Since 2010

Archive for marzo 2010|Monthly archive page

Elezioni Regionali 2010: i risultati spiegati ‘a mio figlio’.

InPolitica&Società - Politics&Society, Territorio&Società - Territory&Society su marzo 29, 2010 a 8:51 pm

Cari cari amici

voglio proporvi una riflessione tutta personale e ‘poco rifinita’ di queste elezioni regionali. Sono consapevole che un’analisi più approfondita può essere fatta solo domani, dopo aver riflettuto un pò sulla questione e dopo aver letto le opinioni degli esperti. Tuttavia, voglio cercare di essere uno dei primi a commentare a caldo la situazione, un po’ sulla linea del mio precedente articolo, un pò sulla base dei miei sentimenti (elettorali) in questo periodo.

Per chi non avesse voglia di leggere tanti siti, di approfondire un tema che dopotutto non è stato approfondito neanche prima delle votazioni, riassumo i risultati più interessanti. Badate bene, possiamo proiettare e parlare molto sulla questione ma i risultati interessanti questi sono:

1) la sinistra perde quattro regioni.

2) un elettore su tre non è andato a votare.

3) i voti si distribuiscono tra tre grandi partiti fondamentalmente: PdL, Pd, Lega con due partiti che rimangono ‘allacciati’ al carro, IdV e UDC

4) Vendola vince in Puglia (vi spiego perché importante).

Questi i risultati. Vi voglio dare la mia per ognuno di questi. La prima e l’ultima sono combinate: la sinistra perde tre regioni? perché purtroppo non esiste. Vendola vince? perché forse sembra di sinistra. Se tralasciamo il cosiddetto cuore rosso dell’Italia (Umbria, Toscana, MArche ed Emilia Romagna) allora rimangono poche regioni dove la sinistra deve presentarsi con forza, dove rischia di perdere la competizione. E purtroppo ha perso in tutte. L’unica eccezione è appunto quella della puglia, nella quale Vendola è riuscito a proporre una immagine coerente e ‘chiara’ di se, incarnando nella sua figura un programma (se non una ideologia). Guarda caso, quello che con mezzi leciti ed illeciti, politici ed imprenditoriali sta facendo il nostro premier. La lega invade il Piemonte? beh, perché appunto, è un partito del nord che assume una linea chiara (e ben comprensibile alle masse). La Campania?? beh, dopo lo scandalo dei rifiuti proprio mal gestito da Bassolino (e oserei dire da tutto il suo partito che ha discusso per mesi sulla sua stabilità) e opportunisticamente gestito dal Premier, il risultato non mi stupisce. Il Lazio è interessante, diciamo che ho i miei dubbi e che se non ci fosse stato lo scandalo liste la cosa si sarebbe risolta in modo peggiore per Bonino.

Un elettore su tre non va a votare? beh, il risultato di una campagna che secondo me ha fatto di tutto per dimostrare che le regole democratica, e ivi comprese quelle elettorali, sono una invenzione. Abbiamo assistito alla delegittimazione di un sistema intero, che va dai partiti (con il partrito-uomo in Berlusconi), alla magistratura (il cancro), alla televisione (i talk show faziosi). Il voto non è stato esente da questo. Chi ha votato ha votato per i partiti più grandi?? beh, certo, se le facce sono sempre le stesse, gli altri non li si conosce neanche. Abbiamo un risultato che dimostra come il votante non va altro che questo ragionamento in cabina “voto lega? se no (perché non razzista o particolarmente preoccupato di immigrazione): voto berlusca o voto qualcun altro? se voto berlusca voto PdL, se voto qualcun altro: voto centro? se no: voto IdV?  la cui risposta è: no sennò il mio voto è sprecato tanto Di Pietro non sa governare e questo non è neanche il suo ruolo. Allora voto PD? e si, rimane questo. Diciamo che ho generalizzato, ma che quei 4-5 milioni di indecisi fanno un ragionamento di questo tipo. Messa semplicemente, la scelta è a cascata e per esclusione. Questo porta automaticamente ad una concentrazione di voti sui ‘carri più grandi’.  condividete?

