odiarsi tranquilli. Mi hai presentato parte della tua vita, nomi e facce che non si dimenticano; discorsi che fanno sempre le stesse capriole intorno allo stesso argomento.

‘..ti saluto per bene adesso, me ne vado in Australia tra un mesetto!’

‘ ‘ndo vai?!’

‘In  Australia bello, bisognerà pur uscirne fuori da sta merda in qualche modo, no? Vado via, lontano, ve mollo a tutti’

Ma tu l’hai guardato poco convinto. E davanti mi son passati i tuoi occhi che un’ora prima, sotto quell’albero, mi romanzavano una favoletta, quella del ‘ne esco quando voglio io e adesso, in ogni caso, non voglio’. Mi hai parlato come parla un chimico intervistato dalla televisione nel suo laboratorio; di endorfine non prodotte dal corpo umano, di assuefazione e aumento delle dosi, di mescolanza di sostanze. Ma in realtà mi stavi parlando di te, adolescente troppo sensibile, buttato su una panchina alla periferia est di Roma, senza nessuno scopo. Mi parlavi di te, mentre pronunciavi la parola endorfine, ragazzo laureato che non ha mai girato il mondo, che non è mai uscito fuori a vedere dove si nasconde la vita vera, che è rimasto a fissare per troppo tempo quei palazzi dal cemento crepato, quei balconi costellati di parabole, quella campagna lurida e abbandonata.

‘ Ti riporto a casa, Marta’.

Avrei voluto regalarti il mio appartamento, giuro! Farti sentire l’odore del forno che fa la focaccia la mattina presto, o il violino del tizio che, verso sera, si siede sempre sotto la mia finestra, suona per quindici minuti e se ne va. Ti avrei donato la lingua straniera del turista, che ti catapulta mentalmente al centro del mondo in un istante, o molto semplicemente la tranquilla eternità di

alcuni punti di questa città.

Chiedo scusa a tutti quelli che sentono di non aver capito granché. So che non si fa.

Marta

Nel tennis mondiale cambia il vento: Djokovic e Kvitova vincono Wimbledon

InSport su luglio 4, 2011 a 9:03 am

“Cambia il vento” è uno slogan che gli italiani, soprattutto i milanesi, conoscono bene. E si può dire che questo slogan oltre che alla nostra politica si addice perfettamente anche al tennis mondiale: si è infatti appena concluso il torneo di Wimbledon, il più antico e prestigioso di questo sport, che ha visto trionfare per la prima volta Petra Kvitova tra le donne e Novak Djokovic tra gli uomini.

Ventuno anni della Repubblica Ceca, la Kvitova fino a sabato aveva come miglior risultato in una prova del Grande Slam la semifinale ottenuta proprio a Wimbledon l’anno scorso. Era la testa di serie numero otto, come a dire una perfetta outsider, eppure il periodo storico che sta attraversando il tennis femminile può consentire a chiunque di vincere: da quando le sorelle Williams, dominatrici del primo decennio del XXI secolo, hanno passato più tempo in infermeria che sui campi da tennis, non c’è una padrona di questo sport. La numero uno al mondo, la danese Wozniacki, non ha mai vinto un titolo dello Slam, e a dirla tutta non c’è nemmeno mai andata vicina. Quest’anno l’Australian Open se l’è aggiudicato Kim Clijsters, grande interprete di questo sport fino a 5-6 anni fa, fermatasi poi per maternità e tornata ad alti livelli più per demeriti altrui che per meriti propri. Il Roland Garros è stato lo specchio della crisi del tennis femminile, con la vittoria della mediocre cinese Na Li sulla nostra Francesca Schiavone, già vincitrice a sorpresa l’anno scorso. Siamo pertanto arrivati a Wimbledon con una rosa di quindici candidate al successo (e non sto esagerando), e la Kvitova è stata bravissima a sfruttare le sue qualità molto adatte al gioco su erba, arrivando a battere in finale Maria Sharapova, unica giocatrice tra quelle arrivate ai quarti di finale che aveva già vinto almeno una prova dello Slam. Ora la ceca per non passare come meteora dovrà dimostrare di meritare questo titolo anche nei prossimi tornei, ne ha tutte le caratteristiche, il tempo ci dirà se abbiamo trovato una nuova meritevole grande campionessa.

