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La fiducia di Berlusconi: la messinscena.

InPolitica&Società - Politics&Society su settembre 30, 2010 a 7:45 pm

Il cast si era ben preparato. Circa un mesetto per impararsi la parte. Ognuno ha un bel testo, di quelli scritti bene, da professionisti del teatro. L’hanno ripassata e ripassata, sapendo che il modo migliore per compiacere l’audience è quello di essere chiari, aggressivi e di fare cose apparentemente inaspettate. Il giorno della prima il pubblico è seduto sulle poltroncine comode del grande teatro. Il teatro più famoso d’Italia, quello fatti di poltrone di pelle messe a semicerchio. Un anfiteatro. Come in ogni rappresentazione che si rispetti, ogni attore conosce bene la successione di eventi, di gesti e di interventi. Sapete come si fa. In caso qualcuno manca la propria battuta non bisogna rimanere inermi, fare scena muta. Bisogna continuare…the show must go on. Tanto il pubblico non se ne accorge mai.

Tutti aspettavamo la prima di questo spettacolo. I giornali ne avevano parlato alla grande, tappezzando di locandine colorate tutte le strade. Le facce sempre quelle degli attori principali. Chi con le maniche alzate, chi con il sorriso stampato sulla maschera di scena (quella di plastica e trucco), chi con la parrucchetta brizzolata, chi con la toga da giudice. Il tutto esaurito. Il pubblico non vede l’ora. E’ stato detto loro che questo è uno spettacolo speciale, diverso, pieno di colpi di scena, con un gran finale a sorpresa imprevedibile. Di quelli che non si sono mai visti. Alcuni mormorano che il protagonista alla fine muoia. Di solito il protagonista non muore mai purtroppo. Il cast è enorme. I protagonisti sono sempre i migliori però, quelli che come i lottatori di wrestling sembrano si stiano scannando mentre si aiutano a vicenda. Le comparse sono tante però. Facce grigie che sulla scena vengono illuminate a malapena. Sapete, le luci fanno sempre il loro effetto. Si può essere sul palco, ma se non si è illuminati, il pubblico non vede. Queste comparse sono tante ma, si dice, che alcune di loro saranno parte del gran finale. Protagonisti di seconda mano li chiamano. Per questo ruolo si è scelto gente sconosciuta, inesperti della scena probabilmente. Attori di seconda mano che fanno sempre la parte del cattivo, dello sciocco o del traditore.

La scena è pronta. Lo spettacolo dura dalle 11 alle 20 di sera. Un tour de force inusuale che mette alla prova il pubblico…ma l’ufficio comunicazione del teatro ha lavorato bene, sa che il pubblico reggerà fino alla fine, per vedere quel gran bel finale che è stato promesso. Si aprono i sipari. Tutti seduti li, gli attori ed il pubblico (capita spesso che non tutti gli attori siano seduti). La scenografia è di quelle spettacolari, di quelle che fanno spettacolo da se, di quelle che creano sacralità ad eventi che spesso sono troppo squallidi. Camere puntate e si parte. Ogni attore la dice giusta la sua parte. Il bello e cattivo cerca di difendersi dagli attacchi del buono ed ignorante e del saggio e moderato. Le comparse creano suoni di sottofondo. La tensione cresce ed il pubblico non fa pause. La scena è trasmessa in tutte le televisioni, uno spettacolo dove il biglietto lo si paga indirettamente, sottoforma di contributo, mica al botteghino.

….the end. Il grande applauso dell’audience. o forse no. Lo spettacolo è un fallimento. Il gran finale non c’è. Ma il botteghino ha fatto un mucchio di soldi. C’è chi chiama alla truffa, chi se ne è già andato a metà, e chi, dopotutto, se n’era fregato. Tutti si chiedono per, guardandosi allo specchio, ‘ma quale cavolo di regista ha potuto inscenare una cosa del genere??’. Guardiamoci allo specchio.

a presto

Federico

Rimedi naturali

InCostume&Società - Customs&Society su settembre 27, 2010 a 1:13 pm


Esistono rimedi medicinali antichi che vengono tramandati di generazione in generazione dai popoli contadini. Tutte le civiltà adoperavano da migliaia di anni, semplici accorgimenti per la cura delle malattie, per il benessere e la bellezza del corpo utilizzando erbe officinali, spezie, ortaggi, estratti di piante… Queste vecchie ricette prendono il nome di fitoterapia dal greco phytón (pianta) etherapéia (cura).