Cmq, spero riusciremo a scrivere almeno un altro articoletto, magari più ponderato, su questa questione così interessante ed importante.

Buona notte

Fede

Elezioni regionali: per cosa votiamo?

InPolitica&Società - Politics&Society su marzo 27, 2010 a 6:12 pm

Cari Amici

Domani e dopodomani votate. Io no purtroppo. Questa campagna elettorale, e tutto ciò che ne sta attorno, è stato uno spettacolo avvilente e sono convinto che nessuno toglierà il caro amico Spacca dalla sua ‘poltronetta’ alla regione Marche. Dopotutto governa una popolazione di circa un milione e mezzo di individui, tra cui me, che nell’ambito del contesto geopolitico del paese contano pochino. Voglio comunque partecipare con voi a questo momento ‘solenne’ della democrazia del nostro paese.

In Italia, le elezioni regionali (anche quelle amministrative, ma in modo diverso) sono molto importanti. Più importanti di quelle nazionali oserei dire. Ovviamente con le dovute precauzioni. Nonostante si parli di federalismo, e di come non lo si sta attuando, dagli anni ottanta l’Italia, è un paese ‘semi-federale’, in cui le materia di competenza regionale sono numerose, ben chiare e soprattutto definite nella costituzione. Il governo nazionale, di fatto, governa su tutto ciò che non è possibile governare a livello decentrato. Il principio della sussidiarietà stabilisce che l’erogazione di servizi a persone e imprese deve essere garantita dal livello di governo più ‘vicino’ all’utente finale. Se un marchigiano, per esempio, ha bisogno di assistenza sanitaria o di un parcheggio sotto casa, i livelli più consoni per l’erogazione di quei servizi sono quelli regionale e comunale. Il messaggio è semplice e chiaro: i nostri ministri conoscono poco nulla delle esigenze specifiche del territorio e forse non sono mai stati a Jesi o (raramente) nella mia Regione; poco possono sapere della viabilità locale o della composizione demografica della popolazione che pesa sul servizio sanitario. Di conseguenza, una gestione più efficace del servizio può essere garantita solo a livello decentrato. Lo stato, invece, ha il ruolo altrettanto importante di evitare che il principio di sussidiarietà si trasformi in un meccanismo di frammentazione territoriale. L’amministrazione nazionale deve in un certo senso garantire che, nonostante le aziende sanitarie e le strade sono gestite dalle regioni e dai comuni, tutti i comuni di Italia abbiano di fatto un accesso a servizi sanitari di ‘buona qualità’ (o che i comuni abbiano di fatto soldi sufficienti per rifare le strade). L’ho messa in modo semplice ma spero il messaggio sia stato colto.

Cosa stiamo per votare quindi? Certo, il nostro governo, egoista e vanitoso, non fa altro che dirigere i riflettori verso se stesso, nascondendo agli elettori i temi specifici per cui voteranno in questa tornata. Eccoli qui, direttamente dai siti ufficiali. AGRICOLTURA E FORESTE, ASSISTENZA SOCIALE, TURISMO, CACCIA E PESCA, COMMERCIO (ad eccezione del commercio estero), INDUSTRIA, ARTIGIANATO, FIERE E MERCATI, TRASPORTI E NAVIGAZIONE (escluse le grandi reti di trasporto e navigazione), OPERE PUBBLICHE, EDILIZIA (aggiungerei anche l’importanza della pianificazione strategica), LAVORO (escluso tutela e sicurezza del lavoro), ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE, MINIERE E CAVE, ACQUE MINERALI, POLIZIA AMMINISTRATIVA LOCALE, SANZIONI AMMINISTRATIVE, COOPERAZIONE SOCIALE. Non aggiungo quelle provinciali, tra le quali le opere relative alla produzione di energia elettrica da fonti energetiche rinnovabili.

