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Si può essere Berlusconiani e Democratici?

InPolitica&Società - Politics&Society su gennaio 31, 2010 a 3:13 pm

Credo di immaginare due risposte a questa domanda. Lascio perdere il ‘forse’ perché non ci aiuta ad andare da nessuna parte. Prima di iniziare a parlare delle due alternative è meglio fare un chiarimento che reputo fondamentale. Entrambe le risposte dipendono da quale significato diamo alla parola ‘democrazia’. Non sto qui a fare una esamina della storia della democrazia e del pensiero democratico. Cerco invece di fare un discorso molto più banale per cercare di capire come si possono avere diverse risposte e nessuna verità. Anche se possiamo essere in grado di sostenere le nostre convinzioni argomentandole. Delle mie accennerò alla fine del post.

Si può pensare alla democrazia seguendo un ragionamento, molto diffuso e sostenuto con forza nel panorama politico italiano, del tipo: “Ci sono elezioni ogni cinque anni, quindi esiste una competizione elettorale, una campagna elettorale, i cittadini votano, ci sono dei risultati, vince chi ha la maggioranza, questa successivamente forma il governo, eccetera eccetera…, quindi è assurdo parlare di regime”. Seguendo questa argomentazione è evidente che si può essere berlusconiani e democratici. L’attuale presidente del consiglio ha seguito la procedura per assumere la sua attuale carica. Un’altra visione della democrazia sostiene che oltre alle procedure, che ovviamente devono essere rispettate in quanto senza di esse vengono a mancare le basi fondamentali, ci debba essere anche qualcosa in più. Questa parte, che per alcuni potrebbe essere un peso, consiste in una serie di principi che rendono la democrazia qualcosa di più complesso da gestire.  Senza entrare nei dettagli, la parte ‘superflua’ della democrazia consisterebbe nel miglioramento dell’informazione pubblica, nel sostegno della partecipazione della cittadinanza, nel continuo rispetto per la separazione dei poteri, nel rendere trasparenti i processi di governo, nell’avere una classe politica rispettosa del proprio ruolo e della legge a cui è sottoposta. Seguendo questa strada mi sembra un po’ difficile rispondere positivamente alla domanda iniziale. Credo che se un cittadino avesse in mente questa concezione della democrazia, ovvero un’idea più elaborata di essa, avrebbe difficoltà a definirsi allo stesso tempo democratico e berlusconiano. A mio modesto parere, l’attuale maggioranza non è particolarmente interessata a promuovere i principi accennati appena sopra.

Il primo ragionamento sarebbe condivisibile e, anzi, da sostenere in un paese appena uscito da una guerra o da un regime autoritario. Il secondo, invece, si adatta meglio a un paese che ha una democrazia già matura per cui i cittadini iniziano a chiedere di più rispetto al passato. Essi chiedono maggiori diritti, garanzie, risposte, informazioni. Attenzione però, con questo non voglio dire che stiamo vivendo in un regime. Affermo soltanto, ed è questa la mia convinzione, che in uno stato ‘moderno’ si dovrebbero sviluppare forme più complesse di democrazia in cui oltre alle procedure inizino a contare anche nuove esigenze legate al governo di esso.

Esistono tante forme di democrazia e qualcuna è migliore di altre. Possiamo essere tutti democratici, ma sostenere regimi di tipo diverso. Per esempio, si può credere di vivere in un paese democratico anche quando vi sono solo due partiti, ci sono elezioni e uno dei due è destinato sempre a vincere. Del resto ci sono elezioni regolari, ricorrenti e corrette. O No? Ma nessuno penserebbe che questo paese è pienamente democratico.

Voglio concludere dicendo, e credo sia questo il senso del post, che maneggiare la parola ‘democrazia’ non è una cosa semplice e per questo motivo bisogna essere molto cauti nel farlo. Seguendo la politica italiana ho l’impressione che questa parola sia abusata, usata a caso, spesso svuotata del suo significato (se mai ce ne sia uno definitivo). Credo che l’attuale maggioranza abbia una visione della democrazia che qualcuno definirebbe ‘ridotta’. Quindi i berlusconiani, a mio parere, sono democratici ‘ridotti’, se immaginiamo la democrazia come un continuum che va da una situazione certamente non-democratica a una pienamente democratica. Stanno, in due parole, a metà strada. E certamente ora avremmo bisogno di persone che stiano nella metà ‘più’ democratica di questo spazio immaginario. Per una democrazia ‘estesa’.

