Con questa prospettiva a volo d’uccello giungiamo al mio sussidiario delle elementari e ancora di più alla mia maestra di allora che in qualche modo mi convinse che i briganti fossero stati qualcosa a metà tra traditori reazionari, contadini ignoranti e compagni che sbagliano. E io ho archiviato per anni la faccenda, come se non si fosse trattato che di scaramucce tra il nuovo stato italiano e piccoli gruppi di nostalgici dell’antico regime con bande di contadini al soldo. Allora non potevo certo rendermi conto che l’unità d’Italia è stata ottenuta attraverso una lunga serie di guerre. E la guerra, come avrà a insegnarmi Clausewitz all’università, è sempre avvolta da una nebbia. Ecco io credo che sul caso della questione meridionale quella nebbia non si sia del tutto diradata.
Cominciamo dal nome. L’abbiamo chiamata Unità, fin da subito, nel timore di non farcela. Si è invece trattato di una vera e propria annessione militare, in cui uno stato sovrano scompare per essere incorporato nel nuovo Regno d’Italia. Nuovo? Be’ per modo dire. In realtà si estende al resto della penisola dall’oggi al domani e di sana pianta l’intera struttura statuale sabauda[1]. A sottolineare ai sovrani stranieri e ai parenti a casa la netta continuità tra il prima e il dopo Vittorio Emanuele continua a dirsi secondo, pur essendo primo re d’Italia[2]. Alla spedizione dei mille seguirono cinque anni di occupazione militare in una situazione che ormai molti storici concordano nel definire da guerra civile. L’esercito piemontese sestuplicò tra il 1860 e il 1863 le forze impegnate nella lotta al brigantaggio, incrementando il contingente d’istanza nel meridione d’Italia fino a 120.000 uomini. Come in guerre molto più recenti, già allora il dopoguerra contava più vittime della guerra stessa. Per stroncare definitivamente le reni dei briganti nel 1863 viene messa a punto dal primo Parlamento italiano la Legge Pica, che in pratica dichiarava l’intero Sud del paese zona militare e pertanto disponeva l’applicazione dello stato d’assedio interno. Di fatto venivano ritirate le garanzie statutine estese al resto del paese meno di tre anni prima. La giustizia veniva amministrata da speciali tribunali militari fatti sorgere sul territorio. Al “contingente di pacificazione” (già allora gli eufemismi bellici erano apprezzatissimi) venivano affidati speciali compiti di polizia e i loro poteri in materia di arresto, ad esempio, rasentavano l’arbitrio. Diverse categorie di soggetti potevano difatti essere sottoposti legalmente a detenzione per un anno senza la necessità di formulare alcuna accusa. Si cercava di fornire un simulacro di legalità ad una guerra civile fatta di rappresaglie rastrellamenti, arresti e fucilazioni senza processo, distruzione di interi villaggi e massacri di popolazioni inermi. Non abbiamo fonti certe sul numero di morti, si sa però per certo che questa guerra ne ha fatti più di tutte le altre guerre risorgimentali messe insieme.
Se è ormai pacifico che si sia trattato di guerra, rimane pur sempre ostico spiegare da chi e perché è stata combattuta. Ogni guerra, quando finisce, diventa tutta una faccenda da interpretare, perché vi è sempre una gran varietà di giocatori, sia esterni che interni alle parti in contesa; e più di tutto, perché è avvolta da quella celebre nebbia, che a pace ristabilita rivela quasi sempre un risultato diverso da quello, per cui il vincitore l’aveva intrapresa – ammesso che la guerra decreti un vincitore. Non si è trattato, come un certo neomeridionalismo paraleghista vorrebbe far credere, di una guerra del Nord per depredare il Sud. Anche se è vero che ai piemontesi dissanguati finanziariamente da trent’anni di guerre risorgimentali avrà certo fatto comodo appropriarsi delle casse del Regno Borbonico, non si può ragionevolmente credere che l’Unità d’Italia sia stata fatta per l’oro di Napoli. Neppure si può credere ad una versione che sa di pura retorica risorgimentale che vuole l’Italia fatta solo dagli italiani.
Nell’Ottocento i diplomatici e le spie esistevano proprio come ora e non è affatto incongruo ritenere che senza un assenso più o meno tacito dell’Inghilterra, come sempre interessata a contenere l’espansionismo francese, Cavour non si sarebbe spinto ad autorizzare la spedizione di Garibaldi. Per certo l’azione del Generale barbuto fu tanto rapida e di successo da non dover costringere né i Savoia, né tantomeno l’Inghilterra a smarcarsi dall’impresa. Di contro è altrettanto vero che provvidenziale è stata per il buon esito dello sbarco la protezione fornita da due vascelli di Sua Maestà britannica. Senza di essi sull’isola siciliana ne sarebbero approdati molto meno di mille.
[1] Val la pena ricordare che lo Statuto albertino costituzione ottriata ovvero concessa dal re (al Regno di Sardegna) e non scaturita dal voto di un’Assemblea costituente è rimasta in vigore fino al 1948. Gli italiani si sono seduti ad un tavolo per darsi una costituzione solo nel 1946 e ci si sono seduti nei fatti, se non nello spirito, sotto l’egida degli eserciti d’occupazione alleati.
[2] Forse il povero Vittorio Emanuele voleva solo evitare la fine di Ferdinando, Re Nasone, che regnò col titolo di Ferdinando IV di Napoli, Ferdinando III di Sicilia per poi diventare con l’unificazione dei due regni Ferdinando I. I lazzari napoletani lo sfottevano pronosticando che sarebbe primo o poi diventato Ferdinando ‘o zer.
