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Guerra e Pacifismo: la Libia ed il Nord Africa ci hanno reso tutti un pò più confusi.

InTerritorio&Società - Territory&Society su marzo 27, 2011 a 2:12 pm

Il dramma Libico e i moti del nord Africa hanno letteralmente rivoluzionato il corso della Storia. Senza dilungarmi in analisi da salottino Tremontiano (che gioca a fare l’esperto del ‘io ho capito come va il mondo’ sulla politica economica mondiale come ha ben dimostrato a ‘in mezz’ora’), l’Africa sta anche rivoluzionando la Politica. La rende ancora più complessa. Tanto complessa che pure io, che ritenevo di avere una posizione solida contro la guerra, non mi raccapezzo più. Pacifismo o Guerra, Diplomazia o Azione Militare. Si assiste oggi ad una estrema dilatazione di questi termini così importanti, che di fatto sono alla base delle riflessioni più approfondite del concetto di Democrazia, ordine politico e potere. Il dibattito politico italiano ed internazionale dimostra come la politica non sia più in grado di prendere una posizione su questi argomenti così essenziali. Anzi, che tenta di ridefinirli per rendere la guerra più pacifista, e il pacifismo un pò più guerrafondaio.

Esaminiamo gli elementi del problema. 1) guerra civile in Libia, ed in molti altri paesi, per la libertà di un popolo. una guerra per l’autodeterminazione di quei popoli, che non hanno i mezzi democratici per esprimere la loro voglia di cambiamento. 2) una relazione geografica, politica ed economica forte con il nostro paese, e con tanti altri paesi europei; 3) un esodo di massa verso i paesi europei (e non solo) che solleva questioni essenziali di tipo culturale ed economico, legate all’integrazione, alla convivenza solidale tra i popoli, alla inevitabile mutazione antropologica (che secondo me potrebbe essere positiva in alcuni casi) che il paese ospite subirà da quei movimenti; 4) una dinamica libica che non è unica nel suo genere e che allo stesso tempo nasce e stimola dinamiche simili in tanti altri paesi (fino, come dice il NYTimes a sfociare in Asia). Il mio punto è: sembra impossibile (o quasi tautologico) prendere una posizione chiara a favore o contro la guerra senza ‘sottovalutare’ uno degli elementi che ho sopraelencato.Proviamo a capire.

Se non vogliamo alcun intervento militare rischieremmo di non garantire il diritto all’autodeterminazione dei popoli del nord Africa. Molti pacifisti ritengono il non-intervento come una garanzia di ‘autodeterminazione’. In questo caso potrebbe accadere il contrario. Le armi dei potenti dittatori potrebbero sopprimere (con tanti morti civili) il diritto delle masse a scegliere il loro ordinamento politico. Il pacifismo diventa contraddittorio anche quando il non intervento generi appunto sofferenza, emigrazione forzata verso il nostro paese (con tutti i rischi che comporta). Chi è a favore dell’intervento invece deve essere consapevole che di fatto si produrranno morti e un ulteriore esodo di massa. Ma anche una essiccazione dei rapporti economici tra il nord Africa e i paesi del Nord del mondo. Senza escludere il fatto che un’azione militare potrebbe giustificare una politica dell’intervento più estesa, ad altri paesi nella stessa situazione della Libia. Perché in Libia SI e Non in Siria, Yemen, Iran, Kashmir, Togo, Somalia etc….Il principio di autodeterminazione dei popoli risulterebbe inoltre secondario nel momento in cui il fronte vincitore inevitabilmente indirizzerà le sorti del paese. Tale confusione viene riprodotta dalla politica. Abbiamo una Lega che si fa paladina del pacifismo e una sinistra che tenta goffamente di levarsi l’aria da guerrafondaio che la destra le mette per screditarla. Un Pdl che non ha una, e dico una, idea di cosa si stia facendo il Libia. Con un Berlusconi che per l’ennesima volta ci prende in giro dicendo che mandiamo aerei che poi non sparano (forse pensa alle frecce tricolori). E un Obama, che seppur ispiri fiducia, non ha idea di cosa, come e per quanto vada a fare in Libia. E un movimento Pacifista perso e frammentato, impotente e senza una chiara idea del cosa fare, come ha mostrato, purtroppo goffamente, quell’eroe di Gino Strada ad Annozero. Forse dovremmo lasciar correre il risorgimento Africano? dovremmo usare i servizi segreti?

