Since 2010

Archive for maggio 2010|Monthly archive page

Politica Europea dell’Energia e Dichiarazione Schumann

InTerritorio&Società - Territory&Society su maggio 31, 2010 a 11:20 am

Il 9 Maggio si celebrava (un po’in sordina) il cinquantesimo anniversario della dichiarazione con cui il ministro degli esteri francese di allora dava avvio alla costruzione dell’unità politica europea e della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. A distanza di cinquant’anni vediamo cosa succede in un settore chiave dell’industria europea di oggi, l’energia.

La politica energetica europea ha una molteplicità di attori. Ci sono gli stati nazionali, ovviamente, c’è la commissione, ci sono poi soprattutto le imprese, che posseggono ormai una dimensione multinazionale (si pensi all’Enel che opera in Spagna, Italia, Slovacchia, Belgio etc.) e sono in grado di progettare su scala europea.

Due preoccupazioni principali formano le linee guida della politica europea dell’energia: l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 ed aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili (per cui l’obiettivo fissato dalla commissione è che ogni paese produca il 20% dell’energia da fonti rinnovabili entro il 2020) e l’indipendenza energetica. I due obiettivi sono legati ma non necessariamente armonici. In generale, aumentare l’importanza delle rinnovabili diminuisce la dipendenza europea da petrolio e gas importati, ma l’energia nucleare, che diminuisce le emissioni di CO2 fa dipendere gli stati europei dalle fonti di uranio (Australia, Niger, Russia principalmente) e dalla filiera del suo arricchimento (Francia, Stati Uniti, Russia).

I principali progetti portati avanti su scala europea dalle aziende dell’energia hanno anch’essi una duplice finalità: ridurre le emissioni e razionalizzare la distribuzione a livello europeo. I progetti che più degli altri simbolizzano questi obiettivi sono la Supergrid del Mare del Nord e Desertech nell’area mediterranea. Entrambi uniscono energie rinnovabili e grandi reti di distribuzione.

Supergrid è il progetto più avanzato ed è opera di un consorzio di imprese provenienti da Gran Bretagna, Norvegia, Germania, Italia ed altri paesi. Prevede la costruzione di centrali eoliche off-shore nel Mare del Nord e il loro collegamento con tutti i paesi rivieraschi appunto attraverso una “supergriglia” di cavi sottomarini. Il collegamento di numerosi impianti con diversi paesi permetterebbe di razionalizzare l’impiego dell’energia prodotta dagli impianti. Le energie rinnovabili, infatti, difficilmente mantengono livelli costanti e programmabili di produzione. Al contrario delle tecnologie più tradizionali, le rinnovabili sono meno adattabili alle variazioni dei consumi. Collegando i paesi rivieraschi fra loro e con gli impianti dovrebbe essere possibile smistare l’energia in maniera più flessibile fra le varie richieste. Il progetto prevede anche che l’energia prodotta in eccesso nei periodi di picco dalle centrali eoliche sia impiagata per riempire le dighe norvegesi. Nei periodi in cui l’eolico non sopperisse al consumo, queste dighe dovrebbero restituire con l’energia idroelettrica quanto accumulato nei periodi di picco.

Il progetto Supergrid, benché sviluppato da aziende private, richiede investimenti così enormi che richiede il supporto dall’Unione Europea. In cambio, Supergrid, promette passi avanti verso il raggiungimento degli obiettivi sulle rinnovabili e verso l’indipendenza energetica europea.

Desertech è meno avanzato. Opera di un consorzio costituito soprattutto da aziende tedesche (ma recentemente aperto ad aziende francesi), è rivolto al Mediterraneo ed include la costruzione di centrali solari nel Sahara africano e il loro collegamento con le griglie europee. Il progetto si salda in questo a numerosi altri che tendono a trasformare il Mediterraneo in un’area interconnessa energeticamente.

Se queste, razionalizzazione della rete, rinnovabili e indipendenza energetica, sono le linee guida generali, le politiche dei vari governi sono però ambivalenti. L’energia è al centro di operazioni diplomatiche diverse ma generalmente incentrate sull’approvvigionamento di idrocarburi, principalmente gas e petrolio. E qui i governi europei dimostrano tutta la loro debolezza e le loro divisioni. La frattura principale condiziona tutta la strategia dell’Europa ed è quella fra prorussi e anti russi, più o meno coincidente colla famigerata divisione fra “vecchia” e “nuova” Europa.

Da un lato, Germania, Italia e Francia hanno fatto dell’asse con Gazprom uno dei nodi centrali della loro politica estera. Ma questi tre paesi non sono i soli. Attraverso acquisizioni e accordi nei Balcani (Bulgaria, Romania, Serbia), Gazprom si è conquistata un ruolo imprescindibile nell’approvvigionamento europeo di gas, un ruolo destinato a rafforzarsi con le sanzioni all’Iran e forse coronato da un accordo recentemente proposto da Alexei Miller (il presidente di Gazprom) alla Naftogaz ucraina per una fusione delle due società (vedi annuncio su RIAN). In questo modo la dipendenza Europea dalla Russia di Putin e Medvedev è rafforzata dalle questioni energetiche.

D’altro canto, molti stati dell’Europa centrale e orientale temono i russi e ancor più l’ accordo fra russi e ed euroccidentali (famosa la copertina di una rivista polacca contro il gasdotto North Stream, in cui l’ex cancelliere Schroeder e Putin si stringevano mani a forma di tubi del gas al di sopra di della Polonia). Ma sono soprattutto i paesi Baltici ad essere inquieti. Il rifornimento energetico dei tre piccoli paesi dipende in massima parte dalle centrali elettriche russe (fra cui presto probabilmente una partecipata dall‘ENEL), mentre i rapporti politici fra Baltici e Russia non sono sempre semplici.

Queste fratture finiscono per minare la coesione interna dell’UE su una molteplicità di questioni. Inoltre la dipendenza dalla Russia, come si è visto nel corso dello scontro fra Russia e Ucraina, può rivelarsi pericolosa. E la forza degli interessi economici che si muovono all’interno della relazione fra paesi europei e Russia sembra talvolta avere aspetti oscuri (come nel caso di Schroeder, nominato a dirigere il progetto North Stream, non appena lasciata la carica di Cancelliere Federale tedesco) che gettano ombre sulle democrazie europee.

