Ferrara 24 Febbraio 2010, Caserma dei Carabinieri: un uomo a terra pestato selvaggiamente mentre un altro è tenuto in piedi, nudo e sembra pregare. Potrebbe capitare a tutti noi di trovarci nella stessa situazione. Francamente dalla nostra Repubblica Italiana, ci aspettavamo di meglio.
Archive for aprile 2010|Monthly archive page
Ma siamo europei o caporali?
InPolitica&Società - Politics&Society su aprile 28, 2010 a 7:49 pmNel 1992 avevo dieci anni, ma il ricordo della crisi valutaria della lira rimane un’impressione fortissima. In quel TRENTAPERCENTO che la lira perse in una sola giornata, mi sentii sminuito personalmente, come se fossi stato proprio io a svalutarmi. A scuola disegnai un mare in tempesta popolato di navi coi nomi delle varie valute: il marco, il franco, la sterlina… e c’erano corazzate e transatlantici e la lira era una barchetta di carta presa in un vortice. Mi ricordo poi tutta la stagione dell’entrata nell’Euro col ministro tedesco Theo Weigel e l’olandese Gerrit Zalm (che adesso si trova allegramente fra gli implicati dei recenti disastri bancari dei Paesi Bassi) che predicavano il rigore un giorno sì e l’altro pure dai telegiornali italiani. In un patriottismo un po’ infantile, risentivo queste prediche come se le si rivolgesse a me, quasi un’umiliazione.
La crisi del debito greco è molto peggio. Non solo vi si accompagnano i soliti moralismi, ma sta stimolando i peggiori istinti dell’opinione pubblica. Adesso tutti quelli che per una ragione o per l’altra se la sono più o meno cavata (ad esempio gli italiani, per adesso) se la prendono con i greci e danno lezioni. I greci hanno vissuto al di sopra dei loro mezzi: sarebbe interessante sapere in quanti in Grecia hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi; i greci hanno mentito: e i bilanci italiani, le cartolarizzazioni, le vendite di immobili demaniali annunciate continuamente? etc etc.
Ma soprattutto dilaga la smania punitiva, condita di stereotipi grotteschi. I lettori dei giornali tedeschi strillano scandalizzati sui giornali seri che il governo che aiuta la Grecia tradisce i suoi elettori, viola la giurisprudenza costituzionale, li assoggetta alla dittatura di Bruxelles e così via. I tabloid invece si sbizzariscono vergognosamente. La Bild presenta una pensionata greca e sotto il titolo “Perché paghiamo ai Greci le loro pensioni di lusso?” ci racconta che questa donna di 85 anni prende 3500 euro al mese dopo aver lavorato come postina. Sott’inteso che se una postina prende 3500 euro, quanto sarà la pensione di un dirigente? Esattamente il paragone che fa un giornale slovacco, il quale confronta la pensione della ex postina greca (ripresa dalla Bild) con quella di una ex dirigente d’azienda slovacca: 361 euro al mese. Dopodiché spiega cos’altro si poteva fare con i soldi che la Slovacchia dovrebbe versare (non a fondo perduto bensì coll’interesse del 5%, ma questo l’articolo non lo dice) alla Grecia: 15 km di autostrade o una Skoda Fabia ogni 130 abitanti. Proprio degli investimenti significativi.
La Bild comunque non si ferma al caso della ricca pensionata (evidentemente emblematico). Il corrispondente da Atene ci informa che l’ouzo scorre a fiumi negli affollati bar di Atene e che tutti giocano al Lotto (gioco da ricchi, come noto). La foto ritrae il “giornalista” tedesco circondato di banconote di grosso taglio in un casinò greco. In quanto poi alla “politica”, i greci intervistati aspettano tutti aiuto (dai tedeschi evidentemente) e ridendo (per farci capire quanto poco temano la crisi) invitano la Merkel in vacanza da loro… Il messaggio è quello dei greci irresponsabili e dei tedeschi che tirano la carretta. Fra l’altro, per molti tedeschi dell’Ovest sulla famosa carretta non ci sono solo i greci, e presto gli spagnoli e i portoghesi, ma anche i tedeschi dell’Est.
Non ho idea di come si possa risolvere il problema del debito greco, spagnolo, portoghese o italiano (o irlandese o della Gran Bretagna), non so se si debba “salvare” la Grecia, però forse sarebbe ora di smetterla con questi pregiudizi ridicoli: non credo che i greci se la spassino poi tanto (la televisione francese qualche anno fa, prima della crisi, mostrava famiglie denutrite nell’Epiro, altro che pensioni da 3500 euri) e penso che forse i greci che scioperano non sono solo scioperati che vogliono vivere alle spalle dei bravi ed economi bavaresi, ma pongono anche problemi di distribuzione equa dei tagli alla spesa pubblica. In ogni caso nel dibattito in corso dovremmo sempre considerare che qualunque decisione sul salvataggio avrà un impatto sul futuro dell’Unione Europea, sul suo destino nel complesso.