Mario

Dall’Italia ad Amsterdam…Low Cost

InCostume&Società - Customs&Society su gennaio 30, 2010 a 4:00 pm

Cari  Amici

Sono all’aeroporto in attesa di un volo per l’italia. Uno dei tanti venerdì nei quali parto per un weekend in terra madre. Mentre attendo mi viene in mente di scrivere qualcosa che possa essere utile a tutti, e che spesso è molto difficile trovare nel disordinato mondo della rete.

Molti marchigiani credono che per dover andare all’estero sia necessario prendere un treno verso destinazioni più internazionali come Bologna, Milano o Roma. Invece, potete arrivare ‘comodamente’ in moltissime destinazioni da Ancona. Per Amsterdam: volo da ancona (di solito ore 12.15 circa) tre volte a settimana (comodo per weekend con partenza il venerdì e ritorno il lunedì mattina). Ryanair destinazione Weeze (piccola cittadina fantasma al confine tra Olanda e Germania. Arrivati, prendete per l’uscita verso destra, vicino al bar, e prendete un Taxi-Van Hottengroth (da prenotare telefonando al numero che trovate sul sito dell’aereoporto). Il taxi vi porta a Nijmegen dove potete comodamente trovare un treno diretto per Amsterdam centrale. Tempo di percorrenza circa 1.30. Costo totale del viaggio tra 10 e 20 euro di volo (andata e ritorno spesso!) 32 euro di taxi (andata e ritorno) + 32 euro di treno (a/r, se avete la tessere sconto per i treni olandesi pagate solo 10). Se siete un gruppo di 4 o più persone allora è molto consigliabile contattare TAXI TOONEN, un privato che fa servizio Weeze-Amsterdam (direttamente all’hotel) a qualsiasi ora per solo 140 euro circa (se siete in 5 guadagnate di brutto, visto che siete a destinazione in totale 1h e trenta min). Il ritorno per ancona è più complesso. Tutto lo stesso percorso (Anche con taxi tosone se volete farvi venire a prendere davanti alla porta) prendendo l’IC da Amsterdam centrale alle 5.17 del mattino. Cambio ad Utrecht e taxi alle ore 7.25. Arrivo aeroporto comodamente alle 8.10 (mai subito ritardo personalmente). Lo stesso tragitto vale anche per andare da/a Treviso, dalla quale potete comodamente prendere un pullman (che aspetta i voli senza mai lasciarvi a piedi) per Venezia (tempo circa 30 minuti costo 5 euro). Da Weeze potete comodamente arrivare anche a Berlino, prendendo un altro volo Ryanair che parte dopo circa 5 ore (costa sempre poco). Nel frattempo andate al villaggio e mangiatevi dei Crauti con birra.

Cmq, lo stesso percorso può anche essere fatto da  Bologna, visto che Ryanair vola anche da li, sempre per Weeze, tre volte a settimana. Altrimenti KLM per Schipol, costono ma molto più comodo. Se volete potete anche annotarvi che EasyJet vola per Schipol sia da Roma Fiumicino che da Milano. Non conviene più quindi andare con Ryanair da Ciampino ad Eindhoven. Un’altra news riguarda Alitalia. Non diffidate e guardate sempre il sito dal momento che, per sollevarsi dalla crisi nera in cui è sprofondata, fa delle offerte vantaggiosissime da Linate (molto più facilmente raggiungibile dal centro di Milano). Se siete fortunati ve la cavate con circa 90 euro a/r. Se siete in toscana però vi consiglio di partire da Pisa. La Transavia arriva direttamente ad Amsterdam.  Se proprio volete passare per Eindhoven, allora potete anche prendere la Ryanair da Pescara. Da Eindhoven NON prendete mai l’autobus per Amsterdam. Le autostrade olandesi sono tra le più congestionate d’Europa (extraurbane). Prendete l’autobus cittadino (4 euro) per la stazione centrale e poi treno diretto per Amsterdam. Arrivate in 1.15h e spendete circa 14 euro (solo andata) e vi vedete pure la bellissima campagna olandese, soprattutto se ad Aprile.

Per quelli di voi un po’ più sfacciati e spigliati consiglio sempre di provare a fare la seguente cosa: chiedete al vostro vicino davanti alla macchina dei biglietti se è diretto ad Amsterdam, solo se vi sembra uno studente! In tal caso è quasi sicuro che abbia la tessera sconto con la quale può far viaggiare a prezzo ridotto altre tre persone con lui. In tal caso chiedete semplicemente se potete fare il viaggio seduti vicini (mi raccomando cercate di essere delicati che gli olandesi potrebbero rimanere traumatizzati da tutta questa italianità).

