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La riforma Gelimi non riforma un bel niente.

InPolitica&Società - Politics&Society su novembre 29, 2010 a 9:23 pm

La riforma Gelmini non va purtroppo. Anzi, non è una riforma. Non da nuova forma. Ma spezzetta, ricuce, amputa e disassembla un sistema universitario italiano che è già carcassa morente. Gli studenti vengono additati come coloro il cui senso d’esistenza è quello di manifestare contro tutto e tutti, anzi contro il governo. Gli studenti non lo sanno forse, ma chi manifesta nell’università italiana lo fa da tanti anni perché l’università italiana è indietro le atre da tanti anni. Ipocriti coloro che richiamano alle classifiche internazionali. Se facciamo 80 con 50 di risorse non vuol dire che facciamo bene…anzi vuol dire che potremmo fare 100 con 70 di risorse. In Italia si fa sempre così: si spende di più per ottenere quello che altri ottengono con meno. Il nostro sistema universitario spende di più per raggiungere i risultati (medio-buoni) dei ranking. Troppi atenei, frammentati, e studenti dipendenti. Precari, che vanno avanti con tanto ‘cuore’, l’unica risorsa che possono utilizzare. Ma chi diamine lo ha detto che per andare avanti l’università italiana deve affidarsi ai ‘cuori’ e alle passioni dei ricercatori? perché i ricercatori non possono avere un lavoro normale come tanti altri; di otto ore al giorno per 5 giorni alla settimana, senza pensare in continuazione al futuro. Beh, la salute mentale dei ricercatori precari purtroppo non viene calcolata dalle classifiche….

Gli studenti ed i ricercatori (escludo i criminali, violenti) vengono strumentalizzati dal governo che li accusa di difendere i Baroni. E’ il governo che non ha invece il coraggio o l’indipendenza di riformare il sistema baronale purtroppo. Si taglia, si gestiscono le entrate, ma non si riforma il sistema di valutazione, nazionale ed internazionale, il sistema di allocazione di risorse ne il sistema pensionistico, ne un controllo sui contenuti, ne le strutture….si riforma la parte più semplice, quella che se subisce e si ribella può essere additata come ‘stupida’ e ‘cieca’. Ed infine si taglia, quando invece il problema è duplicemente opposto. Bisogna gestire meglio quello che già c’è e investire nel lungo termine in un sistema profondamente cambiato.

Forse dobbiamo aspettare che l’università italiana tocchi il fondo.

In bocca al lupo a tutti i buoni manifestanti (riescludo i violenti, aggressivi). Del resto, mi chiedo, c’è altra via?

Fede

I supereroi ballano sulla spazzatura Campana

InPolitica&Società - Politics&Society su novembre 23, 2010 a 9:42 pm

Ballarò, ore 22 circa, telefona Silvio Berlusconi a Floris, e fa il suo mini comizio ‘di protesta’. Protesta, telefonicamente, comodamente dal salotto di casa sua (un privilegiato), contro il video che denuncia lo schifo che sta accadendo nelle strade napoletane. L’immondizia che invade, da ormai 10 anni, le strade di Napoli. Berlusconi non ha risolto il problema della spazzatura. Ogni persona di buon senso sa che il problema dei rifiuti a napoli è un problema che non può essere risolto da un premier, di qualsiasi fazione politica. E’ un problema oltre i mezzi dell’ufficio della presidenza del consiglio e di tutti i dipartimenti a lui sottoposti, come la protezione civile. Non è un problema di Berlusconi se c’è la merda per strada. E’ un problema che trova radici profonde nel malgoverno del territorio campano, e in ultima analisi di tutto il paese, negli ultimi 30 anni. La mafia, la mala politica, le pubbliche amministrazioni corrotte e omertose, impotenti, con interessi diretti nello stato di emergenza perenne, queste sono le vere cause del problema. Berlusconi, dopotutto, centra poco in quella cosa.