Cari amici, dobbiamo renderci conto che i consigli regionali che andremo a comporre avranno effettivo potere decisionale su queste materie. Ovviamente, lo Stato ed il Parlamento legiferano su queste questioni, più o meno indirettamente, che di fatto sono definite piuttosto vagamente. La contrattazione collettiva sul lavoro è infatti condotta a livello nazionale, per esempio. Tuttavia, in molti casi, lo Stato centrale ha come unica facoltà quella di dare linee guida che garantiscano poi la redistribuzione della ricchezza e una distribuzione omogenea dei servizi sul territorio. In molte materie quindi, le Regioni sono di fatto gli organi che definiscono ed organizzano la gestione del servizio. La pianificazione territoriale (e tutto ciò ad essa collegata, come la tutela dell’ambiente o delle coste) è un esempio di come le regioni decidano sul governo del territorio, in cooperazione con i comuni (si spera) sulla base di direttive (normativa urbanistica) spesso stabilite a livello centrale. Il piano casa è stato un esempio concreto di una linea guida nazionale che doveva essere approvata dalle regioni.

Vi prego quindi di votare con saggezza, non pensando esclusivamente alle solite questioni universali (ed altrettanto importanti) come l’eutanasia, l’aborto, o la riforma della giustizia. Qui si tratta di decidere su materie legate ai nostri territori, come la collocazione di impianti nucleari, la gestione del patrimonio ambientale o i sussidi per l’energia pulita. No ci facciamo imbambolare dalla solita retorica nazionale e nazionalistica, spesso lontana dai nostri problemi quotidiani di cittadini. Sia ben chiaro che questo monito è trasversale tra destra e sinistra.

A presto

Fede

Una (banale) proposta per il cambiamento

InPolitica&Società - Politics&Society su marzo 26, 2010 a 1:40 am

Scrivo questo post di getto e senza pensare più di tanto alla teoria politica o sociale. Non siamo sempre forzati a salire sulle spalle dei giganti. Qualche volta basta solo guardarsi intorno per avere delle idee, magari sconnesse,  per rendersi conto della necessità di dare a esse una forma che possa essere comunicata. Ma vengo al punto.

Sono convinto che il cambiamento parta dal basso e senza organizzazione. Se assumiamo che siamo, prima di tutto, individui e poi società, allora dobbiamo anche riflettere sul fatto che siamo prima agenti individuali e successivamente  agenti collettivi. In due parole, dobbiamo osservare prima noi stessi, quello che pensiamo e, di conseguenza, facciamo tutti i giorni in quanto individui stessi, e poi ciò che ci sta attorno. Quello che sto per introdurre è la necessità di una presa di coscienza del fatto che sia necessario, per cambiare la realtà esistente, cambiare il nostro comportamento e metterlo in linea con il pensiero che ogni giorno esprimiamo. Senza aspettare che lo facciano altri, senza dover sempre avere un esempio da seguire o uno stimolo a cui essere sottoposti.

Ho spesso l’impressione che le persone abbiano una visione del mondo ben formulata, ma che spesso questa non venga seguita in maniera concreta. Mi spiego. Credo che ci sia il bisogno di una “militanza quotidiana”. Fatta di gesti, piccoli, che abbiano significato, che non si pieghino alla convenienza, che mantengano una coerenza con quello che pensiamo e esprimiamo. Non sto rivendicando un purismo. Neanche il fatto che non bisogna accettare i compromessi. Sto affermando la necessità che noi, in quanto cittadini, dobbiamo, se vogliamo cambiare la nostra società, essere sempre attenti a come ci comportiamo. Questo, a mio parere, ha una conseguenza, in particolare per la sinistra. La conseguenza sta nel fatto che il concetto “sinistra” abbia perso i suoi contorni e corra il rischio che voglia significare cose troppe diverse. Mi capita spesso di sentire ottimi propositi, ma di non vedere mai le conseguenze di questi. E allora riprendiamo una “coscienza”, riaffermiamo il fatto che certi valori appartengono alla sua tradizione e reifichiamoli ogni giorno, nei nostri gesti.