Io credo che non si sia discusso abbastanza (per nulla) di politica economica. Di strozzamento Economico della Libia. Di boicottaggio del loro petrolio e della diplomazia della ‘Carrot’. Dell’embargo strategico. Forse non abbiamo idee su questo.

Federico

Sci alpino, quando la Coppa del Mondo la decidono gli sponsor

InSport su marzo 23, 2011 a 9:47 pm

Dopo cinque mesi di gare appassionanti si è chiusa la stagione della Coppa del Mondo di Sci Alpino. Tra gli uomini il successo è andato ad Ivica Kostelic, che ha dominato grazie ad un gennaio da urlo in cui ha conquistato 1000 dei 1300 punti totali portati a casa. Tra le donne invece il successo è andato a Maria Riesch, che ha preceduto di soli 3 punti la sua grande rivale Lindsey Vonn, che aveva vinto le ultime tre sfere di cristallo. Ma sulla vittoria (pur meritatissima della Riesch) c’è l’ombra di un finale di stagione da ricovero per la FIS, la federazione internazionale sci, che di fatto ha regalato il trofeo alla tedesca.

Cos’è successo? Siamo a Lenzerheide, Svizzera, per le finali. Una gara per ogni disciplina (discesa, superg, gigante e slalom) che chiudono una stagione composta da 35 gare. Il calendario prevede dal mercoledì al sabato le gare decisive, la domenica il cosiddetto team event, una gara a squadre che si disputa solo in questa sede e che oltre ad essere inutile viene programmata nel giorno teoricamente più importante, quello dove il pubblico può seguire con più passione gli eventi.

Per chi non lo sapesse Riesch e Vonn sono grandi interpreti di tutte e quattro le specialità: la tedesca è però nettamente più forte in slalom, l’americana è un po’ più forte in discesa e superg mentre in gigante le ultime gare ci hanno fatto capire che le due ragazze sono pari. La Riesch nelle ultime uscite a lei più favorevoli ha però dilapidato un vantaggio di oltre 100 punti, tradita forse dalla pressione di un pubblico, quello tedesco, che non vede una sua atleta vincere la Coppa del Mondo dal 1998, quando si impose Katja Seizinger.

La discesa conferma quanto visto: Maria sbaglia l’impossibile e non prende punti, Lindsey chiude quarta e la sorpassa in classifica. Giovedì ci sarebbe il superg, in cui l’americana potrebbe dare il colpo di grazia alla stagione. Ma la fitta nebbia impedisce il regolare svolgimento della gara. Si potrebbe recuperare la domenica, cancellando l’inutile team event? No, la gara a squadre è televisivamente spettacolare, gli sponsor pagano, non la si può toccare.

Lo slalom di venerdì ristabilisce le gerarchie, con la Riesch che con il quarto posto recupera trenta punti alla Vonn (tredicesima) e si riporta in testa di soli tre punti. Il gigante di sabato, in cui come detto le due ragazze partono alla pari, si prevede tesissimo e spettacolare. Ma non è così: la nebbia ancora una volta gioca un brutto scherzo alla Vonn, impedendole di poter lottare sul campo per un trofeo che da anni non era così combattuto ed incerto. Si potrebbe recuperare la domenica, cancellando l’inutile team event? No, la gara a squadre è televisivamente spettacolare, gli sponsor pagano, non la si può toccare.

E così Maria Riesch vince di tre punti (l’equivalente di un ventottesimo posto!) la sua prima Coppa del Mondo, successo meritato ma sul quale aleggia l’ombra della FIS, inamovibile nella decisione di non toccare la gara più inutile che sia stata partorita dalle menti dei dirigenti, impedendo ai veri appassionati di godersi una gara che avrebbe regalato emozioni incredibili e chissà, forse un epilogo diverso.