E’ settembre parliamo dell’uva

L’uva è presente in Occidente da più di quattromila anni, contiene zuccheri semplici, fruttosio, glucosio, potassio, acqua, vitamine e acidi di frutti che le conferiscono proprietà esfolianti e protettive.
L’uva ha proprietà energizzanti, riminalizzanti, disintossicanti, diuretiche e lassative, contiene sali minerali, fosforo, calcio, potassio, ed è costituita per l’80% da acqua.
E’ indicata nelle convalescenze, nelle anemie, in gravidanza e nell’allattamento, durante sforzi fisici e psichici inoltre può trarre giovamento nel mangiare uva anche chi soffre di dolori reumatici, gli obesi, gli stitici (l’uva ha dimostrato essere utile come rimedio naturale per la stitichezza grazie alla sua combinazione di caratteristiche della cellulosa, dello zucchero e dell’acido organico che ne fanno un alimento lassativo). Il consumo di uva viene consigliato anche in menopausa, nella cura degli eczemi, e come diuretico nella cura di pruriti. E’ l’ideale per conservare a lungo il benessere, l’equilibrio e la linea, perché aiuta il fegato a lavorare meglio, regolando la digestione e le funzioni intestinali.
L’uva non fa solo bene mangiarla ma è anche un ottimo ingrediente per ricette di bellezza che possono dare risultati eccezionali. Per curare labbra secche, per una maschera idratante o un impacco sui  capelli….

Tonico nutriente

Frullate 10 acini di uva lavati senza togliere i semi. Dopo aver passato il latte detergente sulla pelle pulita, distribuire uniformemente su collo e viso un batuffolo imbevuto nel succo dell’uva precedentemente frullata.
Dopo 10 minuti, sciacquare il viso con acqua tiepida, la pelle ne risentirà migliorando l’aspetto, diventando turgida e levigata. Questo trattamento, oltre a tonificare, previene le piccole rughe.

L.S.

Woodstock 5 Stelle: cosa ne sarà dei Grillini?

InPolitica&Società - Politics&Society su settembre 26, 2010 a 1:03 pm

Cari Amici

‘BASTA PARTITI…’; con questa frame Beppe Grillo parla ai Grillini, giovani, rockettari di Cesena alle ore 14.33 di oggi.

Noi siamo vivi, loro sono morti. Noi parliamo di contenuti, di cose concrete, loro parlano di fumo. Loro lavorano soldi, noi esistenze vere, della vera gente….il messaggio è chiaro, e pure la retorica. Rottura con quello che esiste. Rottura con il passato, il presente e, molto probabilmente il futuro della politica italiana. Grillo lo sa bene. Le grandi rivoluzioni politico-culturali si sono fatte con il capovolgimento del sistema culturale radicato nelle istituzioni. Come i francesi illuministi fecero prima di tutti, il cambiamento vero si fonda su una serie di elementi costitutive che ricorrono in tutte le rotture con il passato (illuministi, totalitarismi fascisti, socialisti etc.). 1) una nuova retorica politica; 2) una classe sociale proponente e propulsiva, insoddisfatta, e non radicata nei circoli del potere consolidati; 3) nuovi mezzi di comunicazione, spazi mediatici inutilizzati e piattaforme di trasmissione politica non collaudate; 4) mobilitazione dal basso, della massa, non elitaria.

Ed i Grillini? stanno operando su questo corredo di fattori politico sociali? Direi che ci stanno provando. Ed è per questo che mi piace cari amici. Ma è anche per questo che il movimento non può essere pensato, e quindi discusso, tramite le categorie tradizionali della politica. Ed è per questo che potrebbe non arrivare da nessuna parte. Perché forse non ha raggiunto, o non raggiungerà mai, la sua completezza socio-politica, su tutte è quattro quelle dimensioni che ho enunciato.