A parte le questioni strategiche della dipendenza dall’esterno, l’unità europea è minata anche da una sorta di ideale autarchico di autonomia energetica sul quale molti stati impostano la propria politica energetica. Così il governo italiano motiva il ritorno al nucleare sostenendo di voler porre fine all’importazione di elettricità dalla Francia, come se la Francia fosse un nostro partner commerciale occasionale. Ma questo tipo di nazionalismo energetico, in realtà, è tutt’altro che ragionevole oltre che risultare incoerente nel momento in cui si rafforzano i legami con la Russia per l’importazione di gas e ci si prepara a dipendere dalla Francia stessa per la gestione delle centrali e l’arricchimento del combustibile. La localizzazione delle centrali elettriche potrebbe essere molto più efficiente se concepita in sede europea.

In questo senso, il rafforzamento della prospettiva europea, nel riconoscimento della pluralità di attori pubblici e privati impegnati, potrebbe portare notevoli vantaggi. In primis in termini di razionalizzazione della rete distributiva e produttiva. In secondo luogo anche in una prospettiva strategica di difesa dell’autonomia dei paesi europei rispetto a minacce e ricatti esterni. Nel caso dei paesi baltici, ad esempio, è stata la Commissione Europea, e in specie l’ex commissario all’energia Andri Pielbags, a promuovere iniziative che favorissero l’interconnessione fra Lituania, Lettonia, Estonia e il resto dell’UE (si veda ad esempio qui), diminuendo la dipendenza di questi paesi dalla Russia.

Nel momento in cui celebriamo i 50 anni della dichiarazione Schumann non possiamo dimenticare che l’avvio del grande progetto politico dell’Unità Europea è stato dato da un esperimento inedito di cooperazione nella gestione razionale delle risorse, la CECA. Una cooperazione che aveva in sé molti elementi della pianificazione razionale. E’ in questo spirito che dovremmo affrontare anche il tema dell’energia.

Chi è la BP?

InCostume&Società - Customs&Society su maggio 28, 2010 a 2:20 pm

La British Petroleum è una delle quattro maggiori società al livello mondiale nel settore dell’energia,  del petrolio e del gas naturale (assieme a Royal Dutch Shell,  ExxonMobil e Total). Nel 1908 venne fondata l’azienda con il nome di Anglo-Persian Oil Company,  successivamente nel 1954 divenne British Petroleum Company e dal 2000,  dopo la fusione con Amoco ed Arco semplicemente BP. L’azienda controlla la rete di stazioni di servizio con il marchio Bp,  la Air Bp aviation fuels,  la Castrol motor oil,  le stazioni di servizi Arco,  i supermercati ad essi connessi,  le stazioni di servizio Aral,  ed è attiva nella produzione di pannelli solari. Ha un organico di 92.000 dipendenti e un fatturato di 246, 1 miliardi di dollari l’anno (dati 2009). L’azienda,  con sede a Londra,  ha oltre 30 anni di esperienza e opera in 160 paesi con impianti produttivi negli Stati Uniti, Spagna, India ed Australia.

Storia
Dalla sua nascita,  la compagnia acquisì via via maggior spessore e rilevanza strategica,  tanto da diventare la principale fornitrice di carburante della Royal Navy durante la prima guerra mondiale. L’allora Anglo-Persian Oil company era per il 50% posseduta dal governo inglese e le sue attenzioni maggiori erano volte alla Persia,  dove dopo l’accordo anglo-persiano,  iniziò a commerciare proficuamente fino alla rivoluzione islamica,  quando poi dovette rinunciare ai suoi interessi in Iran. Dagli anni ’70 la compagnia si rivolse agli Stati Uniti d’America,  Prudhoe Bay,  Alaska e Mare del Nord,  riuscendo così a mantenersi stabile nonostante il rialzo del prezzo del petrolio introdotto dalla OPEC nel 1973. In Alaska la BP acquistò i terreni dell’attuale Valdez Oil Terminal dai nativi Chugach per 1 dollaro americano. Si discute ancora sul fatto che la trattativa fu illegale. Nel corso degli anni ’70 e ’80,  la società acquisì la Standard Oil of Ohio e la Britoil ,  e uscì di scena in Italia,  vendendo la sua rete alla ERG. Nel 2000,  aggiunse al suo impero la ARCO e la Castrolplc. Negli ultimi anni l’azienda,  è diventata leader nella produzione di pannelli solari a seguito dell’acquisizione della Lucas Energy Systems nel 1980 e della Solarex. Nel 2002 la compagnia fu rinominata in BP, il suo nuovo slogan,  ”Beyond Petroleum” fu accompagnato da un’attenta operazione di green washing cambiando il simbolo con quello dell’elio (dei raggi di sole verdi e gialli) per enfatizzare il focus aziendale sull’ambiente e sulle fonti di energia rinnovabili. Nella classifica 2005 di Fortune relativa alla lista delle 500 maggiori compagnie globali,  BP era seconda al mondo per fatturato con vendite per 285 miliardi di dollari,  meno di 200 milioni di dollari dalla prima in classifica,  Wal Mart,  facendo di BP la maggior compagnia petrolifera al mondo in termini di fatturato.

Persone

L’azionista di controllo della BP è Nathan Philip Rothschild,  fratello di Jacob Rothschild,  capostipite della nota famiglia di banchieri che detiene il controllo della  “Atticus Capital”,  “JNR Limited”,  “NM Rothschild”,  “Vanco”,  “Trigranit”,  “British Petroleum”,  “Rio Tinto”. Jacob è un uomo che è riuscito ad esercitare una grande influenza sulla EU,  NATO,  e sul Governo della Gran Bretagna,  muovendosi negli ambienti finanziari e politici con Soros (imprenditore ungherese naturalizzato statunitense, è uno dei finanziatori dei movimenti rivoluzionari in Ucraina,  Georgia e Bielorussia, nel 1988 venne accusato di insider trading) ,  Berezovski (uno dei primi miliardari del periodo post-sovietico,  fu accusato nel libro Il padrino del Cremlino dal giornalista Paul Klebnikov (assassinato a Mosca nel 2004) di essere un boss della mafia russa) e Djukanovic (Primo ministro del Montenegro,  noto per i suoi rapporti con associazioni criminali per il contrabbando di sigarette tra balcani e coste adriatiche). Nato nel 1936 in Inghilterra,  ha istituito nel 1988,  la società di investimenti ‘Rothschild Investment Trust’,  ora nota come ‘RIT Capital Partners’ la quale detiene il controllo degli interessi di investimenti  della compagnia petrolifera ‘Royal Dutch Shell Oil’.