Per la cronaca domenica è stata la giornata meteorologicamente migliore a Lenzerheide, e la Germania si è aggiudicata il team event davanti all’Italia. È servito a qualcosa? Sì, a far perdere la Coppa del Mondo alla Vonn e a togliere lo spettacolo a chi di sci se ne intende. La gara a squadre sarà anche divertente grazie alla formula del gigante parallelo, ma la sua inutilità dal punto di vista sportivo è talmente grossa che sarebbe davvero l’ora che la FIS chieda scusa a tutti e rifletta su tutte le porcherie fatte negli ultimi anni di cui questa è solo la più palese.

Jacopo

nam moho renge kyo: il ritmo dell’universo e di tutte le sue manifestazioni

InCostume&Società - Customs&Society su marzo 20, 2011 a 4:01 pm

Giacomo Leopardi sostiene che la Natura è invincibile e indifferente alla felicità – o meno – dell’uomo. L’universo è dominato dall’irrazionalismo e dal casualismo: non c’è una ragione, un senso, un fine, una creazione, un orientamento; tutto è abbandonato al caso. Del tutto inutile è la ricerca di un significato: la Natura non dà risposte e noi, essendo ospiti, siamo spettatori inermi.

Ricordo che – quando ero ancora al liceo – questo pensiero mi sembrava assolutamente ‘viziato’ dalla condizione esistenziale del poeta stesso, il quale – come si sa – non era certo questo grande ‘adone’. Non che questo sia teoricamente compromettente, ma sicuramente incise, e non poco, sul suo pensiero. Pensavo infatti che se Leopardi fosse stato corrisposto nel suo amore per Silvia, forse non sarebbe arrivato a dire questo. Che soffrire per amore (soprattutto se non corrisposto) molto spesso ti catapulta nella percezione che tutto il tuo intorno sia costretto a dolore e sofferenza, senza apparente motivo. Convinta di questo, ho continuato tranquilla la mia vita. Oggi però, davanti ai miei occhi, scorrono veloci delle immagini; ‘Non è un film di Spielberg’, mi ripeto; ‘è la dannata realtà’. Sono immagini pazzesche, di acqua che scorre a fiumi, a cascate, a tonnellate;

acqua che spazza via case, città intere, vite umane. Che non si ferma, corre via a litri, portandosi con se tutto quello che incontra. Indistintamente. La terra che trema forte, fortissimo. Che distrugge, scatena incendi e colpisce centrali nucleari. La tragedia nella tragedia. ‘Esistenze finite’, mi dico, ‘di donne, bambini, uomini e animali tutti, che pagano, in questo, il prezzo di scelte scellerate’.

E’ l’ altra parte del mondo, ma per un momento, per un istante solamente, le distanze non esistono: non esiste né Oriente né Occidente. Non esiste Est o Ovest. Esiste solo incredulità, per questa furia cieca, per questa Natura incontenibile. Nessuna parola in più. Non servirebbe. Solo riflessioni e silenzio. Perché da quando tutto questo è iniziato ripenso di continuo alle parole di Leopardi, che forse io, erroneamente, ho sempre ‘abbassato’ e ‘banalizzato’, riportando tutto alla sola mancanza d’amore umano. Non ho mai considerato – ingenuamente -  la mancanza d’amore per l’esistenza in generale, cosa che invece Leopardi non ignorava affatto e per il suo animo nobile, ne era profondamente scosso.

Marta

 

 

 

150 Italia: il Made in Padania e la Terronia del Nord.

InTerritorio&Società - Territory&Society su marzo 16, 2011 a 8:46 pm

La Lega Nord è una contraddizione politica. Sembrano un branco di omaccioni che sputa nel piatto dove mangia. Criticano Roma e poi la colonizzano con i loro ministri, facendo il loro proprio banchetto politico. Criticano gli immigrati e poi li sfruttano e impiegano nelle loro piccole e medie imprese, prima di tutto agricole. Criticano il sud mafioso e poi non si accorgono di quanto il loro sistema Nord ne sia dipendente (gestione rifiuti, settore immobiliare, movida e sanità). Criticano l’europa e poi la usano come piattaforma di lancio dei loro prodotti made in italy (che non possono essere venduti solo nel mercato interno ovviamente). Infine, criticano l’Italia tutta ma ne sfruttano il valore. Il valore dell’entità Italia. Di quel singnificato e significante sul quale il nostro paese è stato costruito e per il quale esso è sopravvissuto fino a oggi. Cosa succederebbe se la parola Italia non esistesse?? Ve lo immaginate il turista Americano che dice:  questa estate mi regalo una vacanza in Padania, a mangiare una bella polenta. Domani mi compro una camicia ‘made in Padania’. Ieri sono andato in un ristorante Padano. E poi il sud come lo chiameremo? Terronia?? Lo stesso Americano (o turista straniero che sia): domani parte per un tour della Terronia! il paese del mare (ma non quello delle repubbliche marinare).