Buon viaggio

Federico

http://oneredpaperclip.blogspot.com/

InCostume&Società - Customs&Society su gennaio 27, 2010 a 1:24 pm

Kyle McDonald, ragazzo canadese di Kipling Saskatchewan è riuscito a scambiare una graffetta rossa per una casa. Dopo 14 scambi ha realizzato il suo sogno, ed ha pubblicato la storia sul suo blog dove vengono raccontati i quattordici passaggi che gli hanno permesso di approdare alla sua nuova dimora, descritti nei dettagli e corredati di un’ampia documentazione fotografica.

Nel Luglio del 2005 venne pubblicato un annuncio su Craiglist: «Mi chiamo Kyle, sono un disoccupato canadese di 26 anni, voglio una casa in baratto, inizio lo scambio offrendo la graffetta rossa che c’è sulla mia scrivania». Rhawnie e Corinna, due signore di Vancouver, gli proposero una penna a sfera in legno, a forma di pesce. Kyle si recò da loro per lo scambio e decise di aprire un blog dove avrebbe documentato la sua impresa passo per passo. A Seattle la penna venne scambiata con una maniglia in ceramica realizzata dalla signora Annie. La maniglia divenne un barbecue, poi un generatore elettrico a benzina. Nel giro di poche settimane, internet fece conoscere l’idea del giovane ai media:Cnn e Bbc si contesero le sue interviste.

Il generatore elettrico divenne un barile per la birra, un gatto delle nevi, un viaggio per due persone a Yak, nella British Columbia fino ad arrivare a un furgoncino e a un contratto discografico con la Metal Works. La vera svolta arrivò quando Kyle poté scambiare il contratto per un anno di soggiorno gratuito in una casa di Phoenix.

L’attore Corbin Bernsen stava scrivendo Donna on demand, un film a basso costo, e lo contattò per offrirgli una parte. Kyle, seppur  felicissimo, temette che la casa a Phoenix non potesse essere un buono scambio per Bernsen, e decise di tenere la cosa in sospeso. Il cantante Alice Cooper che vive a Phoenix volle prendere la casa di Kyle per una sua dipendente in cambio di un pomeriggio in sua compagnia, che il 26 maggio del 2006 venne scambiato per un globo luminoso con dipinti i Kiss. Corbin Bernsen è un vero appassionato di questo genere di cose, ne possiede ben 6500. A questo punto si fece avanti il comune di Kipling che offrì a McDonald una casa appena ristrutturata in cambio del suo ruolo nel film di Bernsen.

È il 5 luglio del 2006, è passato un anno. Kyle si trasferisce nella sua nuova casa con la fidanzata Dupuis. C’è l’ha fatta, e nel prato della sua casa c’è una grande graffetta rossa in metallo. Kyle ad oggi continua ad essere disoccupato e a proporre scambi (la casa deve essere arredata), ha già pubblicato un libro sulla sua storia che gli ha consentito di girare il mondo e gli ha regalato molte cose da raccontare. Hollywood sta contrattando con lui per un film su One Red Paperclip.

L’obiettivo dello scambio è quello di aggiudicarsi oggetti di maggior valore ogni volta, Kyle sostiene infatti di essersi ispirato ad un popolare gioco per bambini, Bigger And Better, che consisterebbe nello scambiare un oggetto per qualcosa di valore più alto, andando avanti finchè non si ottiene quanto si desidera. Questa storia in questo periodo di crisi fa pensare che si possa ritornare all’economia del baratto, su internet si sta vivendo un nuovo boom, basta digitare la parola “baratto” per avere una lunga lista di siti che propongono di pubblicare gratuitamente i propri annunci. Il più famoso in Italia è ZeroRelativo: gli utenti pubblicano le foto e la descrizione delle loro offerte e possono anche inserire un elenco di cosa vorrebbero avere in cambio. Ci si scambia di tutto:mobili, vestiti, dai biglietti per concerti e teatri a libri, telefoni e automobili…

L.S.