L’amministratore delegato, John Browne fu costretto alle dimissioni nel 2007 per avere mentito in tribunale sui suoi rapporti con un giovane studente canadese. Al termine di una relazione omosessuale durata 4 anni,  lo studente aveva deciso di vendere la sua storia a un tabloid inglese. Contattato dal giornale,  Browne aveva annunciato le sue dimissioni,  anticipandole dal 2008 al luglio 2007,  e si era poi rivolto al tribunale per impedire la pubblicazione della storia. Nella sua testimonianza al giudice,  Browne aveva tra l’altro dichiarato sotto giuramento di avere incontrato il ragazzor mentre faceva jogging in un parco londinese,  invece di rivelare che lo aveva conosciuto tramite un’agenzia di escort gay.

Luoghi

TEXAS

Il 23 marzo 2005,  ci fu un’esplosione in una raffineria petrolifera di proprietà BP a Texas City,  vi furono oltre 180 feriti e 15 morti,  compresi alcuni lavoratori della Fluor Corporation. BP appurò in seguito che i propri dipendenti causarono l’incidente non controllando dell’ottano necessario alla lavorazione del petrolio. La pressione nelle unità raggiunse livelli troppo alti e portò quindi all’esplosione. Gli investigatori del caso hanno concluso che la compagnia ignorò i protocolli di sicurezza della torre,  che era piena di benzina,  e hanno appurato che il sistema d’allarme non era in funzione. L’azienda è stata ritenuta colpevole e costretta a una multa di 50milioni di dollari dalla US Environmental Protection Agency.

AZERBAIJAN,  GEORGIA,  TURCHIA

Nel 2006 numerose multinazionali come ENI,  BP,  Unlocal e Total-Fina-Elf parteciparono alla costruzione di un enorme oleodotto di 1760 km di lunghezza e di 4 milioni di dollari. L’impianto,  che parte da Baku sulle sponde del mar Caspio in Azerbaijan,  attraversa la Georgia,  per poi avere uno sbocco sulle coste Turche del Mediterraneo,  presso Ceyhan. Obiettivo di questo progetto fu portare il greggio in Europa attraverso la Georgia,  aggirando Russia e Iran. Le clausole,  a dir poco vessatorie del contratto,  tra il consorzio costruttore e lo stato turco prevedono,  infatti,  la creazione di una sorta di corridoio nel tratto interessato dal passaggio dell’oleodotto. In pratica su una striscia di territorio turco le multinazionali coinvolte nel progetto non saranno soggette a nessun tipo di normativa nazionale,  compresa quella ambientale e quella sui diritti umani. L’oleodotto in alcuni casi divide a metà  dei villaggi,  i cui abitanti non si potranno in nessun modo appellare alla legislazione turca. Banca Intesa,  il più grande gruppo bancario italiano,  e la San Paolo IMI fanno parte del consorzio di banche che fanno fornito più di un miliardo di dollari per il controverso progetto. Le società del consorzio,  tra cui l’olandese ABN Amro,  la statunitense Citigroup e la tedesca Westlandes Bank,  versarono una quota di 68 milioni di dollari ciascuna. Questi fondi si andarono ad aggiungere ai 280 erogati dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ed i 310 della Banca mondiale.
Allo stesso tempo i governi dell’Azerbaigian e della Georgia confermarono la loro disponibilità ad ospitare truppe militari americane per vigilare la sicurezza dell’oleodotto a rischio di attentati,  mentre in Turchia la gendarmeria,  molto criticata per la sistematiche violazioni dei diritti umani di cui si è resa responsabile in passato,  militarizzò il tracciato mettendo a rischio la sicurezza delle popolazioni locali. La BP ne detiene il 30% del pacchetto azionario.

COLOMBIA

La Colombia è stata tormentata da guerre che spesso si intrecciano con le ricerche di petrolio. Nel 1996,  BP ha pagato 60 milioni di dollari americani al ministero della Difesa colombiano,  in cambio l’esercito era d’accordo nel fornire soldati per monitorare la costruzione di un oleodotto che avrebbe accelerato il trasferimento del petrolio greggio (e degli enormi profitti) sulla costa.

La BP fornì l’addestramento per i soldati attraverso una società privata di “sicurezza” inglese chiamata Defense Systems Limited. Secondo un rapporto commissionato dal governo colombiano,  la BP ha collaborato anche con i soldati locali in rapimenti,  torture e omicidi. Agenti della società raccoglievano foto e video di popolazioni locali che protestavano contro le attività legate al petrolio,  da consegnare poi alle forze armate colombiane,  che quindi arrestavano o rapivano i dimostranti.

ALASKA

Nel 2006 la BP fu costretta a chiudere parte dei suoi campi di estrazione in Alaska,  nella baia di Prudhoe. I tubi dove scorre l’oro nero,  erano diventati inutilizzabili a causa della corrosione alcuni tecnici scoprirono che 4800 barili di petrolio si stavano diffondendo nelle nevi dell’Alaska a causa di un foro nell’oleodotto di Prudhoe Bay. British Petroleum fu costretta a pagare 12 milioni di dollari per violazione della legge federale: il Water Pollution Control Act.
Di questi giorni la notizia che a 100 miglia a sud di Fairbanks,  nel corso di un’operazione di routine,  diverse migliaia di barili di greggio sono fuoriusciti dal percorso di condutture della Trans-Alaska in un serbatoio che ha fatto traboccare una seconda area di contenimento,  facendo chiudere la linea. 40 operai sono stati evacuati e il Dipartimento di Stato per la Conservazione Ambientale dice che il danno sarà limitato dalla ghiaia di superficie che copre l’area di contenimento. Alle compagnie petrolifere che operano nella zona è stato ingiunto di abbassare la produzione al 16% del normale finché le condutture non saranno state riattivate. La Bp controlla il 47% della Trans-Alaska Pipeline,  che va dalla baia di Prudhoe al porto di Valdez per quasi 1.300 chilometri. Nell’oleodotto normalmente transitano 667 mila barili di greggio al giorno.