Eventi come questo della crisi greca, accompagnati da una mediatizzazione come quella che vediamo in questi giorni, lasciano il segno e creano tensioni che ci accompagneranno a lungo: i tedeschi (o gli olandesi) sempre più stolidamente ostili all’Europa e i greci egualmente rancorosi (una signora intervistata da TV5 Monde di fronte ad un Lidl ateniese accusava i tedeschi di voler rubare il Partenone!). I tentennamenti dei politici e l’uso di una retorica sbagliata e un po’ rozza da parte di personaggi come Schauble (che si è dovuto rimangiare in fretta e furia il suo rifiuto di finanziamenti tedeschi alla Grecia) rendono le cose più difficili. Invece di cavalcare nazionalismi fuor di luogo e maldipancia da birreria nella speranza di vincere le elezioni in NordRenoWestfalia o ad Alkmaar, che provino a spiegare che l’Euro da solo è un progetto incompiuto e che non potrà sopravvivere senza l’unione politica. Solo allora i cittadini avranno davanti a sé una scelta chiara: niente Euro senza il governo europeo.
Putin all’università del pensiero liberale?
InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 27, 2010 a 9:48 amPremetto che secondo me il governo italiano deve trattare con tutti, con l’Iran e con la Russia, con la Svezia come con il Pachistan. E per trattare con un paese bisogna esercitare una certa sospensione del giudizio sulle questioni della sua politica interna. È stupido a parer mio andare in Cina a trattare accordi commerciali e poi fare la solita pagliacciata di fronte ai giornalisti per ricordare il Dalai Lama.
Trattare con Putin sui gasdotti e con Gheddafi sulle zone di pesca non dovrebbe però implicare un apprezzamento dei metodi di governo dei russi o dei libici. Il nostro grande Leader Presidente Berlusconi, tuttavia, la pensa diversamente (notare che il presidienzialismo in Italia è stato realizzato un po’ come le scuole dottorali: sono tutti dottori e tutti presidenti…). La visita del primo ministro russo a Lesmo, dove Berlusconi sta per aprire una Università del Pensiero Liberale, ci ha regalato un altro paio di perle nere del Nostro che non poteva perdere un incontro internazionale senza la comica di rito (impagabile quella su Lukashenko molto amato dai bielorussi “come dimostrano i risultati elettorali”).
Il tema dell’incontro fra Berlusconi e Putin era l’energia , il gasdotto Southstream e il nucleare che l’Enel sperimenterà in Russia (non bisogna dimenticare che l’Enel dispone già di centrali nucleari, in Spagna e in Slovacchia, a tecnologia americana in un caso e russa nell’altro). Berlusconi però ne ha approfittato per annunciare che sarà Putin a inaugurare con una lectio magistralis l’Università del pensiero liberale. Putin che, come Berlusconi aveva ricordato in altra occasione, “non è mai stato comunista” e che adesso brillantemente guida la Russia verso un futuro di democrazia.
Farebbe e in effetti un po’ fa ridere se non dimostrasse tragicamente la concezione del liberalismo che possiede Berlusconi: mettere il bavaglio ai media, fare un po’quel che gli pare e trionfare all’elezioni con almeno il 70%. Una (ennesima) riprova di queste tendenze, il Grande Leader ce la regala immeditamente, sulla questione del nucleare. Berlusconi lamenta la diffidenza degli italiani per il nucleare, ma ha già pronta la soluzione: una campagna Rai di “convincimento” sulle tante virtù dell’atomo…evviva la libertà di pensiero!
Ps: Berlusconi invoca l’esperienza francese. I francesi lungi dal combattere le centrali farebbero a gara per vedersele costruire in giardino, per i posti di lavoro che implicano. Le centrali poi sarebbero supersicure. In realtà la situazione è un po’ diversa: i francesi diffidano delle misure di radiottività ufficiali e i dati dei comitati civici si discostano sistematicamente da quelli del gestore delle centrali (trasparenza!). In quanto poi agli incidenti, microincidenti sistematicamente sottovalutati, si verificano continuamente nelle “sicurissime” centrali transalpine. In ogni caso, secondo l’Eurobarometro, solo il 12% degli Europei apprezzava l’uso dell’energia atomica nel 2006 (dal WSJ).
FD’O
TG1 Lunedì, xx (gg) xxxx (mm) 2006 –>2010 ed oltre…
InCostume&Società - Customs&Society su aprile 26, 2010 a 7:40 pmCari Amici
L’avrei potuto scrivere un qualsiasi giorno dell’anno questo articolo, purtroppo per tutti noi. La TV pagata con i soldi degli italiani che non fa il suo lavoro. Un telegiornale quotidiano che non ‘quotidianizza’. Un telegiornale che non ‘giornalizza’. Un telegiornale la cui una essenza rimane la televisione. Il TG1 è uno spettacolo indecente secondo me. Uno ritorna a casa il Lunedì sera, magari dopo una giornata di lavoro nella quale non ha sfogliato alcun quotidiano, dopo un finesettimana (magari) passato in montagna, isolato dalle news, e rimane profondamente deluso dal telegiornale. Il TG di oggi ore 20.00 esemplifica un processo incessante di decadenza del momento più importante del media televisivo, l’informazione per tutti i cittadini. Ma non le informazioni ‘a caso’, quelle quotidiane, quelle che cambiano ogni giorno, le NEWS nelle quali, secondo la manualistica, si spiegano le cinque W: who, what, why, where and when. Le news di oggi (con l’eccezione di una news e della cronaca) non hanno veramente nulla di quotidiano. Perché allora non fare una rubrica settimanale, che ne so, il solito ‘costume e società’, nella quale si fornisce una cornice più adatta agli approfondimenti su salute, moda, e tecnologie. Una soluzione che fornirebbe uno spazio più appropriato per discutere di temi come quelli che ho citato. In tal modo si suddivide il target, si adottano modalità comunicative che ‘valorizzano’ le informazioni a seconda del loro tipo con tutti i vantaggi in termini di efficacia ed ascolti. Invece, si fa una grande macedonia di fatti che sembrano così messi sullo stesso piano, confondendo lo spettatore ed impedendo una vera comprensione dell’accaduto, in mancanza di contesto.