Se tra le donne potevano vincere in quindici, tra gli uomini i “Big Four” erano destinati a dominare come sempre: Rafael Nadal, Novak Djokovic, Roger Federer e Andy Murray sono da anni i primi quattro giocatori del mondo, e solo lo scozzese non ha ancora vinto una prova dello Slam. Federer lo conoscono tutti, però giunto alle soglie dei 30 anni sembra ormai avviato al declino, tanto che quest’anno non si è ancora aggiudicato un torneo (nemmeno minore) pur arrivando in finale al Roland Garros, dove è stato sconfitto (come sempre) da Nadal. Già, Rafa Nadal, il numero uno al mondo, un terraiolo tutta potenza in grado però di vincere per due volte sull’erba di Wimbledon. Quest’anno però ha trovato sulla sua strada colui che sembra poter diventare il nuovo re incontrastato del tennis: Novak Djokovic. Il serbo, 24 anni, ha vinto il suo primo titolo dello Slam in Australia tre anni fa, poi si è mantenuto costantemente come numero tre fino a dicembre, quando ha trascinato la sua Serbia alla conquista della Coppa Davis e ha iniziato la stagione da dominatore assoluto, vincendo Australian Open, Dubai, Indian Wells, Miami, Belgrado, Roma e Madrid prima di perdere in semifinale (a sorpresa) da Federer al Roland Garros dopo una serie di 43 match vinti consecutivamente. Sembrava la fine di una favola costruita grazie ad una condizione di forma mai vista ottenuta da quando ha scoperto di essere celiaco, intolleranza al glutine che lo ha costretto a cambiare drasticamente dieta. Invece a Wimbledon, pur non essendo un grande specialista dell’erba (ma al giorno d’oggi, purtroppo, specialisti non ce ne sono più), è tornato a vincere. Nei primi turni non aveva incantato, ma si sa, i grandi campioni giocano bene quando conta. Ed infatti è arrivato in finale dove ha trovato Nadal, che fino all’anno scorso gli era due gradini superiore, ma che quest’anno ha battuto quattro volte su quattro. Due set meravigliosi hanno lanciato Djokovic, che dopo un terzo in cui si è rilassato un po’ troppo, è riuscito a chiudere al quarto, diventando tra l’altro il nuovo numero uno del mondo. Lo sarebbe stato anche in caso di sconfitta, ma per una volta il giocatore più forte ha dato ragione anche al computer che stila le classifiche. E adesso comincia la stagione sul cemento americano, ovvero quando di meglio possa esserci per un giocatore dalle caratteristiche di Djokovic.

Petra Kvitova e Novak Djokovic: che sia davvero cambiato il vento nel tennis mondiale? Io spero di sì: dopo tanti anni vedere dominare sempre i soliti noti, un ricambio è necessario per la sopravvivenza di questo sport.

TAV in Val Di Susa: l’origine.

InTerritorio&Società - Territory&Society su luglio 3, 2011 a 10:36 am

Cari Amici

Il rianimarsi del dibattito sulla TAV in Val di Susa richiede un piccolo articolino di chiarmento. Premetto che non saprei ancora come schierarmi. Non sono troppo competente sulle questioni tecniche ed ingegneristiche del progetto, che sono le più controverse. Tenterò di dare qualche info di contesto. Il progetto Corridoio 6 (o area prioritaria 6) della linea ad alta velocità Lione-Torino-Kiev fa parte di una lista di 14 progetti di ‘connessione’ espressi nel programma Tran-European Transport Network (TEN-T). Il programma, già avviato negli anni ottanta, nel 1999 stila una lista di 14 interventi prioritari, in concomitanza con il documento ESDP, la European Spatial Development Strategy. Questo documento è fondamentalmente il primo esempio (interessante) di pianificazione spaziale e territoriale a livello Europeo. L’Europa non ha tuttora competenza su questa materia ma le politiche settoriali dell’Europa hanno effetti indiretti importanti sull’organizzazione del territorio del continente. Pensiamo alle politiche sull’ambiente, sull’agricoltura, sui transporti e anche quelle sulla competitività. Nel 1999 si pensa quindi di elaborare una carta nella quale si stabilissero gli obbiettivi spaziali di lungo periodo per l’Europa, come linee guida per l’allocazione dei vari fondi strutturali e non e per dare un’idea di coerenza. In questo documento l’obbiettivo principale era quello della Regional Cohesion, Sostenibilità, Climate Change etc…cioè del bilanciamento tra regioni ricche e povere nell’europa. Si cercava insomma di elaborare progetti che potessero favorire lo sviluppo di regioni ‘periferiche’ ed equilibrare in genere tutta la UE. In particolare si sottolineava l’importanza di collegamenti Est-Ovest (in prospettiva del vicino allargamento) e Nord-Sud. Lo stesso obbiettivo viene confermato con la Lisbon Strategy della Territorial Cohesion succesivamente nel 2000, con la Lisbon-Gothemburg strategy. Di fatto questa successiva politica sottolineava e enfatizzava l’importanza della ‘competitività economica’ dell’Europa e delle sue regioni e stabiliva che ‘entro il 2010′ la UE sarebbe stata l’economia primaria a livello mondiale.