IRAQ

La BPAmoco è stata tra i principali fomentatori dell’aggressione ed occupazione all’Iraq. Nell’amministrazione Bush uno dei più importanti consiglieri del presidente fu Karl Rove,  principale stratega politico,  che fece grossi investimenti nella BpAmoco e nella Royal-Dutch-Shell; Nicholas Calio,  direttore della Casa bianca per gli affari legislativi,  già lobbista di compagnie petrolifere e automobilistiche; Gay Johnson,  direttore del personale presidenziale,  che possiede un grosso pacchetto azionario nella El Paso Energy.

Dall’invasione dell’Iraq da parte della coalizione petrolifera,  le azioni di Exxon,  BP-Amoco e Shell cominciarono a salire di nuovo,  in maniera spettacolare e senza altra spiegazione che la prospettiva dei grandi dividendi per i suoi azionisti,  dividendi che avevano perduto quando Saddam Hussein aveva nazionalizzato il petrolio nel 1972. Dai dati del 2008 si evince che è stato soprattutto l’alto prezzo del petrolio,  superiore ai 120 dollari per barile,  a trainare i profitti recenti della compagnia inglese.

GOLFO DEL MESSICO

Nel 2005 una grande piattaforma  nel Golfo del Messico fu oggetto di un problema di fuoriuscita di petrolio con conseguenze gravi. Aprile 2010: una falla alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon situata al largo della Louisiana,  ha causato la fuoriuscita di greggio,  riversando in oceano milioni di litri di Greggio ogni ora e causando un disastro ambientale senza precedenti. I danni ambientali sono incalcolabili e per cercare di porvi rimedio,  la BP ha adottato la cosiddetta “Cupola di contenimento”,  che consiste nell’ingabbiare le fuoriuscite dal pozzo ma senza successo dopo più di 30 giorni.

I tecnici della Bp hanno ignorato tre segnali premonitori che avvertivano dell’imminenza di un pericolo nelle ore immediatamente precedenti l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon,  poi sprofondata nel Golfo del Messico. Lo rendono noto due deputati del Congresso Usa,  Henry Waxman e Bart Stupak,  in base al rapporto di inchiesta interno del gruppo petrolifero britannico sull’incidente del 20 aprile,  costato la vita a 11 persone,  e che ha provocato un disastro ambientale senza precedenti. Il primo segnale è arrivato “51 minuti prima dell’esplosione”: è scattato perché‚ “la quantità dei liquidi che usciva dai pozzi è diventata maggiore di quella pompata all’interno dei pozzi”.
Dieci minuti più tardi è scattato un altro segnale: il pozzo,  pur dopo essere stato chiuso per effettuare un test,  ”ha continuato a far uscire greggio e la pressione nella condotta è aumentata in modo inatteso”. L’ultimo avvertimento è arrivato 18 minuti prima dell’incidente: è stata registrata “una pressione anomala” che ha portato alla chiusura della pompa. Gli ingegneri della Bp,  dopo vari tentativi falliti,  hanno iniziato ad iniettare oltre 22 tonnellate di fango e liquidi densissimi dentro il pozzo che riversa in mare ogni giorno 800.000 litri di greggio.
La manovra,  detta “top kill”,  rappresenta il primo tentativo di fermare direttamente la fuoriuscita di petrolio,  che ha contaminato le acque del Golfo e ora minaccia le coste di Louisiana,  Alabama,  Mississippi e Florida.

Alcuni pescatori assunti dalla British Petroleum per ripulire le acque dalla marea nera hanno accusato una serie di malori in seguito all’esposizione al greggio e ai solventi chimici. I pescatori,  che secondo quanto dichiarato dal Los Angeles Times hanno riportato forti mal di testa,  vertigini,  nausea e difficoltà respiratorie,  si sono mobilitati affinché’ il governo federale disponga l’apertura di cliniche mobili nelle aree rurali per il trattamento dei danni da inalazione o contatto con petrolio.

Il Congresso e la Minerals and Management Service,  l’agenzia federale che regola le perforazioni sul Golfo,  stanno investigando separatamente sulle accuse secondo le quali la Bp non sarebbe riuscita a eseguire un arresto di emergenza della Atlantis,  un’altra enorme piattaforma sul Golfo. La Compagnia ha di recente tagliato 5mila posti di lavoro e con ciò risparmiati 4 miliardi di dollari.

ITALIA

Allianz ha acquisito,  tramite Allianz Specialized Investiments,  sei parchi solari da più di 1 megawatt picco ciascuno,  realizzati e sviluppati da Bp Solar Italia. Gli impianti sono localizzati nei comuni di Brindisi e Masagne,  in Puglia,  e utilizzano dei pannelli ‘mono’ e ‘poli’ cristallini,  montati su basi fisse. Altri due parchi (della medesima potenza) sono in fase di realizzazione e verranno acquistati sotto approvazione di Bp Solar Italia.
Con questo accordo Bp Solar conferma la sua posizione di compagnia di spicco nell’industria italiana del solare,  avendo un consistente numero di progetti in corso in questo mercato. Una collaborazione sancita nella prospettiva di un maggiore investimento sul mercato fotovoltaico italiano,  considerato strategico per tutte le Compagnie straniere non tanto per l’abbondanza di sole quanto per la generosa tariffa di incentivazione in “Conto Energia”. Dieci giorni prima,  del resto,  la Bp Solar aveva stipulato un altro accordo con la Fotowatio Renewable Ventures (Frv),  multinazionale spagnola specializzata in energie alternative,  per la realizzazione in Italia meridionale di impianti fotovoltaici per una potenza di 37.1 Mw,  pari ad un investimento di 125 milioni di euro. Questi investimenti massicci della Bp Petroleum mascherata da Solar chiudono definitivamente una stagione di indipendenza italiana.