Se nonostante tutto l’Italia è un paese ricco, è solo grazie al fatto che si chiama ‘Italia’. L’Italia tutta, in quanto esistente, diviene un paese interessante, unico, assurdo, contraddittorio e quindi attrattivo, bello da vedere, interessante da scoprire, indagare, comprendere. La sua diversità, quella storica, politica, morfologica, economica è quello che la rende un ‘bel paese’. Il suo dinamismo sociale è ciò che l’ha resa quello che è. Il fatto che il sud è emigrato al nord, portando tutti i lati belli e positivi di una terra, quella del sud, che ha più valori che difetti. Ma anche il fatto che il Nord si è aperto al sud, contribuendo con il proprio modo di fare a rendere il meridione molto meglio di quello che sarebbe divenuto se fosse stato ancora terra spagnola (chi lo sa). L’Italia è divenuto un marchio carico di significato, che l’ha resa forte di fronte alla globalizzazione. Sia quella dei consumi e della promozione, ma anche quella della cultura. L’Italia è quella che ha educato i propri giovani alla diversità. A comprendere il valore dell’operarsi per ottenere qualcosa, un paese, la libertà etc….

Per questo è assurdo criticare l’Italia.  Chi lo fa dal didentro, non capisce che distrugge le proprie radici, e di conseguenza, si autodistrugge il proprio futuro. La Lega sembra patetica. Imbambola il proprio elettorato, facendogli vedere solo la punta del naso. Lo illude che il futuro dell’indipendentismo, federalismo, scissionismo saà meglio. No invece, tutto andrà peggio. I padani perderebbero valore diventando nientaltro che tanti piccoli imprenditori del made in Padania. E’ forse un giorno, gli svizzeri, i tedeschi, gli olandesi, gli scandinavi, li chiameranno Terroni.

Buon compleanno,

Federico

La riforma della Giustizia: un percorso illogico?

InPolitica&Società - Politics&Society su marzo 10, 2011 a 8:01 pm

La riforma della giustizia l’aveva cercata disperatamente da quando è entrato in politica. Forse perchè la giustizia è diventata un problema da quando è entrato in politica lui. O no? Purtroppo non sono abbastanza competente per entrare in merito alla riforma costituzionale. Leggendola sul Sole24Ore, sembra un fascio di provvedimenti che non fanno ne bene ne male. E’ tutto da decidere. Questa riforma migliora o no il sistema giudiziario italiano? Alleggerisce il sistema? Sono risposte che purtroppo, a noi comuni cittadini, che la giustizia la rispettiamo e usiamo, non ci è dato sapere in modo chiaro. Ma neanche agli esperti purtroppo. Leggo, ascolto, vedo i media. Un pò tutti. E sento parole su parole sulle possibili conseguenze di questa riforma. Ma anche su tante altre iniziative di questo tipo. E’ mai possibile che non sia mai chiaro cosa si ottiene o si perde con un provvedimento, specialmente se costituzionale? Io credo che questa sia uno dei difetti, e forse patologie, del sistema politico italiano tutto. Il fatto che la retorica politica si sviluppa quotidianamente ‘in merito’ a conseguenze e fatti oggettivi piuttosto che su le modalità, i provvedimenti e le azioni da intraprendere per cambiare uno stato presente.

