Since 2010

Archive for giugno 2010|Monthly archive page

Federalismo demaniale? ma anche no.

InTerritorio&Società - Territory&Society su giugno 28, 2010 a 9:48 pm

Purtroppo poco tempo per digitare, informandovi delle nostre  opinioni…

Il primo (?) passo verso un federalismo falsificato arriva con l’estate. La localizzazione dei beni demaniali, che vengono dati in proprietà agli enti locali. Spiagge, isole, coste, musei, monumenti naturali ed umani che saranno gestiti da regioni e comuni. Cosa di male? perché criticare? non credo che la cosa sia sbagliata a priori personalmente. Si parla del pubblico. Però pensiamo bene. Da una parte lo Stato taglia alle regioni ed i comuni, dall’altra fornisce loro beni immobili, di valore indefinito ed inestimabile, non calcolabile. Fonti di ricchezza a lungo termine. Ma che tutti hanno il timore saranno semplicemente sfruttate nel breve termine. Messe all’angolo, regioni e comuni, soprattutto quelli meno sensibili ai beni paesaggistici e storici, collettivi e pubblici, decideranno di vendere, anzi svendere al primo, migliore forse, offerente privato che massimizzerà le proprie rendite nel lungo periodo, sfruttando beni spesso non esauribili, come la stessa identità di un paese. Non solo, quale strano federalismo quello che riproduce differenze….quasi il 30% dei beni demaniali è localizzato nel Lazio, che detiene uno dei patrimoni storici più ricchi del mondo. Quale i vantaggi per le regioni meno ‘ricche’ in questo senso, come la mia (le Marche). Si taglia allo stesso modo per tutti ma si ridà in modo diverso. Un federalismo imperfetto che piuttosto che riformare sembra tappare buchi istituzionali. Lo stato ridistribuisce la ricchezza. Fa in modo che le esternalità negative prodotte dalla mandria di auto turistiche che dal nord Europa attraversano tutto il paese per andare a, per esempio, Pompei, siano bilanciate dal fatto che le entrate di Pompei (non tutte ovviamente) ritornino nelle casse nazionali, collettive. La storia come bene collettivo…bella storia. Cosa succederà con i beni delle regioni meno virtuose? quelle della Mafia immobiliare e dell’urbanistica corrotta? Quei beni saranno svenduti come succede già con le concessioni regalate a ricchi imprenditori turistici per la gestione delle coste italiane (vedi report). Ed infine, le regioni dell’urbanizzazione sregolata perseguiranno le loro politiche del cemento, libere di gestire le aree naturalistiche come piace a loro.