Berlusconi è un potente paranoico, e questo lo sappiamo tutti. E’ abituato a stare sotto i riflettori e sotto tiro dalla sinistra. Esiste per questo, e dall’attacco indiscriminato dei media, delle opposizioni lui trae il suo potere ed il suo carisma. Lui lo sa che la spazzatura è un problema non alla sua portata, ma continua ancora a difendere le sue dichiarazioni, come spesso campate per aria, che il problema è, o sarà, risolto in pochi giorni. Lui lo sa che non è possibile, e lo sa che il problema non è stato risolto. Ma continua a dire queste cose, a difendere le sue dichiarazioni, e ad addomesticare i suoi, spesso miopi e assetati di successo, collaboratori, che difendono le sue scappate senza capacità di critica. Berlusconi vuole essere accusato di non ‘aver potuto’ risolvere il problema perché così legitimizza il suo ruolo di ‘risolutore di problemi’ o almeno di ‘responsabile di risolvere le emergenze’. Se conducesse una strategia di autocritica, ammettendo e mostrando consapevolezza che il problema è complesso e forse non risolvibile neanche in altri 10 anni, si auto-infliggerebbe un colpo mediatico terribile.

Lo abbiamo capito bene tutti. L’essenza del Berlusconismo è il protagonismo. Esso esiste solo in quanto i riflettori sono sempre puntati sulla sua persona, sull’individualità. E’ un feticismo dell’individualità che si consuma ogni qualvolta che si parla sia nel bene che nel male della sua persona. Berlusconi deve rimanere accusato del problema di Berlusconi, e per farlo deve continuare a rivendicare successi, a sparare balle sulle sue capacità, individuali e solo in mano a lui, di risolvere il problema.

Che ci sia una bassa capacità di autocritica della politica italiana è un dato di fatto. Nessun politico ammette la sua incapacità di trattare un problema in modo univoco. C’è un narcisismo solipsistico della politica che supera i limiti della realtà. Quando Napolitano richiama alla responsabilità, io credo che lui richiami alla onestà intellettuale. Cerca di spingere i politici ad ammettere che da soli, come supereroi, in Italia non si va da nessuna parte.

 

Elezioni, consenso e quant’altro: Argomenti senza fondamento e democrazia

InPolitica&Società - Politics&Society su novembre 15, 2010 a 1:42 pm

Sono oramai diversi giorni da quando il governo in carica sembra in bilico, appeso a un filo.  La maggioranza traballa giorno dopo giorno tra proclami e minacce, tutto questo da diverse parti interne e esterne alla parte politica che lo sostiene.

Ma una cosa mi ha colpito più di tutte. Il fatto che si pensi, questo leggendo diverse testate e guardando vari contenitori politici-televisivi, che chiunque vinca le elezioni sia nella posizione di assumere piena legittimità politica e, dunque, abbia il diritto di governare. Sarà la mia scarsa conoscenza della teoria della democrazia, ma secondo quale principio l’unico strumento attraverso il quale si costituisca la legittimità sono le elezioni? Provocatoriamente, mi sento di rispondere che se fosse così, allora si dovrebbe trovare una forma, diciamo vagamente una legge, che renda possibile ciò. Di conseguenza ci dobbiamo chiedere: esiste tale forma? Io credo di no. Questo pensiero è dovuto semplicemente al fatto che elezioni non sono un mezzo attraverso il quale si cede il potere alla parte che le vince. Se fosse cosi basterebbe condurre una buona campagna elettorale, ottenere il numero di voti necessari per ottenere la maggioranza parlamentare e formare un governo. Seguendo questa linea, ciò sarebbe sufficiente per governare per il periodo stabilito senza curarsi della responsabilità che si ha nei confronti di chi ha dato la propria preferenza di voto. Mi sembra piuttosto chiaro che questo non ha nulla a che fare con l’esercizio democratico del potere.