L.S.

Un contributo da una lettrice

InCostume&Società - Customs&Society su maggio 27, 2010 a 10:07 am
Da poco sono tornata in Patria, dopo 5 anni passati in Spagna e gli ultimi 6 mesi in Olanda. Ovviamente ogni tanto torno a “casa”( quella di mia mamma….la mia cambia di tanto in tanto…).
Questa volta mi sono fermata un po’ di più e ho avuto anche il tempo di guardare la tv.  Mi sono ritrovata verso le 23.30 guardando iniziare su RAI3 “Parla con me”  della Dandini . Senza pensare ho detto a voce alta… ” i programmi interessanti li danno solo dopo mezzanotte!”
E’ strano quando nel resto del mondo dopo mezzanotte si vedono in tv solo programmi erotici o televendite in Italia si trovano i programmi di satira o di cultura…..mi ha fatto pensare….
Vi allego anche il link della trasmissione che ho visto.
Inizia con una ragazza italiana che parla della precarietà  e della fuga di cervelli …vale la pena ascoltarla!
Betta

Il vero potere di Berlusconi: la creazione della ‘realtà’.

InPolitica&Società - Politics&Society su maggio 23, 2010 a 12:14 pm

Articolo di riflessione su un tema che sembra vecchio ormai ma che detto così ci da spunti di riflessione più ampi.

Berlusconi ed il suo governo sono potenti. Hanno potere e lo esercitano. Niente di nuovo. Ma perché lo consideriamo ‘potente’? Quale l’essenza del suo potere? L’elettorato? il fatto di risiedere nelle istituzioni dello Stato? il fatto possedere soldi e tv? Beh, tutte queste risposte assieme….

Bent Flyvbjerg è un sociologo-antropologo che lavora e scrive su temi di pianificazione territoriale ed urbanistica. Ha scritto un libro molto interessante (rationality and power: democracy in practice), per quelli del settore, in cui esegue un’analisi etnografica dei processi decisionali dietro i piani urbanistici della città di Alborg in Danimarca. Cosa centra questo con Berlusconi? Beh, l’intento del danese è quello di scoprire, attraverso uno studio di caso, quale relazione c’è tra ‘razionalità’ e ‘potere’. Mi spiego. Razionalità è la conoscenza, la realtà così com’è oggettivamente. Il fatto che se aumenta il numero di auto aumenta anche l’emissione di CO2. Una certezza scientifico-pratica. Il potere invece è la cosa complicata. Nel suo libro, l’autore cerca di definire quale siano i meccanismi di funzionamento del potere (non solo politico) in relazione alla realtà dei fatti. Si assume, in poche parole, che potere è quella capacità di definire la realtà, oltre la sua oggettività. Se io possiedo ‘potere’ allora posso convincere una gran massa di persone, piuttosto che il mio consiglio comunale, che dopotutto non è vero che il CO2 aumenti. Entrando in dettaglio Flyvbjerg conclude con le seguenti considerazioni, che dimostrano come Berlusconi sia un potente:

1) il potere definisce la conoscenza: chi ha potere riesce a definire quale sia la realtà, cambiandone i ‘connotati’ (affermando cose totalmente o parzialmente false). Chi ha potere è colui che può fornire, ad esempio, dati sbagliati e comunque ottenere ragione. Esempio? la crisi, il nostro governo è riuscito, senza troppi problemi, a sottostimare la recente crisi economica che ci ha investito ed è riuscito a diffondere tale visione deviata della realtà.

2) La conoscenza, dopotutto, non esiste in quanto tale: il potere è il contesto della conoscenza nel senso in cui la conoscenza non è altro che il risultato di un processo di ‘razionalizzazione’ (creazione della conoscenza) nelle mani dei potenti. Tale processo è gestito dal potere. Quando Berlusconi, tramite tutti i suoi media, riesce a concentrare ed orientare il dibattito pubblico su alcune tematiche, tralasciandone altre, è autore di tale processo di razionalizzazione. il TG1, per esempio, ne diventa strumento primario, celando la realtà della povertà, della scuola che decade e della corruzione che pervade.

3) Il potere è ‘stupido’ (riprendendo Nietzsche che dice ‘il potere rende stupidi’. Che è potente ha paura della realtà (della verità in questo caso). Per celarla deve spendere molte energie nel controllo della creazione di conoscenza (falsa a volte). Questo rende impossibile l’utilizzo e la ricerca di conoscenza ‘reale’ e ‘vera’. Della realtà oggettiva. Il potente non sa. Pretende di sapere. Direi che un ministro dell’economia che in realtà è un avvocato, la soubrette ministro delle pari opportunità sono i casi esemplari di tale meccanismo.

4) Il potere ha paura del confronto politico. I potenti giocano sulla realtà ‘costruita’. Il confronto aperto li terrorizza, rendendoli spesso vulnerabili  di fronte ad altre argomentazioni, soprattutto se provenienti dai detentori della conoscenza, gli intellettuali. Berlusconi evita i confronti anche in televisione. Controlla le sue apparizioni meticolosamente perché non potrebbe sostenere un dialogo con, per esempio, un giornalista autonomo o tanto meno un economista per capirci. Da qui ne deriva, punto 5, che il potere è dipendente da relazioni stabili. Il conflitto, interno ai partiti, per esempio, terrorizza il potere dal momento che il continuo processo di creazione di ‘una sola’ realtà (i programmi di partito per esempio) necessita di consenso. La coalizione al governo è terrorizzata delle sue fratture. E’ dipendente dalla propria coalizione.

Beh, ce ne altri di punti conclusivi, però queste sono per me le più significative.