Niqab o not-Niqab? Questo è il problema

InTerritorio&Società - Territory&Society su gennaio 26, 2010 a 9:51 pm

Cari amici

oggi vorrei scrivere di tante cose. Vorrei scrivere di Vendola che ancora tenda di dare una forma alla sinistra italiana, che tra l’altro gli rema contro. Vorrei scrivere del sindaco di Bologna, che dimostra come non ci sia alcun limite al pressapochismo-opportunismo italiano. Pur essendo circondato da pescecani che non aspettano altro che accoltellarlo alle spalle al minimo sgarro, si fa prendere dal testosterone e mi cade proprio sui rimborsi  (dopotutto lo fanno tutti, ma stacci attento!). Vorrei scrivere delle rivolte ad Ischia contro la demolizione delle case abusive; fatto che ci da una prova ulteriore di come i problemi in Italia siano proprio difficili da risolvere e che ovunque vai a parare trovi un NIMBY, anche se quel back-yard è illegale ed insalubre.

Invece ho deciso di scrivere due commenti sulla questione del NIQAB, il velo che lascia scoperti solo gli occhi, in Francia. Perché dopotutto la questione è aperta in Italia come in Europa. E soprattutto perché la Francia è un paese che ha molta più ‘esperienza’ in queste questioni, che dovremmo guardare attentamente. Il problema, ricapitolando, è chiaro a tutti. Dovremmo vietare l’utilizzo del velo nei luoghi pubblici (premesso che in privato questo si possa fare, con i limiti fissati dal codice penale, es. rispetto alla persona etc.)? La mia risposta personale è NI. Non credo dovremmo permettere l’uso del velo che copra i tratti fondamentali del viso nei luoghi pubblici ma dovremmo anche garantire dei perimetri di ciò che è ‘pubblico’ (pensate alla differenza tra ‘aperto-al-pubblico’ ‘ proprietà pubblica’ o ‘luogo pubblico’. Lasciatemi spiegare, anche perché la questione è delicata e tocca il tema fondamentale della libertà di espressione.

Vietare il velo nei luoghi pubblici è necessario. Il riconoscimento della persona è fondamentale nella convivenza civile. L’identità è ciò che portiamo di fronte alla legge (un fardello a volte) ma è anche ciò che ci difende in caso di soprusi. Il mondo è bello e complicato perché vario. Dobbiamo poter riconoscerCI nella vita quotidiana. Se vado al cinema, in piscina, sull’autobus, sul treno, sull’aereo ho bisogno di poter mostrare il mio volto. Pensiamo a tutte le carte nominative e documenti di cui facciamo uso quotidiano. Quelle carte di danno diritti e doveri. Importante: diritti e doveri vanno sempre assieme. Sbagliato poter fare eccezioni dovute a credi religioni nell’uso della nostra identità. Riguardo a questa questione, il problema è spesso creato dalla politica. Da quella dei partiti e delle ideologie. Vedi la giustificazione della proposta dell’UMP in Francia: ‘la tutela dei valori della repubblica bla bla bla’. Perché giustificare così? per motivi elettorali, lo sappiamo. La questione è molto più pragmatica. Una questione di convivenza civile come dicevo, permessa e tutelata dalla nostra identità individuale. Il velo nei luoghi pubblici è vietato perché impossibile garantire quei diritti e doveri di cui parlavo (primo fra tutti quello del voto!). La retorica politica, purtroppo in questo caso, tende sempre polarizzarsi. Come se cercassero di distinguere tra ideologie, in una sorta di nostalgia del passato in cui i partiti contenevano ideologie (oggi non è più cosi, la destra non è più destra e la sinistra neanche, i partiti si focalizzano su ‘questioni’ piuttosto che su programmi).

Però! la tutela della libertà di espressione è fondamentale. Secondo me vige la regola che, detto con parole mie, la libertà di espressione deve essere tutelata e garantita entro i limiti dettati dal rispetto del prossimo. Purtroppo il problema è capire quando l’opinione ‘lede’ la libertà del prossimo. Se un bambino chiede alla mamma (non mussulmana) perché una donna porta il velo, quella mamma non può reclamare il fatto che il proprio bambino avrà problemi di identità culturale a causa di quella ‘visione’. Diverso è il fondamentalismo, l’istigazione alla violenza e la riduzione in schiavitù (non m riferisco . Per fortuna abbiamo delle leggi che ci proteggono da questo. Il cui funzionamento dovrebbe essere mirato.

Abbiamo capito che il problema è ‘entro quali limiti la libertà di espressione non lede quella di altri’. La questione è delicata, se discussa nel dettaglio della realtà quotidiana. Tuttavia rimango dell’opinione che nei luoghi pubblici la nostra identità sia garanzia di una convivenza civile.