O magari no

Federico

Bossi, il Dio di Pontida: i boxisti della Padania

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 20, 2010 a 10:25 am

A sentire come viene introdotto il successivo legista sul palco di Pontida mi sembra di essere di fronte ad un match di box. Lo speaker fomenta la folla, urlando il fantastico CV del legista di turno con una veemenza degna dei leader dei partiti nazionalsocialisti. Eccolo il prossimo gladiatore della guerra contro lo Stato romano, che come i vecchi imperatori, si è abbandonato al vizio, allo spreco. I leghisti hanno proprio un modello vincente. Di fronte alla politica intellettualoide e troppo distante, loro ci mettono quella del territorio, delle passioni, dei dialetti padani, vicini ai propri elettori. E come in un match di box, o, se volete, in un grande concerto pop, il leghista sul parco ringrazia i militanti nel ‘prato’. Grazie ai militanti leghisti, a quelli che (detto con parole mie) si fanno il culo ogni giorno per portare avanti il sogno di un partito che ha solo incubi, quelle facce scure e gialle dei poveri immigrati extracomunitari. Il leghista sul parco la dice chiara e lunga: non potrebbe esistere senza una vera schiera di militanti, che gli danno forza. I militanti che reincarnano l’aggressività contro l’immigrazione e lo stato centrale, e che come il dio di Feuerbach, trasferiscono il loro potere e le loro imperfezioni in una figura trascendentale ed immortale: il dio Leghista, Bossi. Il Dio leghista che ha tutta la forza dei militanti, della manovalanza del partito, di quelli che fanno il lavoro sporco (e che non ne traggono benefici) senza però averne i difetti. Il Bossi Dio del partito e della politica tutta. Il Dio che li ha fregati tutti andandosene a Roma per fare gli interessi di uno stato che poi non riconosce. Il Dio che sputa nel piatto dove mangia come farebbe un bambino stupido. Il Dio leghista che viene chiamato Segretario Federale, quando invece è il segretario nazionale (!!!). Il Dio Leghista che ha prodotto dalla sua costola il suo gioiello politico più prezioso, il pargolo leghista. A sua immagine e somiglianza, come sei il partito leghista contenga tratti di monarchia, dove il vero puro sangue, quello che può condurre la vera battaglia, sia quello del leader. Sembra di stare in un film a volte, dove due eserciti medioevali si confrontato l’un l’altro e dove il vero comandante è quello che sta di fronte a tutti gli altri, in prima linea. Chi ci perde in tutto questo? La politica e i militanti, che spendono soldi a comprare bandierine verdi e perdono il fegato ad arrabbiarsi con gli immigrati solo perché immigrati. Ci perde la politica dei contenuti, seria, e del futuro. La Lega la fa politica, ma quella dell’ognuno a casa sua, ognuno con i suoi problemi. Una politica che non regge nel mondo globalizzato ed in continua trasformazione. La mancanza di una visione di crescita e progresso è assente in tutti i partiti. E a Pontida, dove urlando vaffanculo e padania libera, questa visione è più che mai assente.

federico

intercettazioni: quanto?

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 17, 2010 a 11:15 am

Un link ad un vecchio articolo del corriere della sera sulla faccenda delle intercettazioni, per sfatare leggende urbane:

http://www.corriere.it/editoriali/08_giugno_10/ferrarella_sfilza_leggende_566bbb54-36aa-11dd-97b9-00144f02aabc.shtml

Che scuola vogliamo?

InCostume&Società - Customs&Society su giugno 12, 2010 a 8:51 am

In questi giorni, prima che fosse votata la legge sulle intercettazioni, i giornali parlavano anche della riforma della scuola, la cosiddetta ” Riforma Gelmini”.  In particolare si sottolineava come si ridurranno le ore di lezioni nei licei. Viene spontaneo chiedere quali siano, nella riforma, le misure prese per contrastare le carenze degli studenti italiani in matematica e italiano evidenziate dai test internazionali PISA. Probabilmente, la risposta era da ricercarsi nella retorica gelminiana della tolleranza zero per le insufficienze, retorica poi annacquata all’italiana col solito: non si boccia nessuno.

Però, al di là della “riforma” in atto, proviamo a pensare cosa si potrebbe cambiare nella scuola italiana e la riforma non tocca.

La cosa che viene in mente per prima è la durata della scuola italiana. Tutto il resto dell’Europa finisce a 17/18 anni. Solo noi italiani, abbiamo un anno di liceo in più. Un anno in cui, mentre tutti gli altri giovani europei cercano lavoro, imparano le lingue o si trovano un’università, i giovani italiani pensano: fin qui tutto bene, c’è tempo, al futuro penserò dopo. Un anno di inutile ritardo. Potremmo anche pensare di mantenere tutto com’è e semplicemente cominciare le elementari a cinque anni, un anno prima di quando comincino adesso.

Un altro aspetto su cui si potrebbe intervenire è la differenziazione delle scuole. In Italia, nonostante la semplificazione e la riduzione delle sperimentazione, la scuola è concepita come se Licei di vario indirizzo dovessero essere assolutamente separati e non comunicanti. Non solo i ragazzi hanno materie diverse, ma anche quando hanno le materie in comune esse sono trattate come assolutamente diverse. Il corso d’italiano di un liceo scientifico è per qualche ragione assolutamente diverso da quello di un istituto tecnico, di un classico o di un liceo-per-le-scienze-sociali.  D’altra parte, la separazione degli indirizzi è trattata come una separazione fisica, edilizia, fra scuole diverse: edifici diversi, palestre diverse, gente diversa per classe sociale, abitudini, idee.