Un altro argomento che spesso, forse troppo, viene tirato fuori dal cappello, quasi come fosse il coniglio del prestigiatore, è la presenza del consenso. Ma cosa è il consenso oggi, in un momento in cui questo viene misurato attraverso le elezioni e, in particolare, l’uso dei sondaggi? Spesso mi chiedo se non siamo giunti alla democrazia del sondaggio. Uno strumento nato per fini conoscitivi utilizzato per fini politici. Se il consenso si misura anche, se non esclusivamente, attraverso il sondaggio, allora forse è inutile votare. Basterebbe, in un senso assurdo, dotare tutte le case dei cittadini di una sorta di auditel attraverso il quale rilevare lo stato dell’opinione pubblica e, quindi, proseguire o meno nelle scelte che si intendono prendere. Il problema è che non ci si pone mai il è che, forse, l’opinione pubblica, o il popolo come spesso si dice, non è una entità monolitica e che uno degli aspetti fondamentali della democrazia è il rispetto della minoranza. Altrimenti questo tipo di regime diventa, come è stato detto da ben più autorevoli pensatori di me, una dittatura della maggioranza. Può darsi, e questo mi preme sottolinearlo, che l’opinione pubblica cambi, come può anche cambiare l’idea dei rappresentanti che sono stati eletti nonostante si pensi, errore di notevole portata, che le elezioni producano una rappresentanza mediante la quale si “ceda” il potere. Purtroppo per colori i quali pensano questo, i rappresentanti eletti non ottengono per delega il potere. Ciò si può pensarlo se la propria candidatura è il frutto di una decisione poco democratica, ovvero il prodotto dell’attuale legge elettorale. Ciò non è soltanto dovuto a una forma. Ma alche il fatto che esiste una rispondenza, che di fatto, oggi, è inesistente.

Arrivo all’ultimo punto: le congiure di palazzo. Qualunque ipotesi, anche remota, del fatto che la maggioranza prodotta dalle elezioni possa cambiare in corso della legislatura diventa una congiura di palazzo e una forzatura della democrazia. A questo punto io mi chiedo: ma se una parte politica non è in grado di prendere delle decisioni, banalmente di governare, e di fare gli interessi della cittadinanza allora è democratico continuare aggrapparsi al potere ottenuto attraverso le elezioni? Io credo di no, sempre per quella cosa che, nuovamente, si chiama responsabilità. Se non si è il grado di governare, è giusto mettere in stallo un paese perché non si è in grado di avere una maggioranza parlamentare che si traduca in un governo? Sinceramente, credo di no. Il bene collettività è forse più importante del mantenimento del potere.

Per finire, ci troviamo di fronte a un momento particolarmente difficile da interpretare. Resto solo di stucco ascoltando argomenti con premesse errate. Perché queste, di conseguenza, producono conclusioni erronee. E, sinceramente, sono stanco di sentire argomentazioni insensate. Le argomentazioni sono vere, false o insensate. E, probabilmente, nell’ultimo periodo stiamo vivendo quest’ultimo caso.

Le Banche hanno le mani sulla città

InTerritorio&Società - Territory&Society su novembre 7, 2010 a 11:54 am

Mentre tanti giornalisti mediocri parlano di prostitute, festini e cavolate del genere noi parliamo d’altro. In effetti non c’è molto da dire sulle ultime uscite di Silvio: quell’uomo si è rovinato la vita secondo me. Il desiderio di potere l’ha sopraffatto.