Questo quello che ho visto oggi cari amici:
1) Berlusconi continua la diplomazia sul nucleare con Putin. Una notizia importante se non fosse per il fatto che ne viene illustrata solo la sua dimensione politica. Non se ne discute di nucleare purtroppo, non si discute o menziona il fatto che c’è stato un referendum, non si menzionano i dettagli di questi contratti politici e puramente simbolici, non si parla delle tempistiche e soprattutto si menzionano balle dicendo che la Russia sarebbe disposta non solo a fornire expertise ma anche a fornire l’uranio e a riprendersi le scorie (come se ai russi piacessero le scorie!). Si faranno pagare di brutto.
2) dopo l’unica notizia del giorno inizia la parata dei politici (tutti di destra tranne il poretto Franceschini) che ci ripropone il solito bla bla bla sulla necessità di dialogare per le riforme. Una pantomima sentita miliardi di volte nella quale i nostri eletti (Schifani tra gli intervistati) si esercitano nel loro ruolo di attori melodrammatici.
3) Brutta strage in cronaca. Ci pensa però la famosissima dottoressa Roberta Bruzzone (famosissima per alcuni fedelissimi) a spiegare l’arcano del serial killer. Il TG finalizza il suo obbiettivo di intellettualità soddisfatto di aver ‘spiegato’ qualcosa.
4) Il disastro nel golfo del Messico apre e conclude la politica estera e poi inizia il disastro. Una successione di news da far rizzare i capelli anche a Scalfari: il pianto dei bambini che fa male al cervello ci aiuterà a chiedere il giusto psicofarmaco al pediatra di fiducia. I turisti persi a Firenze (??? non mi ricordo bene dove) perché i numeri sono rossi e neri: beati i daltonici che forse saranno gli unici a guardarsi attorno mentre gli altri saranno persi nei GPS che impazziti li condurranno dritti contro un palo. Un intermezzo sulla mafia e sui brogli elettorali che sarebbe stato notato solo in moviola aggancia la notizia sulla pericolosità dei giochi al luna park. Immagini terribili devo dire e tragedia quella della signora ma forse lo sapevamo già (secondo me un omicidio di mafia si trovava pure). L’auto che si guida con gli occhi è una news super attuale, sarà prodotta da domani a condizione che Calderoli semplifichi le minigonne delle signorine, altrimenti sai che incidenti a causa di distrazioni oculistiche! Il poni più piccolo del mondo è una perla. Il poni NANO, una satira al nostro premier per dire che, dopotutto, anche piccolo è bello, amoroso e affettuoso. L’esposizione della Sindone da la pillola a tutti i vari fedeli spettatori così da evitare crisi di astinenza da cattolicesimo (da noi servono tre pillole al giorno, durante i pasti, sui vari canali, neanche dal farmacista). Mi dimenticavo della posta email certificata, che salverà tutti noi dalle trappole burocratiche che il federalismo porterà. Presto l’antispam dal ministero che impedirà a posta ‘rossa’ di raggiungere il nostro account.
TG 1 delle 20.00, lunedì 27 aprile. Un’opera d’arte.
A presto
Federico
Middendelfland: il coraggio per il verde a due passi da Amsterdam
InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 25, 2010 a 10:10 amStamattina mi sono svegliato con un sogno. Che anche in Italia trovassimo il coraggio di creare una piccola Middendelfland. Middendelfland non è una wonderland. E’ un comune di circa 62 km2, nato nel 2005 dalla fusione di tre altre municipalità, localizzato nell’ala sud del Randstad, il cuore dei pesi bassi nel quale si trovano le 4 più grandi città del paese, Amsterdam, L’Aia, Rotterdam e Utrecht. A circa 1 ora e mezza a Sud di Amsterdam, e compresso tra L’Aia e Rotterdam, il comune di Middendelfland si sviluppa appena a sud di Delft, una cittadina carinissima famosa per la sua Maiolica (porcellana). Middendelfland è perfetta per una gita giornaliera per coloro che visitano Amsterdam, ma non ne sto parlando per questo motivo.