Non vi consiglio di leggere il testo se non siete troppo interessati in lavori etnografici ed antropologici. Però, direi di soppesare sempre quello che la politica dice….

a presto

federico

DDL Alfano ed il ‘sito informatico’ chiamato Web 2.0

InPolitica&Società - Politics&Society su maggio 20, 2010 a 9:07 pm

Uno un giorno ha la bella idea di iniziare un blog su internet, visto che dopotutto è consapevole che internet può offrire molto alla propria e altri libertà di espressione. E’ convinto che nonostante tutto, i social network modello facebook e twitter sono incompleti, perchè punto alle ‘amicizie’ senza troppo puntare al ‘dialogo’. Pensa che potrebbe riunire un pò di opinioni interessanti, di coloro che lui conosce e di quelli che viaggiano in rete, e magari confrontarle amichevolmente. Circa quattro mesi dopo però, si accorge che la cosa potrebbe risultare difficile, rischiosa. Il Disegno di Legge presentato alla Camera dei Deputati già il 30 giugno 2008, N.1415, in materia di materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali è proprio una doccia fredda, che sta già scorrendo da qualche anno. Meglio noto con il nome del ministro che lo ha elaborato (Alfano, visto che in italia l’unica cosa comprensibile di una legge è il ‘nick name’) il DDL in discussione al Senato in questi giorni rende dura la vita a chiunque faccia informazione….

Prestate attenzione per favore. Chi fa informazione non è solo colui che possiede o coordina una sorta di redazione. Colui che gestisce un giornale, giornalino o un foglio. Nel web 2.0 la distinzione tra editore e fruitore delle informazione è molto più opaca, viene di fatto a perdersi. Nel momento in cui scriviamo opinioni nella rete diventiamo ‘informatori’ di una platea a noi sconosciuta. Pensate a quante volte avete commentato un film, una canzone, un comizio, un convegno su facebook per esempio. Avete espresso informazioni personali senza rendere conto a nessuno. Beh avete fatto dell’informazione che potrebbe essere soggetta alle norme del DL Alfano.

Il suddetto DDL non è una genialità francamente, visto che, come potete leggere, consiste nel cambiamento di parti e articoli di altre norme (persino del 1948). La norma persegue la pubblicazione di informazioni ‘non vere’ su i cosiddetti siti informatici. Nel caso in cui si pubblichino informazioni giudicate, per esempio, diffamatorie si rischia una multa fino a 13.000 euro (per un blog figuratevi). Per sicurezza, tanto per far stare calmo il popolo informatico si mantiene il così detto ‘diritto di rettifica’, del 1948 appunto che consente a chiunque pubblichi tali informazioni, di rettificare in due giorni di tempo. I punti che non mi convincono proprio sono i seguenti:

1) due giorni di tempo da quando la raccomandata dell’avvocato di chi si sente ‘offeso’ arriva alla ‘sede’ del sito. I blog non hanno sedi, a volte non hanno nomi, e soprattutto non hanno orari o giorni di apertura o chiusura

2) quali sono i siti informatici non si sa. Cosa sia un ‘sito’ non è chiaro a nessuno. Credo si riferiscano a qualsiasi cosa contenga informazioni virtuali, tipo text, html, video, audio etc…insomma ‘la rete’ stessa.

3) quanto costi e quali agenzie si incaricano del lavoro di individuare le informazioni su internet. Le personalità di cui parleranno i blog saranno continuamente impegnate a sorvegliare la rete. Altrimenti, forse non serve a tanto questa legge.

4) controllare le informazioni, proprio per il fatto che tutti noi siamo informatori nel web 2.0, è impossibile. Cosa sia informazione, quale la sua componente diffamatoria sarà lasciato all’esercito di avvocati che si mobiliterà per questa legge, rallentando il sistema giudiziario di non poco (esattamente il contrario di quello che si voleva perseguire).

Tutto questo vale ovviamente solo se si considerano tali legge fatte per essere impiegate veramente e non per demagogia.

[aggiunto  il 22 maggio]

Dopo qualche riflessione sul tema penso di aver compreso quale sia il vero problema di questa norma. Il suo vizio, genetico e di fondo per quanto riguarda specialmente la comunicazione in rete. Mi chiedo, cosa distingue una ‘opinione’ da una ‘informazione’. Tramite questa legge si perseguono le informazioni, quelle considerate diffamatorie o false. Se si perseguissero le opinioni, la norma entrerebbe in chiarissimo conflitto con il diritto di opinione libera sancito dalla costituzione e da qualsiasi carta dei diritti umani.Agli avvocati ancora il compito di distinguere. Bel casino…

A presto

Fede

Amsterdam e spazzatura: lo sciopero d’impatto

InTerritorio&Società - Territory&Society su maggio 18, 2010 a 8:09 pm

Cari Amici

dopo questo silenzio settimanale una news fresca fresca. Chi di voi sia capitato ad Amsterdam in questa settimana avrà pensato ‘ma quanto è sporca questa città! quale modello olandese, o nordico, in questo paese, siamo ai livelli di Napoli!’. Beh, nonostante non si vedano rifiuti ingombranti (come frighi e divani) per strada e nessun falò vandalistico, qui ad Amsterdam la pulizia urbana è stata un disastro negli ultimi sette giorni. I dipendenti della provincia e dei comuni olandesi hanno indetto uno sciopero lungo dieci giorni, che però si è concluso entro la settimana, visto l’accoglimento delle richieste da parte delle amministrazioni, disgustate da questa inusuale sporcizia (anche perché gli standard quassù sono molto alti direi).

Lo sciopero olandese, che ha investito principalmente le strade di Amsterdam e Utrecht è interessante per vari aspetti: primo, è lo sciopero più grande e significativo in termini di partecipazione (150.000 dipendenti per dieci giorni) che si sia visto in olanda dal 1933. Cosa da far impallidire i sindacalisti più accaniti della Francia o dell’Italia. Secondo, perché gli scioperanti reclamavano un aumento del circa 2 % totale sul loro stipendio, un contratto di lavoro collettivo per il settore della nettezza urbana nonché una riduzione dell’intensità di lavoro (in termini di ore e territorio da coprire), che stava crescendo velocemente in questo periodo di crisi e di risparmio pubblico. Tre rivendicazioni più che legittime e niente male.