Penso che il mio argomento non sia nuovo, ma penso allo stesso tempo che non dobbiamo perdere di vista la potenzialità del nostro agire. La disillusione scaturisce dall’impossibilità di osservare risultati concreti. Ma se questi risultati concreti sono impossibili da vedere perché non c’è nulla che li faccia scaturire? Allora la disillusione è provocata, paradossalmente, dall’impressione di fare qualcosa, mentre invece non facciamo nulla. Sono convinto che le cose si possano cambiare, ma se partiamo da noi stessi, senza aspettare che gli altri facciano qualcosa. Diamo noi l’esempio, noi cittadini, coloro i quali hanno a cuore le sorti della democrazia e del nostro paese. Siamo sempre attenti, tutti i giorni. Non facciamoci passare davanti agli occhi ciò che sappiamo non essere giusto. Altrimenti, forse, le ingiustizie saranno troppo grandi e a quel punto sarà difficile contrastarle.

Sostengo che dobbiamo essere sempre pronti a dimostrare di essere in grado di fare ciò che pensiamo. Quello di cui il nostro paese ha bisogno è una cittadinanza attiva, cosciente, onesta e responsabile. Qualcuno direbbe che ci vuole soltanto del buon senso. Ma questo è troppo vago. Voglio pensare che per tornare a essere un paese “normale” ci voglia soltanto un impegno quotidiano che so bene essere dispendioso, stancante e faticoso, ma è ciò che una cittadinanza “adulta” deve fare, se ci tiene alle sorti del paese in cui vive. Dobbiamo essere presenti e non dare mai l’impressione che siamo disposti a cedere. È forse questo che intendo per “militanza quotidiana”.

Mario

..e siccome è facile incontrarsi anche in una grande città

InCostume&Società - Customs&Society su marzo 24, 2010 a 9:38 pm

Dopo Facebook e Twitter, arriva l’iGroup, il nuovo social network che funziona sugli Smartphone.

iGroup è destinato alla creazione di gruppi fra utenti che si trovano nello stesso luogo (feste,conferenze,concerti).

Grazie alle coordinate GPS, gli utenti che si trovano nelle vicinanze potranno creare dei gruppi, scambiarsi informazioni o immagini durante o dopo l’evento.

La società assicura che tutte le informazioni personali verranno potette grazie ad un accurato sistema di protezione.

I vecchi social network si basano sulla concetto di ri-creare la rete di amicizie della vita reale,l’iGroup invece fa tutto da solo,crea dei gruppi di persone che stanno condividendo un luogo, un momento o un’esperienza.

L’iGroup rappresenterebbe un potenziale formidabile per promozione e marketing La prossimità spaziale degli utenti faciliterebbe la localizzazione di target ben definiti in base all’evento a cui stanno partecipando.

Si potrebbero così definire dei profili di interessi e di conseguenza offrire prodotti o servizi correlati.

L.S.

Le sanzioni all’Iran: un errore di prospettiva

InTerritorio&Società - Territory&Society su marzo 20, 2010 a 1:44 pm

(cari amici, un ottimo articolo gentilmente scritto da un caro amico omonimo).

L’idea di inasprire le sanzioni economiche all’Iran incontra un sempre più largo consenso internazionale. Perfino l’Italia e la Russia, che sono per tradizione i principali partner commerciali dell’Iran, sembrano ormai d’accordo colle proposte americane. Il ministro degli esteri italiano ha conseguentemente dichiarato che lo Stato cesserà di garantire attraverso la SACE gli affari delle imprese italiane in Iran, fra cui gli enormi investimenti dell’ENI nella produzione di gas naturale. Le motivazioni per l’embargo sono diverse, ma essenzialmente di due tipi e riguardano la politica estera e la politica interna dell’Iran. Per quel che riguarda la politica estera, la preoccupazione degli Stati favorevoli alle sanzioni è che l’Iran acquisisca tecnologia per costruire la bomba atomica. Le sanzioni non solo renderebbero più difficile, forse fino ad imperla, la realizzazione dell’atomica iraniana, ma dovrebbero punire il governo iraniano per i suoi tentativi e dissuaderlo dal continuarli. D’altro canto, le stesse sanzioni dovrebbero rendere difficile la vita ad un governo teocratico, non democratico, irresponsabile etc (questioni di politica interna iraniana).