Ci sono vari difetti in questa impostazione. Innanzi tutto,  problemi di mixità sociale. I bravi ragazzi del classico non avranno mai a che fare con quei rinnegati degli istituti tecnici. Poi problemi di costi, perché tutta questa rigidità si riverbera sulle difficoltà organizzative. E poi problemi di ragionevolezza: perché chi fa un istituto tecnico dovrebbe avere ore di italiano qualitativamente peggiori di chi fa uno scientifico? Perché l’ora di educazione fisica dev’essere differenziata fra i vari indirizzi?

Forse sarebbe il caso di ripensare un po’ questo sistema. Potremmo anche decidere, ad esempio, che i licei offriranno ai ragazzi un nucleo comune di discipline (matematica italiano inglese storia?) svolte da tutti nella stessa maniera e poi si differenzino specializzazioni diverse (evitando però il modello anglosassone, o anche olandese, della libertà di scelta individuale). Il risultato sarebbe che un ragazzo della specializzazione “classico” potrebbe fare italiano matematica e storia (e geografia magari e inglese) insieme con quelli della specializzazione “pedagogica” “tecnica” “scientifica” e poi farsi le sue brave ore di greco e di latino e magari un corso specifico di storia della letteratura italiana.

I vantaggi di questo sistema mi sembrano diversi: dare a tutti una formazione essenziale, rendere più razionale la distribuzione degli insegnanti, etc. C’è però un altro vantaggio, a mio parere non secondario. Si abolirebbe il valore quasi mistico della classe. E non parlo della classe sociale (ma è ovvio che un sistema così potrebbe favorire la conoscenza fra ragazzi di classi sociali diverse). Parlo proprio della classe di scuola, quel gruppo di ragazzi che per cinque anni ogni liceale italiano vede per 5 ore e 6 giorni alla settimana. Quel gruppo che assorbe quasi completamente la sua vita sociale, che fissa il suo modo di relazionarsi al mondo e una buona parte del suo ruolo sociale. In ogni classe della scuola italiana c’è il bravo, il bello, lo sfigato, il ribelle. E ciascuna di queste categorie è un marchio ripetuto ogni giorno, imposto da circostanze sempre uguali. Se ti trovi male nella categoria che compagni e insegnanti ti hanno appioppato, puoi solo cambiare classe. Nel sistema che propongo, invece, i ragazzi si spostano in gruppi diversi, fanno con certi compagni l’ora di storia e con certi altri quella di greco. Si spezza l’unità mistica del gruppo classe. Gli studenti sono liberi ad ogni materia di costruirsi un ruolo diverso: bravi in storia, ribelli in matematica, ambiziosi in latino, passivi in italiano.  Proprio liberi, certamente no, ma meno oppressi di adesso, credo proprio di sì.

Fatemi sapere cosa ne pensate

FD’O

Pot pourri di notizie diverse

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 10, 2010 a 8:05 pm

Il post di oggi è un po’ un poutpourri di roba diversa, con notizie che speriamo di approfondire più tardi.

I sondaggi

Cominciamo dai risultati delle elezioni olandesi, col partito di Geert Wilders che va molto meglio dei pronostici: la gente in fondo si vergogna ancora a dire che vota per gli xenofobi. O almeno lo speriamo.

Piccolo ma bello

In Italia,  solito tiraemolla sull’abolizione delle province con meno di duecentomila abitanti.  aggiungiamo che l’idea di accorpare i comuni più piccoli ormai sembra farsi strada a livello di chiacchera politica, ma non pare sortire effetti concreti.