Osservando il comune da googlemaps emerge immediatamente la sua particolarità. E’ una macchia verde, un piccolo giardino circondato da urbanizzazione. L’AIA e Rotterdam rimangono due città separate perché questo spazio verde ne segna la discontinuità, ne fissa i limiti. Non c’è bisogno di dirlo, questo territorio è sotto una pressione tremenda, creata dallo sviluppo urbano delle due grandi città e dalla mancanza assoluta di spazio per edificare nel Randstad. La regione è una delle più dense del mondo e, nonostante l’olanda, con le sue regole, sia riuscita a proteggere le aree ‘libere’, il ‘cuore verde’ (green heart è l’appellativo dato dagli urbanisti al grande spazio verde tra le quattro grandi città) è sempre più precario. Lo sviluppo economico della regione è galoppante, i costi fondiari sono sempre più elevati, rendendo lo spazio verde sempre più allettanti per i costruttori ed i comuni e rendendo troppo costoso per gli agricoltori continuare le loro attività. Una possibilità per questi ultimi vendere, creare un business con i loro possedimenti.
Middendelfland è però rimasta (pressoché) intatta, e verde come sempre, non solo grazie ad una buona dose di buon senso da parte degli amministratori locali ma soprattutto grazie ad una serie di condizioni giuridiche e politiche che vale la pena menzionare. Primo: nel 1958 il governo olandese crea le cosiddette Bufferzones. Sono aree verdi tracciate sulla carta, che separano le grandi città della regione. Middendelfland è già mezzo secolo fa segnalata come tale. I vantaggi della bufferzones non sono moltissimi. Non ci sono condizioni fiscali o giuridiche agevolate nè sistemi di governo dedicati, ma solo l’attenzione politica verso di esse e la decisione di impedire sviluppi di ‘alta densità’. L’efficacia di questo strumento è discutibile, case e serre sono state costruite ed il territorio si è sviluppato soprattutto in senso agricolo, molto intensivo. Di fatto non esiste natura, solo spazio agricolo e per ‘ricreazione’ (maneggi, canali per navigazione leggera, piste ciclabili).
Secondo: nel 1977, a seguito delle forti proteste civili degli ambientalisti nell’area, il governo vara il Reconstruictiewet. Si tratta di una eccezione legislativa che prevede il blocco totale della edificazione nell’area, l’elaborazione di regole e procedure urbanistiche precise e rigorose per qualsiasi trasformazione, la creazione di una commissione presieduta dalla provincia che ha potere decisionale diretto su ogni edificazione, tanti soldi per acquistare e riallocare i lotti agricoli per poi affittarli a canone agevolato agli agricoltori. Se guardate il tracciato della A4 tra L’Aia e Rotterdam vedrete che l’autostrada è amputata, esattamente perché questo provvedimento ne impediva il passaggio attraverso del territorio di Middendelfland. Grazie a questa ambiziosa e coraggiosa legge il verde di Delfland rimane intatto.
Terzo: nel 2005 il Reconstructiewet termina ma Rotterdam e L’Aia ancora spingono per urbanizzare. Cosa fare? Il governo (sempre lui), grazie ad un forte stimolo della neonata municipalità, adotta un approccio più pro-attivo. Non si fissano più paletti giuridici per chi vuole costruire ma si cerca di sviluppare una cultura della pianificazione del territorio che coinvolga direttamente le grandi città che circondano Delfland. L’obbiettivo è quello di creare una sintesi tra l’urbano ed il rurale nella provincia che possa ‘convincere’ Rotterdam e L’Aia dell’importanza economica e sociale di avere un vero e proprio ‘green front yard’ che le separi. Il compromesso è lo spazio ricreativo o la peri-urbanizzazione. Di fatto, si crea una striscia di spazi ricreativi, non agricoli, a ridosso dei confini delle città che crei un buffer, un cuscinetto, tra lo spazio agricolo e naturale e quello urbano. Il valore degli edifici nella periferia di Rotterdam, per esempio, saranno rinvigoriti dalla vicinanza di questi spazi verdi, che ospitano maneggi, campi da golf, piste ciclabili, piccoli zoo e giochi per bambini. Amministrativamente, molte responsabilità sono ora delegate ad un’associazione di comuni, a base volontaria, che si occupa specificatamente della pianificazione delle aree verdi, sostenendo la provincia (una sorta di comunità montana se volgiamo forzare un esempio).
La storia di Middendelfland mostra la voglia di un’area verde di resistere alla urbanizzazione. Le sue molteplici trasformazioni per rimanere comunque nell’agenda politica locale nazionale. La volontà politica di un governo che (spesso per pressioni politiche) decide di non fare profitto su un’area la cui terra vale oro.
Saluti
Federico
Antanas Mockus e Bogotà: sulla cultura, legge e morale.
InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 19, 2010 a 8:56 pmCari amici
Non molti conosco Antanas Mockus. Neanche io fino a ieri sera. Vi consiglio di guardare questo documentario:
Bogotà: fine anni ottanta. Una città in degrado. Strade criminali, pericolose. Incidenti stradali, un livello di insicurezza percepita e reale altissimo. Una società frammentata, una città sporca senza regole, ne stradali ne civili. Una realtà da terzo mondo. Questo il punto di partenza dell’avventura politica ritratta ottimamente dal documentario. Una fotografia veloce che, a tratti, ricorda la spazzatura a Napoli, i ripetuti assassini stradali nelle strade d’Italia, l’insicurezza sbandierata dai Leghisti e il disordine socio-culturale che, a volte, sembra pervadere anche il nostro paese. Il film racconta però una storia a lieto fine, in cui la buona politica trasforma lo spazio e la società. Viste le similitudini, forse un po’ forzate, cercherò di trarre delle lezioni, di politica.
La politica che trasforma è quella nuova, dei volti nuovi, che di politica ne hanno fatta poca nella loro vita. Degli intellettuali, se vogliamo, che decidono di segnare una discontinuità con la politica dei partiti, che seppur innovativa, rimane ancorata alle ortodossie della gerarchia interna e agli anacronismi delle ideologie. La politica trasforma anche lo spazio. La città, come luogo di vita e di produzione, contiene il potere, e le decisioni che da esso scaturiscono. Gli uomini al potere disegnano e costruiscono lo spazio in cui viviamo, e così facendo influenzano il nostro modo di vita, il nostro benessere. La politica buona è quella degli spazi pubblici, della città che respira e che restituisce il territorio alla cittadinanza, che ne può fare un uso libero. I servizi sociali dove non ce ne sono e le biblioteche che diventano motori di cultura.
La cosa che più mi ha interessato però è la teoria che Antanas Mockus esprime in una conferenza stampa dopo la sua elezione (terzo frammento su youtube). La frammentazione sociale, dalla quale scaturiscono insicurezza e violenza quotidiana, è la conseguenza di uno scollamento tra cultura, legge e morale. Queste parole contengono un mondo. E secondo me si adattano naturalmente anche a casi come quello italiano. La nostra società non sembra riuscire a creare una continuità coerente tra la sua cultura, le leggi che produce e la morale che governa. La prima esprime i valori tipici di una società, il modo in cui tutti noi interpretiamo continuamente ciò che è giusto o sbagliato, ciò che è bello e brutto. La seconda è la struttura legislativa che sanziona o incentiva determinati comportamenti e che agisce tramite strumenti artificiali, come le istituzioni (esecutive e legislative per esempio) e l’uso legittimo della forza (polizia e carabinieri ed es.). La terza guida i comportamenti individuali e collettivi. Ciò che per esempio spinge ogni individuo a non uccidere o a non rubare.
Spesso accade che nonostante una cultura esprima valori importanti come l’altruismo, la famiglia, la solidarietà verso il prossimo (etc.), i nostri comportamenti non esprimono valori morali analoghi. Breve e semplice: sappiamo che passare con il rosso è sbagliato ma se abbiamo fretta (o siamo ubriachi) passiamo ugualmente. Come potrete immaginare, la legge non riesce con facilità ad influire sui valori morali, pur riflettendo una determinata cultura. Antanas Mockus agisce sulla moralità, consapevole che la cultura colombiana possiede le fondamenta per una convivenza civile e consapevole che una pura riforma legislativa (magari in senso ancora più punitivo) non avrebbe alcun effetto. Opera sulla moralità, sul fatto che la morale è ciò che va appreso vivendo assieme, e che ogni cittadino a volte gioca il ruolo di ‘moralizzatore’. E ci riesce.
Come concludere: il nostro governo non è nuovo. Il nostro governo non investe nello spazio di vita (il quartiere, l’edilizia residenziale pubblica, le aree verdi etc.) per risolvere problemi come la criminalità e l’insicurezza. Il nostro governo è ancora e troppo partitico. Il nostro governo opera sulle leggi, rinforzando la nostra cultura (ok) ma non agendo sulla morale. Anzi, sembra mostrarne una sbagliata, basata sull’apparire, desideri materiali e la legge del più furbo. Il nostro governo non sembra adottare politiche innovative, interattive. Il nostro governo non sembra avere un progetto a lungo termine, una visione sulla moralità, invece che una visione sulla ‘elettoralità’ delle riforme.
A presto
Federico
Le elezioni spiegate a mio padre
InPolitica&Società - Politics&Society su aprile 19, 2010 a 8:59 amÈ passato un po’ di tempo da queste strane elezioni regonali che Federico ha cercato di spiegare a “suo figlio”. Forse adesso si può fare una riflessione generale, per quanto in realtà non si debba esagerare colle generalizzazioni. In fondo se per pochi voti il Piemonte avesse rieletto la Bresso adesso parleremmo di una sconfitta del Pdl e forse anche di una sconfitta della Lega con un tabellone fermo sull’otto a cinque. Però provare a trarre delle conclusioni un po’ più ampie dei singoli casi muncipali secondo me è legittimo e forse anche utile.
In questo post vorrei ampliare un po’ il quadro di riferimento della nostra generalizzazione. Non voglio spiegare queste elezioni in termini semplici al figlio di Federico che sarà un bambino poliglotto e internazionale, ma a mio padre che parla solo l’italiano, è esposto soltanto ai media italiani e concepisce ancora le elezioni in una chiave nazionale e in base a vecchie categorie come destra sinistra democristiani e socialisti etc. A mio padre voglio raccontare la situazione a partire dalla constatazione che l’Italia non è un paese isolato e immutabile sperso nella tempesta della globalizzazione.