Ieri mi chiedevo: per quale motivo ci sono così tanti cantieri aperti nelle nostre città, che non vedono mai una fine certa, i cui costi vengono gonfiati a sproposito, a ritmo di ricorsi, indennità, e dibattiti senza senso? Avete mai visto quei cantieri edili giganti che amputano pezzi di città a Milano, Roma, Torino, e così in tutte le grandi e medie città italiane? Perchè non si riesce a terminare i lavori? La risposta più facile, e spesso la più evidente, è ‘Criminalità’ ed ‘illegalità’. La Mafia così come tanti imprenditori corrotti e criminali si arricchiscono di soldi, spesso pubblici. Troppo semplice però. Come mai neanche progetti a componente finanziaria principalmente ‘privata’, quindi non direttamente a carico del miope settore pubblico, non riescono ad essere completati con successo in tempi certi? Molti studiosi internazionali hanno cercato di rispondere a questa domanda. I fattori possono essere numerosi e di varia natura. Innovazioni tecnologiche in corso d’opera che richiedono, per una migliore resa ultima, di essere implementate, problemi strutturali imprevisti (si pensi alla scoperta di reperti archeologici nelle nostre città) che richiedono la definizione di nuovi scenari possibili; lungaggini burocratiche, che ritardano la traduzione di decisioni in azioni; proteste e ricorsi da parte di gruppi di interesse organizzati (ambientalisti) e da parte dei cittadini. Queste sono tutte ragioni plausibili e possibili. Altri studiosi hanno dimostrato che in quasi il 70% di casi (di un campione che comprende più di 100 progetti internazionali) i costi vengono camuffati per ragioni politiche. I progetti preliminari ridimensionano il costo delle opere, soprattutto quelle di indubbia utilità pubblica (quali non lo sono oggigiorno in ambito urbanistico…?) per apparire più convincenti ai cittadini o ad altri enti pubblici, che di fatto sono i finanziatori di tali progetti. Un comune presenta un preventivo più basso per accaparrarsi il benestare della provincia, regione e governo e per più facilmente ottenere eventuali finanziamenti speciali. Spesso il camuflage dei costi è semplicemente una mezza verità. Nei costi del progetto non vengono conteggiati i cosiddetti costi sociali, esternalizzazioni varie, ne i costi eventuali di riadattamento del progetto in costo d’opera, spesso inevitabili. Come se dicessimo che andare da una città all’altra con la propria auto sia di fatto a costo zero, non includendo i costi delle benzina, del traffico e dell’inquinamento che ne risulta ne il tempo individuale che viene di fatto speso alla guida. Ci siamo capiti. Un’altra ragione interessante però, cari amici, è c’è sempre qualcuno che ci guadagna a lasciare un intervento in un perenne stato di incompiutezza. Escludendo gli eventuali indennizzi dovuti dal pubblico al privato in casi in cui i lavori sono interrotti da eventi non controllabili dall’operatore, sulla base di clausole contrattuali assurde, chi ci guadagna in tutto questo sono le Banche; e le Banche sono gli azionisti, individualità potenti, gruppi di interesse, e la politica, sempre più agganciata e dipendente al mercato del denaro per il suo sostentamento. Pensate che un operatore privato che acquisti un’area per edificarla, alla fine dei lavori avrà un margine di guadagno di circa il 7-8-1o percento di tutto il capitale immesso. Queste sono le percentuali di cui parliamo. Se io, grande e riconosciuto immobiliarista, acquisto un ampio terreno per 500 milioni di euro con la speranza di costruire residenze, terziario, produttivo e servizi (un nuovo pezzo di città praticamente) investo altri 500 milioni per l’edificazione, la preparazione dei terreni etc.., avrò un guadagno totale a conclusione del progetto di circa 10 milioni. Un capitale incredibile viene impiegato, per un periodo che oggettivamente può variare tra i 10 e 15 anni, per poi ottenerne una percentuale di guadagno minima. Premesso che sono comunque tanti milioni di affare, chi ci guadagna veramente sono le Banche che prestano a tassi di interesse di un certo tipo i capitali al privato per realizzare il progetto. E più il progetto va alla lunga, più nuovi costi emergono, più le banche otterranno crediti sui miei interessi. Quello che conta in questi processi è appunto il ‘moviment0′ del denaro. E se il progetto fallisce e l’area viene rivenduta ad un altro immobiliarista, il prezzo si raddoppia, si raddoppiano i prestiti e gli interessi (anche perché il rischio di investimento in un progetto fallito aumenta esponenzialmente).  Le Banche tengono per il collo gli operatori immobiliari, ricattano le povere amministrazioni perché controllano la realizzazione degli interventi, e in ultima analisi controllano il mercato immobiliare urbano. Se il progetto fallisce la banca non ci rimette mai perché il debito dell’operatore deve essere colmato, anche a costo della dichiarazione di fallimento dello stesso. Più i costi si gonfiano inaspettatamente più l’operatore (pubblico o privato che sia) avrà bisogno di capitale e busserà alla porta del banchiere di turno.

Federico

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