Chi troppo vuole…

Sull’Iran, nessuno segue le raccomandazioni del social mirror e i cinesi assistono beffardi al suicidio commerciale degli europei (e giustamente, avallano le sanzioni). Fra l’altro, il periodo è non casualmente turbolento in Afghanistan con moltissimi soldati NATO uccisi. Pensiamo di poter vincere in Afghanistan senza l’alleanza degli iraniani?

Semipresidenzialismo alla kirghiza (e Lega Sud)

In Kirghistan, sparito senza rimpianti dallo spettro (spettro è proprio la parola giusta) dell’informazione italiana, il governo provvisorio di Roza Otumbaeva fatica a imporre l’ordine. I problemi sono particolarmente gravi al Sud, dove i sostenitori dell’ex presidenti sono più forti e capitalizzano le tendenze autonomiste di città come Osh e Jalal Abad. La bozza di nuova costituzione che il governo provvisorio ha pubblicato di recente anche in traduzione uzbeka ha creato nuovi problemi. Giovani kirghizi del Sud, dove la minoranza uzbeka è più forte, temendo il riconscimento dell’uzbeko come lingua ufficiale (accanto al russo e al kirghizo), hanno attaccato la comunità uzbeka uccidendo alcuni commercianti. Fra l’altro, notizia interessante in tempi in cui in Italia si parla di riforma costituzionale, il governo provvisorio kirghizo ha virato verso una forma di repubblica parlamentare, dopo due esperimenti di semipresidenzialismo finiti piuttosto male…

FD’O

La televisione non guarda gli italiani: notiziabilità delle informazioni

InCostume&Società - Customs&Society su giugno 9, 2010 a 7:22 pm

La televisione non ascolta gli italiani. Non li guarda non li capta. Il rapporto è inverso. Questa la conclusione dell’ultima indagine Demos, pubblicata pochi giorni fa e reperibile su questo sito: http://www.demos.it/a00463.php.

I risultati sono molto interessanti. Il sondaggio, rappresentativo come tutti quelli che valgono, fornisce una istantanea della copertura televisiva da parte dei maggiori telegiornali delle questioni che riguardano il paese, confrontandole con le percezioni di che i cittadini hanno dell’importanza di temi specifici. Si legge che gli italiani sono maggiormente sensibili e preoccupati allo stato della sanità pubblica nella loro regione (47%), alle questioni relative all’ occupazione e alla situazione economica in generale (45% disoccupazione, 31% aumento dei prezzi, 15% fisco e tasse). Circa il 90% degli intervistati concentra l’attenzione su questioni relative all’economia in senso lato, mentre solo uno scarso 28% è preoccupato di questioni che ‘potrebbero’ essere collegate alla criminalità (18% criminalità in specifico e 10% immigrazione, tra i quali vanno considerati coloro che vedono l’immigrazione come una questione di tutela dei diritti umani invece che puramente come ‘irregolarità’ di accesso ad un territorio).

Non stupisce (chissà perché) che il telegiornale di RAI1 (sondata solo l’edizione serale) trasmetta per l’82% servizi che riguardano la questione criminalità e dedichi solo un 4,1% a questioni come ‘perdere il lavoro’, ‘perdere i propri risparmi’, ‘peggioramento condizioni di vita’. Questi dati sono proprio interessanti. Perché? Con una buona dose di fantasia cerco di dare spiegazioni.

La crisi economica non esiste ed è tutta una invenzione. Questa l’opinione professata dal governo fino a pochissimi giorni fa. Si potrebbe aggiungere anche la riforma e la manovra finanziaria che porterà cambiamenti drastici negli stili di vita della popolazione: questa una delle cose di cui il governo non vorrebbe parlare probabilmente. E’ risaputo che l’insicurezza e la paura sono stati d’animo che rendono le masse controllabili, malleabili a piacimento dei potenti. La paura rende cechi. Meglio parlare di insicurezza e cavalcarne l’onda.

