Perdere una consonante non e’ sempre un gran danno. La parola Italia, ad esempio, era quasi sicuramente preceduta da una fantomatica lettera greca, caduta in disuso gia’ all’epoca degli antichi greci, per l’appunto. Il digamma iniziale, scomparso senza rimpianti, aveva una forma simile ad una F e suonava piu’ o meno come una V. Difatti ITALIA o meglio VITALIA dovrebbe stare a significare “terra dei vitelli”. Perche’ dico che ci abbiamo guadagnato a perdere una lettera? Provate solo a immaginare l’inno: “Fratelli di Vitalia, la Vitalia s’e’ desta”. Andiamo… Secondo un’altra tradizione la parola ITALIA proviene dal mitico figlio di Didone, Italo che dall’Africa venne a piantare le tende coi propri uomini in quella parte di Magna Grecia, all’epoca detta Brutii e oggi Calabria. Le genti di cui Italo si fece re vennero pertanto detti Itali e col tempo questo nome venne esteso a tutte le popolazioni che abitavano la penisola. Insomma, etimologicamente parlando, gli Italiani sono tutti Calabresi. Questa tendenza a confondere una parte con il tutto non e’ un errore inconsueto, specialmente nei nomi geografici. Pensiamo alla GRECIA che dapperttutto nel mondo si chiama piu’ o meno cosi’, tranne che in Grecia dove e’ detta appunto HELLAS. In questo caso furono i romani a prendere un clamoroso abbaglio. Il termine, infatti, deriva dal presunto primo incontro dei romani con gli abitanti di una colonia greca nell´Italia meridionale. Questi pare venissero da una comunita´ di origine chiamata GRAIKOS ed erano percio´ detto GRAIKOI, da cui il nome latino GRAECIA. Un po´ come se un extraterrestre atterrasse a Bari e dopo quel primo incontro gli abitanti del suo pianeta cominciassero a chiamare tutti i terrestri baresi.
Avrei voluto concludere questa rassegna con un etimo ad effetto. Dopo aver scartato lapalissiano (troppo noto), assassino (qui l´errore ce lo vediamo solo io e gli appartenenti alla mia comunita´ spirituale) e anfitrione (troppi anfitrioni popolano le cronache dei giornali oggidí), avevo pensato alla parola canguro ma uno scrupolo di esattezza mi ha fatto scoprire che l´etimologia a me nota era una mera leggenda. Peccato. Mi affido, dunque, all´ultima parola rimasta in panchina, sperando che segni una rete o almeno attiri l´attenzione di qualcuno di voi, ancora rimasto sugli spalti. Parliamo di un ormone, questa volta, a cui tutti noi dobbiamo la vita. L´ESTROGENO e´ una parola composta, di origine greca. Il suffisso –GENO (riscontrabile in un´innumerevole quantita´di parole oggi in giro per il mondo) deriva dal verbo GHIGHNOMAI, capace di esprimere a seconda dei casi situazioni di stato o di flusso e traducibile come essere, diventare, nascere o generare. Piu´ interessante e´, pero´, la prima parte della parola, vale a dire ESTRO (che poi fa parola a se´). L´OISTROS greco, da cui deriva, e´ un insetto; per la precisione, un tafano bovino, ghiotto di sangue e, a quanto pare, in grado di parassitare con le sue uova qualunque mammifero, compreso l´uomo. Ovviamente, ESTROGENO non vuol significare “generatore di tafani”. Il riferimento al moscone o meglio alle conseguenze, che questo produce dopo aver morso, serve a richiamare (metaforicamente piu’ che erroneamente, a dire il vero) l’effetto che l’ormone ha sulle donne. La pulsione prodotta dall’estrogeno e’ in pratica paragonata all’assillante prurito, all’insopportabile pizzicorio, lasciato dal morso d’insetto. Ça va sans dire senza voler scadere in pruriginose (e’ proprio il caso di dirlo) discettazioni, che ad alleviare l’estrogeno serve qualcosa di piu’ e di meglio (per fortuna) di una semplice grattatina.

