Nonostante negli ultimi anni il ciclismo sia più alla ribalta per gli scandali doping che non per le gare vere e proprie, la passione della gente per questo sport, sinonimo di fatica e sacrificio, è rimasta intatta dai tempi di Binda, Girardengo, Bartali e Coppi fino ad oggi. E quando passa il Giro d’Italia sotto la propria casa è sempre aria di festa. Ma lunedì la festa è diventata tragedia.
Terza tappa del Giro d’Italia, da Parma a Rapallo, nella splendida cornice della riviera ligure. Una tappa interlocutoria, poco più, dove a vincere può essere un velocista o un attaccante che possa sfruttare la salita del passo del Bocco, posto a poco più di 25 km dal traguardo. E proprio il passo del Bocco rimarrà nella storia del Giro, non perché sia stato il trampolino per la vittoria di tappa dello spagnolo Angel Vicioso, ma perché la sua discesa è stata il letto di morte del belga Wouter Weylandt.
Ventisei anni di Gand, ottimo velocista, capace di vincere una tappa alla Vuelta due anni fa e una tappa (proprio la terza, destino beffardo) al Giro, Weylandt ha perso il controllo della propria bicicletta in un tratto non particolarmente pericoloso, ma la velocità e la sfortuna hanno trasformato una delle tante cadute di giornata in una tragedia.
Le (poche, per fortuna) immagini arrivate in diretta ritraggono un ciclista riverso per terra in posizione innaturale, con il volto tumefatto dal quale esce copiosamente sangue dal naso. Un’immagine agghiacciante che fa capire da subito la gravità della situazione. Il medico del Giro, il dottor Tredici, interviene nei tempi e nelle modalità necessarie in questi casi, praticando il messaggio cardiaco e numerose iniezioni di adrenalina, ma non ci sarà nulla da fare. Dopo un’ora di straziante attesa, durante la quale come prassi gli organizzatori hanno avvisato privatamente genitori e moglie, viene ufficialmente dichiarata la morte di Weylandt, avvenuta, come chiarirà poi l’autopsia, praticamente sul colpo. Un trauma cranico-facciale violentissimo lo ha portato via prima che potesse togliersi altre grandi soddisfazioni, non solo ciclistiche: Anne Sophie, la compagna, a settembre darà alla luce il loro unico figlio.
Dopo Fabio Casartelli al Tour de France del 1995, Manuel Sanroma al Giro di Catalogna 1999 e Andrei Kivilev alla Parigi-Nizza 2003, episodio che ha costretto l’Unione Ciclistica Internazionale a introdurre l’obbligo del casco, è tornata dunque la morte in una corsa ciclistica internazionale per professionisti. Forse si pensava che tragedie di questa portata non fossero più possibili grazie alle nuove norme di sicurezza, invece possono avvenire eccome. Fanno parte del mestiere del ciclista, anche se quando accadono lasciano sempre tutti di sasso.
L’intera carovana subisce uno shock dal quale si riprenderà solo con il passare del tempo. La tappa seguente, la Genova-Livorno, che doveva essere dedicata ai 150 anni d’Italia (la partenza ufficiale era a Quarto dei Mille, al fianco del monumento dedicato a Garibaldi) e ai bambini dell’Ospedale Gaslini, all’interno del quale i ciclisti sarebbero passati per regalare un sorriso ai piccoli ospiti dell’istituto, è invece un lungo corteo funebre per ricordare il povero Weylandt, con le squadre che si alternano al comando del gruppo e con la Leopard, team per il quale correva il belga, che negli ultimi metri prende la testa e taglia compatta ed in lacrime il traguardo insieme a Tyler Farrar, amico fraterno e compagno d’allenamenti di Wouter.
Le migliaia di persone assiepate lungo le strade della Genova-Livorno hanno dimostrato una classe ineguagliabile: tutti ad applaudire, tutti uniti nel dolore di una giornata difficile. Basti pensare che al ritrovo di partenza nessuno si è azzardato a disturbare i corridori per foto o autografi, hanno tutti rispettato il difficile stato d’animo con il quale i ragazzi sono ripartiti. Perché nonostante il dramma il Giro è una festa e “the show must go on”. E chiunque arrivi in maglia rosa a Milano siamo certi che in cuor suo un pensiero lo riserverà a Wouter Weylandt, giovane ragazzo di ventisei anni che è morto mentre faceva ciò che più amava.