Una televisione nel disordine, che non informa e che non riesce a sentire il ‘polso’ dell’opinione pubblica. Perchè forse è dipendente dalle agende politiche o piuttosto semplicemente e disperatamente dipendente dalla banalità della paura invece che dalla complessità di una contingenza economica. Fatto sta che guardare la televisione, RAI 1 in particolare (ma aggiungerei anche Tg come studio aperto e canale 5), non sarà più un esercizio esplorativo dei fatti quotidiani (cosa succede di importante nel mondo di oggi?) ma piuttosto un processo manipolativo. Qualcuno sceglie per noi quello che è veramente ‘importante’ senza spesso avere un minimo collegamento con la realtà. La famosa invenzione della realtà.

a presto

Federico

Il Pvv di Wilders. Un non-partito alle elezioni olandesi 2010

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 6, 2010 a 4:57 pm

Cari Amici

Non ci sono molti motivi, di solito, per essere interessati e preoccupati della politica olandese. Dopotutto è un paese piccolo, dotato di un sistema democratico sano, funzionante ed efficiente. Una democrazia basata sul consenso e sul pragmatismo che raramente si lascia andare all’ideologia e al populismo. In questi ultimi due anni però sta succedendo proprio questo. E la cosa è degna di un post direi.

Geert Wilders, nato il 6 settembre del 1963 a Venlo è il leader di un nuovo movimento politico olandese il PVV. Dopo aver avuto un successo inaspettato alle elezioni amministrative dello scorso aprile, guadagnando voti preziosissimi in importanti centri urbani e politici come Almere e L’Aia, il Pvv si candida alle elezioni nazionali che si terranno mercoledì prossimo. Chi è il Pvv quindi? e perché esserne preoccupati?

Il Pvv è un movimento, non un partito, populista anti-islamico e xenofobo, che basa la sua forza su una serie di caratteristiche che andrò a enunciare. Il populismo alla olandese si struttura sui seguenti punti:

- La lotta conto l’establishment olandese ed europeo. Il Pvv si propone come alternativa alla politica delle elite socialdemocratiche al potere fino ad oggi, che non hanno mai saputo rispondere ai bisogni della popolazione ‘comune’, degli idraulici, degli imbianchini e autisti di tram, dei subordinati e dei piccoli e medi imprenditori. Il populismo tradizionale direi.

- L’islam sta invadendo l’occidente e sta distruggendo le radici culturali del popolo olandese. Gli islamici professano una religione basata sulla violenza, sull’odio del diverso e, infine, occupano gli spazi economici che dovrebbero essere destinati agli olandesi. Wilders sui presenta come colui che difenderà gli stipendi medio bassi delle classi medio basse.

- Il pvv non è un partito, tantomento democratico. Non ha gerarchia, tesserati, membri ma solo sostenitori sciolti. L’unico membro e decisore, contabile, tesoriere, amministratore etc.. è Wilders. Lui è il movimento. I comizi del Pvv sono chiusi agli estranei ed i partecipanti devono consegnare ID e codice fiscale agli organizzatori per accedere. Questo è anche il suo punto di forza. Un potere unitario all’interno del partito ne garantisce la stabilità.

- Il Pvv è pro-israele, della sua politica anti-islamica e della sua comunità in olanda. Di conseguenza, il Pvv non è un partito di estrema destra. Professa una nuova forma di nazionalismo, esclusiva, discriminante tra ‘tipi’ di etnicità.

- Il Pvv combina principi e programmi di estrema destra (intolleranza e anti-immigrazione) con logiche di centro sinistra, come tutela sociale, rafforzamento del welfare, delle politiche abitative (mai peri mussulmani si intenda), dei sussidi per l’educazione, la ricerca e di disoccupazione. Il Pvv non è liberista.