Se partiamo dal dato di fatto più eclatante delle ultime elezioni, la vittoria della Lega, possiamo tentare un’analisi diversa. Che la Lega si sia rafforzata, mi pare innegabile. Ma perché? A livello generale, perché la Lega sembra offrire soluzioni semplici ai grandi problemi. Ma non è la semplicità a costituire la forza delle proposte della Lega, bensì la loro praticabilità apparente. Le proposte della Lega sono ‘a portata di mano’, mostrano la sbandierata vicinanza fra governanti e governati, sembra che una volta presa una decisione poi le cose si possano fare. La Lega risponde ad un’esigenza fondamentale per ogni governo: la corrispondenza fra le decisioni prese e l’ambito delle azioni possibili.
Quando Aristotele discute la deliberazione, precisa che si può deliberare solo sulle cose che si possono effettivamente influenzare. Non si può deliberare sul corso delle stelle o sul compartemento di un dio, perché queste sono cose al di fuori del nostro raggio di azione. Al contrario degli altri partiti, la Lega sembra preoccuparsi di riportare i problemi all’interno del nostro raggio di azione, nell’ambito di ciò su cui possiamo deliberare: immigrazione, globalizzazione, ogm, tutto è alla nostra portata, su tutto possiamo decidere.
Anche Berlusconi dava un po’ l’illusione di poter governare i macrofenomeni da Palazzo Chigi, ma in un modo diverso. Berlusconi sembrava poter muovere il corso delle stelle perché era un titano della televisione (e si sa che stelle e televisione hanno ormai un rapporto stretto). Dopo anni di governo, l’illusione si è un po’ spenta. La Lega invece opera diversamente. Dove gli altri parlano di ‘immigrazione’, un fenomeno complesso che si governa su più livelli (e il livello più importante è sempre quello per cui non ci sono elezioni, l’unione europea, l’onu, la comunità internazionale…), la Lega dice: i fenomeni si governano o si dovrebbero governare qui dove siamo noi, per alzata di mano come nei cantoni svizzeri.
Al fondo di quest’atteggiamento c’è un’oscura percezione dell’impotenza dello stato nazionale, del fatto che ormai gli stati nazionali (l’Italia come la Grecia) sono troppo piccoli per deliberare sui grandi fenomeni e troppo grandi per affrontare la quotidianità. Di fronte alle dimensioni del commercio globale e alle migrazioni che trasformano il mondo, l’Italia è piccola come Aristotele di fronte al corso delle stelle. Di fronte al problema dei commercianti cinesi che scaricano e caricano a tutte le ore, il governo italiano è troppo lontano per essere utile. Berlusconi ha affrontato il problema a modo suo chiedendo più poteri per il governo, cioè per se stesso; la Lega invece ha più fiducia nella democrazia e pretenderebbe affrontare macro e microfenomeni a livello locale, fra gente che si capisce perché parla lo stesso dialetto.
Ma tutto questo non è un fenomeno italiano. Le elezioni locali olandesi ripropongono gli stessi problemi. Il partito che ne esce acclamato vincitore, il PVV, in fondo ripropone su scala olandese ricette leghiste: il potere alla comunità locale (l’Olanda è poco più grande della Lombardia). Le campagne olandesi che hanno votato in massa per il PVV voglio riprendersi direttamente il potere deliberativo contro l’incapacità dei cristianodemocratici di incidere sulla realtà quotidiana dopo centocinquant’anni di governo pressoché ininterrotto. L’altro partito che è uscito rafforzato dalle elezioni, il D66, è il partito di coloro che stanno accettando la fine della sovranità nazionale e che cercano soluzioni in parte tecnocratiche (è il partito degli economisti socialliberali), in parte istituzionali, come il rafforzamento della democrazia europea, all’impossibilità di governare localmente i macrofenomeni.
In qualche modo, perfino le elezioni politiche che si svolgono adesso in Gran Bretagna mostrano un quadro simile, con i Conservatori (che certo non sono leghisti) che dicono di credere nella società e nell’azione diretta e i Liberaldemocratici che guadagnano punti (nei sondaggi) e credono nell’Europa (almeno a parole).
Il problema è dunque europeo, un problema di definizione del livello a cui affrontare i fenomeni e un problema di democrazia e delle sue istituzioni. Allora forse anche le soluzioni, se esistono, dovrebbero essere europee.
…tu che ne sai, l’hai vista mai?