Per valutare la ragionevolezza del ricorso alle sanzioni in questo caso, dovremmo valutare storicamente l’effettiva efficacia dimostrata da questo strumento nel corso del tempo. Chiaramente le sanzioni economiche discendono dalla pratica dell’assedio: si circonda una fortezza o una città in attesa che gli assediati si arrendano per fame oppure il tempo li indebolisca a sufficienza per poter sferrare un facile attacco. L’assedio tuttavia funzionava solo se gli assedianti riuscivano effettivamente ad impedire il rifornimento della città assediata. Altrimenti, l’esercito assediante si indeboliva almeno tanto quanto le forze degli assediati. Per molti anni, ad esempio, il duca di Parma assediò Anversa senza prenderla perché le navi zelandesi rifornivano la città, mentre le truppe del Parma si sfaldavano e disertavano. Il primo chiaro esempio di embargo è il blocco continentale napoleonico: chiudere l’Europa alle merci britanniche avrebbe ridotto gli inglesi a più miti consigli. Di fatto però il blocco continentale riusciva efficace solo come protezione doganale dalle merci britanniche, mentre l’Inghilterra continuava i suoi traffici coll’America e le colonie (e in pochi anni anche colla Russia, la Prussia etc).

In tempi più vicini a noi, compaiono le prime vere sanzioni economiche comminate da un’organizzazione internazionale: le sanzioni all’Italia di Mussolini per l’invasione dell’Abissinia. Ci sono pochi esempi di una politica così controproducente. Le sanzioni non impedirono agli italiani di conquistare l’Abissinia, rinsaldarono l’asse Roma-Berlino e rafforzarono il regime di Mussolini che si presentò agli italiani legittimato dalle necessità dell’autarchia. Si consideri poi il caso di Cuba e delle sanzioni americane contro l’isola. Mentre i gerarchi cubani commerciano con l’Europa, il Venezuela e la Russia e il popolo si arrabatta come può, l’isola è politicamente congelata dall’embargo. Discorsi analoghi si possono fare per l’Iraq e la Serbia, paesi dove il cambio di regime e di politica estera è stato reso possibile solo dalla rivoluzione interna o dall’invasione, non certo dalle sanzioni. Le sanzioni, in compenso, hanno garantito affari loschi ai politici di entrambi i paesi e a quelli di alcuni paesi occidentali (persone ricollegabili a Formigoni, ad esempio, hanno fatto grandi affari col programma oil for food in Iraq).

Le sanzioni non sembrano quindi avere alle spalle una storia di particolari successi. Del resto, già gli economisti del Settecento erano ben consapevoli che gli embarghi e i blocchi del commercio funzionano politicamente solo se l’area chiusa non può sopravvivere da sola. Si può assediare la città stato di Ginevra, ma non il regno di Francia. È questo il caso dell’Iran? Non sembra proprio. L’Iran che non trova in Occidente sbocchi per il suo petrolio e il suo gas, lo venderà altrove. L’Iran che non può comprare macchinari in Italia li comprerà altrove. Forse il paese acquisterà meno, oppure acquisterà beni più scadenti a prezzi più alti, ma siamo sicuri che non saranno i programmi nucleari a soffrire di più della generale compressione dei consumi, e che ci saranno sempre abbastanza manganelli per i pasdaran. I dignitari del governo iraniano usciranno solo rafforzati dalle sanzioni, padroni dei superstiti legami economici coll’estero e più ostili che mai al cosiddetto “Occidente”. Nel frattempo tutto questo ci sarà costato il nostro commercio e i nostri investimenti in Iran, e non parliamo di bruscolini.