Mi spiego. Se siamo falegnami e dobbiamo discutere di come fare un tavolo (per esempio), ci deve essere ‘almeno’ un’idea condivisa di tavolo (quattro o tre gambe e un piano orizzontale d’appoggio). Poi discutiamo su che tipologia di tavolo vogliamo. Ecco, la società e l’economia non possono ovviamente essere riducibili a un oggetto predefinito. Ma questo dimostra come da noi non ci sia la volontà politica di poter delineare un problema. Di poterlo definire il meglio possibile per poi discutere pluralisticamente sul fine e sulle azioni da intraprendere. Da noi si agisce, e poi si pensa. La politica del fare. Agendo senza scopo predefinito, l’azione in sé perde valore e diventa oggetto di discussione. Io credo che il dibattito sulle ‘azioni’ (i.e. il provvedimento costituzionale sulla giustizia) sia un processo potenzialmente infinito se non si è d’accordo sul problema (sono veramente le carriere separate il problema? e per chi lo sarebbe?). Anche in questo caso non si riuscirà a comprendere cosa sta succedendo. E così, non si saprà cosa votare. E così tutto sarà opinabile. Parole su parole. Non chiamo la tecnocrazia, lo stato sinottico, dove problema=soluzione. Ci mancherebbe. Ma chiedo che il dibattito politico segua un percorso logico che parta dalla formulazione del problema, proceda verso la discussione, per arrivare alla soluzione e poi, speriamo, terminare nella valutazione delle politiche.

Federico

Etimologia ed Errore. Prima parte

InCostume&Società - Customs&Society su marzo 8, 2011 a 7:23 pm

di Massimiliano

Soffro, ormai dagli anni del Liceo, di un’insana passione per l’etimologia. A quelli come me non basta sapere cosa una parola voglia dire. Vogliamo sempre investigare la sua origine, almeno per comprenderne meglio il significato e incidentalmente per scoprirci dietro una storia. Ispirato dalla foto trovata su facebook mi sono deciso a raccontare qualche aneddoto etimologico che avesse per tema il curioso rapporto tra etimologia ed errore. Personalmente sono sempre stato molto cauto con i neologismi, perche’ temo che troppe eccezioni facciano davvero la regola (nel senso monastico del termine) a scapito di una semplice eleganza logica, sia pure audace nella propria espressivita’. Ma non e’ ai neologismi che mi riferisco (certo, metrosessuale, se analizzato etomologicamente, e’ un abominio), quanto a strafalcioni ortografci, fraintendimenti linguistici, storie che rasentano la commedia degli equivoci che hanno dato vita a parole oggi di uso comune.

Cominciamo dal FEGATO, organo sede del coraggio per diverse culture antiche e parola con una storia etimologica che calza a pennello in questo articolo. Una rapida scorsa alla sua traduzione nelle principali lingue neolatine ci dimostra che non siamo stati gli unici a incappare nell’errore. Fegato, foix, hígado, fígado, ficat sono tutte permutazioni che denunciano una chiara origine comune. E allora come si dice fegato in latino? IECUR. Parrebe non avere nulla a che vedere, se non per il fatto che IECUR FICATUM, ovvero fegato ripieno di fichi, era una delle ricette principi della cucina latina, che doveva aver diffuso il proprio gusto per l’agrodolce ai piu’ estremi angoli dell’Impero. Forse, dal punto di vista storico, si potrebbe parlare di primo caso di globalizzazione del gusto (tipo MacDonald’s, per intenderci) ma dal punto di vista linguistico e’ certamente un errore confondere un aggettivo (Ficatum) con un sostantivo (Iecur). Ma tant’e’, abbiamo comiciato tutti a privilegiare il contenuto al contenitore.

L’autore della scritta nella foto e’, invece, degno discendente dei primi erranti inventori della parola usignolo. L’uccelleto che cinguetta al mattino era femmina per i latini e veniva detto LUSCINIA. La variante diminutive della parola: LUSCINIULA da’ vita alla parola italiana usignolo. Tutto abbastanza chiaro a prima vista, ma dov’e’ finita la L iniziale? Di nuovo un rapida scorsa alla traduzione in altre lingue neolatine ci suggerisce che questa volta l’errore e’ tutto italiano. Sia nel francese rossignol che nello spagnolo ruiseñor la L iniziale si “rotacizza” (perdonate il probabile neologismo, so gia’ che mi contraddico) ma non scompare. In quale trappola e’ dunque caduto l’italiano? Il fatto e’ che la nostra bella lingua, a differenza del latino, decide di dotarsi di quegli arnesi grammaticali, chiamati articoli. E come era capitato a me, in un pomeriggio di dettato alle elementari, di scrivere L’Ondra piantando un bell´apostrofo nel mezzo della capitale britannica, cosi’ i primi italofoni messi di fronte alla difficile sfida di scrivere la parola LUSCINIULA stabilirono che la L iniziale fosse inequivocabilmente un articolo e, in quanto tale, di fronte a una vocale perdesse la propria in cambio di un apostrofo. Ed ecco come noi scriviamo l’usignolo.