A voi la parola.

a presto

Federico

Noi, bianchi morti

InCostume&Società - Customs&Society, Recensioni e Cinema su gennaio 23, 2010 a 2:13 pm

The second hand road è la storia di dove finiscono gli indumenti usati degli europei che vengono affidati ai cassonetti della solidarietà. Il film racconta il viaggio della maglietta n.10 del Football Club di Maschen (vicino ad Amburgo) appartenente a Felix , bambino tedesco di 10 anni , che finisce nel cassonetto per la raccolta di abiti usati. Contrariamente a quanto si pensa , i vestiti ricevuti dalle popolazioni africane  non sono donazioni. Gli abiti che depositiamo  nei cassonetti di Caritas , Croce Rossa e altre organizzazioni entrano in un ciclo commerciale molto lungo. Si inizia con l’azienda tedesca che raccoglie e smista gli abiti dei cassonetti arrivando a Lello , commerciante di Ercolano che fa da tramite con 21 paesi africani e che cerca di salvaguardare la sua attività dalle ingerenze della mafia. Ma la merce , una volta arrivata in Africa passa di mano in mano , comprata e rivenduta ancora molte volte arrivando in paesi sempre più piccoli e venduta all’asta. E’ così che la maglietta arriva a Lucky , bambino di 9 anni di uno sperduto villaggio della Tanzania. In alcuni paesi africani i vestiti usati costituiscono la prima voce di importazione ,  infatti il 90% della popolazione si veste di seconda mano. Li chiamano “I vestiti dei bianchi morti” perché in Africa é inconcepibile pensare di disfarsi di cose ancora utilizzabili a meno che non appartengano a un morto. Tutti indossano “mitumba”, abiti usati , perché sono di qualità superiore a quella che il paese può offrire. Tutto ciò avviene mentre i produttori cinesi tentano di ribaltare questa situazione introducendo sempre più vestiti nuovi a bassissimo costo , facendo concorrenza anche all’usato. Il film ha vinto il premio Legambiente e Cinemambiente 2006 , Globo d’oro 2004-2005.

L.S.

Amsterdam N-Z Lijn: Viva la Metro

InTerritorio&Società - Territory&Society su gennaio 20, 2010 a 9:29 pm

Cari amici

News da amsterdam. E alcune precisazioni in merito all’articolo scritto da me il 3 gennaio sulle reti di metropolitana Italia. In quell’occasione ho citato la line Nord-Sud della metro di Amsterdam perché mi sembrava un caso molto interessante di un’amministrazione che la metro la vuole veramente, quasi per forza, a costo di bucherellare il proprio sottosuolo. Volevo prima di tutto dire che personalmente non sono così negativo sulla questione, e che nonostante le critiche sul progetto siano incredibili dopotutto si tratta di un esempio interessante di sviluppo urbano. Vi vorrei dare quindi alcuni dettagli sulla cosa. Sia per chi Amsterdam non la conosce sia per coloro che la conoscono molto bene, e che magari hanno preso una volta la metro.

Amsterdam ha solo 4 linee di metro. Sono disposte in modo molto particolare in quanto servono solo la parte Est della città e, di fatto, girano attorno al centro. Il primo tracciato di metro, quello esistente appunto, è stato concepito soprattutto per collegare i quartieri popolari a sud est della città, nei quali stava emergendo una forte concentrazione di immigrati di origine non europea e di disoccupati. Tutt’ora quelle aree hanno le sembianze di ghetti. Il collegamento via rotaia era considerato come un primo passo verso l’annessione sociale dell’area nella città (al quale seguì anche lo sviluppo dell’Ajax arena e dell’Heineken music hall).Inoltre, quella linea era stata la prima ad essere scavata sopratutto perché tecnicamente il terreno lo permetteva.

La linea centrale invece è molto più complicata. La linea era stata tracciata nel 1960 in un piano chiamato Spoorstad (città di binari) che non fu mai abbandonato, perché di buona qualità tecnica. Gli urbanisti dell’epoca avevano previsto una rete di almeno 8 linee, che avrebbe collegato nord sud e ovest-est. Le proteste degli anni 70 (fortissime ad Amsterdam) avevano però reso il piano difficilmente implementabile. Fu tutto sospeso fino al 1994 quando l’amministrazione, supportata dallo Stato finanziariamente, decise di intraprendere il progetto Nord-Sud. Un primo tracciato doveva collegare la stazione centrale con i quartieri a nord del fiume IJ. Se andate a fare una passeggiata in quelle zone vi accorgerete subito come li ci sia un’altra realtà, più rurale che urbana. Il fiume ha fatto in modo che il nord seguisse una traiettoria di sviluppo a se stante, dominata fino a 20 anni fa dall’industria navale. Il tracciato nord è quasi pronto ormai e tutto è andato dritto.