Una delle cose più interessanti però, è che lo scioperò è stato molto efficace nel modo in cui è stato condotto. Diciamo che è stato adottato il modello dello sciopero ‘d’impatto, nel quale si gioca il tutto per tutto, si sospende il servizio per molti giorni, e per tutta la durata nessuno, proprio nessuno, lavora. E soprattutto, quando gli scioperi vengono fatti sporadicamente non si inflazionano, mantenendo il valore dell’azione sempre alto. Non a caso di scioperi non se ne vedono molti, e quelli che vengono indetti, appunto, durano meno del previsto. (napoli nella foto in alto)

A presto

federico

IT, GR e SP nel salottino di Euretta e di Bianca Centralina

InPolitica&Società - Politics&Society su maggio 11, 2010 a 8:55 pm

Dentro al Salotto della villetta Europa siedono tre signori. I più simpatici sono ITalo, GRaziano, SPianello, ed i loro figli (poveretti!). Loro sono degli imprenditori che hanno deciso di andare a vivere in una unica villetta, gestita dalla signora EUretta e dalla sua aiutante Bianca Centralina, che l’aiuta con la contabilità. Chi produce olio, chi le scarpe e chi gli agrumi in serra. Le loro piccole attività andavo bene fino a un po’ di tempo fa quando improvvisamente al Mercato cittadino nessuno voleva più scarpe, agrumi e olio, così costosi, ma cercava magari degli zoccoletti, diciamo prodotti da, chiamiamolo, CHinetto. Italo, Graziano e Spianello riescono ad andare avanti nella loro vita perché ci sono degli altri amici che danno loro soldi per comprare le attrezzature e pagare i servizi di cui hanno bisogno per produrre. Questi amici sono chiamati generalmente Investitori. Se l’investitore da 5 euro a Italo per produrre scarpe, si aspetta che Italo produrrà scarpe, le venderà al mercato cittadino e dia parte del fatturato indietro. Italo è sempre stato bravino in questo anche se ogni tanto si distrae….

Quello che ha più problemi è Graziano, che per una ragione o per l’altra (magari aveva dei problemi pregressi) non riesce a produrre buon olio e, quel poco che produce, non basta a coprire le varie spese quotidiane per mantenere la sua attività funzionante. Nessun Amico Investitore crede più che graziano ce la possa fare e quindi non gli da più soldi. Italo e Spianello, nel salotto di Euretta, osservano con attenzione, sempre ben seduti nel divanetto, come Graziano reagisce. In teoria Graziano potrebbe promettere agli Amici investitori una percentuale più alta del guadagno sull’olio se loro dessero comunque soldi. La cosa è logica, l’unico modo di convincere gli amichetti a dare dei soldini e solo promettendo più alti guadagni. Ma se la bottiglia dell’Olio di Graziano costa sempre 4 euro (visto che sennò nessuno la compra), darne 3.00 agli amici renderebbe la situazione di graziano un po’ difficile. Succede che, un po’ delusi forse, Graziano non accetta e gli Amici decidono di non prestare più soldini.

Graziano, molto preoccupato, sa che ci sono solo due possibilità purtroppo: 1) chiudere l’attività e mandare i sui figli sotto un ponte (e magari si arrabbiano pure con lui sfasciandogli la macchina) 2) chiedere a Bianca Centralina, la contabile di EUretta che ospita i tre malcapitati un prestito di soldi. Il conto in banca di Euretta, gestito da Bianca Centralina, è arricchito solo dai soldi degli affittuari del salotto, tra cui Italo, Graziano e Spianello appunto. Bianca centralina è molto ricca e potrebbe prestare, a basso prezzo, i soldi a Graziano, visto che dopotutto non vuole mandar via i sui tre inquilini. In questo modo però, attenzione, gli Amici investitori capiscono la fregatura. Visto che anche Spianello e Italo dopotutto non se la cavano proprio bene, iniziano a pensare che, magari, anche loro potrebbero approfittare della benevolenza di Bianca, se ne avessero necessità. Gli Amici investitori sono molto preoccupati di questo in quanto, come è accaduto per graziano, anche gli altri due potrebbero decidere di rifiutare nuove offerte da loro e ‘appigliarsi’ alla benevolissssima Centralina. In questo modo, gli Amici si impressionano proprio, iniziano a tenere stretto il loro portafogli e automaticamente anche Italo e Spianello iniziano ad avere problemi (il mercatino ancora non vende molte scarpe ed agrumi).

Dentro il salottino sembra diffondersi un ‘contagio da asocialità’ Italo, Spianello e Graziano sembrano non avere più amici che danno loro soldi. La Bianca Centralina ha un po’ di risparmi visto che ospita anche altri inquilini nella villa e inizia a prestare quei soldi ai tre in salotto. Purtroppo se Euretta inizia a dare soldi ai vari inquilini, che sono degli imprenditori dopotutto, il valore di quel soldo inizia ad abbassarsi per tutti gli inquilini della villa, che sono tutti imprenditori, e che comunque hanno il loro business da tenere a conto (per meccanismi economici che mi è difficile mettere in metafora, ma diciamo che più soldini ci sono in giro dentro la villetta meno costa comprarli, o chiederli in prestito). Facendo così i tre signori sono almeno sicuri di poter continuare a produrre un po’ di scarpe, olio e agrumi per il mercato, e a dare da mangiare quel poco che basta ai propri figli. Tuttavia, invece di chiedere i soldi a Bianchina, i tre signori potrebbero decidere di ‘espellere’ Graziano, che dopotutto è piccolino, bruttacchietto e non sa che produrre olio. Gli amici investitori capirebbero che Spianello e Italo sono delle persone serie ed affidabili e che sanno risolvere i propri problemi velocemente. Graziano si arrabbierebbe molto però (e anche i sui altri amichetti della villa) visto che Italo e Spianello e lui stesso avevano deciso di stare nel salottino tutti assieme amichevolmente.

Alla fine Euretta a deciso di convincere a Bianca di dare i soldini agli sventurati….la storia continua.

Liberamente inspirato all’articolo http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001699.html

A presto

fede

Volare, Volare: ma per arrivare dove?