Etimologia ed Errore. Seconda parte

InCostume&Società - Customs&Society su marzo 8, 2011 a 7:22 pm

Perdere una consonante non e’ sempre un gran danno. La parola Italia, ad esempio, era quasi sicuramente preceduta da una fantomatica lettera greca, caduta in disuso gia’ all’epoca degli antichi greci, per l’appunto. Il digamma iniziale, scomparso senza rimpianti, aveva una forma simile ad una F e suonava piu’ o meno come una V. Difatti ITALIA o meglio VITALIA dovrebbe stare a significare “terra dei vitelli”. Perche’ dico che ci abbiamo guadagnato a perdere una lettera? Provate solo a immaginare l’inno: “Fratelli di Vitalia, la Vitalia s’e’ desta”. Andiamo… Secondo un’altra tradizione la parola ITALIA proviene dal mitico figlio di Didone, Italo che dall’Africa venne a piantare le tende coi propri uomini in quella parte di Magna Grecia, all’epoca detta Brutii e oggi Calabria. Le genti di cui Italo si fece re vennero pertanto detti Itali e col tempo questo nome venne esteso a tutte le popolazioni che abitavano la penisola. Insomma, etimologicamente parlando, gli Italiani sono tutti Calabresi. Questa tendenza a confondere una parte con il tutto non e’ un errore inconsueto, specialmente nei nomi geografici. Pensiamo alla GRECIA che dapperttutto nel mondo si chiama piu’ o meno cosi’, tranne che in Grecia dove e’ detta appunto HELLAS. In questo caso furono i romani a prendere un clamoroso abbaglio. Il termine, infatti, deriva dal presunto primo incontro dei romani con gli abitanti di una colonia greca nell´Italia meridionale. Questi pare venissero da una comunita´ di origine chiamata GRAIKOS ed erano percio´ detto GRAIKOI, da cui il nome latino GRAECIA. Un po´ come se un extraterrestre atterrasse a Bari e dopo quel primo incontro gli abitanti del suo pianeta cominciassero a chiamare tutti i terrestri baresi.

Avrei voluto concludere questa rassegna con un etimo ad effetto. Dopo aver scartato lapalissiano (troppo noto), assassino (qui l´errore ce lo vediamo solo io e gli appartenenti alla mia comunita´ spirituale) e anfitrione (troppi anfitrioni popolano le cronache dei giornali oggidí), avevo pensato alla parola canguro ma uno scrupolo di esattezza mi ha fatto scoprire che l´etimologia a me nota era una mera leggenda. Peccato. Mi affido, dunque, all´ultima parola rimasta in panchina, sperando che segni una rete o almeno attiri l´attenzione di qualcuno di voi, ancora rimasto sugli spalti. Parliamo di un ormone, questa volta, a cui tutti noi dobbiamo la vita. L´ESTROGENO e´ una parola composta, di origine greca. Il suffisso –GENO (riscontrabile in un´innumerevole quantita´di parole oggi in giro per il mondo) deriva dal verbo GHIGHNOMAI, capace di esprimere a seconda dei casi situazioni di stato o di flusso e traducibile come essere, diventare, nascere o generare. Piu´ interessante e´, pero´, la prima parte della parola, vale a dire ESTRO (che poi fa parola a se´). L´OISTROS greco, da cui deriva, e´ un insetto; per la precisione, un tafano bovino, ghiotto di sangue e, a quanto pare, in grado di parassitare con le sue uova qualunque mammifero, compreso l´uomo. Ovviamente, ESTROGENO non vuol significare “generatore di tafani”. Il riferimento al moscone o meglio alle conseguenze, che questo produce dopo aver morso, serve a richiamare (metaforicamente piu’ che erroneamente, a dire il vero) l’effetto che l’ormone ha sulle donne. La pulsione prodotta dall’estrogeno e’ in pratica paragonata all’assillante prurito, all’insopportabile pizzicorio, lasciato dal morso d’insetto. Ça va sans dire senza voler scadere in pruriginose (e’ proprio il caso di dirlo) discettazioni, che ad alleviare l’estrogeno serve qualcosa di piu’ e di meglio (per fortuna) di una semplice grattatina.