Il tratto sud, che collega stazione centrale con il cosiddetto Zuidas è molto più problematico. Questi giorni in consiglio si sta addirittura mettendo in discussione la scelta iniziale: ‘averemmo dovuto iniziare’ ci si chiede. Questo perchè il costo iniziale previsto dell’opera, 1.5 miliardi, è esploso fino a 3.1 miliardi, e senza aver completato i tratti più difficili. Lo scavo del tunnel ha inoltre dissestato le fondamenta di alcuni edifici lungo in tracciato, appoggiati sul primo strato di sabbia della città (Amsterdam regge praticamente su due strati di sabbia, le case più antiche hanno fondamenta molto più corte). Il problema era dovuto soprattutto ad un malfunzionamento della tecnica super-complessa con la quale le stazioni della metro sono state scavate. La città persevera nella costruzione della metro. Nonostante l’opinione pubblica continui ad essere scettica, ed arrabbiata in alcuni casi, il comune continua nel suo grande progetto. Questo in nome della vivibilità della città, i cui trasporti tramviari sono praticamente esausti. La bicicletta unico stile di vita :)

Con questo volevo solo aggiungere un po’ di storia al mio intervento precedente. Le cose sono molto più complicate ovviamente questo è il succo della questione. Spero che avrete voglia di venire ad Amsterdam e di farvi un giro nella metropolitana (forse fra 5 anni).

Un saluto

Federico

Quale futuro per la rete?

InCostume&Società - Customs&Society su gennaio 16, 2010 a 4:22 pm

Che cosa è accaduto a suo avviso sull’autostrada elettronica?
Il mio non è un attacco generalizzato. Siamo davanti a una “torta” con più strati: i primi due, l’internet e il web che permettono connessione e interazione, sono cruciali per un mondo globale, per l’umanità e la sua sopravvivenza. Il problema è l’ultimo strato, il più recente, il web 2.0, che promuove una libertà per le macchine più che per le persone. È la convinzione che internet sia un sistema con vita propria, frutto d’una visione assolutista dei computer e del web, quasi fossero superiori all’essere umano e capaci di controllare il pianeta. La glorificazione di una open culture, di collaborazioni collettive e anonime stile Wikipedia, che può mortificare l’innovazione, che premia la quantità sulla qualità Estratto dall’intervista a Jeron Lenier, Il Sole24Ore, 16/01/2010.

Cari amici

uno degli inventori di internet oggi dichiara: la rete internet è mutata, non era questa la forme che avevamo concepito (potete leggere tutta l’intervista qui: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2010/01/web-micropagamenti-salvare-rete.shtml?uuid=0a231628-0284-11df-83c5-dc3258a5fde1&DocRulesView=Libero). Per riprendere le redini della rete, i governi dovrebbero stabilire un ‘nuovo contratto sociale’, costituito da un sistema di pagamenti ‘accettati da tutti’ per i contenuti online. In pratica, se volete leggervi un articoletto (magari il mio) o sentire una radio online dovrete pagare ‘una somma’. Un pò come ha già fatto la Apple con I-tunes, rendendo scaricabili ‘legalmente’ mp3 sulla rete.

Le dichiarazioni di Lenier mi intrigano moltissimo. La sua critica parte dalla consapevolezza che internet ha prodotto una categoria sociale con un profilo particolare, quello della disconnessione spaziale, fisica e comunicativa a favore della connessione virtuale. Interent doveva connettere le persone, dice, ma poi ci si rende conto che nella rete si riproducono dinamiche di conflitto e frammentazione che esistono nella vita reale. O peggio, ci si accorge che gruppi di individui non riescono a coniugare la ‘doppia vita’ virtuale + reale, e abbandonano la seconda, perdendosi in realtà come ‘second life’ e tralasciando i contatti sociali ‘fisici-emozionali’ della vita ‘vera’.