Beh, il presente ci ha detto che questo non è successo. La cosa importante qui è che lo stesso progetto TEN-T veniva rinquadrato in una politica di competitività economica, con attenzione alla qualità ambientale etc…ma comunque prima l’economia….. In val di Susa si dice che la creazione di una nuova ferrovia sia ambientalmente, economicamente, socialmente non sostenibile. Si raddoppia una linea che già c’è, che verrà comunque utilizzata, e si portano danni incalcolabili all’ambiente. Questo per favorire cosa?

Il punto è che ci sono molti studi valutativi che dimostrano come il TEN-T programme non ha di fatto favorito una coesione regionale dell’Europa. Gli effetti visibili riguardano la competitività della UE tutta, e dei singoli stati membri, presi unitariamente. Il bilanciamento regionale, cioè tra regioni povere e ricche, non è stato raggiunto, anzi forse è peggiorato. Questo perché l’alta velocità collega centri GIA’ competitivi nel mercato. Collega le grandi città le cui economie spingono per una ulteriore internazionalizzazione come appunto Torino, Lione  e Kiev. le TAV non fermano nella Val Di Susa (e non dovrebbero), non fermano nelle regioni più svantaggiate, le attraversano ad alta velocità. Queste regioni sono ‘le perdenti’ della politica di competitività della UE. Le grandi economie regionali globali diventano sempre più competitive con l’alta velocità, aumentando il divario con le più povere. Altro punto: il TEN-T programma è finanziato con fondi strutturali, i fondi Cohesion (specifici per i paesi svantaggiati della UE come quelli ad Est) e tramite la Investment Bank Loan and Credit (una banca europea). Una banca tende ad investire dove c’è sicurezza di profitto. Quale profitto può generare la val di Susa rispetto a Torino o Kiev. Ecco perché i No TAV riconoscono l’assurdità del progetto. E’ pagato con soldi destinati alla coesione sociale ma di fatto si ripensa la solita politica della competitività economica.

Detto questo, vi consiglio di informarvi meglio ancora prima di prendere posizione. Questo è giusto un indizio.

a presto

federico

MA VIB – WE WANT SEX EQUALITY

InCostume&Società - Customs&Society su luglio 1, 2011 a 9:06 am

Era il 1968 a Essex, in Inghilterra. Nella fabbrica della Ford di Daghenam a 187 donne addette alla cucitura dei sedili veniva tolta la qualifica professionale. Le loro ore lavorative valevano meno di quelle dei loro mariti, fidanzati..

Il lavoro di una donna vale meno di quello di un uomo.Tutti convinti.

Tanto che la protesta, prima contro l’azienda, si trasforma poi in una lotta tra sessi. Dove gli uomini prendono le parti dell’azienda pur di tornare a lavorare.

Il loro sciopero, la loro contestazione prolungata, convinta e tutta al femminile, porterà alla prima legge sulla parità retributiva.

2011 Ma Vib, Inzago. Nella fabbrica Milanese, a seguito della crisi vengono licenziate solo donne. Perchè il loro stipendio é sempre il secondo.

Il lavoro di una donna vale (ancora) meno di quello di un uomo. Tutti convinti.

Tanto che la protesta, é ancora una volta tutta al femminile.Operaie in sicopero. Uomini al lavoro.

La risposta alla crisi non é certo la discriminazione sessuale nei licenziamenti.

Gli uomini non l’hanno (ancora) capito.

L.S.

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