Ogni volta che viene l’8 marzo io..

InCostume&Società - Customs&Society su marzo 5, 2011 a 11:32 am

Ho sempre detestato nel profondo la festa dell’8 marzo.

Ho sempre pensato che non si può festeggiare un dato anagrafico. Ad esempio non c’è una festa per tutti quelli nati in una città. Non c’è una festa per chi è alto, per chi è basso, per chi è nero o bianco …La festa della donna mi ha sempre lasciato quell’amaro in bocca di chi dovrebbe sentirsi in qualche in modo inferiore. E quindi le viene dedicata una festa. Come un’elargizione. Come un dono fatto a un povero. Come a un indiano in riserva. Mi danno fastidio le donne che l’8 marzo diventano nazional femministe in nome di un ramoscello di mimosa e rivendicano il loro “nonsisachecosa” in un giorno.

Le donne italiane si diplomano e si laureano più e meglio degli uomini, ma meno di una su due di loro ha un posto di lavoro retribuito. La donna non ha bisogno di un giorno di festa dedicato. Ha bisogno di più tempo per se durante tutto l’anno (gli uomini hanno 90 minuti al giorno di tempo libero in più), ha bisogno di aiuti da parte delle aziende dove lavorano, ha bisogno di congedi più lunghi e retribuiti durante la maternità, ha bisogno di strutture  per l’infanzia che garantiscano la loro permanenza al lavoro già dai primi anni di vita del nascituro, ha bisogno di non essere discriminate ai colloqui di lavoro se in età di prole.

Dalla primavera di quest’anno diventerà definitiva la norma Europea che allunga i congedi di maternità. In tutti i paesi UE si passerà da 14 a 20 settimane retribuite al 100%. In Italia, dove le mamme hanno già diritto ai 5 mesi di congedo, la novità riguarda i padri che potranno stare a casa con le loro compagne e il bambino due settimane pagate al 100% del salario.

Panoramica sui congedi di maternità (e paternità):

Paese Maternità Paternità
Gran Bretagna 5 settimane pagate al 90% Stessi diritti della mamma, con cui può decidere chi si assenterà
Francia 16 settimane retribuite al 100%, 26 in caso di terzo figlio 11 giorno consecutivi dopo la nascita
Danimarca 52 settimane al 100%. Di queste, 18 settimane sono obbligatorie per la madre, 2 per il padre, il resto da decidere Fino a 34 settimane in caso non le utilizzi la madre
Germania 14 settimane pagate al 100% fino a 12-14 mesi al 67% (che sono sempre 14 in caso di madri single) 12-14 mesi pagati al 67% sempre 14 per i padri single
Bulgaria 2 anni, di cui il primo pagato al 100% e il secondo al minimo salariale Il padre può chiederla al posto della madre, alle stesse condizioni di retribuzione
Rep. Ceca Fino a quattro anni, di cui 28 settimane al 70% e il resto a scalare fino a un minimo di € 200 Stessi diritti della mamma, ma solo uno dei due riceve il supporto economico
USA Non esiste il congedo retribuito. Le madri possono assentarsi fino a 12 settimane, ma a stipendio zero Per i padri vale la stessa regola, fino a 12 settimane ma non retribuite
Cina 12 settimane retribuite al 100% dello stipendio Non esiste congedo di paternità
Italia 5 mesi obbligatori pagati all’80 o al 100% dello stipendio, altri 6 mesi facoltativi al 30% 6 mesi al 30% facoltativi da prendere in alternativa alla madre o contemporaneamente

Queste sono le notizie che danno forza a un dato anagrafico. E certo ne servirebbero tante altre.

Ma credo che un giorno non possa bastare. No.

L.S.

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