Cosa ancora più interessante è che il nostro intervistato ‘accusa’ il web 2.0 di questa de-voluzione. I principi del Web 2.0 sono abbastanza semplici e nobili: creare uno spazio virtuale in cui il ruolo dell’editore/autore dei contenuti si unisce a quello del fruitore. Chi scrive è anche chi legge, chi legge può scrivere. You tube, Wikipedia &co per capirci. Quello che sembra accadere, per alcuni, è che la fruizione gratuita ed incontrollata di questi contenuti ingabbia la creatività e l’innovazione. Di fatto nessuno è pagato se mette un video interessantissimo su You Tube, e magari si rischia di non essere più invogliati a pubblicare.

Il pagamento dei contenuti online è una soluzione plausibile per molti. Io credo che questa retorica debba fare i conti con la realtà della rete. Mp3 si posso pagare, certo ma cosa succederebbe a tanti altri prodotti. Sulla rete noi ‘usufruiamo’ di tanti tipi di ‘prodotti’: connessioni amicali (facebook), articoli e news (giornali), commenti e opinioni (blog), video della vita più o meno reale (youtube), politica (quella istituzionale e non, quella dei governi e quella dei movimenti). La lista è lunga e i contenuti sono molto differenti tra loro. Come applicare ‘il pagamento’ su quei contenuti non tangibili. Quale i prezzi? si dovrebbe stabilire un criterio di qualità (sempre che il prezzo corrisponda alla qualità),  un’agenzia che stabilisca quali siano i prodotti migliori, un antitrust, una regola di acquisto e vendita, un controllo sulla truffa e la falsificazione ed infine una definizione dell’AUTENTICITA’.

Vorrei concludere dicendo che secondo me una vera rivoluzione nell’utilizzo del web potrebbe arrivare dalla riformulazione dei rapporti tra rete e vita reale. Terreno fertile per questo dovrebbe essere la politica, il dibattito pubblico. Perché la rete è qualcosa di pubblico. La politica ‘pubblica’ ha troppo lasciato spazio al mercato, che ha di fatto invaso e manipolato la rete. Se potessimo sfruttare le connessioni virtuali per migliorare la partecipazione politica e  prendere decisioni migliori per la società ‘reale’, allora si che il web 2.0 sarebbe collettivo, utile e innovativo.

un saluto

federico

Tu me fais tourner la tête mon manège à moi, c’est toi

InCostume&Società - Customs&Society su gennaio 14, 2010 a 10:22 pm

Rue Montorgueil,Parigi:l’ombra di una ragazza si intravede dietro le tende di una finestra di un terzo piano.

Un’ombra molto viva che balla,canta si spoglia e si riveste come appena uscita dalla doccia.

Con un piccolo particolare:a guardarla divertita c’è tutta una strada affollata!

Dopo dieci giorni di suspence,il mistero si svela.

E’ il lancio di un nuovo sito di Aubade,famosissima casa di lingerie francese che sperimenta questo divertente marketing virale che come un virus si propaga rapidamente da persona a persona contagiandone il più possibile.

Attirare l’attenzione delle persone inducendole ad interrompere ciò che stavano facendo per ascoltare il messaggio che si vuole comunicare.

Obiettivo centrato:monsieurs  spioni e mademoiselles invidiose a curiosare tra le abbondanti forme della modella che ad un certo punto scosta la tenda,si mostra nel sexy intimo,e richiude la tenda dove adesso compare la scritta:FRENCHARTOFLOVING.COM,il nuovo sito dal quale si può sfogliare il catalogo interattivo di Aubade.

L’iniziativa è solo l’approdo di una campagna di comunicazione che prenderà il via sul web.

L.S.

Avatar: cooking pasta in 3D

InCostume&Società - Customs&Society, Recensioni e Cinema su gennaio 14, 2010 a 8:17 pm

Dear friends

The last movie directed by Cameron is something innovative. For two reasons: first, it opens a new world on cinematographic special effects. The 3d animation is impressive and it makes the audience feeling like being within Pandora, in the middle of the battle, surrounded by strange creatures, flying plans and robots. If this movie was only about this, well, it was super-worthy to see it. It if was a NORMAL movie, empowered by 3D technology, well, it would have been a really bad idea to miss it. I believe this is the revolution of this move, the passage to the 3d screening, which pushes ahead social and technological evolution as did the invention of the TV machines and of the color-image.  Movies like this will probably be more and more common; televisions will integrate 3D technology and our children, or more likely their children, will have diarrhea and nausa forever using those strange glasses in their little rooms.