InCostume&Società - Customs&Society, Recensioni e Cinema su aprile 17, 2010 a 3:50 pmE’ un’anacronistico viaggio tra i monti lucani il nuovo di film di Rocco Pappaleo, che presenta la sua Basilicata con l’amore di chi solo chi ci è nato può. Quattro musicisti strampalati si mettono in cammino attraversando la Basilicata da costa a costa –dallo ionio all’adriatico- per partecipare alla Scanzonissima, gara musicale di Scanzano Ionico. E’ un viaggio di un’ora di macchina, ma per farlo a piedi ci vorranno dieci giorni,nei quali i protagonisti avranno modo di analizzare le loro vite e di fare scelte importanti. Alessandro Gassman, nel film Rocco, interpreta la parte dell’attore di grande successo che lavora a Roma, mentre invece non riceve una parte da due anni, è di Max Gazzè, muto per tutto il film come un pesce, la canzone di chiusura nonché estratto dal suo nuovo cd Mentre dormi. Pappaleo, per la prima volta nei panni di regista è il preside della scuola di Maratea con la passione per la musica, Salvatore invece,alla chitarra, è uno studente di medicina che ha dimenticato di laurearsi e di innamorarsi, ma che durante il viaggio riuscirà a superare i suoi limiti e a salvare la vita ad un automobilista. Ai quattro si unirà poi una depressa giornalista bene interpretata da Giovanna Mezzogiorno che dovrà seguirli e riprenderli durante le loro peregrinazioni. Nel viaggio accadranno le più svariate vicissitudini che avranno come sfondo una regione abbandonata, povera, vecchia, bella. Dove neanche la mafia ha nessun interesse. Il viaggio si conclude davanti la piazza di Scanzano, dove l’esibizione è finita da ore. Superata la sconfitta iniziale,il gruppo inizia a suonare e cantare la loro migliore e più emblematica canzone: Basilicata on my mind…
Commedia divertente,picaresca,leggera e semplice che fa venir voglia di attraversare il mondo a piedi.
L.S.
La politica dello scarica barile: il bisogno di ‘allargare’ la maggioranza.
InPolitica&Società - Politics&Society su aprile 12, 2010 a 7:32 pmCari Amici
un articoletto veloce, che fra pochi minuti mi dovrò occupare di creare un dominio del Social Mirror e non ne so proprio nulla..
TG3 delle 19,00. E’ il 12 Aprile 2010 ma potrebbe essere un qualsiasi giorno (feriale) di qui a 3 anni fa (ma anche 15 direi).Vedo Berlusconi, Fini, Schifani & Co che affermano come le riforme dovrebbero essere condotte a larghe maggioranze. La frase è la stessa, e la più mediatizzata. Le riforme, quelle importanti (chi sceglie le più urgenti ed importanti non si sa) devono essere sostenute da un consenso ampio all’interno delle camere, organi legislativi del nostro paese. Tuttavia penso: fino a questo momento questa maggioranza non sembra essere stata raggiunta, le polemiche continuano incessanti e con il medesimo tono e di riforme strutturali se ne vedono poche. Secondo punto: ognuna delle parti accusa costantemente l’altra di non essere ‘aperta’, di non mostrare volontà di compromesso, di irrigidirsi in un pro-contro Berlusconi e/o di perseguire una politica ideologica e poco pragmatica. Una sorta di scarica barile politico.
Ma cosa vuol dire una larga maggioranza? Alcuni potrebbero argomentare, legittimamente, che il sistema democratico basato sul ‘potere’ della maggioranza consente alle maggioranze parlamentari di decidere sulle varie questioni di interesse nazionale. Dopotutto, la maggioranza servirebbe a questo: a permettere che tra i due litiganti il più votato gode…Beh, questo principio (che viene puntualmente chiamato in causa dal nostro premier ogni qualvolta viene messo in discussione) non è cosi semplice da applicare direi. Questi i motivi secondo me:
1) semplice e chiaro a tutti: se i votanti del nostro paese sono 100 e 56 votano a destra, ce ne sono comunque altri 44 che hanno idee diverse. Spesso, rispecchiano categorie sociali che hanno anche bisogni diversi. I 44 di sinistra lavorano, pagano le tasse e come tutti gli altri hanno diritto ad un apparato amministrativo che ‘lavori per loro’. La maggioranza di governo, in questo senso, è il governo di tutti i cittadini. Questo principio sta alla base del valore etico e civile della politica. Il governo deve considerare le istanze nella loro complessità, per quanto possibile.
2) In un regime di divisione dei poteri, il cosiddetto potere della maggioranza è quello esecutivo. In sostanza, il potere legislativo ancora rimane al parlamento, entro il quale i raggruppamenti politici possono cambiare da voto a voto. Questo è successo in molti casi. Se il potere esecutivo pone questioni di fiducia incessantemente pone in una sorta di ‘ostaggio’ il potere legislativo. Dopo aver votato, i vari equilibri partitici si traducono in un governo (con ministri e primo ministro). Li risiede la maggioranza.
3) Per chi controbatte affermando che la maggioranza non dovrebbe limitarsi semplicemente al potere esecutivo risponderei che avere controllo sull’esecutivo non è un vantaggio da poco. L’esecutivo fissa l’agenda politica (in cooperazione con il presidente della camera che fissa l’ordine del giorno) e stabilisce le priorità sulle quali legiferare. Il potere legislativo, nonostante possa fare pressione in vari modi, è comunque relativamente limitato ad operare entro i limiti fissati ‘dalla maggioranza’.