Gli Europei dovrebbero finalmente rendersi conto che abbiamo tanto bisogno del resto del mondo quanto esso ne ha di noi. Smettiamola di sostenere le sanzioni americane. Le sanzioni sono controproducenti, non solo perché rafforzano regimi autoritari ed ostili, ma soprattutto perché ci danneggiano nei nostri interessi. Si dirà: qual è l’alternativa? Non ci sono ricette semplice e univoche, ma la soluzione migliore ce la indicano le immagini della caduta del muro di Berlino. Il temibile blocco orientale non aspettava altro che di venire all’Ovest, non da invasore ma da consumatore, studente, lavoratore, turista. Apriamo agli iraniani le nostre frontiere, facciamo venire gli studenti (come quando venivano gli oppositori dello scià) e i lavoratori, facilitiamo il commercio, favoriamo l’integrazione del paese nelle compagini internazionali. Forse non otterremo un Iran democratico e completamente pacifico in questo modo, ma abbiamo sicuramente più probabilità così che attraverso le sanzioni. Senza contare che nel frattempo, almeno, conserviamo i nostri commerci.

Federico

Vecchie storie

InCostume&Società - Customs&Society su marzo 18, 2010 a 6:55 pm

In quasi tutto il Piemonte, fino agli ’50 ognuno si coltivava il suo mais. Generazione dopo generazione si tramandavano le semenze da coltivare e così via…Le pannocchie erano lunghe, con 8 file di semi, di colori differenti a seconda della posizione geografica. Bianchi verso Torino, rossi nell’Astigiano, gialli verso la Langa.

Poi è arrivato il mais americano.

Pannocchie larghe il doppio, infinte file, più resistente, tutto giallo. Una resa duplicata per ogni ettaro. Tutti i contadini della zona iniziarono a piantarlo. Richiedeva solo dei fertilizzanti, alcuni trattamenti e nuove macchine. Ormai tutti coltivavano questo tipo di mais.

Tranne uno.

Nandino di Antignano. Quel mais li proprio non lo convinceva. Non era buono al gusto, non come il suo. Tutti gli dicevano che era matto, ma lui replicava: ” Io dell’uomo non mi fido mica tanto..mi fido più della natura”. Così fece la prova. Fece due mucchi di mais, uno con il suo e l’altro con quello americano, poi lasciò la scelta alle sue galline. Il risultato fu che il suo finì in cinque minuti,mentre l’altro restò lì per un mese. Le galline furono la sua prova del nove. Ed ebbero ragione. Il nuovo mais non si riproduce, ogni anno bisogna ricomprare i semi dalla stesso produttore. “Prima si seminava per mangiare e adesso si semina per dar da mangiare a quelli che vendono i semi.” Il nuovo chicco è piccolo, di un rosso innaturale che sembra velenoso, appena seminato vuole il diserbante e poi dei trattamenti mano a mano che cresce. Nandino invece ha sempre continuato a modo suo, a forza di letame di cavallo e distanziando le piante per farle prendere aria una dall’altra. E così il mais di Antignano si è salvato, uno dei pochi in Italia. Ai giorni nostri non è facile reperirlo, coltivato ormai da un’esigua minoranza di agricoltori. Sotto la guida e supervisione di Nandino, la Pro Loco di Antignano ha avviato – per il momento su un appezzamento di modeste dimensioni – la coltivazione di questa particolare varietà di mais, dalla quale si ottiene, con macinazione rigorosamente a pietra per conservarne le caratteristiche organolettiche, una farina dal sapore speciale e caratteristico.
Era detta “melia du Re”, forse perché cibo particolarmente apprezzato da Re Vittorio Emanuele II, robusto consumatore di polente e selvaggina.

L.S.

Un pò di storia non fa mai male

InPolitica&Società - Politics&Society su marzo 15, 2010 a 8:55 pm

Cito senza commenti….ogni riferimento a persone o cose è, nell’ambito di questo blog, puramente casuale.

‘Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.
Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare’.