InTerritorio&Società - Territory&Society su maggio 8, 2010 a 9:04 am

Gli aeroporti delle nostre città sono stati e saranno sempre descritti e raccontati con gli appellativi più stravaganti. Chi li considera ‘non luoghi’, spazi di transizione, portali della globalizzazione, motori di progresso o luoghi di alienazione non fa altro che confermare la loro centralità, sociale, economica e politica nella società postmoderna e globalizzata. Io sono un frequentatore di aeroporti. Ne ho visti parecchi negli ultimi anni e tutti si assomigliano dopotutto. I tracciati di movimento al loro interno, gli spazi sociali predisposti, ricalcano tutti la stessa grammatica dell’efficienza, e spesso del consumismo. Lo spazio aeroportuale non percepisce il concetto di libertà d’uso. Lo spazio è prestampato e (anche per motivi di sicurezza) viene tolta ogni possibilità di uso creativo per noi utenti. Nonostante qualcuno potrebbe trovare risvolti psico-sociali interessanti, fin qui nulla di nuovo.

La dimensione più cruciale dello spazio aeroportuale è quella urbanistica, della quale quella economica e politica ne sono corollari fondamentali (la prima ne beneficia, la seconda li governa). Le regioni e metropoli globali sono attori in competizione in un mercato internazionale, globalizzato, all’interno del quale i fattori vincenti sono capacità di connessione, qualità della vita e potenziale produttivo. Più una città è ‘connessa’ ai vari centri economici mondiali più è probabile che merci, persone e ‘beni’ circolino, e crescano, all’interno del proprio territorio, aumentandone di fatto la capacità economiche. Quest’ultima potrebbe, se ben gestita, trasformarsi in benessere aggiunto per le popolazioni locali (detto in altre parole, aumentando il prodotto interno lordo di una città). E’ il grado di connettività di un aeroporto che ne definisce la capacità di influire nel benessere di una regione. Tale connessione è bidirezionale nel senso in cui un aeroporto esiste in quanto ‘allacciato’ ad altre città (internazionali o nazionali) e al proprio territorio. La mancanza di una delle due direzioni di connessione renderebbe un aeroporto una cosa inutile.

La gestione di un aeroporto fallisce nel momento in cui questo sistema di inter-connessioni non viene sviluppato e migliorato al passo con i tempi. Un maggior numero di passeggeri, un’aumentata capacità di mobilità, una società multiculturale e multietnica, un sistema produttivo decentrato e un turismo sempre più internazionale richiedono infrastrutture adeguate capaci di aumentare la portata connettiva degli aeroporti, in entrambe le direzioni. L’Italia è un paese la cui economia (in primo luogo turistica) è in gran parte sostenuta dalla capacità aeroportuale. Ed è per questo che il nostro paese fallisce nel creare appieno quel benessere aggiunto nel momento in cui una delle due dimensioni di connessione dello spazio aeroportuale rimane obsoleta. Da Milano Malpensa a Milano Centrale in 55 minuti a euro 7.50, da Linate a Centrale in Autobus o Autobus più metropolitana in 30 minuti. Da Roma Fiumicino a Termini in 35 minuti al costo di 11 euro in un trenino ripieno come un supplì. Da Ciampino a termini in un’ora con bus convenzionati o cambiano alla stanzioncina di Ciampino. Da Bologna International (uno dei pochi scali in vera espansione e a bilancio positivo) a Bologna Centrale in 30 minuti, in autobus a circa 20 posti a sedere, con 10 spazi valigia (le valigie prendono il posto delle persone…) a 5 euro (stessa qualità e servizio di una corsa urbana che però costa 1 euro, come se i passeggeri internazionali debbano pagare una sovrattassa). Prendendo aeroporti minori la storia non cambia. Falconara Raffaello Sanzio è servito da 2 treni al giorno (il taxi a volte bisogna prenotarlo visto che è il parcheggio è deserto). Pisa sembra andare meglio con una stazione al suo interno, alla quale arrivano principalmente i lenti treni regionali.

Purtroppo siamo indietro rispetto ad altri paesi, e soprattutto i nostri (ben due) hubs nazionali. Da Dusseldorf aeroporto a Hbf in 8 minuti (!!) con un treno ogni 15-20 minuti al costo di euro 2.50 (i treni vanno in tutte le direzioni, anche verso Amsterdam direttamente senza passare da Hbf). Da Schipol a Amsterdam Centrale in 15 minuti al costo di euro 3.50 (2 e qualcosa con lo sconto che molti residenti hanno). Da Parigi CDG a Parigi Nord in 35-40 minuti al costo di 8.50 euro ma presto il CDG express collegherà la città in meno di 20 minuti. L’S-train di Copenhagen ci porta praticamente dentro il gate in 30 min all’interno di vagoni che oserei definire lussuosi a soli 4 euro (34 DK). Se volate a Barcellona potete scegliere tra bus (ogni 15 min a 5 euro) oppure treno (6 euro ma con vari biglietti sconto) ogni 30 min (in 30 min in centro). La poverissima Atene ha un servizio autobus diretto per il porto (1 ora di viaggio) e un servizio di metropolitana diretto per Sintagma (in 30 minuti circa) al costo di pochi euro. Vienna centro è collegata da ben due servizi su rotaia, S-bahn e CAT, che ci portano all’aeroporto rispettivamente in 30 minuti e 16 minuti al costo di 3.80 e 9 euro. La non-europea Istanbul ha una miriade di autobus e taxi che vanno in centro (il che riduce i costi su strada) nonché una metropolitana efficientissima che per poche lire turche e circa 25 minuti ti porta in centro… Sarei contento di avere altri esempi da voi.

Ci tengo a precisare che sono personalmente convinto che molto spesso la sostenibilità degli aeroporti non coincida con la loro espansione. Il concetto di ‘viaggio’ nella sua essenza più pura ed eccitante rimane quello su terra o su mare e, soprattutto, l’abuso di voli sta distruggendo il nostro pianeta. Ciononostante, se volete chiamare gli aeroporti ‘non-luoghi’ e a quel punto chiedetevi perché dovreste spendere tutto quel tempo (e soldi senza qualità) in un ‘non-luogo’.

A presto

federico

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.