Concludo con un messaggio. La politica dello scarica barile, quella di coloro che accusano gli altri di non aprirsi al confronto, è una politica infantile che non risponde ne al suo dovere civile ne al suo dovere amministrativo. Una politica che non ‘fa politica’, nel senso di creare consenso e compromessi, è una politica non democratica, un modo di fare politica che appartiene a sistemi diversi, nei quali il pluralismo non è garantito.
Un saluto
Federico
Dopo la rivoluzione dei tulipani, la rivoluzione di Rosa?
InTerritorio&Società - Territory&Society su aprile 9, 2010 a 10:00 amIl Kirghisistan (o Kirghizstan) non è un grande paese, né vi sono rilevanti interessi economici italiani (salvo alcuni di dubbia natura). Per questo non è sorprendente che i media italiani abbiano pressoché ignorato quello che avviene in Kirghisistan in questi giorni. Il Kirghisistan era la più povera delle repubbliche dell’Unione Sovietica e nel 1991 è diventato indipendente, un piccolo stato di circa 4 000 000 di abitanti al margine orientale delle grandi steppe kazake. Il paese è prevalentemente montuoso, con picchi sopra i 7000 metri che lo separano dal deserto occidentale della Cina (dove l’anno scorso si sono ribellati gli uiguri). La capitale, Bishkek, è stata costruita dai sovietici nella pianura ai confini col Kazakistan e ha bei viali alberati che si incrociano perpendicolarmente fra orribili condomini sovietici e palazzi amministrativi. Le altre zone di pianura son la valle di Ferghana, ai confini occidentali del paese (con l’Uzbekistan) dove i fondamentalisti islamici provenienti dal Tagikistan facevano le loro incursioni, e la valle di Talas.
Proprio dalla valle di Talas è partita una rivolta che si è poi estesa a tutto il paese ed ha portato alla fuga del presidente Kurmanbek Bakiev e alla costituzione di un governo provvisorio presieduto dalla leader dell’opposizione, Roza Otumbaeva. La situazione è ancora confusa. Bakiev non si è dimesso e lancia proclami infuocati da Jalal al Abad, la cittadina dove si è rifugiato. Il governo provvisorio non è riuscito a ripristinare l’ordine e la capitale è in preda ai saccheggi con decine e decine di morti.
Noi europei siamo abituati a vedere questi episodi con l’occhio un po’ divertito di chi assiste all’ennesima rivoluzione nella repubblica delle banane. Bakiev era arrivato al potere con la “rivoluzione dei tulipani” nel 2005. Aveva deposto il precedente presidente Akaev promettendo la fine della corruzione, ma in realtà si era rivelato peggiore del predecessore. Negli anni di Bakiev l’opposizione era stata repressa duramente con arresti e censura. come e peggio che sotto Akaev, ma sopratutto il nuovo presidente si era mostrato più corrotto ancora del predecessore, regalando imprese di stato a parenti ed amici, rubando a mani basse dai conti dello stato etc. etc. (ma c’è anche un ruolo per l’Italia, in questo malaffare, visto che il consigliere economico di Bakiev era russo-americano Evgenij Gurevitch, coinvolto nell’affare Ebiscom-Telecom Italia Sparkle). Sarebbe facile pronosticare che la nuova dirigenza kirghisa, appena assicuratasi il potere, si comporterà come Bakiev.
Tuttavia dovremmo sfuggire l’idea di una rivoluzione ciclica e un po’ buffa che in fondo non ha importanza per noi europei. Non solo perché, come nel 2005, anche la rivolta di oggi è stata cruenta (almeno 76 i morti). ma anche perché nel paese sono all’opera tensioni importanti che non dovremmo sottovalutare. Esiste la tensione fra Stati Uniti e Russia, che hanno entrambi basi militari nel paese (e quella Stati Unitense è un’importante retrovia della guerra in Afghanistan). Esiste il gioco, che sfugge a noi europei, che giocano India, Cina e Pakistan. Esiste il problema degli integralisti islamici, foraggiati dall’esterno e che trovano facile alimento nelle contraddizioni interne del paese. È vero infatti che l’Arabia Saudita finanzia tristi moschee un po’ ovunque nel paese, ma è anche vero che l’establishment della capitale non dimostra molto interesse per le province (e non è un caso che la rivolta sia partita da Talas).
Le contraddizioni interne del paese non sono meno importanti. Ne ricordo solo alcune. Il bilancio dello stato è garantito pressoché esclusivamente dalla compagnia aurifera Kumtor, la quale da sola costituisce un elemento fondamentale della vita politica kirghisa. La capitale, relativamente ricca, dove circolano possenti fuoristrada di membri del governo e funzionari stranieri, non ha nulla a che vedere con le province, dove la gente si muove a cavallo e vive nelle tende di feltro. Infine una potenziale questione è data dalla componente etnica colle differenze fra russi e kirghisi.
Tutto questo fa sì che la situazione non sia ciclica, ma in evoluzione. Il problema è: fino a quando potremo ignorare, come europei, l’evoluzione di questa situazione (che poi è simile a quella dei paesi vicini), prima che l’intera area evolva in modo pericoloso magari in stile afgano, o prima che i cinesi s’impadroniscano del paese?