The second reason is the most important: Avatar 3D makes at the same time an incredible jump BACK in history of at least 20 years. The actual content of the movie is something prehistoric, obsolete and I would say, insulting the spectator, treating him like a stupid dude, without attention and capability to perceive complex plots. In other words, it would more interesting for all of us if I would tell you the (wonderful) story of making a plate of pasta and tomato sauce that this useless alien story. If a movie is made of content and images, well, this movie has demonstrated how it doesn’t really matter which balance you find between the two. Compensating no-content with an explosion of special effects seems to work as well, at least today, when our sensations are sleeping.

The story is nothing, and the few points which are used ‘to make’ the movie are actually recycled from other movies: and probably some of the worst movie never done. Dancing with the wolfs (this is actually a really good movie) gives the full story. If you swap the dog with a flying monster and the small guns with huge starships, avatar is quickly ready. Pocahontas is another example. As you see in the picture everything looks the same. But this is not all. In order to have a colossal, Cameron needed a huge amount of pure American nationalism! the revenge of the poor guy on a wheel chair (YES WE CAN walk again!!) is nothing else the further prove that if you want something you can obtain something (in a free country!). Also for these Cameron could choose among several movies. Independence day inspired clearly the final speech of the aliens, the patriot inspired the arrivals of the big animals in the last war (like the French allies coming during the war of independence in the States). Last but not least, the paramount of the squalor is reached when we assist to the (beginning fortunately) sex scene between the two blue aliens!

Well, you decide whether going…

Good luck

Fede

Quanto costa la spazzatura

InTerritorio&Società - Territory&Society su gennaio 11, 2010 a 9:10 pm

Cari amici

oggi mi è successa una cosa sconvolgente. Sconvolgente per la semplicità con cui è stata fatta. Ho preso una multa. Circa 60 euro. Ho imparato molto da questa multa, molto più del semplice rispetto della legge. Questa è la storia:

Domenica pomeriggio ore 14: esco da casa per gettare la spazzatura. I cestini ad Amsterdam hanno una meccanica particolare. Il sacco scompare sotto terra per mezzo di un carrello sopra il quale si posa il sacco e che viene fatto scorrere verso il basso. Niente sacchi in vista e tutto pulito come prima. Purtroppo il carrello era pieno, e spazzatura era sparsa attorno. Lascio il sacchettino a fianco del ‘cassonetto’ e me ne vado. Torno il pomeriggio a casa (dopo circa 5 ore) e trovo un biglietto sotto la porta che mi dice ‘chiami il comune domani tra le 12 e le 13 perché potrebbe aver fatto qualcosa (notare la formula). Nessun’altra spiegazione. Il giorno dopo chiamo e il signore xxxx (segnalato nel foglietto oltretutto) mi chiede una dichiarazione da dover allegare alla multa di 60 euro per aver lasciato il sacchetto fuori dal cestino. I netturbini (operatori ecologici) hanno aperto il sacchetto misterioso e scovato una lettera con il mio indirizzo capendo chi fosse il criminale a compiere tale gesto. Dopo circa un’ora di discussione non sono riuscito ad annullare la multa, per il fatto che io avrei dovuto dopotutto camminare per altri 50 metri verso un altro cassonetto. Unica possibilità, fare ricorso dopo il pagamento con lettera diretta ad una apposita ‘commissione’ (commissie).

NAPOLI. Questo ho pensato immediatamente. Una cosa del genere non potrebbe mai accadere in nessuna città medio grande italiana. Forse non esiste neanche una regolamentazione. Pensate alla complessità della cosa. Per un’azione tale abbiamo bisogno delle seguenti condizioni: a) un netturbino pagato e motivato per aprire e mettere le mani all’interno del cassonetto b) una pratica normativa che predilige la pulizia dello spazio pubblico rispetto alla privacy (poteva leggermi la posta). c) un ufficio predisposto alla compilazione di multe. d) una volontà politica chiara per prendere decisioni impopolari (dopotutto non era colpa mia visto che il cassonetto era pieno) fissando norme restrittive e) un approccio che contrasta ogni forma di pigrizia o pressapochismo, visto che prevede la ‘ricerca del cassonetto disponibile’ f) e dulcis in fundo, una macchina burocratica ben funzionante che possa elaborare tutte le possibili sanzioni di questo tipo (e ce ne sono credetemi).

Secondo me, avere tutte queste condizioni presenti è una cosa rara. Adottare una politica simile comporta un processo di costruzione profonda di basi socio-politiche precise all’interno della comunità. Prima fra tutte, una concezione consolidata dello spazio pubblico come ‘bene di tutti’ invece che ‘bene di nessuno’.

a presto

federico

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