- Gli elettori del Pvv sono: principalmente uomini, dotati di una formazione medio – bassa, percepiscono uno stipendio ‘nella norma’ (che quindi viene visto come a rischio), sono interessati nell’ordine nelle città e nella sicurezza, vive in centri urbani medi (ne città ne campagna), sono fortemente individualisti e materialisti, consumisti.ù

- Il Pvv esiste in quanto prodotto di marketing mediatico. Tutte le maggiori testate olandesi ne parlano in senso negativo, ma ne parlano. La logica del movimento è quella di stimolare e calvalcare il dissenso politico esercitato nei suoi confronti.

Il Pvv potrebbe ottenere molti voti alle prossime elezioni. Tuttavia i suoi punti deboli risiedono nella mancanza di un programma preciso di riforma. Il partito è conservatore e, aldilà della pura questione islamica, non sembra perseguire un chiaro progetto per il paese, un progetto urbano, economico ne sociale. Probabilmente non ne ha le capacità strutturali, vista la mancanza di dialogo al suo interno. Vediamo cosa succederà.

A presto

Federico

o

Antana Mockus vs Juan Manuel Santos: il programma

InPolitica&Società - Politics&Society su giugno 2, 2010 a 9:05 pm

Antana Mockus vs Juan Manuel Santos: il programma

Leggo sul Courrier International Francese un dossier sulle elezioni politiche in Colombia. Antana Mockus, di cui ho scritto recentemente, si candida come presidente del paese, affiliato al partito dei verdi (PV). Dopo due mandati come sindaco della capitale del paese, Mockus tenda di portare nell’arena politica nazionale la sua filosofia politica basata sull’etica, sull’urbanistica e sulla mobilitazione dei giovani e delle classi medio basse. Qui vi propongo un estratto del programma di Mockus, molto generico ma esplicativo, con l’intento di stimolare la vostra attenzione su una delle questioni qui riportate, quelle urbana:

Mockus ha risposto ad una serie di questioni poste dalla rivista Semana, di Bogotà. Il Courrier International ne riporta un estratto:

La pace

Antanas Mockus propone la demolizione dei corpi armati di guerriglia (FARC) e di tutti gli altri gruppi armati del paese. In particolare, questo obbiettivo può essere raggiunto tramite il mantenimento della pressione militare nel paese, la fermezza dello Stato ma anche un’attitudine politica che stimoli i giovani che hanno deciso di prendere parte alla guerriglia di reinserirsi nella vita sociale del paese (almeno per quelli che non hanno commesso crimini contro l’umanità). In particolare, Mockus concentra l’attenzione nella creazione di un’attitudine sociale contro la guerriglia tramite azioni simboliche, che definisca in termini assoluti l’opposizione della società alla guerra armata.

Il progetto sociale

Il progetto sociale di Mockus si basa sul motto ‘costruire su quello che esiste già’, secondo il principio che lo Stato nazionale debba cooperare strettamente con i comuni nella lotta alla povertà. In particolare si menziona l’ambizione di aiutare i poveri a ‘superare’ i fattori strutturali che generano la povertà. Si concentra l’attenzione sui servizi di base come l’abitazione, l’acqua, la sanità e la sicurezza alimentare.

Lo sviluppo urbano

Propone un’azione coerente ed efficace sullo spazio urbano, guidata dal principio che gli spazi più belli siano dati ai più poveri. In particolare, il ruolo del governo è quello di garantire l’armonizzazione dei piani di sviluppo regionali e locali  secondo dei principi chiari e condivisi di urbanizzazione compatta, creazione di spazi pubblici per favorire una qualità della vita sociale a tutti, l’accesso alla casa come diritto universale e il potenziamento dell’infrastruttura educativa

Qui in poche parole il programma del candidato. La questione più interessante a mio avviso è la chiarezza e determinazione nel trattare la questione urbana nella sfera politica, specialmente quella nazionale. Non posso esimermi dal fare la (solita) comparazione con il nostro governo. E’ necessario un programma nazionale che fissi le linee fondamentali di ogni percorso di urbanizzazione, sulla base della compattezza e della sostenibilità. Desidererei che il governo prendesse decisioni chiare, economiche e normative, per coordinare tutti i piani regionali di governo del territorio secondo questi sacrosanti principi.