Partiamo dalla ultima e dalla seconda assieme: mobilitazione dal basso. La sussidiarietà delle responsabilità e della definizione delle agende politiche perpetuate da movimenti auto-costituiti nel territorio. La Lega lo ha fatto ed ha avuto successo. La cosa potrebbe funzionare. I giovani, quelli senza potere, che non sono rappresentati nelle arene politiche chiuse contemporanee, sono la base ‘militante’ del movimento. La sua anima. Ma quanti sono? Questo è un dato che non abbiamo per il momento. Non sappiamo chi sono i Grillini. Giovani e precari non è abbastanza. Ci vuole una distinzione non solo sociale, ma anche economica….La politica si fa anche su gruppi di interesse. Questo uno dei punti deboli secondo me….La classe sociale non rappresentata di fatto esiste in Italia. Il punto importante è: riuscirà Grillo a captarne le necessità concrete? come fecero gli illuministi con l’emergente borghesia, come fecero i Socialisti con l’emergente intellighenzia, come fece la Lega con i ricchi piccoli e medi imprenditori, come fece Obama con le minoranze e maggioranze etniche etc.

Nuovi mezzi di comunicazione. Questo, a mio avviso, il punto più forte di Grillo, che prende spunto da Obama. L’America ha sempre fatto da modello nella medicalizzazione della politica in effetti. Internet, la rete, senza confini, senza profumi, odori che condizionano le opinioni. Ottimo direi. Questa la giusta direzione in un paese dove l’amministrazione del potere è tecnologicamente analfabetizzata.

La nuova retorica politica è forse il punto forte dei Grillini. La rottura con il gergo esistente e con i connessi sistemi di significato. La parola soldi prima di tutto! non capitalismo, si intenda, ma l’idea più materialista del denaro….Questa una strada giusta secondo me. Quella di non avere la pretesa di rifiutare il Sistema capitalista, o di produzione (come hanno fatto con insuccesso movimenti neo-comunisti) ma solo di criticarlo quando diventa una logica elettorale e politica. La deliberazione invece che il mercato dovrebbe dominare la dialettica politica, questa frase risuona forte in un momento in cui si consumano i momenti più avvilenti della pantomima elettorale – partitica italiana.

Grillo avrà vita dura. Forse dovrà entrare nel sistema precostituito per ottenere il ‘potere’ di cambiarlo e riformarlo. La questione più spinosa sarà la leadership, una necessità per ogni movimento propulsivo. Finchè Grillo non risolverà questa questione (invece di rifiutarla) rimarrà fuori dall’arena politica, e quindi anche da quella decisionale.

A presto

Federico

il Piano del Governo del Territorio PGT di Milano: quale governo?

InTerritorio&Società - Territory&Society su settembre 16, 2010 a 11:10 am

Cari Amici

Dopo una lunga pausa estiva è finalmente arrivato il momento di cominciare la nuova stagione 2010-2011 del Social Mirror. Vi preannuncio che sono già in forno articoletti sull’urbanizzazione in Cina, su Milano e sulla politica confusa e confusionaria degli ultimi tre mesi in Italia. Quest’anno io sarò ‘corrispondente’ dalla bellissima, amatissima ed odiosissima Milano. La Milano dell’urbanizzazione feroce, delle buone e cattive pratiche di governo del territorio.