Elsa Morante, Opere, vol. I, Mondadori (Meridiani), Milano 1988, L-LII

Furbacchioni, Berlusconi e manifestazioni: la politica del ‘guardie e ladri’

InPolitica&Società - Politics&Society su marzo 14, 2010 a 1:05 pm

Berlusconi ed i suoi cari amici governanti sono proprio proprio furbi. E’ chiaro a tutti. Nessuno come loro sarebbe ancora al governo, vincendo puntualmente ogni tornata elettorale se non avesse escogitato un piano mdetiatico-politico geniale ed elaborato. Mi fa quasi piacere, diciamo, sapere che dopotutto non parliamo di un’organizzazione (perchè Berlusconi è di fatto a capo di un’organizzazione governativa nella quale ogni individuo è un pezzo preciso all’interno di un complesso ingranaggio) sprovveduta che ci governa.  D’altro canto questo mi rende ancora più triste, sapendo che tante risorse, mediatiche, economiche e politiche vengono spese per interessi devianti e particolaristici, assolutamente estranei a tutto ciò che può riguardare una collettività (e quando parlo di collettività non parlo esclusivamente della maggioranza).

Questa è secondo me la sua strategia furbissima, che puntualmente si realizza ogni giorno. Ultimo caso esemplare la manifestazione della sinistra (delle sinistre) a Roma di ieri pomeriggio. Vi prego di tener presente che nonostante la mia visione critica sono un convinto sostenitore della piazza, e della suddetta manifestazione in favore della legalità. Il nostro Governo non ha contenuti politici. Questo è il punto di partenza. Non esiste un programma di governo, o meglio dire di sviluppo, di progresso o cambiamento. Non esiste una ideologia (il liberismo economico è piuttosto uno strumento retorico) o una visione complessa della realtà tutta. Non esiste una idea fondante una politica di governo. Si ‘opera’ tramite azioni specifiche non inserite in un discorso generale di progresso. Il governo dei provvedimenti e dei decreti e non quello della riforma. Ogni azione non è altro che una ‘toppa’ in un buco che presto si riaprirà. Lo sfruttamento spropositato di strumenti d’urgenza, di norme ad personam, e di decisioni particolaristiche enuncia una logica del ‘vivere alla giornata’, a seconda di come tira il vento elettorale dell’opinione pubblica. Dietro questa valanga di provvedimenti e decreti non rimane nulla.

L’attuale campagna elettorale è la realizzazione esemplare di questo disegno. La politica abbandona il livello dei contenuti e si perde nei dibattiti della forma. Non abbiamo visto alcuna riflessione sul futuro di questo paese, nessun confronto su temi importanti. Uno tra tutti il nucleare, questione di importanza fondamentale a livello regionale che non è discussa in alcun modo in nessun media. Ma potrei citare anche le grandi opere, l’abusivismo, la tutela dell’ambiente, gli incentivi all’energia pulita etc… tutte questioni sulle quali i nostri governatori regionali saranno chiamati a decidere. Assurdo. La politica ha completamente abdicato il suo ruolo di riflessione (e decisione) lasciando spazio al litigio e al battibecco; al gossip. Questa è la grande strategia del nostro governo: non parlare delle questioni importanti del nostro paese manipolando il confronto politico e trasformandolo in un gioco alla  ‘guardie e ladri’.

La manifestazione di ieri non fa altro che riprodurre queste dinamiche. I manifestanti sono tanti, sembrano uniti, ma sono uniti contro Berlusconi, contro le sue trovate mediatiche, contro il fatto che non vengono rispettate le regole. Non come i sindacati e movimenti studenteschi ‘vecchio stile’ che protestavano per far valere una visione del mondo, delle istituzioni (su temi specifici come scuola, lavoro etc…). Il ‘generalismo’  di queste manifestazione da potere al nostro governo, che può facilmente sminuire le proteste di piazza reclamando il giustizialismo e l’accanimento contro Berlusconi. In questo modo si mantiene il dibattito politico sulle questioni di forma. Berlusconi o no-berlusconi (ecco i viola) invece che progresso tipo-1 o progresso tipo-2. Nessun confronto di alternative, solo tanti battibecchi. Lo stesso avviene nei talk show, dove i nostri ‘decisori’ (altolocati) sfoggiano i loro animi più infantili nel litigare ed insultarsi (spesso neanche con eleganza).