Leggo ora che Mockus ha perso il primo round elettorale, ottenendo il 21% delle preferenze contro il 46 del suo avversario. Vedremo le seconde. Certo è che me lo sono preso in simpatia questo politico….

A presto

federico

Scuola di Atene

InCostume&Società - Customs&Society su giugno 2, 2010 a 8:19 am

Raffaello- Scuola d'Atene (a rischio chiusura?)

Per qualche strano motivo, ogni volta che si parla di abolizione degli enti inutili, insieme con un certo numero di Istituti che si occupano di culture orientali, africane o altrimenti esotiche (e si tratta  di enti certamente inutili in un’Italia che deve imparare il dialetto bergamasco), viene fuori che il governo vuole chiudere la Scuola Archeologica Italiana di Atene. La Scuola Archeologica di Atene è un’istituzione che dipende dal ministero dei Beni Culturali, da quello dell’Università e da quello degli Esteri e costituisce “il punto di riferimento” per gli archeologi italiani che scavano in Grecia, o che studiano la Grecia. Si tratta di un’istituzione che favorisce formazione e ricerca ed ospita, ad Atene, gli studiosi italiani, offrendo loro (almeno idealmente)  i necessari supporti e in particolare la biblioteca. Insomma, ci vengono a lavorare archeologi da tutta Italia.

Istituzioni di questo genere vengono finanziate da quasi tutti i governi europei. In Italia, ad esempio, il governo francese mantiene, a Villa Medici di Roma, la Scuola Francese. Dal Governo tedesco dipendono il Kunsthistorisches Institut di Firenze e il Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte di Roma. E ci limitiamo alle istituzioni più famose presenti in Italia, ma potremmo citarne altre (le Università nederlandesi, ad esempio, finanziano un Istituto neerlandese di storia dell’Arte a Firenze e un Reale Istituto dei Paesi Bassi a Roma). Quando, poniamo il caso, un ricercatore tedesco deve recarsi ad Istanbul, può chiedere il supporto dell’Istituto archeologico tedesco presso il Consolato. Un supporto non sempre gratuito, ma prezioso. Questo genere di istituzioni formano il verno perno della diplomazia culturale di un paese.

L’Italia non ha un sistema paragonabile a quello tedesco. E l’unica struttura che possiede è proprio la tanto bistrattata scuola di Atene. Si dirà che esistono anche gli Istituti Italiani di Cultura che dipendono dal Ministero degli Affari Esteri. Ma questi, e lo dico per esperienza, si limitano nella maggior parte dei casi a promuovere “eventi culturali” di dubbio gusto e non forniscono alcun sostegno agli studiosi né a quelli italiani, né agli studiosi stranieri che lavorano sull’Italia: invitano Ornella Muti, promuovono serate di pizza e canzoni napoletane ma non danno alcun aiuto alla ricerca o ai contatti internazionali delle università. Fanno parte di quella diplomazia della mentina propagandata dal nostro pirotecnico presidente del consiglio.

C’è quindi da chiedersi se la Scuola Archeologica Italiana di Atene sia davvero così inutile. La risposta temo sia positiva. Probabilmente sì, la Scuola di Atene è inutile. In un’Italia che ha rinunciato alla ricerca universitaria, dove la politica estera la fa un bellimbusto lampadato come Frattini, dove le Sovrintendenze non assumono e i Beni Culturali vanno “valorizzati” da appositi manager di McDonald’s, la Scuola di Atene (con tutti i suoi limiti) effettivamente non ci serve. Però queste cose non si possono dire ad alta voce e quindi il governo, quest’anno come le volte precedenti, ha deciso di graziare ancora per un po’ la Scuola Archeologica Italiana di Atene. Ma se la dobbiamo salvare tutti gli anni, perché regolarmente la rinfilate nella lista degli enti inutili? C’è forse qualcuno al Ministero delle Finanze che ha ragioni personali di animosità contro gli archeologi e l’archeologia?

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.