Non a caso iniziamo con quella che qui al Comune viene considerata come un punto di svolta nella politica urbana locale. La presentazione del Piano del Governo del Territorio (PGT), adottato dal Consiglio comunale lo scorso Luglio ed attualmente in fase di dibattito pubblico e di approvazione, prevista per il prossimo San Valentino. Scrivo di questo perché un PGT non è cosa da poco. La sua utilità è intrinseca nello stesso titolo. E’, e dovrebbe essere, prima di tutto un ‘piano’, che definisca un obiettivo, soluzioni a problemi ed una certa direzione di marca; in secondo luogo sviluppa una modalità di ‘governo’, nei termini un cui stabilisce responsabilità, procedure e regole per il raggiungimento di quel piano; ed infine impatta sul ‘territorio’, ovvero sullo spazio costruito, agricolo, urbano, pubblico e privato, sulle infrastrutture e sulla distribuzione dei servizi che noi tutti i giorni utilizziamo. Un’opera omnia in sostanza, che interessa lavoro, qualità della vita e società, ma che piuttosto (a differenza di altre politiche come quelle del lavoro) guarda alla dimensione spaziale/geografica di quelle tematiche. In secondo luogo, va precisato che il PGT non è un piano regolatore (PRG) in senso tradizionale. Non ha validità giuridica prima di tutto (stabilisce incentivi ma non pene in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi) ed esprime piuttosto una volontà politico-strategica che possa inquadrare le operazioni del prossimi 20 anni sul territorio.  Si costituisce in tal senso di tre sezioni: il documento di piano (la strategia in senso più stretto), il piano dei servizi (che definisce tipologie e mutazione dei servizi nel territorio) e il piano delle regole, che fornisce una descrizione più dettagliata (e meno comprensibile ai più) delle varie procedure e regolamentazioni.

L’aspetto più interessante del PGT Milanese è tuttavia la sua capacità di deregolamentazione e flessibilità. Qualità o difetti a seconda di come li si vede. Premetto che la presentazione al Teatro dell’Arte di Martedì scorso è stata piuttosto una performance teatrale della politica locale. Sia la Moratti che l’assessore Masseroli hanno semplicemente espresso i principi base del piano, senza fornire alcun dettaglio sul contenuto (ne tantomeno una visualizzazione: l’unica slide proiettata sul grande schermo era un affresco dal titolo ‘il buon governo’!). Prima la retorica: il piano ricerca e prevede: no consumo del suolo, un grande parco sud  di 40 mlm di metri quadri, abolizione rigidità normative per la gestione dei lotti e l’uso del suolo, la divisione in 88 quartieri intesi come ‘nuclei di identità locali’ (!?), una circle-line su rotaia che intercetti le radiali metropolitane, 30.000 unità di housing sociale, la triplicazione di trasporto urbano su ferro …. incredibile amici, tutti obbiettivi ai quali nessuno può essere contrario. Il consenso assoluto, con l’eccezione forse del concetto di ‘nuclei di identità locali’.

Poi i principi: la sussidiarietà, che sembra mal compresa dall’amministrazione, che la definisce come la logica di gestione di servizi per cui un servizio fornito da privato che abbia utilità pubblica è di fatto un servizio pubblico (magari ad un prezzo non accessibile a tutti). In secondo luogo, la vera innovazione retorica di questo PGT: l’antropologia positiva, che altrimenti detta consiste in un sistema di welfare e di pianificazione che si basi sulla fiducia dell’amministrazione del comportamento privato. Altrimenti coniugato come: la città che definisce se stessa, la città che costruisce se stessa, la libertà del cittadino (e dei proprietari fondiari ed immobiliari) di decidere come utilizzare il proprio suolo, edificio, spazio. Il piano inteso come semplificazione normativa per lasciare spazio alla libera ‘espressione’ del territorio. Tradotto: superamento dell’attribuzione di destinazioni d’uso (vecchi piano regolatore) e perequazione urbanistica, cioè la logica secondo chi possiede volumetrie (edifici o suoli con specifiche destinazioni d’uso) le può compravendere ad altri soggetti o eventualmente al comune, con il quale può stipulare convenzioni. In altre parole, se qualcuno vuole fare un impianto sportivo in un suolo (magari centrale) che non potrebbe essere utilizzato per quello scopo secondo il PRG, oggi può farlo comprando volumetrie e vendendone altre che magari possiede in un’altra area urbana.

I dettagli tecnici e giuridici sono troppi ma il messaggio è semplice. Ci si fida dei cittadini, immobiliari, costruttori e proprietari (antropologia positiva) e si apre un mercato delle volumetrie nel quale loro possono partecipare per perseguire i propri obiettivi edificatori. Siamo sicuri che ci si può fidare in questo senso? Siamo sicuri che la definizione di destinazioni d’uso sia da superare tout court (premesso che una innovazione era necessaria)? La storia urbana di Milano, ci dà buoni motivi per ‘fidarci’?

A presto

Federico

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