Fede

Alice in the Wonderland 2: the revenge

InCostume&Società - Customs&Society, Recensioni e Cinema su marzo 12, 2010 a 6:18 pm

I saw Alice in Wonderland. First think to know: don’t expect the remake of the original movie or cartoon. It is not about that. It is Alice in the Wonderland ‘the revenge’! The plot is easier than the original one, colored with simple basic ideas which make the movie appealing to the broad public, both nerds of the cinema and not-intellectual youngsters, claiming for action and special effects.

3D round two I would say. After the pasta cooker Avatar (see article on this blog) we go to the phsicadelic Wonderland. It seems almost that the 3d is only used to make movies taking place in wonderlands, strange planets with strange creature fighting. Well, if we are going to use 3d in other movies, than this means that they need to find new ideas. I liked the movie, still only the first hour, with a great disappointment at the end. War, dragons and fights in a medieval style are not really what I imagined could happen in Alice’s wonderland. But still some of the characters are product of a genius, and Tim Burton is able to reproduce them quite well. With much more imagination and style than the creature found in Avatar (probably inspired by an Italian cartoon of the 90s). The hat-maker (Johnny Depp), the red queen and the crazy rabbit throwing mugs around are really good I believe. But stil the white queen, the dragon are out of context I think.

Well, vote 7.5 I would say. the special effects helped a lot, but I am still one of those who think that the original story is the best one!

See you

federico

Si, viaggiare!

InCostume&Società - Customs&Society su marzo 8, 2010 a 12:20 am

Aspettando St.Patrick per festeggiare, se pur da lontano, la mia Irlanda, si è risvegliata in me  la voglia mai assopita in realtà, di tornare a vivere per un pò sotto il cielo di Dublino.

Dublin, my shelter from the storm.

Ognuno ha un proprio rifugio; una città, un albero, una certa panchina in un certo parco, quella libreria del centro..

E ogni nostalgica come me ha un’amica, L’amica, quella di sempre quella per sempre, che è il suo esatto opposto, che la sprona a cambiare. Che mi ha spronato qualche giorno fà, mentre navigavo in internet alla disperata ricerca di un possibile lavoro nell’Isola Verde, a guardare oltre…….verso la Scozia!!!

Ed ecco Stirling all’orizzonte, ridente villaggio a 50 km a Nord-Ovest di Edimburgo, il nuovo cuore della Scozia, dicono.

41.000 abitanti, un’importante università, considerata la Scottish University of the year 2009/2010 (Sundey Times): il 94,6% dei laureati a Stirling entro i successivi sei mesi dal conseguimento dell’agognato titolo vengono già introdotti nel mondo del lavoro, dicono.

Un gradevole centro storico, molti negozi per riempire le numerose giornate di pioggia che mi aspetteranno, dicono.

Poi pubssss ovviamente, in ogni dove.

E monumenti, le Stirling Heads e…un castello! IL castello! Dove William Wallace sconfisse gli inglesi nel 1297!

Non soddisfatta digito Stirling su Google, e mi compaiono fior di buoni motivi per vivere a Stirling!

- Ottima qualità della vita;

-Eccellenti opportunità di carriera;

-Atmosfera accogliente;

-Inquinamento praticamente assente;

-Ricca scelta in sport e attività artistiche (..?) .

Si, mi ero già convinta al punto in cui proprio a Stirling Mel Gibson/Braveheart/Wallace diventa un eroe!

Ok! Vado! E la mia amica verrà con me!

“Ma che andate a fare sperdute nel nulla???”   Pfff, quante domande..

Le guardiane del castello, of course!

Sara

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.